Il Movimento dell’unità e la fraternità politica

«Signor Sindaco, Signor Cardinale, onorevoli senatori e deputati,
Autorità civili e religiose giunte da tutto il Piemonte e dalla Valle d’Aosta,
Signore e signori, giovani presenti.

È con particolare gioia che accetto l’invito a parlare della fraternità alla luce dell’esperienza e della dottrina del “Movimento dell’unità”.
Sì, con gioia e con passione, vorrei dire – e non può che essere così – se penso che la fraternità è addirittura, per chi è credente, come sono io, il piano di Dio sull’intera umanità chiamata ad essere una sola famiglia.
Il messaggio evangelico, infatti, sottolinea, in modo del tutto particolare, la fraternità, elevandola nella sfera del divino, per la partecipazione di noi, uomini, alla stessa vita della Santissima Trinità dove Dio Trino, ma Uno, è il modello perfetto e supremo di fraternità.

Ma, poiché la pratica dell’amore verso il prossimo è presente nei sacri libri di molte fra le grandi religioni del mondo ed è inscritto anche nel cuore di ogni uomo, pur senza un riferimento religioso, ecco che è possibile a tutti gli uomini – pur nella varietà delle loro culture e fedi – di amare ed essere amati e dar vita così alla fraternità.

La fraternità è vocazione di tutti e non può, quindi, non esserlo per i politici. Anch’essi, come tutti, sono chiamati a metterla in pratica, a sentirsi fratelli fra loro. E’ il loro primo dovere prima ancora di dedicarsi con passione al proprio partito, prima delle scelte che distinguono le diverse opzioni.
Prima.
Ed è un bene ciò perché l’amore, se dona luce sempre, lo fa anche sulle decisioni da prendere sì da rendere più atti a raggiungere il fine della politica stessa: il bene comune.

La fraternità! Così importante ma quanto praticata?
Dei tre grandi principi che, con la Rivoluzione francese, hanno aperto l’epoca politica contemporanea, quello più misconosciuto e meno applicato è proprio la fraternità. Mentre la libertà e l’uguaglianza hanno conosciuto un notevole sviluppo dottrinale e hanno trovato parziale applicazione nelle Costituzioni e nelle leggi di molti Stati democratici, alla fraternità non è stata spesso riconosciuta la dignità che le è propria: quella di categoria politica fondamentale, senza la quale neppure le altre possono trovare piena espressione.
Ripercorrendo l’evoluzione del pensiero delle diverse epoche, si potrebbe rintracciarne, forse, una sua qualche presenza alla base di fondamentali concezioni politiche, presenza a volte palese, altre volte più nascosta.
Una fraternità vissuta spesso, ogniqualvolta, ad esempio, un popolo si è unito per conquistare la propria libertà, o quando gruppi sociali hanno lottato per difendere un soggetto debole, o in ogni occasione in cui persone di convinzioni diverse hanno superato ogni diffidenza per affermare un diritto umano. Ma lo si è fatto in maniera limitata a quel popolo, a quel gruppo.

Nel “Movimento dell’unità”, invece, la fraternità è alla base della sua dottrina politica. Ed è questo il tema del mio presente intervento.

Il “Movimento dell’unità” è nato a Napoli nel 1996, ed ora sta diffondendosi e organizzandosi in tutto il mondo. Vi fanno parte politici, amministratori, funzionari, studiosi e cittadini, appartenenti ai più diversi orientamenti politici.
Non è un nuovo partito, ma il portatore di una cultura e di una prassi politiche nuove.
Per comprenderlo esattamente, bisogna ritornare al ceppo dal quale è fiorito e di cui è una delle espressioni: il Movimento dei Focolari.

Ma cos’è il Movimento dei Focolari?
E’ una realtà ecclesiale, a finalità ecumenica, interreligiosa, interculturale, frutto non tanto di forze umane, ma, principalmente, di un carisma e cioè di un dono dello Spirito Santo che segue la storia e le offre, di epoca in epoca, aiuti particolari secondo i bisogni.
Carisma che vuol concorrere con la Chiesa alla piena realizzazione, fra tutti i cristiani, del “sogno d’un Dio” come dicono i nostri giovani: l’unità; “Padre, che tutti siano uno” (cf Gv 17,21) ha pregato Gesù. Unità però aperta alla fratellanza universale, poiché proprio Lui, Gesù, è morto per tutti.
Il Movimento dei Focolari realizza il suo fine attraverso la pratica dell’amore evangelico e di quello reciproco, cuore e sintesi del Vangelo, definito da Gesù: “nuovo” e “suo”. Amore che ha come misura il dare la vita (Gv 15,12-13). Amore che i primi cristiani vivevano così bene da far dire a chi li osservava: “Guarda come si amano e l’uno per l’altro è pronto a morire” .
Non si tratta del semplice affetto umano, limitato spesso ai soli parenti od amici.
E’ un amore che chiede d’essere rivolto a tutti senza distinzione, uomo e donna, giovane e anziano, bianco e nero, della tua e dell’altrui patria, amico e nemico, come insegna il Padre del Cielo che manda sole e pioggia sui buoni e sui cattivi.
Amore che domanda di essere disposti a compiere il primo passo, cioè di avere noi l’iniziativa senza aspettare d’esser amati dagli altri.
Amore che chiede di spostare le proprie preoccupazioni per far posto a quelle degli altri, onde comprenderli fino in fondo ed aiutarli opportunamente e concretamente.
Amore sempre finalizzato alla reciprocità, all’amarsi a vicenda.
E’ quest’amore con tali qualità, è questa fraternità, generata dall’amore degli uni verso gli altri, che il Movimento dei Focolari vuole vivere e irradiare dovunque.

Il Movimento dei Focolari, pur essendo fondamentalmente religioso, ha avuto, sin dal 1948, e poi via via durante gli anni, un’attenzione particolare al mondo politico, da quando l’on. Igino Giordani, personalità di vasta esperienza culturale, sociale e politica, combattente nelle stagioni difficili del primo dopoguerra, ne è divenuto confondatore. Egli ha portato nel nostro cuore l’umanità con i suoi problemi e le sue ansie: la ricostruzione del Paese e dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale, la democrazia rinascente, la divisione Est-Ovest.
Ben presto attorno a Giordani si è raccolto un discreto gruppo di deputati, che hanno cercato di portare il nostro spirito – per quanto allora si era precisato ed approfondito – in parlamento; gruppo che dal 1950 ad oggi ha visto cambiare i propri membri i quali, da un certo momento in poi, appartenevano anche a partiti diversi.

Altra presenza politica notevole, sempre fra noi, è stata quella di Alcide De Gasperi, nel quale la nostra spiritualità ha rafforzato quella vocazione all’unità che, assieme ad Adenauer e a Schuman, lo ha fatto fondatore dell’Europa Unita.

I nostri politici costituirono, nel 1959, il “Centro santa Caterina” che fu, per quasi dieci anni, il punto di convergenza delle loro ansie e preoccupazioni ed il punto di partenza delle loro attività, rinnovate nello spirito dell’unità.

Intanto, sviluppandosi il Movimento dei Focolari dapprima in Italia, poi in Europa e, più tardi ancora, in tutto il mondo, si è andato formando un vero e proprio popolo, il popolo dell’unità, che conta oggi più di 7 milioni di persone: gente di ogni cultura, professione, Paese.
E, se fin dai primi tempi si è sempre avuta la consapevolezza che il carisma dell’unità è portatore di una cultura propria, è stato il crescere di questo popolo che ha evidenziato la specificità di questa cultura, rendendone necessario l’approfondimento dottrinale: teologico, ma anche filosofico, politico, economico, psicologico, artistico, ecc.
Come novità, poi, di questi ultimi tempi, ecco che l’incontro tra il popolo dell’unità e la sua dottrina sempre più esplicitata, ha provocato quelle che noi chiamiamo “inondazioni”, termine suggeritoci da san Giovanni Crisostomo: lo svilupparsi, cioè, di veri e propri nuovi movimenti, che vanno al di là dello stesso Movimento dei Focolari, aperti a tutti coloro che ne condividono gli ideali; essi agiscono, ad esempio, nel campo economico, con il progetto dell’Economia di Comunione, e in quello politico, con il “Movimento dell’unità”.

Il “Movimento dell’unità” è portatore, dunque, di una nuova cultura politica.
Cambia il metodo della politica. Pur rimanendo fedele alle proprie autentiche idealità, il politico dell’unità ama fraternamente non solo i propri, ma anche gli altri politici, vive in comunione con tutti. Fa questo nei parlamenti nazionali, nei consigli regionali e comunali, nei partiti, nei diversi gruppi di iniziativa civica e politica.
E l’unità, così vissuta, è portata come fermento anche tra i partiti stessi, nelle istituzioni, in ogni ambito della vita pubblica, nei rapporti tra gli Stati.
Lo scopo specifico, quindi, del “Movimento dell’Unità” è: aiutare ed aiutarsi a vivere sempre nella fraternità; in quella, credere nei valori profondi, eterni dell’uomo e, solo dopo, muoversi nell’azione politica.
L’ideale della fraternità non si aggiunge dall’esterno alla riflessione e alla pratica politica, ma si può considerare come il frutto maturo del percorso plurimillenario della politica, l’anima con la quale affrontare i problemi di oggi.

Ma come vivere la fraternità? E in quali modi essa aiuta la politica ad assolvere pienamente ai propri compiti? Per spiegarlo devo soffermarmi su alcuni aspetti dell’amore fraterno, appena accennato, e vedere come è vissuto in politica.

Anzitutto, per il politico dell’unità, la scelta dell’impegno politico è un atto d’amore, con il quale egli risponde ad una autentica vocazione, cioè ad una chiamata personale. Egli risponde ad un bisogno sociale, ad un problema della sua città, o alle sofferenze del suo popolo, alle esigenze del suo tempo. Chi è credente avverte che è Dio a chiamarlo, attraverso le circostanze;
il non credente risponde ad una domanda umana che trova eco nella sua coscienza: ma entrambi mettono nella loro azione l’amore, ed entrambi hanno la loro casa nel “Movimento dell’unità”.

In secondo luogo, il politico dell’unità prende coscienza che, se la politica è, fin nella sua radice, amore, anche l’altro, l’avversario politico, può avere compiuto la propria scelta per amore: e questo esige di rispettarlo, di comprendere l’essenza del suo impegno, andando al di là dei modi, non sempre privi di animosità, con i quali lo vive, e che si possono correggere.
Il politico dell’unità ha a cuore che anche il suo avversario realizzi il disegno buono di cui è portatore, perché, se risponde ad una chiamata, ad un bisogno vero, esso è parte integrante di quel bene comune che solo insieme si può costruire.
Il politico dell’unità ama, dunque, non solo coloro che gli danno il voto, ma anche gli avversari; non solo il proprio partito, ma anche quello altrui; non solo la propria Patria, ma l’umanità intera.
E amare tutti fa comprendere e vivere la dimensione universale della politica.
Ancora, il politico dell’unità non può rimanere passivo davanti ai conflitti, spesso aspri, che scavano abissi tra i politici e tra i cittadini. Al contrario, deve essere lui a compiere il primo passo, anche solo con il saluto, per avvicinarsi all’altro, riprendere la comunicazione interrotta.
Creare la relazione personale dove essa non c’è, o dove ha subito una interruzione, può significare, a volte, riuscire a sbloccare lo stesso processo politico.
Amare per primo, per il politico dell’unità, è un atto dovuto alla dignità della persona, ma si trasforma anche in una vera e propria iniziativa politica; aiuta a superare i pregiudizi e il gioco delle parti, che tanto spesso paralizzano i politici in contrapposizioni inutili.

Un altro aspetto della fraternità in politica è la capacità di spostare se stessi per fare spazio all’altro, di tacere per ascoltare anche gli avversari. E’ un “perdere se stessi” che rinnova ogni giorno l’originaria scelta politica, con la quale si decise di occuparsi non di sé, ma degli altri. E in tal modo ci si “fa uno” con loro, ci si apre alla loro realtà. Farsi uno aiuta a superare i particolarismi, fa conoscere aspetti delle persone, della vita, della realtà, che ampliano anche l’orizzonte politico: il politico che impara a farsi uno con tutti diventa più capace di capire e di proporre. Il “farsi uno” è il vero realismo politico.

Infine, la fraternità trova piena espressione nell’amore reciproco, di cui la democrazia, se rettamente intesa, ha una vera necessità: amore dei politici fra loro, e fra politici e cittadini.
Il politico dell’unità non si accontenta di amare da solo, ma cerca di portare l’altro, alleato o avversario, all’amore, perché la politica è relazione, è progetto comune, non solo decisione individuale.
Un amore reciproco che la politica richiede non solo nei rapporti personali, ma come esigenza istituzionale. Nel loro significato più profondo, le distinzioni dei compiti, che la democrazia assegna, hanno lo scopo di permettere l’amore reciproco: se l’azione d’amore del governo si esprime nella proposta e nella decisione, la risposta d’amore dell’opposizione si attua attraverso la controproposta e il controllo.

Ma tutti questi aspetti dell’amore politico, che realizzano la fraternità, richiedono sacrificio.
Quante volte l’attività politica fa conoscere la solitudine, il senso di abbandono, l’incomprensione da parte, anche, dei più vicini!
Chi, tra coloro che fanno politica, non si è mai sentito amareggiato, o emarginato, o tradito, al punto di essere tentato di lasciare?
Ebbene, tutto ciò è stato vissuto anche da Gesù che, arrivato al culmine della sua passione, ha gridato l’abissale lontananza che provava da Colui che, per tutta la sua vita, gli era stato il più vicino: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46).
Con questo grido Gesù si è abbassato fino al fondo della condizione umana, ha raggiunto noi uomini fin nella nostra condizione di fallimento e di distacco da Dio.
Noi tutti eravamo staccati dal Padre e divisi fra noi: era necessario che il Figlio si facesse come noi, per raccoglierci e per riportarci al Padre, per trasformarci in fratelli. Era necessario che non si sentisse più Figlio perché noi lo diventassimo.
Ma, rivolgendosi ancora a Dio: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46), Gesù ha superato il baratro, e ricomposto l’unità con Dio e fra noi.
Gesù abbandonato-risorto è il modello di ogni uomo. E lo è particolarmente del politico, proprio perché il politico è colui che abbraccia le divisioni, le spaccature, le ferite della propria gente, per trovare le soluzioni, per ricomporle in unità. E’ questo il prezzo della fraternità che è richiesto al politico: prezzo altissimo, come è altissima la sua vocazione. Ma altissimo è anche il premio. Gesù infatti è l’uomo, l’uomo completo e perfetto; e tale può diventare il politico che vive fino in fondo l’ideale della fraternità.
La sua fedeltà alla prova farà allora di lui un modello, punto di riferimento per i suoi concittadini, orgoglio della sua gente.

Questi sono i politici che il “Movimento dell’unità” vuole generare, nutrire, sostenere.
Non è utopia. Ce lo dicono alcuni che ci hanno preceduti in cielo: come Joseph Lux, già vice-primo ministro della Repubblica Ceca, che seppe conquistare l’ammirazione di colleghi e avversari; o Domenico Mangano, che visse la politica nell’amministrazione comunale di Viterbo, in costante servizio ai suoi concittadini; o Igino Giordani, il cui processo di canonizzazione, recentemente iniziato, sta mettendo in luce come egli abbia vissuto non solo le virtù religiose, ma anche quelle civili: segno, questo, che ci si può fare santi non “nonostante la politica”, ma “attraverso la politica”.

Oggi poi nel nostro pianeta la fraternità è più che necessaria.
Dopo l’11 settembre scorso, il terrorismo si è manifestato in tutta la sua virulenza. Ma sappiamo come più d’una ne siano le cause: basti pensare allo squilibrio che esiste, nel mondo, fra Paesi poveri e Paesi ricchi, squilibrio che genera odio e scatena orribili vendette.
Occorre perciò – i tempi lo reclamano – una più equa distribuzione dei beni.
Ma i beni non si muovono da sé se non si muovono i cuori.
Di qui l’urgenza che l’ideale della fraternità pianti radici in tutti i popoli ed in modo speciale fra i politici anche di nazioni diverse.
Un sogno?
Per chi crede unicamente nelle proprie forze, sì.
Ma, per chi crede in Colui che guida la storia, nessun sogno è impossibile.
Ed è ciò che spera il “Movimento dell’unità”, forse piccolo Davide di fronte a Golia, assieme a quanti altri sono impegnati a fare la propria parte.
Grazie, Signori, del loro ascolto».

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