Il Risorto è “la” speranza che Dio offre al mondo

Nel cammino di preparazione al 4° Convegno Ecclesiale nazionale di Verona c’è stato il pieno coinvolgimento delle Chiese locali e dei diversi organismi e soggetti ecclesiali. Il loro contribuito si è concretizzato con l’invio di relazioni di sintesi che mettono in luce il volto di una Chiesa che si interroga sulla dimensione culturale della fede e alle sfide che riguardano da vicino l’uomo che vive e lavora in una società sempre più complessa. Di seguito il documento elaborato dal Movimento dei Focolari.

 

Introduzione

“Testimoni di Gesù Risorto speranza del mondo” è l’attraente identità che la Chiesa cattolica in Italia pone innanzi ai suoi membri in occasione del suo IV Convegno Ecclesiale Nazionale. La scelta di un tale traguardo trae motivo senz’altro dall’intima convinzione che il Risorto è “la” speranza che Dio offre al mondo, ma anche dalla consapevolezza che i cristiani devono trovare vie nuove per farlo conoscere ed amare dalla nostra società sempre più secolarizzata e pur assetata di divino.
Riteniamo che la presenza di “Gesù in mezzo ai suoi”, come viene intesa e vissuta nella spiritualità dell’unità caratteristica del nostro Movimento, può contribuire al cammino della Chiesa in Italia nell’attuale momento storico. Dove Cristo si rende presente nella reciprocità dell’amore non soltanto si dinamicizza la vita ecclesiale, ma si fa pure strada una realtà antropologica qualitativamente nuova che intercetta le aspirazioni più profonde di ogni persona umana ed è, allo stesso tempo, intimamente legata a Cristo. Vengono superate – come avvenne nelle prime comunità cristiane (cf. At 4,32; Gal. 3,28) – barriere sociali, culturali, razziali. Si fa l’esperienza di essere uno nella distinzione e distinti nell’unità, liberi ma non soli, in comunione con gli altri ma pienamente se stessi, ad immagine delle Persone della S.S. Trinità la cui  vita da sempre è iscritta come anelito in ogni cuore umano, ma che senza il dono della Grazia, fuori del raggio d’azione del Risorto, non riusciamo a realizzare.

 

Il nostro contributo si articola in tre parti:

1. Partecipazione del Movimento dei Focolari al cammino di preparazione al Convegno

2. Riflessione teologica

3. Indicazioni sugli ambiti di testimonianza    

 

1. Partecipazione del Movimento dei Focolari al cammino di preparazione al Convegno

 Nell’anno 2005-2006 i membri del Movimento dei Focolari hanno particolarmente approfondito un punto centrale della spiritualità dell’unità: “Gesù crocifisso e abbandonato”. Nella prospettiva del Convegno di Verona esso è apparso di particolare attinenza e importanza per l’imprescindibile legame fra la morte e l’abbandono di Cristo in croce e la presenza del Risorto nella Chiesa. Siamo chiamati  a dare testimonianza del Crocifisso/Risorto.
 
Alcune specifiche iniziative a livello nazionale e locale sono state:

1. In ottobre 2005 riunione con i delegati zonali italiani del Movimento dei Focolari (ogni zona comprende una o più regioni italiane) per informarli del cammino di preparazione in corso, delle sue tappe, sottolineando fra l’altro l’importanza del coinvolgimento a livello diocesano, seguendo le indicazioni degli Ordinari diocesani. Vari membri del Movimento sono in effetti delegati delle Regioni Ecclesiastiche e Diocesi.

2. Presentazione del Convegno Ecclesiale nelle Mariapoli e altri incontri del Movimento per una opportuna sensibilizzazione dei membri.    

3. Preparazione e pubblicazione del libro “Egli è vivo! La presenza del Risorto nella comunità cristiana”, a cura dell’Editrice Città Nuova, quale contributo a carattere teologico-spirituale per il Convegno.

4. Collaborazione nella organizzazione dell’evento preparatorio di Rimini su “Lavoro e festa”. Un nostro delegato il dott. Giuseppe Sbardella ha fatto parte del comitato organizzativo nazionale presso l’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro. Il prof. Bruni e il dott. Frassineti sono intervenuti come relatori in una della tavole rotonde dell’evento. E’ stato allestito uno stand sull’economia di comunione. Il complesso musicale Gen Verde ha partecipato a una delle serate artistiche.

5. Due convegni promossi dal Movimento dei Religiosi dell’Opera di Maria (Mov.dei Focolari) d’intesa con il Consiglio CISM Triveneto, sui temi: “Dall’individuo alla reciprocità” Verona 26 marzo 2006; “Testimoni del Risorto” Cadine (TN), 21-26 agosto 2006. top

 

2. Riflessione teologica

«Egli è Vivo!» (cf. Mc 16, 11; Lc 24, 5.23; At 1, 3). È l’annuncio inaudito che al mattino di Pasqua le donne, piene di stupore, corrono a portare agli apostoli ancora increduli. «Gesù è Risorto!». È il grido gioioso che irrompe con forza travolgente dal cuore delle comunità cristiane nascenti e che presto riecheggia ovunque.
«Gesù è Risorto! Egli è Vivo!». Come rimanere indifferenti a un tale annuncio, spesso sigillato dai primi cristiani a prezzo del loro sangue?
«Noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto» (1 Gv 4, 16). «Così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita» (Benedetto XVI, Deus caritas est, 1). Egli crede perché lui pure ha “visto”, ha avvertito la straordinaria presenza del Risorto sempre vivo nella sua Chiesa e vi ha riconosciuto l’amore infinito di Dio per lui e per tutti noi.

«E noi abbiamo creduto all’amore». In piena seconda guerra mondiale, a Trento, Chiara Lubich e le sue prime compagne avevano scelto questo versetto della prima lettera di Giovanni come scritta per l’unica tomba in cui venire sepolte nel caso fossero morte sotto i bombardamenti. Folgorate dalle parole rivolte a Chiara da un giovane sacerdote: «Dio ti ama immensamente», esse avevano trovato in questo centro della fede cristiana la ragione della loro vita e più ancora la loro vera e nuova personalità.
Ma come ricambiare nel migliore dei modi – dato che presto avrebbero potuto morire per via della guerra – l’immenso amore di Dio da cui, per una grazia singolare, si sentivano avvolte? Il Vangelo rispose a questo loro ardente desiderio indicando il comandamento nuovo di Gesù: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 13, 34; 15, 12). L’attuarono senza mezzi termini ed ecco una nuova meraviglia: quel Dio che avevano scelto e che pensavano al di là delle stelle, lo percepivano ora, con i sensi dell’anima, presente nel loro piccolo gruppo.
Era lui, Gesù, il Risorto che si faceva sentire adempiendo la sua promessa: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20). E la gioia fioriva spontanea e con essa la luce e la pace e la forza. Come un tempo ai discepoli di Emmaus, il Risorto spiegava ora ad esse le Scritture, accendeva nei cuori una fiamma e le spingeva a nutrirsi di lui, anche quotidianamente, nel pane eucaristico.

Nasceva in questo modo la spiritualità dell’unità così vicina alla spiritualità di comunione che, a conclusione dell’anno giubilare, il Santo Padre Giovanni Paolo II ha voluto dare a tutta la Chiesa quale impegno programmatico per il nuovo millennio (NMI 42-45).
Essa può contribuire all’attuazione di quella “ecclesiologia di comunione” che è “l’idea centrale e fondamentale nei documenti del Concilio” .
La comunione “incarna e manifesta l’essenza stessa del mistero della Chiesa. Essa è il frutto e la manifestazione di quell’amore che, sgorgando dal cuore dell’eterno Padre, si riversa in noi attraverso lo Spirito che Gesù ci dona (cf Rm 5,5), per fare di tutti noi « un cuore solo e un’anima sola » (At 4,32)” (NMI 42).

Sin dalle prime righe della Lumen Gentium la Chiesa viene definita per la presenza di Cristo in essa come “il sacramento” ossia “il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (n.1). Cristo l’ha fondata ed è oggettivamente presente in essa tramite la Parola e i Sacramenti, nonostante le nostre infedeltà. Se tuttavia noi cristiani sapremo vivere uniti nell’amore come Lui vuole, allora la luce che emana dalla sua presenza brillerà con maggiore splendore sui nostri volti ed essa potrà essere vista da tanti, da tutti.
Gesù lo attesta nel Vangelo di Giovanni: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35) e “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 21). La nostra comunione fraterna in Dio è la condizione sine qua non perché Cristo possa essere riconosciuto e creduto.
Di qui il monito di Giovanni Paolo II: “Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo” (NMI 43). Esso riecheggia quello del Concilio sulle “presenti condizioni del mondo che rendono più urgente questo dovere della Chiesa, affinché tutti gli uomini, oggi più strettamente congiunti da vari vincoli sociali, tecnici e culturali, possano anche conseguire la piena unità in Cristo” (LG 1).

Moltiplicare l’esperienza della presenza del Risorto, là dove due o più sono riuniti nell’amore vicendevole, è una via particolarmente efficace per rispondere a tali attese. 
Il carisma che Dio ha dato a Chiara Lubich è incentrato su questa presenza e getta luce sullo stile di vita ad essa confacente. Esso ha già risposto alle esigenze più profonde di decine di migliaia di cristiani, per lo più laici, alcuni dei quali sono ora passati all’altra vita in concetto di santità.
Si tratta di vivere concretamente il primato della carità, secondo l’invito di san Pietro: “Soprattutto conservate tra voi una grande carità” (1 Pt 4, 8), soprattutto e cioè prima di tutto  (“ante omnia mutuam et continuam caritatem habentes” – Vulg).

Se alla base delle opere caritative, dell’apostolato, della catechesi, della liturgia ponessimo sempre il vicendevole amore, in cui si riceve la Parola di Dio e che è il frutto primo dell’Eucarestia, non saremmo più noi ad agire, testimoniare, insegnare, pregare, celebrare, ma sempre Gesù in noi. Ove è la carità ivi è Cristo nel cristiano e ove la mutua carità ivi è Cristo tra i cristiani. E la sua presenza, specie se tra due o più, è luce. Essa darebbe una singolare efficacia a tutte le nostre attività.
Si tratta di non conoscere altro se non Cristo e questi crocifisso (cf 1 Cor 2,2) , di avere in sé i suoi medesimi sentimenti (cf Fil 2,5) e di conseguenza di stabilire dei rapporti di amore scambievole che siano in terra un riflesso della vita del Cielo, una partecipazione alla vita trinitaria: “che siano uno come io e te” (cf Gv 17,21).
Nella sua lettera apostolica Novo Millennio Ineunte Giovanni Paolo II ci ha invitati tutti a “ripartire da Cristo” (NMI 29), a contemplare il suo volto, dolente e insieme risorto, per poi lasciarci ispirare nel nostro cammino ecclesiale e nelle programmazioni pastorali dal suo comandamento nuovo (cf NMI 42). Fedeli alla spiritualità dell’unità cerchiamo di offrire alla Chiesa in Italia il nostro contributo per rispondere tutti insieme a un tale invito.

Questo proposito è stato ulteriormente incoraggiato dalla prima enciclica di Benedetto XVI nella quale egli ha desiderato parlare dell’amore, di Dio amore e dell’amore nostro come risposta al suo. “In un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza, questo è un messaggio di grande attualità e di significato molto concreto” (Deus caritas est 1). Ne siamo profondamente convinti.
All’indomani del Concilio, Karl Rahner sosteneva che la riscoperta della centralità dell’amore del prossimo nella vita cristiana o, meglio ancora, la sintesi dell’insieme del mistero cristiano dal punto di vista della carità poteva essere la via privilegiata all’esperienza di Dio nel nostro tempo .
Riprendendo e ampliando questa intuizione, Walter Kasper auspicava l’avvento di una nuova spiritualità che avrebbe congiunto nell’unità dell’amore di Dio e del prossimo la più grande fermezza possibile della fede alla più grande apertura sul mondo. Egli vedeva in una tale spiritualità del futuro la vera risposta al travaglio della Chiesa postconciliare “tesa tra una apertura che la disintegra in un umanesimo vago e generico ed una fermezza sclerotizzata che sopravvive senza possibilità di comunicazione accanto ai problemi dell’umanità attuale” .

Dal 1989 è operante presso il Centro del Movimento dei Focolari la “Scuola Abbà”, laboratorio interdisciplinare di pensiero consacrato allo studio della ricchezza dottrinale del carisma dell’unità e delle sue molteplici implicazioni per la comprensione e l’esercizio delle diverse discipline scientifiche. Negli ultimi anni si stanno inoltre delineando, in seno al Movimento e in dialogo con esponenti qualificati del mondo della cultura, luoghi di elaborazione e linee di approfondimento in distinti campi disciplinari (teologia, filosofia, economia, politologia, psicologia, diritto, pedagogia, ecc.).
Tali linee contribuiscono a rafforzare il nostro impegno di cristiani laici, con cui cerchiamo di informare dello spirito di comunione i vari ambiti della società. Molti vi hanno trovato una via per rispondere alla chiamata alla santità, “trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” (LG 31).  
Non si tratta solo di un impegno individuale, perché si cerca di creare delle cosiddette “cellule d’ambiente” per stabilire la presenza di Gesù in mezzo e portare Cristo in mezzo alla società.
Ci sembra una via importante anche per il dialogo con la o le culture contemporanee. Infatti molti non credenti o indifferenti, che rimarrebbero del tutto ermetici ad un discorso prettamente religioso, rimangono invece affascinati dalla novità – anche culturale – che uno stile di vita, fraterno e trinitario, può portare nei vari ambiti della società e in diverse discipline. top

 

3. Indicazioni sugli ambiti di testimonianza

Per ognuno degli ambiti individuati dalla Traccia di riflessione proponiamo alcuni spunti di riflessione e indicazioni.

Vita affettiva

Lavoro e festa

Fragilità umana

Tradizione

Cittadinanza

Vita affettiva

Ci soffermiamo in particolare sulla famiglia. La grazia del sacramento del matrimonio aiuta l’attuazione del comandamento dell’amore reciproco che, se vissuto con radicalità evangelica, attira la presenza di Gesù anche tra gli sposi.
Questo fa della famiglia una cellula viva della società e una piccola chiesa, capace di fecondità non solo biologica, ma spirituale e sociale; testimone autorevole e credibile della presenza del Risorto oggi, nel quotidiano di ogni persona, in tutte le culture, in tutti gli ambiti di attività che le competono: l’educazione, il lavoro, la cura dei piccoli e dei deboli, la solidarietà, l’esercizio dei diritti civili.
E’ questa l’ esperienza di “Famiglie Nuove”, diramazione del Movimento dei Focolari. Organizzate in gruppi locali seguiti da una coppia matura e preparata, le “Famiglie Nuove” svolgono una formazione spirituale che si ispira alla “spiritualità di comunione”.
L’impegno principale è di  vivere la Parola di Dio nel proprio contesto e lo scambio delle conseguenti esperienze di crescita a tutti i livelli. La partecipazione in coppia è sempre sostenuta dall’impegno personale richiesto a ciascun coniuge, per essere pronti ad amare per primi negli inevitabili momenti di difficoltà.
Organizzano attività di solidarietà e praticano tra loro una libera comunione di beni. Partecipano periodicamente a momenti di incontro a livello nazionale o internazionale, in cui approfondire la spiritualità del Movimento e sperimentare l’ampiezza del respiro della Chiesa.
Vengono svolti corsi per fidanzati, scuole per famiglie, week-end per adolescenti, approfondimenti sulla comunicazione di coppia, sull’educazione dei figli, sulla sessualità, sul sacramento del matrimonio. Questi incontri offrono il contributo scientifico di esperti e uno spazio riservato alla condivisione del vissuto delle famiglie, in un equilibrio tra prospettive culturali e dimensione esperienziale sempre molto apprezzato dai partecipanti.
Tali iniziative risultano occasioni di contatto anche con persone in ricerca o anche non credenti, interessate agli argomenti trattati, che spesso restano in contatto per un maggiore approfondimento.
I frutti sia sul piano ecclesiale sia sul piano civile sono copiosi: ne è stata prova il Familyfest 2005, multi-congresso che si è svolto in contemporanea in 24 città italiane (vi hanno partecipato complessivamente 38.000 persone).  In esso sono state proposte riflessioni su temi centrali per la vita cristiana, comunicati percorsi per una crescita nella fede, presentati progetti di iniziative di promozione comunitaria e sociale.

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Lavoro e festa

Il lavoro e la festa hanno in comune un elemento fondamentale: per essere attività pienamente umane hanno bisogno di gratuità. Il lavoro diventa fioritura umana e non alienazione quando l’attività lavorativa è vissuta come espressione profonda di sé, come dono agli altri, per e con gli altri. La festa da svago alienante diventa momento fondativo e costruttivo della comunità quando da sfogo egoistico e narcisistico (come spesso oggi la società dei consumi la concepisce), diventa momento rinsaldante del legame sociale e comunitario.

La festa, come il lavoro, hanno poi un altro elemento in comune: sono attività umane che hanno in loro stesse la loro ricompensa. Anche in questo senso hanno bisogno di gratuità. Un lavoro che fosse solo un mezzo per guadagnarsi da vivere e non anche un momento in sé costruttore di identità individuale e sociale, sarebbe solo una maledizione per l’uomo. Invece, nella visione cristiana, il lavoro è un momento alto dell’umano perché mentre si lavora si partecipa all’attività creatrice di Dio.

La festa è proprio l’archetipo delle motivazioni intrinseche. La festa non ha un valore strumentale, non è mezzo per altro, ma il fare festa insieme esprime l’esser parte di un destino comune, l’essere famiglia, l’essere comunità. Non c’è quindi festa senza gratuità: senza ci può essere solo svago o divertimento, ma la festa è qualcosa di più e di diverso.
Per questa ragione, i due concetti – lavoro e festa – hanno bisogno l’uno dell’altro, si richiamano e danno senso a vicenda. Non c’è autentica festa senza aver prima o dopo lavorato. E’ il tempo del lavoro che dà senso, ritmo e bellezza alla festa – ecco perché non è mai festa piena quando in una famiglia non c’è lavoro ma disoccupazione.

E, d’altra parte, senza la festa il lavoro diventa schiavitù dell’efficienza e del dio profitto.
Infine, sia il lavoro che la festa sono attività sociali e relazionali: non si festeggia da soli, né si lavora mai da soli.
Sia il lavoro che la festa oggi sono sottoposte a sfide radicali e profonde. In realtà la storia dell’umanità ha vissuto il rapporto festa-lavoro in modo complesso e spesso doloroso. Dove non c’è rispetto per l’uomo e la donna che lavora non c’è festa; dove non c’è spazio che per il lavoro – fosse anche un lavoro iper qualificato e stra-pagato – non c’è festa.
La domenica, allora, non è solo il momento del non-lavoro, ma diventa il momento della gratuità, della socialità, della coltivazione e della creazione dei beni relazionali. E anche per questa ragione va protetta dal lavoro per servire il lavoro.

Nella prassi sociale del Movimento dei Focolari il lavoro è stato sempre vissuto come dono, come espressione di gratuità. In particolare l’esperienza dell’Economia di comunione, nata quindici anni fa, è a questo riguardo una testimonianza concreta su come conciliare armoniosamente lavoro e festa. Se l’economia si apre alla comunione, all’interno e all’esterno della comunità aziendale, allora i beni relazionali non si oppongono ai beni economici, ma gli uni integrano e rafforzano gli altri.

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Fragilità umana

Parlare di fragilità è parlare della verità più profonda dell’uomo: riconoscere, nell’esperienza della propria limitatezza, di non bastare a sé stessi; questo è il punto di partenza per aprirsi al dialogo, al rapporto con l’Altro, che accoglie e riempie il nostro limite, e con l’altro uomo che condivide pienamente questa condizione di limite. Tale riconoscimento della comune umanità è la chance per una esperienza di fraternità.

Con questa consapevolezza, parlare della malattia, della disabilità fisica e psichica, della cronicità, della anzianità è riflettere su realtà prima di tutto eminentemente umane; realtà che anche comportando inevitabilmente dolore e sofferenza non gettano la persona nel non senso, ma la aprono alla possibilità di un’esperienza di solidarietà.

La  società edonista e utilitarista, nella quale ci troviamo a vivere, rifiuta come tabù le situazioni in cui l’uomo sperimenta la fragilità, la sofferenza, la morte; essa cerca di isolare chi è colpito e in taluni casi rifiuta accoglienza a chi, non ancora nato, mostra già i segni della malattia o a chi inesorabilmente si avvia, forse con grandi sofferenze, verso una morte che a volte tarda ad arrivare.

Il non senso appare oscurando questa esperienza di dolore: l’uomo rimane solo. Instaurare un dialogo profondo con la cultura contemporanea è difficile perché questa mentalità dell’utile che misura e quantifica la qualità di vita sostituendola alla percezione della sua sacralità, è pervasiva e sembra essere la risposta più efficace, la soluzione meno onerosa per il singolo, per le famiglie, ma soprattutto per la società monadizzata, ammutolita di fronte al dolore e incapace di dare risposte di solidarietà e di giustizia.
Accogliere la fragilità come espressione della  propria e della altrui umanità si può, se ad essa si restituisce il senso; un senso che scaturisce in modo misterioso e prorompente dall’esperienza di Gesù Crocifisso e Abbandonato, che proprio nell’attimo del suo Grido è pienamente uomo, perché pienamente Dio: unico capace di spiegare l’incomprensibile.

Testimoniare il Risorto in questo particolare ambito dell’esistenza umana è la sfida che vede protagonista chi riconosce Gesù presente nella propria esistenza e nella società; chi accoglie profondamente, prima di tutto la propria fragilità, senza distogliere lo sguardo da chi soffre, ma accompagnandolo nel dolore quotidiano sapendo che “qualunque cosa avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me”; inserire colui che soffre in dinamiche vitali per farlo sentire parte della famiglia umana, protagonista all’interno di una dinamica di amore che allevia il dolore.

L’esperienza del Movimento dei Focolari nell’accoglienza della malattia e della morte è costellata dalla testimonianza di tanti che, a qualunque età, hanno vissuto e vivono questi momenti fondamentali della propria vita nella confidenza totale nella provvidenza di Dio, tanto da cogliere il disegno d’Amore di Dio per la loro esistenza.

Anche la professione medica e di tutti gli operatori sanitari diventa un momento di testimonianza di fraternità: tra colleghi, vincendo la tentazione dell’antagonismo arrivista, collaborando al progetto di umanizzazione della medicina in ottica olistica e personalista; e con i pazienti accolti,  prima di tutto, come fratelli da amare e quindi come persone da soccorrere e curare mettendo in campo il massimo della propria professionalità e competenza.

In questa ottica la società può e deve farsi carico della fragilità umana attraverso gli strumenti che le sono propri: una politica sanitaria fortemente attenta ai bisogni dei più fragili; il sostegno a realtà che nascono dalla società civile (associazioni di malati, associazioni di famiglie) che vivendo in prima persona le situazioni di disagio sanno portare le istanze di chi vive il bisogno, indirizzando le scelte politiche in modo più efficace; sostenendo una ricerca che dia serie garanzie di essere al servizio del vero bene dell’uomo; promovendo campagne di formazione e informazione che aiutino e mettano in atto vere politiche di prevenzione.
La persona è in tal modo vera unità di misura dell’agire dei professionisti, dei politici, di tutti gli operatori e può cogliere, anche di fronte alla estrema dimostrazione del proprio limite e della propria fragilità, la possibilità di fare una esperienza veramente umana, da non maledire, ma da vivere fino in fondo, non nella solitudine, ma all’interno di spazi accoglienti di fraternità.

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Tradizione

Per questo ambito offriamo alcune indicazioni riguardanti i mezzi di comunicazione sociale.
Dalle tante e diverse esperienze nei vari mezzi di comunicazione che il Movimento dei Focolari vive da anni, sta nascendo una proposta per il rinnovamento della cultura mediale. Si tratta di una necessità ineludibile, in una società dove la globalizzazione crea una cultura che condiziona i processi educativi, i costumi sociali, lo sviluppo.
Questa proposta si è incarnata in NetOne, una libera associazione di comunicatori di tutti i settori dei media, e si può riassumere in alcune “coppie di valori”.

Empatia e positività – E’ essenziale vivere l’interazione comunicativa partendo dall’ascolto profondo dell’altro, dal condividere la realtà di ogni essere umano. Questi valori dimostrano che esiste un tipo di coinvolgimento disinteressato che non obbedisce a compromessi; una capacità di ascolto che permette di entrare nella notizia nella sua massima ampiezza senza piegarla a interessi di parte.

Completezza e trasparenza – Perché l’offerta comunicativa sia davvero un servizio offerto a tutti, deve partire da un patto tacito di sincerità e lealtà con la società stessa; patto che esige completezza di tematiche senza restrizioni ideologiche; trasparenza di prospettive senza ricerche sensazionaliste e, in definitiva, completezza e trasparenza degli elementi  necessari per il rispetto scrupoloso della realtà.

Solidarietà e pluralismo – Valori che costituiscono la base per lo sviluppo corretto della società dell’Informazione. Lo sviluppo delle nuove tecnologie, invece di rappresentare un impulso alla diffusione generale dell’educazione e formazione professionale, sta divenendo in realtà un fattore di continua separazione tra i popoli. La giusta distribuzione delle risorse e il rispetto della diversità culturale, possono frenare sia il “colonialismo culturale” che la “frontiera digitale”, arrestando il processo di globalizzazione  mediatica.

La “mission” di NetOne si può in sintesi identificare nella risposta di un orizzonte di “cultura dell’unità” alla domanda di prospettive dell’attuale mondo dei media. Questo sta avvenendo da parte di molti comunicatori connessi al progetto. Essi cercano di iniettare senso, contenuti, etica professionale nel lavoro e nei rapporti, avviando un programma di formazione ed educazione di comunicatori e recettori.
Un esempio può essere l’esperienza cinquantennale dell’Editrice Città Nuova, nata in Italia ma diffusa in tutto il mondo, un esempio significativo di identità editoriale non chiusa in se stessa, ma parte essenziale di una vocazione di servizio al dialogo sociale, culturale, politico e religioso.

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Cittadinanza

E’ necessario imparare a guardare ognuna delle nostre città e comunità locali, a conoscerle, non come una semplice somma di tanti individui, non come l’intrecciarsi caotico di percorsi casuali, ma come composizione e ricomposizione di una comunità. E’ possibile allora intravedere un disegno, una vocazione che ha una storia, con radici profonde nel passato, che deve prendere vigore nel presente, ma che chiede soprattutto di poter esprimere le sue potenzialità. Ogni comunità evidenzia così la sua diversità e, più se ne approfondiscono gli elementi specifici, con questo sguardo d’amore, più si rivelerà per quello che è: un tassello necessario ed insostituibile alla composizione dell’unità della famiglia umana.

Di fronte alla astrattezza e alla frammentazione di tanti progetti politici, la nostra azione politica, fondata su questo sguardo, si legittima pienamente sviluppando questo essenziale compito: operare affinché la nostra città, la nostra regione, la comunità nazionale o internazionale per cui lavoriamo, riscopra le proprie caratteristiche bellezze, gli obiettivi che insieme si possono realizzare per il bene comune, le risorse che si possono mettere a disposizione di altre comunità e popoli.

Diventare cittadini a pieno titolo, capaci di guardare in faccia la realtà e allo stesso tempo di modificare il corso degli eventi, significa cominciare a progettare a partire da una scelta decisa per l’incontro con l’altro.
Tutto questo valorizza e fa crescere la città in ciascuno degli attori sociali che la compongono: può nascere così un soggetto politico comunitario, protagonista, un “popolo” abituato a pensare in termini di “noi”, chiave che a volte può diventare il punto da cui sollevare situazioni senza uscita.
Questa relazionalità non sarà escludente, ma aperta, se partirà dalla consapevolezza che ogni uomo è mio fratello e i rapporti in qualsiasi nostra comunità sono espressione della fraternità universale, che rende ogni relazione aperta e contagiosa, e più rafforza i legami e più si apre. Chi  è cristiano, la fonda sulla esperienza della paternità di Dio e quindi della fraternità tra tutti gli uomini; chi non ha riferimenti religiosi,  la trova inscritta nella dignità propria di ogni uomo.

Alla luce della fraternità universale, si delineano processi politici che hanno caratteristiche specifiche.
La fraternità universale produce una forte scelta contro ogni tipo di elité escludente, che riconosce che ogni cittadino è titolare del medesimo status democratico. La fraternità chiede di spostare l’enfasi dal rappresentante al processo relazionale tra il cittadino e il suo rappresentante, processo che fonda l’autorità di colui che riceve il mandato politico.
Legata alla caratteristica di cui sopra, c’è un’altra dimensione costitutiva, quella della politica intesa come vocazione per tutti. Cittadini, studenti e studiosi, politici di ogni livello, funzionari e diplomatici sono ugualmente soggetti politici , ognuno con la sua specificità e responsabilità, ma necessari tutti, e che in relazione l’uno con l’altro, costruiscono scelte politiche realmente democratiche.

Pur ai primi passi, la categoria della fraternità ha già aperto varie sperimentazioni. In questi anni, ad esempio, si è sviluppato il “Patto politico-partecipativo”, un’esperienza – flessibile nella metodologia – che rilegge alla luce della fraternità il rapporto politico fondamentale, quello tra i cittadini detentori della sovranità, e i loro rappresentanti. Questo rapporto è diventato un vero e proprio patto, vissuto per tutta la durata del mandato tra l’eletto e i cittadini del suo territorio, che collaborano a definire le priorità dell’agenda politica uscendo dai confini ristretti del proprio bisogno individuale.

Con varie conseguenze. Nel costante dialogo tra eletti ed elettori che il Patto rende possibile, si arricchiscono i contenuti del dibattito politico e le proposte di regolazione che ne derivano, contenuti e proposte che in genere risultano “schermati”, allontanati cioè dal contributo dei soggetti più deboli da un punto di vista economico o culturale. Al Patto partecipano infatti cittadini di diversa competenza professionale, culturale e di differente stato sociale. Viceversa, ciò che accade abitualmente, il fatto di privilegiare il confronto tra specialisti o professionisti della politica che condividono un determinato status economico e sociale, non fa che rendere sempre più difficile la partecipazione a quanti ne sono esclusi, ostacolando o rallentando le politiche a loro più vicine.
In questo modo, dato che chi ha titolo per partecipare al dialogo è il cittadino in quanto tale, a prescindere dal voto espresso e da altri specifici legami di appartenenza, il Patto apre nuovi spazi alla rappresentatività dei mondi sociali all’interno delle istituzioni, favorendo il contributo del maggior numero di soggetti sociali che hanno diritto di esprimersi sia riguardo a problematiche di tipo settoriale che generale.
Ridare soggettività politica a tutti i membri della comunità ci sembra un elemento strutturale indispensabile per rimettere in moto le dinamiche bloccate delle nostre stanche democrazie.

 

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