Sheri Shiltz

 
Tra le prime “gen” di Chicago. Credere all’amore anche nella malattia (4 settembre 1963 – 27 luglio 1989)

«Se penso a lei – ricorda un amico – mi viene subito in mente quella volta che eravamo impegnati con le prove di un piccolo spettacolo. Una ragazza che era esperta in materia aveva assunto la direzione delle prove, ma il suo compito risultò assai arduo. All’inizio era proprio Sheri l’unica ad ascoltarla e a prendere sul serio i suoi suggerimenti, dimostrandole amore, con concretezza».

Questa era Sheri Shiltz: semplice e sensibile nell’amore verso il prossimo. Era nata nel 1963 in un sobborgo di Chicago (USA) ed è stata tra le prime gen (giovani impegnati a vivere la spiritualità dei Focolari) della regione.

Alcuni dolori alle gambe rivelano però una realtà inaspettata: la diagnosi dice trattarsi di leucemia.

Subito Sheri scoppia a piangere. Solo dopo qualche tempo, comprende come anche Gesù abbia patito in croce un dolore tanto grande e inspiegabile quanto il suo. Questo le dà coraggio: «So che anche la leucemia è amore di Dio per me». I medici sono scioccati da tanto coraggio e serenità.

Fortunatamente, un trapianto di midollo e una lunga convalescenza, permettono a Sheri di tornare alla quotidianità. Lo fa con uno slancio rinnovato. Ricorda un’amica: «Una volta mi confidò della sua difficoltà ad esprimersi e questo mi ha aiutato ad aprirmi, a comunicarle le mie difficoltà. Un’altra volta, pur non stando bene, mi propose di uscire insieme per pranzo, per darmi l’occasione di parlare».

Scrive in quel periodo: «Alle volte ho paura di una ricaduta, ma cerco di rinnovare il mio “sì” a Dio. Ho capito che nessuno sa fin quando vivrò. Questo mi fa però vivere il Vangelo meglio di prima».

Nell’87 arriva la temuta ricaduta. «Sapevo che se la leucemia ricompare, è più difficile da curare- confida al suo diario – Questo mi angosciava. Ripetevo a me stessa che dovevo donare a Maria tutte le mie preoccupazioni. Quando lo facevo con tutto il cuore, avvertivo una pace profonda».

Offre le sofferenze legate a un nuovo trapianto pensando ai gen di tutto il mondo. La malattia le dà una nuova tregua, ma nell’89 arriva una terza ricaduta. «Chissà se mi proporranno di nuovo la chemioterapia…oppure più nulla – scrive – non so cosa fare. Voglio darGli ciò che vuole da me».

Questa volta non c’è più nulla da fare. Sheri decide allora di trascorrere gli ultimi giorni a casa.

Esprime anche un fermo desiderio: «Non voglio morire morta!». Da allora si impegna con ancora maggior slancio a rimanere sempre “viva”, puntando a mettere l’amore verso il prossimo al centro di ogni azione. A darle forza, le telefonate quotidiane con le focolarine, nella lontana New York.

Sheri si avvicina alla fine della sua esperienza terrena. A qualcuno tra i più vicini che le chiede se avesse paura, lei risponde prontamente: «Paura? No. Sono più pronta che mai!». Alle 7,30 del 27 luglio esala l’ultimo respiro. «C’era una grande presenza di Dio in quella stanza» testimonia la madre.

Sheri aveva chiesto di non essere vegliata – com’è usanza – nella funeral home, ma in Chiesa, per farvi giungere quanta più gente possibile. Oltre mille persone assistono al suo funerale. I tantissimi giovani presenti commentano: «Ha “aggiunto amore” ad amore fino alla fine».

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