Il progetto Africa

“Potremo mai un giorno condividere la nostra cultura con l’Occidente?” L’interrogativo è posto da un africano, Martin Nkafu, docente di cultura africana alle Università Pontificie di Roma, che dà voce alla sofferenza di un continente in cui sono ancora vive le ferite provocate dall’Occidente, con lo sfruttamento del colonialismo e la tratta degli schiavi. Ferite tuttora alla radice dei molti conflitti e dell’estrema povertà.

Si rivolge alla platea cosmopolita di oltre 24.000 giovani dai 5 continenti che gremivano lo stadio Flaminio, per uno dei molti “Incontra-giovani” dellla GMG: il Genfest, la manifestazione mondiale promossa dai Giovani per un Mondo unito, dei Focolari.

Ed è una risposta entusiasta quella data dai giovani al lancio del Progetto Africa 2000: al primo posto gemellaggi tra paesi dell’Occidente e i paesi africani per conoscere e valorizzare la diversità delle culture, raccolta di fondi per realizzare a Fontem, nel cuore della foresta camerunense, un nuovo reparto nell’ospedale per i malati di Aids, una vera piaga per il continente, dispensari e scuole di formazione professionale in altre aree del Camerun.
I rapporti umani sono importanti. Di qui l’invito a giovani medici e insegnanti di dedicare un periodo della loro vita a Fontem, cogliendo anche la possibilità del servizio civile. Senza dimenticare le occasioni quotidiane di stabilire ponti con gli africani che lavorano e studiano nelle nostre città. Ancora: sostenere le campagne per l’estinzione del debito estero a favore dei Paesi più poveri.

L’idea è stata lanciata da Chiara Lubich che ha aperto una grande prospettiva: contribuire a far nascere “popoli nuovi”. Nasce da un suo recente viaggio in Africa, a Fontem, dove è ritornata dopo 30 anni. Ha narrato ai giovani quella che definisce una favola: un popolo, i Bangwa, dal rischio di estinzione a causa dell’alta mortalità infantile, ha raggiunto un grande sviluppo. Non solo: diventa centro di irradiazione del Vangelo in molti Paesi africani per la testimonianza di amore scambievole tra bianchi e neri, fecondo di opere: ospedali, scuole, attività lavorative. E’ l’esperienza dei Focolari in quelle terre. E Martin Nkafu, figlio di un capo tribù dei Bangwa, dirà: “Ho trovato la risposta: possiamo dire oggi che Fontem è un esempio, tra tanti, che la reciprocità tra cultura africana e occidentale è possibile”.

Il Genfest, che i Giovani per un Mondo unito promuovono ogni 5 anni, come sempre si è espresso con il linguaggio e la creatività tipica dei giovani: musica, coreografie, danze dei vari popoli. Toccante quella di un gruppo di giovani libanesi: drusi, musulmani, cristiani maroniti e copti.
Molte le testimonianze di pace: come quella di Jean Bosco del Congo, un Paese da anni dilaniato da conflitti etnici. Insieme ai suoi amici sono pronti a rischiare la vita: “Ci siamo messi come scudi umani davanti alle persone che volevano picchiare a morte. Siamo riusciti a salvarne tante”. O storie di solidarietà in Kosovo tra i profughi, di dialogo tra religioni diverse: hanno parlato una giovane musulmana di un’altra terra di conflitto, Mindanao nelle Filippine, un musulmano afro-americano, una giovane indù, giovani buddisti giapponesi.

“Non abbiate paura di essere i santi del terzo millennio”: l’invito del Papa ai giovani. E un’onda di commozione ha attraversato lo stadio quando è stata narrata la storia di Chiara Luce che ha bruciato le tappe. A 18 anni, un tumore la strappa da questa terra. “Spesso mi sento sopraffatta dal dolore. Ma è Gesù che viene a trovarmi”. E ha voluto essere sepolta con l’abito da sposa, pronta all’incontro con lo Sposo. E’ in corso la causa di beatificazione.

“Il Verbo venne ad abitare in mezzo a noi”. Le parole scelte dal Papa per questa Giornata mondiale dei giovani sono al cuore dell’esperienza di Chiara Lubich, che ha narrato a grandi linee ai giovani, con freschezza e stupore, la divina avventura degli inizi: la scoperta di Dio amore nel clima di odio e violenza della guerra, il comandamento dell’amore vicendevole, cuore del Vangelo, che porta all’esperienza dell’unità in un tempo di grandi lacerazioni. “Si provava una gioia prima mai conosciuta, una pace nuova, un nuovo ardore; e una luce, la Sua luce, ci guidava. Era Gesù che compiva quella sua promessa: ‘Dove due o più sono uniti nel mio nome – cioè nel mio amore – lì sono io in mezzo a loro’ “.

Ed è questa gioia, che si riversava sullo stadio Flaminio, alla radice delle molte testimonianze di pace, di dialogo profondo tra religioni diverse. Questa la consegna di Chiara ai giovani: “Amiamo, e il mondo cambierà. Un mondo unito non sarà utopia”.

Consegna sottolineata dal Sindaco di Roma, Francesco Rutelli, intervenuto in chiusura del Genfest. Ha definito i giovani che stanno invadendo Roma: “un fiume di amore”. “Forse siete venuti a Roma per imparare qualcosa, ma siamo noi che abbiamo tanto da imparare” ha detto.

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