“Mi ha colpito la tua semplicità, la tua radicalità… Desidero rimanere in questo paradiso dove il Regno di Dio avanza e chiedo al Signore di vivere come te… Ho quasi ottant’anni e da 36 anni ti seguo e sono felice”.
È travolgente suor Erminia Gandolfi, di cui oggi ricorrerebbe il 90esimo compleanno, in questa lettera a Chiara Lubich del gennaio del 2002. Ma lei era così: schietta, ‘fresca’ e immensamente grata a Dio per la via a cui l’aveva chiamata.
Vive a San Gottardo di Torre de’ Busi (BG), quando, a soli 17 anni, si imbatte nel carisma del beato Nicola Barré e diviene suora del Bambino Gesù.
Così si racconta dopo 60 anni di professione religiosa: «La mia grande riconoscenza va a Dio, che ha preso la mia vita fin da giovanissima, perché diventassi sua e fossi così disponibile al suo progetto d’amore».
Poi una «nuova chiamata nella chiamata», l’incontro con il carisma di Chiara Lubich ed il Movimento dei focolari, avvenuto nel 1966, come una «‘folgorazione’ che ha fatto fare alla mia vita una svolta a 360 gradi, per incarnare il carisma del mio Fondatore nell’oggi della Chiesa e dell’umanità, affinché si realizzi il sogno di Gesù: che tutti siano uno!”».
Una suora, dapprima critica nei confronti di questa sua ‘pericolosa doppia appartenenza’, ma presto conquistata «da chi, invece di rispondere in modo scortese alle mie provocazioni, continuava ad amarmi concretamente, con piccole attenzioni» ricorda che «questo Ideale ha dato ad Erminia una luce enorme su tutto: su di sé, sulla consacrazione, sui fratelli, sulla comunità, sulla preghiera, sul dolore».
In ogni comunità in cui è stata, tutti la ricordano umile, mite, protesa incessantemente verso l’altro, dallo sguardo penetrante e dal sorriso radioso.
Colpiva il suo spirito giovanile, la sua capacità di vicinanza sia ai bambini che ai giovani per i quali, anche quando non era più una ragazzina, sceglieva canti e attività coinvolgenti e cantava e ballava con loro. Una sua caratteristica, infatti, era la gioia. Ne aveva dentro tanta e la esprimeva con libertà. Se si andava in auto con lei, intonava canti festosi, e così il viaggio passava velocemente. Oppure, sempre pronta al servizio, non diceva mai : ‘Tocca a te, tocca a lei’, faceva e basta. Ad es., pur non sapendo cucinare, cercava, prendendo da un vecchio libro, le ricette più elaborate che potevano piacere alle altre suore.
Nel periodo in cui è stata in Calabria – e si potrebbe dire di ogni comunità in cui è vissuta – si è spesa incessantemente visitando famiglie, anziani, bambini delle frazioni di montagna, instancabile nel portare dovunque l’annuncio del Vangelo testimoniato dalla sua vita. Il ricordo di lei è vivissimo in tutti.
Speciale la sua predilezione per gli ultimi. Chi l’ha conosciuta racconta: «Anche con l’andare degli anni, pur in mezzo agli inevitabili problemi di salute, non si era spenta in lei la carica vitale e il desiderio di arrivare a tutti, i più soli, i più abbandonati... il suo ascolto era profondo, il suo conforto dolce, convinta dell’amore immenso di Dio per ognuno. Anche dopo anni era capace di ricordare il nome e la storia di ciascuno, era chiaro che li presentava nella preghiera al Signore ogni giorno».
Chiara Lubich, su sua richiesta, le aveva dato come ‘motto’ di vita la frase: “Noi siamo del Signore” (Rm. 14,8). Ora che suor Erminia, il 15 settembre 2011 ha raggiunto il Cielo, continuano ad arrivare echi di quanto quella Parola, in lei, ha saputo dare frutti.
Senz’altro, come ben esprime un’altra religiosa: «Suor Erminia, nel suo modo di vivere era “Santa”, là dove la santità non è quella canonica, ma quella dell’Amore in atto».




