Charles Moats

 
“Charles dei ghetti neri” (9 novembre 1951- 28 giugno 1969)
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Oggi si pensa che l’odio e la violenza siano il segreto, la forma del progresso per portare avanti l’umanità. Contro questa mentalità avanza la nostra rivoluzione: essa porta al mondo l’amore e dà a Dio, ponendola a suo servizio, famiglia e ricchezze, arte e scienza, politica e lavoro, filosofia e teologia, vita e morte.” Questo chiedeva Chiara Lubich ai giovani del Movimento dei focolari e  Charles, nel ghetto in cui viveva, ha dato la vita per queste parole rivoluzionarie.

Charles Derrick Moats nasce nel 1951 a Chicago. Afroamericano, in una città dove la criminalità impazza e il problema razziale è presente in tutta la sua violenza. Nasce figlio di un padre che non conoscerà mai e di una madre decisa a mettere i suoi quattro figli sulla “buona strada”, ma con problemi di alcolismo. Nasce in una zona residenziale, ma quando aveva dodici anni la sua famiglia si trasferisce a Robert Taylor Homes: il ghetto più malfamato della città. Davvero facile, in quell’ambiente, cadere nella “trappola” della criminalità e della violenza. Charles, poi, intelligente com’è, attira subito l’attenzione e riceve ben presto e ripetutamente il terribile invito a unirsi a una gang del quartiere. Nonostante questo “Chuck”, così lo chiamano, trova sempre la forza di rifiutare. A dargli speranza è infatti arrivata nella sua vita una grande scoperta: tramite un sacerdote e una famiglia, proprio in quegli anni, conosce i gen, i giovani del Movimento dei focolari.

Il loro programma – “Giovani di tutto il mondo unitevi”, in nome di Dio, al di là anche delle discriminazioni di colore – corrispondeva esattamente ai suoi ideali e così, in breve tempo, Charles, Mark, Jim e Gary diventano, pur diversi per età, colore della pelle e provenienza sociale, un gruppo affiatatissimo che comincia a diventare un segno di contraddizione e unità non indifferente nella città dei ghetti.

Charles, come Martin Luther King e molti altri, sceglie la via della non-violenza e dell’amore evangelico e con i gen distribuisce volantini spiegando i suoi ideali, suona in una rock band la chitarra e la batteria, si occupa dell’edizione statunitense del loro giornale. Ma a lui, ragazzo del ghetto, il ghetto non può perdonare queste frequentazioni e, con l’esacerbarsi degli animi, proprio in seguito all’assassinio di King, comincia anche ad essere consapevole dei rischi che la sua scelta comporta.

Per ben due volte scampa ad una rissa e ad una sparatoria. Il 24 giugno 1969, però, è vittima dell’ennesimo attentato. Questa volta, con una pallottola conficcata nella fronte, le sue condizioni sono da subito disperate. Charles per qualche ora riprende coscienza, saluta i parenti accorsi, riesce a ricevere l’unzione degli infermi prima di cadere in un coma irreversibile. La notizia si diffonde e cominciano le preghiere da tutto il mondo. Proprio in quei giorni a Roma si svolge il congresso Gen a cui Chuck avrebbe dovuto partecipare come rappresentante degli USA.  È il 28 giugno 1969 quando ne viene accertata la morte.

La testimonianza che aveva dato nei suoi diciassette anni di vita affiora più che mai, oggi come allora. Dirà la nonna: «C’è qualcuno che si augura di prendere i responsabili. Io spero che non li prendano, perché sicuramente non sanno quello che hanno fatto e non sono pronti per la Giustizia. Per Charles invece sono sicura. Lo conosco il mio Charles, e so che è pronto per il cielo.»

La sua storia, semplice e straordinaria, affascina ancora oggi: famoso il musical Streetlight, del Gen Rosso, ispirato alla sua storia, e  il progetto “Forti senza violenza”, portato avanti dal gruppo e che sta coinvolgendo attivamente i giovani nelle scuole, nelle carceri, nei quartieri più disagiati di tutto il mondo dal Messico alla Cina, dalla Germania a Cuba, dalla Polonia alla Giamaica, donando a tanti la speranza che animava “Charles dei ghetti neri”.

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Commenti

  1. SD

    Estas historias reales de gente maravillosa, que se deja llevar por Dios, no deben terminar jamás!!!
    Tienen que seguir siendo un punto luminoso al cual mirar siempre que a uno le vienen las ganas de ir hacia atrás… Y, sobre todo, poder escribir la propia historia.

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