«A macchia d’olio»

Come un fulmine a ciel sereno un fatto gravissimo è venuto a turbare la serenità della mia famiglia: mio cognato, sposato con mia sorella da appena sei mesi, e suo fratello vengono improvvisamente arrestati e chiusi in cella d’isolamento. L’accusa è gravissima: omicidio. La stampa locale si scatena subito a ricamare illazioni infamanti.

Era una situazione assurda: tutti conoscevano la mitezza e l’onestà di mio cognato, il suo amore per la giustizia. La mia famiglia era smarrita, sbigottita. Mia sorella, incinta di un mese, si è chiusa in un dolore silenzioso, impenetrabile. Non poteva esistere una spiegazione per un incubo così assurdo.

Qualche giorno dopo si viene a sapere chi è stato ad accusare mio cognato e suo fratello: due anziani coniugi, che covavano antichi rancori contro tutta la loro parentela, spinti dal dolore per aver perso alcuni mesi prima un figlio in un agguato mafioso, avevano deciso di farsi giustizia dando sfogo, con un’arbitraria denuncia, a quella vecchia inimicizia.

Per i miei e per me è stato un nuovo enorme dolore: quelle persone, infatti, abitano da sempre quasi di fronte a casa nostra, e con la nostra famiglia erano amici quasi intimi. Ora capivamo il loro comportamento da qualche tempo inspiegabilmente differente dal solito.

La reazione da parte dei miei è stata di tagliare immediatamente qualsiasi tipo di rapporto con loro: mai più un saluto, mai più uno sguardo. Solo odio e disprezzo. Il male che ci avevano fatto era troppo grave. Mi sembrava che l’amore fosse scomparso dalla mia casa. Capivo che in quell’assurda situazione, in quel crudo dolore, c’era un’occasione incredibile di vivere e sperimentare un amore più grande, che andasse oltre la logica umana. Ma dovevo cominciare io: ” “Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia” (Mt 5,7).

Sapevo di andare contro la mentalità di tutti, ma ero certo che Gesù mi avrebbe dato la forza e che l’unità con i miei amici mi avrebbe guidato e sostenuto in ogni momento. Quando passavo davanti alla casa dei nostri vicini non affrettavo l’andatura e sollevavo lo sguardo verso le loro finestre: “Buona giornata, signora! Come sta?”. Nonostante tutto, al di là di tutto, in loro potevo vedere e amare Gesù.

I miei parenti e tutto il vicinato mi consideravano un traditore. La tensione in casa cresceva. Cercavo di ascoltare, di capire, di essere a disposizione di tutti e di servirli, ma andavo avanti nella decisione di amare anche i nemici.

Il parroco mi ha chiesto, un giorno, di accompagnare un sacerdote nel suo giro presso alcune famiglie, per le confessioni degli ammalati. Proprio in casa delle persone che avevano tramato contro mio cognato c’era un anziano da visitare. Davanti al loro portone, prima di entrare, ho rinnovato anche con il prete il patto di amare Gesù in ogni fratello fino alle estreme conseguenze.

Tornato a casa, tutti erano al corrente della mia visita ai vicini. Nuove scenate e umiliazioni, nuova incomprensione. Ma, nell’anima, nuova forza per andare controcorrente.

Il giorno dopo, inaspettatamente, mia sorella, che più di tutti soffriva per quanto era accaduto al marito, ha preso la parola e ha comunicato a tutta la famiglia che anche lei aveva scelto la via dell’amore. Ci diceva di aver capito che solo amare tutti è la via giusta, l’unica che le avrebbe permesso di portare luce e conforto vero al marito innocente, durante le visite in carcere. E che anche la creatura che portava in grembo doveva crescere nell’amore e nella pace, non nel rancore e nell’agitazione.

Qualche giorno dopo, ho accompagnato mia sorella al carcere e ho rivisto mio cognato. È stato un momento di gioia profonda e di penetrante angoscia. Parlando insieme, fra le lacrime, sentivamo nascere e rafforzarsi in noi la convinzione che solo Gesù, l’innocente calunniato e condannato, poteva far trionfare la verità e la giustizia, se ognuno di noi fosse rimasto nel suo amore. Eravamo in quattro: mia cugina, mia sorella, io e mio cognato in carcere, a portare avanti la nostra battaglia pacifica.

Sei mesi dopo l’arresto, mio cognato e suo fratello sono stati liberati e totalmente scagionati. In quest’esperienza così cruda e dolorosa, la luce dell’amore di Dio ci ha toccato tutti ed è entrata con forza nella vita di mio cognato e di mia sorella. Li ha marchiati per sempre e ha fatto loro capire che, in qualsiasi situazione, nessuno mai può toglierci la libertà più grande, quella di amare. Ora tutto è passato: la vita è ricominciata, allietata dalla gioia per la nascita di una bellissima bambina. Quella luce è rimasta.

S. S. – Italia

 

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