Al Colosseo, le testimonianze di Joyce, Samuel e Hind

Tutti abbiamo assistito alla tragedia dell’11 settembre. E forse, guardando increduli le immagini della TV, abbiamo avuto l’impressione che, insieme a quelle Torri, crollassero anche tante certezze. Abbiamo provato sentimenti di paura, di incertezza per il futuro. Qui con noi c’è Joyce, che è arrivata dagli Stati Uniti. Vorremmo chiederti: come avete reagito a New York?

Da quel giorno il nostro Paese è cambiato. Appena la città si è ripresa dal terribile shock, abbiamo visto dilagare un incredibile senso di solidarietà che solo la sofferenza poteva generare e che ha unito la nazione. I muri di indifferenza si sono sciolti in una valanga di aiuti concreti. Tutti volevano fare qualcosa per gli altri. Era commovente vedere la gente riempire le chiese, rivolgere a Dio preghiere spontanee, dal Parlamento alle piazze.
Però c’era anche collera, risentimento.
A scuola alcuni miei compagni hanno iniziato a trattare con disprezzo gli studenti mediorientali. Ci faceva male constatare una discriminazione già in atto. Ci siamo detti di cominciare noi per primi ad andare oltre il dolore, per amare tutti. Solo così è possibile trovare una strada di pace. Insieme ad altri abbiamo organizzato raccolte di denaro per le vittime e per il popolo afgano. Abbiamo sentito l’esigenza di incontrarci con alcuni amici musulmani che si impegnano con noi a costruire il mondo unito. Mentre eravamo insieme nella loro moschea, la radio annunciava l’inizio dell’attacco in Afganistan.
Ma la guerra ci sembrava lontana: molto più reale era il nostro incontro tra fratelli.
Tutti, cristiani e musulmani, ci siamo sentiti parte di un unico disegno: realizzare la fraternità universale.


Samuel è arrivato dalla Nigeria, dove ci sono scontri fra le etnie. Tu ti sei trovato davanti ad una scelta difficile, vero?

Nel mio Paese, per più di 100 anni, le duecento minoranze etniche hanno vissuto in pace e in armonia.
Nello stesso periodo in cui a New York crollavano le Torri, anche in Nigeria è scoppiata la guerra civile a causa dei contrasti tra le etnie, tra cristiani e musulmani, con saccheggi e stragi da entrambe le parti.
Il governo ha cercato di riportare l’ordine ma, non riuscendovi, sia i cristiani che i musulmani hanno formato truppe di sorveglianza. Anch’io ero in uno di questi gruppi e combattevo dalla parte dei cristiani.
Una sera, durante un giro di controllo, ci siamo imbattuti in un gruppo musulmano. Avevamo accerchiato i nostri nemici. La maggioranza dei cristiani ha suggerito di ucciderli. Ma io non potevo farlo: il Vangelo dice che dobbiamo amare tutti, siano essi cristiani, musulmani o buddisti. E amare anche i nemici.
Ho chiamato il nostro capo-gruppo ed ho proposto a lui e agli altri di risparmiare le loro vite, non perché non ci avessero fatto del male, ma perché quelli dell’altra etnia sono, come noi, figli di Dio. Queste parole hanno colpito tutti e le vite di quei ragazzi musulmani sono state risparmiate.
Ero felice perché, anche se eravamo nemici, la volontà di Dio per i suoi figli è che ci amiamo come fratelli.


Hind arriva dalla Terra Santa e ci porta i saluti anche di tanti Ragazzi per l’unità che, data la difficile situazione, non sono riusciti a venire.
Che cosa vuol dire per voi vivere per la pace? Pensi che sia possibile realizzarla?


Un anno fa, in un incontro con ragazzi di diversi Paesi, la scoperta che Dio è amore e ci ama immensamente mi ha cambiato. Ho capito che non c’è differenza fra cristiani, musulmani ed ebrei. Dovevo amare tutti, senza distinzione. Con altri ragazzi della Terra Santa abbiamo fatto il patto di fare una rivoluzione d’amore nel nostro Paese. Ho saputo che anche alcuni ragazzi palestinesi vogliono vivere come noi per la pace e si sono accordati per trasformare la lotta in Intifada d’amore.
Per arrivare a scuola ogni giorno devo fare una lunga coda ad un posto di blocco israeliano. Questo fa nascere in me un sentimento di rabbia, ma cerco di amare tutti. Un giorno, arrivato il mio turno, alcuni soldati mi hanno rimandato alla fine della fila, ma consegnando il documento ho accolto il soldato con un sorriso. Lui, sorpreso, me ne ha chiesto il motivo. Ho detto che credo in un Dio che è Signore della pace: Lui mi dà la gioia. Alla sua richiesta a proposito dell’attentato negli USA ho spiegato che non è Dio a fare cose cattive, ma l’uomo. Gli ho assicurato che in tanti preghiamo per la pace. E lui: “In questa situazione, non avevo mai incontrato nessuno cosi felice!”.
Abbiamo poi lanciato il Time-out: un momento di silenzio per la pace che i Ragazzi per l’unità fanno ogni giorno in tutto il mondo. A Gerusalemme in varie scuole più di 600 ragazzi si fermano adesso insieme per chiedere insieme la pace.
Tra loro anche alcune amiche musulmane con le quali, superata la diffidenza, adesso ci vogliamo bene davvero. Una di loro, che frequenta una scuola dove tutti sono musulmani, ha risposto alle critiche sui cristiani spiegando che, più che le differenze, importa amarci reciprocamente: è questo che ci fa entrare in paradiso.
Questo cammino non è facile, ma sempre chiedo a Dio di aiutarci perché se ognuno sarà una pietra viva nella costruzione del mondo unito, riusciremo a fare della nostra terra una casa per tutti, dove tutti vivranno in pace.



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