Amore senza condizioni

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  • Data di Pubblicazione 7 luglio 2021
  • Ultimo aggiornamento 26 Luglio 2021

Amore senza condizioni

Non è dimenticanza, né indifferenza, ma «guardare in faccia la realtà». Fino al dolore per la sua terra. Dialogo sul perdono con Margaret Karram, neopresidente dei Focolari.

Credo che il nostro mondo ne abbia bisogno più che mai. È la chiave, per la vita di ognuno di noi e della società, se vogliamo vivere le sfide di oggi, tutte le sfide. Se vogliamo risolvere i nostri problemi». Margaret Karram parla del perdono in questo dialogo con Tracce, nei giorni in cui la sua terra amata è di nuovo in fiamme. Di origini palestinesi, è nata in Israele, ad Haifa, Galilea. «Il mio dna è  particolare: dentro di me esistono questi due popoli». La sua stessa biografia è intrisa di ferita e di perdono, e questo le ha «stampato nell’anima» la certezza di quale sia l’unica strada per costruire.

Dal primo febbraio di quest’anno, è la terza presidente dei Focolari, il movimento ecclesiale – fondato nel 1943 da Chiara Lubich, Serva di Dio – diffuso in 180 Paesi con circa due milioni di aderenti. Oggi vive a Rocca di Papa, alle porte di Roma. Quando parla del riaccendersi delle tensioni tra Israele e Palestina si commuove, e il suo pensiero va subito alla Lubich: «Il perdono», diceva Chiara, «non è dimenticanza».

Lei, araba cristiana cattolica, è cresciuta in un contesto ebraico, in uno dei luoghi più feriti al mondo…

La mia identità, appunto, è particolare, essendo palestinese nata in Israele. Ho sempre avuto tutti i diritti dei cittadini che vivono lì, ma ho sperimentato l’esclusione e a volte l’offesa, per il fatto di appartenere a un popolo che può essere considerato nemico. La nostra casa era al Monte Carmelo: quando ero piccola – avrò  avuto cinque, sei anni – giocavo in cortile e c’erano anche i bambini dei vicini che ci insultavano. Era molto doloroso per me, mi veniva da rea- gire, ma per l’educazione ricevuta dai miei genitori non lo facevo. Una volta stavo così male che sono corsa a casa piangendo: «Non giocherò mai più con loro». Quel giorno mia madre mi disse: «Ora asciuga le lacrime, vai fuori, chiama questi bambini e invitali qui». Anche se ero piccola, in quel momento io ho sentito che dovevo “superarmi”: sentivo che qual- cosa dentro di me si spezzava. Non capivo come potevo perdonarli, ma per amore a mia madre ho detto sì. Sono uscita e li ho chiamati. Lei stava cuocendo il pane arabo e ne ha dato a ognuno da portare a casa. Per questo piccolo atto i loro genitori hanno voluto conoscere la nostra famiglia, sono venuti a ringraziare, e da lì è nata piano piano un’amicizia. Questo episodio – un piccolo gesto – mi ha insegnato che cosa vale la pena fare: se avessi reagito per avere i miei diritti, non avrei guadagnato nulla. Così ho guadagnato un’amicizia.

Da dove nasce il perdono?

Dalla misericordia, dall’essere amata in modo estremo. Il perdono è sperimentare il massimo della carità. Non ha nessuna condizione, è l’amore estremo perché non ha misura. Essere perdonata per me è ricevere questo amore di Dio attraverso il prossimo. E questa misericordia ricevuta apre in me il desiderio di ridonarla. Penso a quando abitavo a Gerusalemme: vivevo in una comunità del Focolare, eravamo di varie nazionalità e una vicina di casa ebrea ha voluto invitarci a casa sua. Stavamo parlando per conoscerci e, dopo un po’, la donna chiede anche la mia provenienza: «Io sono araba». Lei si alza e dice: «Nella mia casa non posso accogliere chi è arabo». Può immaginare come io mi sia sentita. Ho pensato: ora mi alzo e vado via. Ma in quel momento ho capito che se fossi uscita non sarei andata mai “oltre”.

E cosa ha fatto?

Sono rimasta un po’ in silenzio, poi le ho detto: «Anche se sono araba, vorrei esserle amica». Le ho raccontato di aver studiato giudaismo per questo; per- ché, se non ci conosciamo, non possiamo costruire la pace nei nostri Paesi. L’ho studiato per poter amare di più. Lei si è sciolta. E mi ha detto: «È la prima volta che una persona araba entra nella mia casa, ma il tuo atteggiamento mi aiuta a pensare che, se ci sei tu che vuoi bene, forse ci sono altri che come te vogliono costruire la pace». È nato un rapporto bellissimo, per lei era scoprire qualcosa di nuovo nella sua città. Il perdono ci tocca intimamente: se abbiamo certi atteggiamenti è perché ognuno di noi ha subìto tanti dolori… Ma la cosa che più mi ha aiutata negli anni sono delle parole di Chiara.

Quali?

C’è un suo commento al Vangelo, dell’ottobre 1981, sulle parole di Gesù a Pietro: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,22). Quello che disse Chiara è rimasto per me un faro nella vita, perché ci sono situazioni in cui dici «basta»... senti così forte l’ingiustizia che vuoi reagire, perché l’altro capisca che hai la tua dignità, che vuoi essere rispettata. Ecco, Chiara dice: «Il perdono non è dimenticanza, che spesso significa non voler guardare in faccia la realtà», e di realtà in Terra Santa ne avevamo tante da guardare. Anche ora, questo conflitto continua a essere causa di dolore e di morte… Chiara continua: «Il perdono non è debolezza, un non tenere conto di un torto per paura del più forte che lo ha commesso. Non consiste nell’affermare senza importanza ciò che è grave, o bene ciò che è male. Non è neanche indifferenza. Il perdono è un atto di volontà e di lucidità e, quindi, di libertà. Il perdono consiste nell’accogliere il fratello così com’è, nonostante il male che ci ha fatto, così come Dio accoglie noi peccatori nonostante i nostri difetti. È vivere quanto dice san Paolo: non lasciarti vincere dal male, ma vinci col bene il male». Questo è per me il perdono: aprirmi e dare la possibilità di un nuovo rapporto, di ricominciare la vita.

Come questa possibilità, così personale, può incidere su logiche più complesse, sui conflitti che attraversano il mondo?

Ciò che la mia terra mi ha stampato nell’anima è la certezza che il cambiamento viene solo dal dialogo vissuto. È la sola cosa che può costruire la pace vera, in ogni luogo. Dialogare con l’altro ti fa scoprire che è come te. Quando smetti di dialogare è perché hai paura. Ma non c’è un’altra via. Adesso si parla di tutto il male in Terra Santa, ma non si dice tutto il bene che c’è. Io posso testimoniare quanto il dialogo tra i due popoli porti un cambiamento.

Per esempio?

Penso a Parent’s Circle-Families Forum, una realtà di famiglie palestinesi e israeliane che in questi anni hanno perso fratelli, padri, madri, figli. Sono più di 600 famiglie che hanno scelto di cercare la riconciliazione. È un cammino lungo, perché non è facile ricostruire certe relazioni. Ma è un cammino di coraggio e di speranza. Noi come comunità del Focolare, insieme a una associazione che lavora al dialogo interreligioso, abbiamo fatto un progetto per ragazzi e ragazze, dai 14 ai 16 anni, delle tre religioni. Vivono in quartieri diversi, divisi dai checkpoint, vanno in scuole diverse, salgono su pullman diversi… Abbiamo dato loro la possibilità di stare insieme per conoscersi, per un anno intero. E si sono scoperti, come ha detto un ragazzino palestinese: «Ma un ebreo è umano come me. Non è solo un soldato»… Quando andavamo a chiedere il permesso ai genitori, abbiamo trovato tanta resistenza. Un padre mi ha detto: «Tu mi chiedi il sangue, non lascerò mai che qualcuno della mia famiglia partecipi». Io capivo il suo dolore profondo e non volevo forzare, perché deve essere una cosa fatta con libertà. Ma poi lui ha aderito all’iniziativa, perché desiderava costruire un futuro migliore per i suoi figli.

Cosa ha cambiato in lei l’incontro con i Focolari?

I miei genitori andavano a Messa ogni giorno e portavano anche noi, prima di andare a scuola, perché per loro era importante il rapporto con Gesù. Ce lo testimoniavano in ogni cosa. Poi studiavamo dalle suore carmelitane, che ci hanno fatto innamorare  di  Gesù  in un modo incredibile. Ma quando avevo 14 anni, alcuni giovani, che avevano conosciuto i Focolari a Nazareth, sono venuti a scuola per invitarci a un incontro di tre giorni. Non avevo mai sentito parlare del movimento prima. Sono andata e mi ha colpito l’atmosfera: non ho capito i temi trattati, ma ho sperimentato una grande pace interiore. Mi sono detta: «Qui c’è qualcosa». Ho scoperto più tardi che era la presenza di Gesù tra persone che si volevano bene: era questa Presenza che mi metteva dentro un amore più grande. Così ho voluto conoscere di più il carisma. Io volevo dare la vita per la mia terra, per la giustizia, il rispetto dei diritti umani… ero adolescente e sentivo forte questo desiderio di cambiamento. Nell’incontro con Chiara ho capito che questa rivoluzione era il Vangelo: amare gli altri come me stessa. E lì è iniziato il mio cammino con il movimento, che è un’avventura... Soprattutto, ho scoperto che il carisma di Chiara Lubich era vivere per l’unità, era centrato su quella preghiera di Gesù: «Che tutti  siano uno». E io volevo dare la vita per questo.

Cosa vuol dire per lei la nuova responsabilità e vivere il carisma di Chiara oggi?

Quello che ho detto al Papa, alla fine della nostra Assemblea generale, il 6 febbraio: «Io non mi sento presidente di una grande opera della Chiesa. Mi sento figlia della Chiesa e al servizio di essa». È questo che vivo, sapendo che è opera di Dio e che Lui la porta avanti. Io voglio tornare sempre più alla fonte di quello che Chiara ci ha donato, alla freschezza del carisma, ma desidero che lo incarniamo rispondendo al grido di oggi, che vediamo in tutto il mondo, in tanti modi. Essere attenti, con gli occhi spalancati, in ascolto, con il cuore aperto ad accogliere quello a cui Dio ci chiama ora, attenti a come ci chiama a vivere lo spirito di unità.

Alessandra Stoppa

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