Rimini, citta’ aperta alla “pace nella giustizia”

Rimini incontra per la seconda volta Chiara Lubich. La prima fu per l’attribuzione della cittadinanza onoraria, questa è per un riconoscimento che investe non soltanto la sua personalità religiosa, ma anche quella che esprime idee e ideali legati alla testimonianza civile, alle ragioni collettive, ai valori della scelta umanistica negli ambiti concreti del comune patrimonio sociale, sia esso culturale, economico, politico.

Rimini ha fama di città votata, insieme, alle quiete poetiche provinciali e alla più clamorosa delle vacanze, alle convenute e salutari esigenze del tempo prestato al riposo, al ristoro, alle gioie di giornata, così come all’effimero, alla dimenticanza, ai rinvii: ma nel suo patrimonio civile, morale e culturale tende, complessivamente, a fare della propria, grande visibilità mondana uno strumento di attrazione e di sintesi di grandi temi valoriali, a cominciare dalla pace e dalla libertà, dalla giustizia e dalla fratellanza.

Non a caso ospita, ogni anno, una manifestazione culturale di respiro internazionale, le giornate del “Pio Manzù”, un grande evento d’ispirazione religiosa, il “Meeting per l’Amicizia fra i popoli”; e, a cura del Comune e della Provincia, iniziative culturali di risonanza più che nazionale. Nel contempo è la fonte di una provocazione solidale, in nome di Giovanni XXIII, che non ha l’uguale nel mondo, e conta un numero di volontari laici che, in proporzione, è il più alto d’Italia; questo – nonostante l’invito sapiente di Federico Fellini a fare “un po’ di silenzio”- nella terra del più chiassoso e corrivo dei simboli: il cosiddetto, abusato e per fortuna ormai frusto divertimentificio! Al Sindaco e al Presidente della Provincia, alle rispettive giurisdizioni, alla cittadinanza, alle rappresentanze della società civile, senza distinzione tra laici e credenti, è parso in modo netto di poter identificare una figura di riferimento alto, reale, non solo edificante e non solo simbolico, nella persona di Chiara Lubich, la donna che, come Martin Luther King e Teresa di Calcutta, ha offerto la sua fede e la sua opera per la costruzione di un mondo in cui la speranza sappia farsi anche progetto, la preghiera anche denuncia, la condivisione anche sacrificio; e dove non si dica solo e sempre redimere, ma anche liberare.

Chiara Lubich sa che Rimini è una singolare città di frontiera: vivere sotto gli occhi di mezzo mondo, offrendo lusinghe di ogni genere – non ultima quella, umanissima, di essere un luogo propizio per portarvi anche da molto lontano veri e propri disegni di vita, con trasferimenti d’esistenza non di rado difficili – è altresì il luogo in cui sono possibili, accanto a benemerite redenzioni umane e sociali, anche gravi rischi di degrado morale e d’inquinamento socio-economico.

In questa realtà Chiara è più che mai un bene prezioso. Ricca del suo carisma interiore, e al tempo stesso dotata di un sistema di valori calato nella dimensione anche politica della realtà quotidiana, il suo essere per la vita – quindi nella pace, nella libertà e nella giustizia – ne fanno una persona capace di trasmettere, in tempi come questo, un forte segnale di allerta. Nel mondo, infatti, cova una malattia subdola e insidiosa: non è ancora la peste, e non è ancora a bordo, assicurano i nostromi del mondo, ma sulla tolda serpeggia un’inquietudine nuova: l’intolleranza genera inimicizia, e questa istiga la violenza; l’iniquità provoca fame, e questa induce alla disperazione; l’indifferenza è fonte di rivalsa e questa suscita il rancore; l’egoismo si sposa con il pregiudizio, e questo produce separatezza e razzismo. Spendendosi con vigore anche su questi temi, Chiara lascia ogni giorno nel mondo testimonianze memorabili, fatte proprie persino da confessioni diverse, suscitando un’ammirazione che è l’eco stessa dello spirito di Assisi, secondo cui non c’è più un pulpito, un inginocchiatoio o uno stuoino, dal quale una preghiera – se rivolta al Dio dell’ut unum sint – possa salire più in alto di altre. Chiara, nel mondo, non ha mancato di dire a capi religiosi, statisti, leaders politici, intellettuali, che ci salveremo da un futuro per ora incerto, e qua e là denso di pericoli, a patto di razionalizzare, e quindi laicizzare, giudizi, scelte, decisioni. Non è più tempo – tutto, intorno a noi, ci ammonisce – di insistere su pretese d’intoccabilità, da una parte, e d’impunità dall’altra. Occorre semmai conciliare i diritti conferitici dalle aggressioni dei fondamentalismi con i doveri cui tenersi nel momento di porre in atto le risposte: perché se non venissero rispettati i doveri verrebbe meno la stessa legittimità dei diritti; ed eccedere nella rivalsa significherebbe annullare lo stesso concetto di giustizia; una vittima che ne producesse un’altra, infatti, non terrebbe in equilibrio l’equità, ma porrebbe sullo stesso piano due ingiustizie. Lo dico pensando ai ragazzi imbottiti di rancore e di plastico che vanno ad uccidersi e a uccidere dove altri ragazzi, perciò stesso, cresceranno nell’odio e nella rivalsa, lo dico pensando alle “torri gemelle”, alle due lance scagliate, si direbbe, contro il costato di Gesù in croce che tuttavia non possono chiamare in causa civiltà intere, né mettere a repentaglio la pace addirittura nel nome di Dio. Non è più tempo di crociate, è tempo di incontri e aperture, dialoghi e progetti, di cui farsi garanti con l’ottimismo della volontà, cioè credendo in ciò che si può fare e dunque va fatto.

Ecco perché Chiara è oggi una presenza insostituibile tra chi opera non solo con la preghiera, ma anche con il richiamo alle responsabilità e ai compiti della politica, agli strumenti dell’economia, ai mezzi della conoscenza per una non più rimandabile rigenerazione del mondo in senso umanistico, vale a dire di un impegno, nelle sue premesse, fondamentalmente etico.
Se in questo istante si stanno combattendo sul pianeta 45 tra guerre e guerriglie (per un pozzo d’acqua, per un confine etnico, per avere uno Stato), se tre persone su dieci rischiano di morire di fame, se un miliardo di uomini non conoscono ancora la luce elettrica, se tale scenario, iniquamente distribuito, vede da una parte crescere l’accumulo dell’opulenza e dall’altra l’abisso della povertà, è sembrato cosa buona e giusta dare la parola, con questa solenne adunanza, a una donna non eterea, non edificante, non irenica, non insomma auna “prigioniera della Grazia”, “un’alunna della Perfezione”, a una creatura libera ed esigente, che interpreta la libertà lasciataci dal creatore perché partecipassimo, spendendo ciascuno il proprio talento, alla liberazione di tutti.In un mondo dove non solo le previsioni dei sociologi e degli storici, ma anche e soprattutto le cosiddette “curve econometriche” ci dicono che il nostro futuro sta nel dar vita alla convivenza di una irresistibile realtà multietnica – perché non vi è nulla, ormai, che non riguardi il singolo e allo stesso tempo le comunità – politica significa più di sempre, secondo l’espressione di Don Milani, uscirne insieme; e mentre carità e condivisione sono le braccia che si stringono intorno al bisogno, giustizia è il solo abbraccio che può trarre da quel bisogno. Se non saranno garantiti lavoro, dignità, sicurezza a tre quarti del pianeta, ci si dovrà domandare chi sia venuto meno al proprio compito: se il creatore o le sue creature.

Laici e credenti si contendono questa responsabilità, ma non è facile per nessuno accettare l’equazione secondo la quale se l’uomo fallisse il fallimento sarebbe anche di Dio. Chiara ci dice che se Dio e l’uomo non possono mancare l’uno all’altro, pena la loro stessa impotenza, questo non ci esime dal dover fare, sempre e comunque, la nostra parte: non solo ai piedi degli altari, per chi ha fede in Dio, ma anche, per chi crede nella ragione, ai tavoli della politica, della finanza, della scienza, della comunicazione.

Non saranno le sedie vuote nel consesso della Fao a rassicurarci sulle responsabilità collettive, né sui progressi della globalizzazione. Un miliardo di uomini appartengono ai Paesi ricchi, 5 miliardi a quelli poveri. Ogni ora muoiono di fame 900 persone , una ogni 4 secondi. Il cibo a disposizione degli italiani potrebbe sfamare 110 milioni di persone; ogni giorno sono disponibili, in Italia, 3.500 calorie pro capite: 2.200 quelle utilizzate, 1.300 quelle perdute, buttate via.

I mercati di Roma gettano nelle discariche, in 24 ore, 87 tonnellate di frutta e verdura; 25 tonnellate di carne e pesce: solo questo cibo potrebbe sfamare, quotidianamente un milione di persone. Nel frattempo, sono ancora attive, sul pianeta, 32 milioni di mine antiuomo; e la spesa annuale destinata ancora agli armamenti basterebbe all’approvvigionamento idrico per un terzo del pianeta.
Ci spettano, a veder bene, doveri che non tollerano distinzioni né ontologiche né ideologiche; e che non ammettono deleghe, né deroghe.

Rimini, un luogo cresciuto con i suoi principi cristiani e, del pari, nel suo laicismo, attraverso questa donna apparentemente fragile, e invece radicata nella sua stessa universale lezione d’umanità, oggi, qui si dichiara “città aperta” a ogni cultura, lingua, colore della “pace nella giustizia”, per usare un’espressione molto significativa di questo Papa coraggioso e leale; pronta a farsi testimone e sostegno di quanto opera in nome di ciò che unisce e contro ogni forza che tenda, sciaguratamente, a dividerci: per un umanesimo riedificato dall’eticità dei nostri sì e dei nostri no, prima e ultima scelta con cui decidere se vogliamo vivere, consapevolmente, all’altezza dell’uomo, cioè nel punto più alto della responsabilità affidataci dalla nostra storia misteriosa e palese, arcana e concreta, fatta di carne e di spirito. Quella che ha indotto alla scelta di Chiara come testimone e protagonista di un grande appello e di una nuova, ragionata speranza. Grazie.

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