Giuseppe Belli

 
«L'unica cosa che resta è l'amore che si è dato» (23 maggio 1913 - 6 maggio 1989)

Prima marinaio e poi in pensione, Giuseppe Belli per buona parte della sua vita non si contraddistingue di certo per la sua religiosità. Solo nei primi anni ’70, all’età di 61 anni, in una visita alla cittadella internazionale dei focolari a Loppiano, dove viene condotto quasi a forza dalla figlia, avviene l’incontro che cambia la sua vita. Trascorre da allora dieci anni di grande apertura verso il sociale, aderendo al Movimento dei focolari come “volontario di Dio”.

Piemontese, ma trapiantato a Massa Carrara, marito e padre di due figlie, un po’ all’antica, ma sempre integro e sincero, Giuseppe così ricorda il primo contatto con gli abitanti di Loppiano: «In quei giovani, provenienti da diversi continenti, vedevo circolare una serenità, un amore visibile che mi colpì nel profondo dell’animo (…) per me, che ero stato marinaio, abituato alla vita comune di bordo, la cosa mi stupiva molto perché sapevo quanto era difficile vivere anche solamente insieme».

Comprende che il loro ‘segreto’ è il Vangelo vissuto e «…questo mi ha indotto – racconta – a cambiare rotta. Non era sufficiente essere onesti per sé, non rubare, non ammazzare ecc (…) ho capito che invece dovevo essere amore per tutti, nessuno escluso.»

Questa ‘conversione di rotta’ spinge Giuseppe a condividere anche con Chiara Lubich la gioia di questa nuova pagina della sua vita, e così le scrive: «Mai mi sono sentito tanto giovane e forte». Le giornate si fanno improvvisamente intense, ricche, così che alla fine della giornata grande è la gioia, pur con l’età che avanza, per essere riuscito a vivere non per sé, ma per gli altri.

«Sai papà, quando eri in casa ti trinceravi dietro il tuo giornale e quando non leggevi eri un brontolone, non andava mai bene nulla…», gli confida una delle figlie, fiera di quanto sia ora diverso suo padre. Anche la moglie Ines, profondamente colpita, aderisce a sua volta alla spiritualità dei Focolari. E poiché presto si ammala, Giuseppe prende a dedicarsi alle faccende domestiche, «cosa che una volta rifiutavo come menomazione del mio essere uomo» ammetterà lui stesso.

Quando infine si manifestano i segni della malattia, ricoverato all’ospedale, sono i focolarini ad annunciargli la gravità della situazione. «Giuseppe ascoltava tutto senza dare nessun segno di paura, con un bellissimo sorriso e una grande pace», ricordano. Ed ha accolto l’annuncio dicendo “Eccomi!”.

Vive gli ultimi mesi sfruttando ogni occasione per amare il prossimo. In quel periodo si svolge una Mariapoli – momento di riposo, riflessione, testimonianza e vita insieme alla luce della spiritualità dei Focolari – proprio nella sua Massa Carrara e Giuseppe, pur non potendo parteciparvi di persona, si iscrive pagando per intero la quota e chiedendo che venga offerta per chi non è in grado di permettersela.

Fino agli ultimi momenti rimane vicino ai volontari del suo gruppo, ai focolarini e ai suoi cari.  A Ines, anche lei gravemente malata, promette con molta dolcezza che il loro saluto sarà solo un breve arrivederci; al suo parroco chiede che la Messa funebre sia un momento di festa, mentre alla figlia focolarina esprime il desiderio, «se non fosse un disturbo, di essere sepolto a Loppiano». E così – dopo aver terminato la sua vita terrena il 6 maggio 1989 – adesso riposa nel camposanto della cittadella internazionale. Le sue ultime parole suonano come un testamento: «l’unica cosa che resta è l’amore che si è dato».

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