Discorso di Chiara Lubich agli indù e membri di altre religioni a Coimbatore

Gentili Signori e Signore,

grazie di cuore per il dono che hanno voluto farmi, per il titolo che hanno voluto darmi: “Difensore della pace”.
Grazie soprattutto a chi o a coloro che ne hanno avuto la prima idea.
Nella terra di Gandhi, nella Patria della “non violenza” e della pace, non potevo aspettarmi nulla di più gradito.
Quale il mio atteggiamento d’ora in poi?
Onorerò questo loro riconoscimento impegnandomi ancora di più, finché Dio mi darà tempo, a ravvivare fra quante persone e gruppi incontrerò, in quante città e nazioni visiterò, l’unità, specifico carisma del mio Movimento, che è garanzia di pace.

Dico la verità: sono venuta in India soprattutto col desiderio di ascoltare, di imparare da voi, per aprire un cordiale dialogo con voi, che considero miei fratelli e sorelle. So, infatti, quanto la vostra antichissima cultura e tradizione religiosa siano ricche e nello stesso tempo so quanto siete sensibili ai valori spirituali, ovunque essi si trovino nel mondo. Ma ora non mi è tanto possibile ascoltare. Lo farò in queste prossime settimane di soggiorno nel vostro grande e bel Paese, ricco di mistero.

Sono stata invitata a narrarvi io stessa la mia esperienza spirituale. Essa coincide, in certo senso, con quella del Movimento dei Focolari che rappresento e di cui Dio mi ha fatto strumento assieme a molti altri. Accettatela come un dono cordiale e sincero.

Ripercorrendo le tappe della storia di questo Movimento, che ha ormai 58 anni di vita, vorrei disegnare qualche tratto della sua spiritualità. Essa è definita spiritualità dell’unità, perché ha puntato sempre sull’unità con Dio, sull’unità fra le singole persone, sull’unità fra i gruppi, fra le città, fra i popoli, eliminando più discriminazioni possibile, e sognando una futura realtà che potrebbe essere espressa dalle parole: mondo più unito, mondo unito.
E questo sogno e il Movimento che tende a realizzarlo (con quanti altri aspirano a questo ideale) non è opera semplicemente umana.
Con le nostre autorità religiose, che hanno studiato a fondo il Movimento, noi per primi dobbiamo dire: questa è Opera di Dio. Ed è ciò che abbiamo costatato fin dai suoi albori.

Tutto ha inizio nel 1943, a Trento, una tranquilla cittadina dell’Italia, in Europa.
Sono insegnante e do anche lezioni private per aiutare la famiglia che attraversa un periodo di povertà. Ho 23 anni. Un giorno, mentre compio un’opera d’amore, un’inaspettata chiamata: “Donati a Dio”. Pochi giorni dopo, offro la mia vita al Signore per sempre. La mia felicità è incontenibile. Non mi balena in testa alcun progetto per la vita. Sono di Dio per sempre: questo mi basta.
Esternamente anche quello è un giorno come gli altri. Ma la mia anima è invasa da una grazia particolare, una fiamma è accesa. E se la fiamma è accesa, non può non ardere, non può non comunicarsi. Pochi giorni dopo alcune giovani mi seguono.

Intanto la seconda guerra mondiale imperversa e colpisce duramente. Anche a Trento rovine, macerie, morti. Con i bombardamenti scompaiono quelle cose o persone che formavano un po’ l’ideale dei nostri giovani cuori. Una amava la casa: è stata sinistrata.    Una seconda si preparava al matrimonio: il fidanzato non torna più dal fronte. Il mio ideale è lo studio: la guerra mi impedisce di frequentare l’università.
Ogni avvenimento ci tocca profondamente. La lezione che Dio ci offre con le circostanze è chiara: tutto è vanità delle vanità. Tutto passa.

Contemporaneamente Dio mette nel mio cuore una domanda: ma ci sarà un ideale che non muore? Un ideale che nessuna bomba può far crollare, a cui poter dare tutte noi stesse?
Sì, c’è. E’ Dio.
Decidiamo di far di Dio l’ideale della nostra vita. Dio, che in mezzo alla guerra, frutto dell’odio, ci si manifesta, come fosse la prima volta, per quello che è: Amore.
Così lo presenta un nostro Libro sacro, il Nuovo Testamento, che dice: “Dio è amore” (1 Gv 4,8). Dio, dunque, è tutto per noi: Dio-Amore.

Ed è stata questa una luce nuova nelle nostre anime. Sì, una grande novità per la nostra vita spirituale, così grande da operare in noi un profondo cambiamento. Mentre prima, infatti, pur cercando di essere brave cristiane vivevamo come orfane, come persone che avevano padre e madre, ma… solamente terreni. Poi, conosciuto in modo nuovo Dio Amore, ci siamo sentite, con più coscienza, figlie del Padre che è nei cieli.
E’ stato come se si sviluppasse in noi una fede nuova. Non era soltanto la fede in Dio, ma proprio la fede nel suo amore. Per cui ci sembrava che niente potesse esprimere meglio la vita, che stavamo iniziando, che la frase della Scrittura: “Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi” (1 Gv 4,16). E di questa fede nell’amore di Dio per noi, per ciascuno, per tutti, per l’umanità intera, è stata illuminata, da allora, tutta la nostra esistenza.
E qui mi pare di avvertire una certa consonanza con la vostra fede.
Un antico inno della vostra religione dice infatti: “Dio è il primo ad amarci, poiché fu lui a dare a noi l’amore e in noi lo accresce quando lo cerchiamo”. Perché si dice ancora: “Il Signore è per natura amore, (…) egli risiede nell’amore, la sua suprema realtà…”.

Dio dunque ci amava! Egli era il creatore nostro. Egli, colui che ci sosteneva attimo per attimo; che conosceva tutto di noi. Il suo amore si nascondeva dietro tutte le circostanze della nostra e dell’altrui vita, quelle gioiose o indifferenti, e anche quelle dolorose.

Avevamo, dunque, trovato l’ideale per cui vivere: Dio, Dio Amore.
Ma come metterlo in pratica?
Gesù dice: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio” (Mt 7,21). Niente, dunque, pietismo o sentimentalismo. Fare la volontà di Dio: questo importa, per noi, ma anche per voi, mi sembra. Non dice forse un vostro maestro: “Fare la volontà del Signore è un atto più grande che non cantare le sue lodi”?

Ma chi ci avrebbe detto la volontà di Dio?
Correvamo in fretta nei rifugi, ogniqualvolta suonava l’allarme, e non portavamo con noi se non un piccolo libro sacro: il Vangelo. In esso avremmo potuto trovare le richieste di Gesù, la volontà di Dio.
L’aprivamo. Ed ecco la meraviglia: quelle parole, che avevamo sentito tante volte, s’illuminavano come se una luce s’accendesse sotto. Le capivamo ed una forza, pensiamo dello Spirito, ci spingeva a metterle in pratica. Leggevamo: “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Mt 19,19). Il prossimo. Chi è il prossimo?
Era lì accanto a noi. Era quella vecchietta che a mala pena, trascinandosi, raggiungeva ogni volta il rifugio. Occorreva amarla come sé: aiutarla, dunque, ogni volta, sorreggendola.
Il prossimo era lì in quei cinque bambini spaventati accanto alla loro mamma. Occorreva prenderseli in braccio e riaccompagnarli a casa.
Il prossimo era quell’infermo bloccato a casa, senza possibilità di ripararsi, bisognoso di cure. Occorreva avvicinarlo, procurargli delle medicine.

Si leggeva nel Vangelo: “Qualunque cosa hai fatto al minimo dei miei fratelli, l’hai fatto a me” (cf Mt 25,40).
Le persone attorno a noi, per le terribili circostanze, avevano fame, sete, erano ferite, senza vesti, senza casa. Cucinavamo allora pentoloni di minestra che si portavano a loro.
A volte i poveri battevano alla porta della nostra casa e li invitavamo a sedersi accanto a noi: un povero e una di noi, un povero e una di noi.

Il Vangelo assicurava: “Chiedete e vi sarà dato” (Mt 7,7).
Si chiedeva a Dio per i poveri e si era ogni volta riempiti d’ogni bene: pane, latte in polvere, marmellata, legna, vestiario…, che si portava a chi ne aveva bisogno.
Un episodio emblematico, che racconto sempre, è questo:
un giorno un povero mi chiede un paio di scarpe n. 42. In chiesa ho chiesto: “Dammi, Signore, un paio di scarpe n. 42 per Te nel povero”.
Uscita di chiesa una signorina mi porge un pacco. Lo apro: vi era un paio di scarpe da uomo n. 42. E questo è uno degli innumerevoli episodi che sono poi successi.

“Date e vi sarà dato” (Lc 6,38), leggiamo un altro giorno nel Vangelo. Davamo. V’era un solo uovo in casa per tutte? Lo porgevamo al povero. Ed ecco in mattinata arrivare una dozzina di uova. E così con tante altre cose.
E quando comunicavamo ad altri ciò che accadeva ogni giorno, molti, colpiti da questi fatti, volevano fare la stessa esperienza.

Il Signore ci guidava così verso il cuore del suo Vangelo che è la legge dell’amore; a vivere cioè quella “Regola d’oro” che è comune a tutte le religioni: “Fa’ agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te” (cf Lc 6,31), o, come dice il Mahabharáta: “Non fare agli altri ciò che a te farebbe male”. O come ha detto mirabilmente il Mahatma Gandhi: “Io e te siamo una sola cosa. Non posso ferirti senza fare del male a me stesso”.

E l’amore cristiano che si viveva verso il prossimo era esigente. E’ un’arte e occorre conoscere quest’arte.
Quest’amore va indirizzato a tutti. Non ammette accettazione di persone. Non considera questo amore se uno è simpatico o antipatico, bello o brutto, grande o piccolo, della mia patria o straniero. Tutti vanno amati. Anche Dio, il Padre celeste, ama tutti mandando pioggia e sole sui buoni e sui cattivi.
Quest’amore ama per primo. Non vuole che si aspetti d’esser amati. L’amore ha sempre l’iniziativa.
Quest’amore ama l’altro come se stesso. E ciò va preso alla lettera: occorre proprio vedere nell’altro un altro sé e fare all’altro quello che si farebbe a se stessi.
E’ quell’amore che sa ‘farsi uno’ con la persona amata: che sa soffrire con chi soffre, godere con chi gode, portare i pesi altrui. E’ un amore, quindi, non di sole parole, ma di fatti concreti.
Un amore indirizzato all’amico ma anche al nemico. E fa del bene a lui, prega per lui.
Mi sembra che ci sia una bellissima immagine della tradizione indù per descrivere l’amore al nemico: “La scure taglia il legno di sandalo, mentre questo le fa dono della sua virtù, rendendola profumata”.

Ma ora arriviamo al cuore della nostra esperienza spirituale fatta mentre la guerra continuava ed eravamo in grande pericolo. Si poteva veramente morire da un momento all’altro. Occorreva vivere bene, fare fino in fondo la volontà di Dio.
Un giorno ho pensato: vi sarà una sua volontà a cui Dio tiene particolarmente?
Vorremmo attuare proprio quella prima di morire.
Nel Vangelo abbiamo trovato questa frase di Gesù: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 12-13). Era un comando che Egli diceva “nuovo” e “mio”. Quello che ci voleva per noi.
Abbiamo capito allora che, se fino a quel momento il Vangelo ci aveva spinte ad amare gli altri, specie i poveri, ora dovevamo rivolgere l’attenzione anche l’una verso l’altra e amarci a vicenda, fino ad esser pronte a morire l’una per l’altra.
Naturalmente, non sempre ci era chiesto di dare la vita per le compagne. Ma sotto ogni atto d’amore doveva esserci senz’altro questa disposizione.
Lo abbiamo fatto. Anzi, lo abbiamo espresso in un patto. Ci siamo dette reciprocamente: “Io sono pronta a morire per te”. E l’altra: “Io per te”. “Io per te”. “Io per te”. Tutte per ciascuna.
E la nostra vita da quel momento è cambiata. Ha fatto un balzo di qualità: una nuova pace, una nuova gioia, un desiderio ardente di far il bene, una luce ci invasero.
Cos’era successo? Lo abbiamo capito quando abbiamo letto che Gesù aveva detto: “Dove due o più sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). E noi eravamo proprio così: un piccolo gruppo unito nel suo amore. Dunque, Gesù era spiritualmente fra noi. Ciò che di nuovo avvertivamo nell’anima era effetto della sua presenza. Ci si impegnò a vivere tanto bene l’amore reciproco da aver sempre Gesù con noi.

Ma ancora un episodio sintomatico: ci siamo radunate un giorno in una cantina, per ripararci dai pericoli della guerra, e abbiamo aperto il Vangelo a caso; e ci siamo trovate di fronte alla solenne preghiera di Gesù in cui chiede l’unità degli uomini con Dio e fra loro.
Abbiamo cominciato a leggere e abbiamo avvertito la certezza che per quella pagina eravamo nate; abbiamo visto in essa la magna charta del nuovo Movimento nascente.

Ma come realizzare l’unità? Come comprendere ed attuare questo Ideale?
La chiave l’abbiamo trovata in quel momento della vita di Gesù che, per noi cristiani, è segno del più grande amore e cioè quando soffre sulla croce per tutti i peccati del mondo, fino a sentirsi abbandonato da Dio. Ma per questo, come per tutti i dolori della croce, assicura agli uomini la salvezza.
E siamo stati spinti a vivere come Gesù, a imitarlo, raccogliendo su di noi – se così si può dire – le sofferenze dell’umanità.
Da allora, abbiamo visto il nostro posto dovunque appariva il dolore: dove si incontravano divisioni e traumi, nelle famiglie separate, nello spacco fra le generazioni, nelle Chiese divise, nelle lotte religiose, nelle tensioni fra chi crede e chi non crede. E, amando Gesù abbandonato nel dolore, vedevamo ricomporsi l’unità e rinascere la speranza, la gioia, la pace.

Per questo, nel 1960, quando sulla nostra via noi, cristiani cattolici, abbiamo incontrato cristiani di altre Chiese, non siamo rimasti chiusi in noi stessi. Ci siamo potuti aprire a loro, costruendo tutta quella unità che era possibile. Sono crollate le barriere che erano state innalzate fra noi e loro nei secoli; sono sfumate molte incomprensioni; abbiamo deciso soprattutto di vivere insieme questi punti della nostra spiritualità come fratelli che si comprendono e si amano, e con essi tutto ciò che avevamo in comune nella nostra fede cristiana.
Così fedeli luterani, anglicani, ortodossi, riformati, metodisti, battisti e altri, anno dopo anno, hanno ingrossato le fila di questa pacifica rivoluzione d’amore. Sono ora di 360 Chiese i cristiani presenti nel nostro Movimento.

Ma il piano di Dio non si è fermato qui. Noi non lo conoscevamo, lo sapeva Dio che attraverso le più varie circostanze ce lo ha rivelato tempo dopo tempo. Così è stato per il dialogo con le altre religioni.

Molte sono state, fin dagli inizi del Movimento, le occasioni di incontro con fratelli e sorelle di altre fedi religiose. Ma la prima forte esperienza è stata per me quella che ho vissuto più di 30 anni fa in una sperduta valle dell’Africa camerunense. Eravamo a contatto con i bangwa, una tribù fortemente radicata nella religione tradizionale, quasi sterminata dalla mortalità infantile, che avevamo iniziato a debellare.
Un giorno, il loro capo, il Fon, con i notabili e le migliaia di membri del suo popolo si sono radunati per una festa, in una grande radura in mezzo alla foresta, per donarci i loro canti e le loro danze. Ebbene, è stato lì che ho avuto la forte impressione che Dio, come un immenso sole, abbracciasse tutti noi, noi e loro con il suo amore. Per la prima volta nella mia vita ho intuito che avremmo avuto a che fare anche con persone di tradizione non cristiana.

L’altra grande esperienza è stata quando, nel 1977, in occasione del Premio Templeton per il progresso della religione, dovetti portarmi a Londra. In quella circostanza ho parlato nella Guildhall, ad un nutrito pubblico, nel quale si notavano persone delle più varie religioni: ebrei, musulmani, buddisti, indù, sikhs…
Anche lì, mentre parlavo, ho avuto l’impressione che Dio, come un sole, avvolgesse tutta quella gente, ed ho avuto la certezza di una sua particolare presenza.
Ho capito che dovevamo prendere contatto con tutti, come se Dio lo volesse. E così sono cominciati i nostri dialoghi d’amore fraterno, di vita e di preghiera con i fedeli di altre religioni.

E poiché il Movimento si andava diffondendo in tutto il mondo, si è preso tale atteggiamento in ogni punto della terra. Eravamo coscienti che, dove c’era una sinagoga, una moschea, un tempio, lì era il nostro posto.

Eravamo, infatti, e siamo convinti d’essere chiamati a concorrere a costruire la fraternità universale con tutti loro, poggiandoci soprattutto su quei principi, quei valori che abbiamo in comune.
In questi ultimi anni si sono moltiplicati gli incontri, gli scambi di esperienze, con arricchimento reciproco. Sono ora circa 30.000 i fedeli di altre religioni in rapporto con il Movimento. Oltre gli indù, buddisti giapponesi e tailandesi; ebrei, d’Israele, Argentina, Europa; musulmani dell’Asia, dell’Africa e degli USA, e molti altri.

Pure moltissime persone di altre culture, anche senza un riferimento religioso, s’impegnano nel Movimento per la salvaguardia dei valori comuni: la solidarietà, la pace, i diritti umani, la libertà.

E gli effetti di questa spiritualità vissuta da milioni di persone sono molti. Se volessimo condensarli ora in poche parole, potremmo dire che i suoi frutti sono: anzitutto, cambiamenti radicali di vita, ritorni a Dio e sulla via del bene. Il formarsi così di cittadini che vivono in profondità e con rinnovata coscienza tutti i loro doveri.
Per iniziare dalle persone più giovani, ma speranza del domani, gli adolescenti non sono più persone immature. Si comportano da protagonisti, nella vita religiosa e civile, sanno affrontare il dolore; amano essere “diversi” perché, pur nel mondo, non assorbono ciò che di negativo il mondo può offrire.
I giovani puntano in alto; si preparano seriamente alla vita futura; mettono in atto microrealizzazioni d’ogni genere per la salvaguardia dei veri valori.
Famiglie disgregate dalle separazioni e dai divorzi si ricompongono, adottano bambini…
L’intero mondo sociale è investito da questa spiritualità comunitaria: da quello dell’economia e del lavoro a quello della politica, della sanità, dell’educazione, dell’arte e così via.

E, per concludere, una osservazione: poiché è l’unità la nota che riassume tutto il nostro Ideale, osservando il Movimento, nei suoi effetti, si può dire che è come un film che cammina a ritroso.

Quali drammatiche divisioni, quali impoverimenti, in quali crisi è arrivato il mondo immerso nel materialismo, nel consumismo, nell’indifferentismo!
Qui il mondo va avanti tornando in certo modo indietro e cioè a quell’unità della famiglia umana, così come Dio l’aveva pensata quando l’ha creata.

Che Dio, Padre di tutti, voglia sempre fecondare le nostre fatiche, con quelle di quanti sono impegnati a fini eccelsi quanto i nostri.
“E che si possa – come ha detto Giovanni Paolo II all’ONU, il 5 ottobre 1995, nel cinquantesimo della sua fondazione – costruire (…) per il prossimo millennio una civiltà degna della persona umana…
“Possiamo e dobbiamo farlo! – ha continuato – E, facendolo, potremo renderci conto che le lacrime del secolo passato hanno preparato il terreno ad una nuova primavera dello spirito umano”.
Ed è quello che tutti vogliamo sperare.

Anzi perché ciò si realizzi, alzo a Dio una preghiera della vostra tradizione che faccio mia, e imploro il gran dono dell’unità, che solo da Dio possiamo ottenere:

O Dio, tu sei per noi padre, madre, fratello, amico, maestro, ricchezza.
Tu sei tutto, tu il solo rifugio, aiutaci a vivere in te, in te solo.
O Amore infinito, dona ai nostri cuori aridi un po’ del tuo amore.
O Signore, rendi pura l’anima dei tuoi servi,
che essi non vedano le ombre di alcun essere.
O Padre pieno d’amore, trasporta i tuoi servi fuori dei brevi limiti personali.
Il nostro io prenda il volo nell’infinito cielo,
come goccia nell’immenso oceano.
O Signore, dimora in noi, le tue parole, i tuoi pensieri,
le tue azioni siano le nostre.
Tu sei la pace immutabile, tu sei l’Eterno, l’Incomprensibile, l’infinita Gioia.”

(07-01-2001)

Comments are disabled.