Dina Sartori, soprannominata Màrita, nasce a Rovereto, nel Trentino, il 26 giugno 1929, in una famiglia semplice e unita, ricca di valori profondamente cristiani.
La seconda guerra mondiale segna, in modo determinante, la sua vita: è l’incontro con l’odio, con il dolore, però allo stesso tempo è la cornice nella quale la sua storia si è intessuta per sempre con quella di Chiara Lubich.
Era la primavera del ‘43, cominciavano i bombardamenti sulla città di Trento, poco distante da Rovereto. Màrita racconta: “Quante volte dovevamo correre, di giorno e di notte per cercare rifugio! La vita era pura sopravvivenza. La guerra mi sembrava interminabile e sempre più assurda. Di fronte alla morte tutto era così relativo. Sentivo nascere un senso di sfiducia verso la vita, e mi domandavo: perché viviamo? Che senso ha la vita? E non trovavo risposta”.
Finisce la guerra, e il processo di ricostruzione post-bellico fa sorgere in Màrita sentimenti di speranza purtroppo presto delusi: “… Mancava una coscienza cristiana comunitaria. Ciò che vivevo e vedevo attorno a me, non mi soddisfaceva; le certezze che credevo di possedere cominciavano a sgretolarsi in me, e questo mi faceva soffrire. In famiglia i rapporti erano sinceri, però non parlavo con nessuno di quello che soffrivo dentro. A un certo punto mi accorsi che Violetta, mia sorella maggiore, era molto cambiata. Si vedeva molto contenta, molto più disponibile ad aiutare gli altri. Una volta mi ha detto: ‘È venuta a parlarci una signorina di Trento, si chiama Silvia (Chiara) Lubich. È stato bellissimo’ .”
L’incontro con Chiara Lubich – Pochi giorni dopo, insieme a Violetta c’è anche Màrita all’incontro con Chiara. Ci sono una quarantina di ragazze. Quell’ambiente è semibuio, antico, ma quella giovane che parla è moderna, con una spiccata personalità. Ne è subito attratta: “Tutto ciò che diceva era fuoco e convinzione profonda. Parlava di un’esperienza vissuta durante la guerra, del crollo di ogni cosa: ‘Ci domandavamo: ci sarà un ideale che nessuna bomba può far crollare? un ideale che non passi? e come se Dio ci illuminasse rispondemmo: Sì, Dio’… Tutti - continua Màrita – uscivamo dalla dolorosa esperienza della guerra, e tutto ciò risultava molto evidente”.
“Con Chiara ci trovammo trasportate in un altro piano, quello di un Dio che si è fatto uomo e muore crocifisso per noi. Seguii questa logica e quanto diceva era così bello, così nuovo, che mi è entrato profondamente in cuore, soddisfacendo anche la mia intelligenza, avida di conoscere. Era come se l’anima si spalancasse sul Vangelo in tutta la sua pienezza e il messaggio di Gesù tornasse ad essere fresco e attuale. Tornai a casa felice. Avrei voluto gridare a tutti: ‘Ho trovato!”

Nei primi tempi in America
La chiamata - “La vita vissuta così aveva il sapore di una divina avventura, sempre nuova. In questa circostanza Dio mi ha fatto sentire la bellezza della totalitarietà evangelica. Un giorno, ricordo ancora il posto dove ciò accadde, mi è stata chiara una intuizione: Se Dio mi ama in una forma così personale e infinita come posso corrispondere al suo amore? E come risposta logica dico a me stessa: Amarlo con la stessa misura, e cioè, dare tutto per Lui come Lui ha dato tutto per me. Mi sorpresi di ciò che stavo affermando senza nessun tentennamento.”
Poco tempo dopo, Màrita comunica il suo desiderio di dare tutto a Dio nel focolare. “Ricordo ancora: era venerdì 19 novembre del 1949. Il Vangelo di quel giorno parlava di quel tesoro nascosto in un campo che un uomo trovatolo, va e vede tutto quello che ha per comprarlo. Mi parve una conferma.”
Da Trento alle Americhe – Inizia cosi “la divina avventura”. Darà la vita per spalancare a molti quella pienezza del Vangelo che aveva trovato. Un’avventura che la porterà dal Trentino alla Sicilia, per approdare, nel gennaio ’62, in Argentina. Dal ‘67 al ‘69 è a Milano, come responsabile, nel ‘70 di nuovo in Argentina. Nel ’73 parte per la Colombia. È co-responsabile di un vastissimo territorio che abbraccia 12 Nazioni del Centro e Sud America, dal Messico al Perù, popolazioni segnate da povertà e violenza, ma ricche di umanità.
Spesso, di fronte alle difficili situazioni socio-politiche di quei Paesi, Marita infondeva in tutti una certezza: “Niente di nuovo… Dio ha già vinto. Restiamo nell’amore sempre, perché Gesù – come ha promesso – rimanga tra noi”. E in questi anni quest’onda di amore evangelico si è diffusa: si sono aperti 38 focolari, 5 Centri Mariapoli, per la formazione spirituale e sociale degli aderenti al Movimento, tre edizioni del giornale Ciudad Nueva, 11 opere sociali. Si sono formate 2 cittadelle, “laboratorio” di una nuova società improntata all’amore evangelico.
La fecondità del dolore – Nel marzo 2006 Marita comincia ad avere forti dolori alla schiena, che dopo pochi mesi la costringono a letto. Poi, il primo dei tanti e prolungati ricoveri in ospedale. Così Marita scrive a Chiara: “… Non essendo chiara la situazione, mi chiedono di ricoverarmi per ulteriori esami…Da parte mia ripeto a Gesù Abbandonato, con tutta l’anima: Lo vuoi tu, Gesù, lo voglio io! Fino al ‘Tutto è compiuto’. Con tutto il cuore nel ‘Si’ a Dio solo”.
Chiara le risponde: “…È col dolore che si merita più di tutto davanti a Dio. Certo, io prego perché tu possa guarire, e ti ringrazio di quanto stai offrendo…”
Dopo una TAC che rivela il progredire del male, a chi le chiede: “Màrita hai paura?”, risponde: “No. Gesù apre una porta che è già spalancata. Al Paradiso si va per quello che abbiamo perso e non per quello che siamo riusciti ad ottenere”. “I nostri limiti, la nostra povertà! Questo lo possiamo dare a Dio.”
“Questo calvario è lungo …”: nel giugno del 2007, Marita si aggrava e i dolori si acutizzano. Dopo una vita tutta spesa per Dio, nella pace piena, il 17 agosto, conclude la sua avventura terrena.













DdJA
30 maggio 2013 at 02:22
tuve el regalo de intercambiar una mirada de Cielo con Márita!
puedo decir que ha sido un punto luminoso en mi vida, al cual puedo mirar atrás, recordar las palabras que me dijo y no detenerme en la carrera!
la siento una tan cercana a mi, a la cual con frecuencia recurro para pedirle una mano!
GRACIAS MARITA!
en la Divina Aventura siempre!