Intervista a Mons. Betori, segretario della Conferenza Episcopale italiana, sul Convegno ecclesiale nazionale di Verona

Testimoniare il Risorto è vocazione della Chiesa nel suo insieme. Ma nelle sfide complesse di oggi emerge il ruolo dei laici cristiani e la loro peculiare esperienza. Cosa si augura emerga dal convegno?

«Mi auguro che emerga la figura di un laico cristiano, mi permetta la provocazione, che abbia la spina dorsale di mettere in pratica il titolo stesso del convegno, capace cioè di essere testimone credibile del Risorto mediante una vita rinnovata e capace di rinnovare il mondo. La speranza è un dono ricevuto che deve essere coltivato, fatto crescere e portato coraggiosamente in ogni settore del vivere civile, sociale e culturale, cioè nello spazio di azione proprio in cui vive e opera il laico cristiano

Il convegno sarà intessuto di relazioni, lavoro nei gruppi di studio,visita e parola del papa. Ma da quello che lei ha intuito, quali note potranno caratterizzarlo?

«Al centro di tutto c’è un protagonismo ecclesiale senza precedenti, grazie anche all’ulteriore slancio missionario che la Chiesa in Italia ha avuto negli ultimi dieci anni a partire dal convegno di Palermo nel ’95, attraverso la capillarità del Progetto culturale e le indicazioni degli Orientamenti pastorali dei vescovi Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. La Chiesa italiana di oggi è una Chiesa che vuole spendersi dentro la storia. Essa deve mostrarsi come luogo di illuminazione dell’esistenza e di apertura verso orizzonti nuovi di speranza; nonché come realtà istituzionale nella quale tale speranza diventa progetto ed esperienza. La verità cristiana, che si invera storicamente nell’esperienza di comunione dei credenti, è infatti capace di dare orientamento nuovo e autorevole – al di là delle “opinioni” diffuse – alla vita e all’ethos individuale e collettivo. Su queste convinzioni si inserisce con luminosità e forza il magistero del Santo Padre Benedetto XVI, che ci chiama a vivere la fede nella gioia e a testimoniarla a tutti nella sua ragionevolezza. Siamo certi che la sua parola a Verona darà ulteriore alimento a questa consapevolezza».

Il convegno è un’occasione privilegiata di partecipazione e corresponsabilità. In quale senso potrà essere vissuto come il camminare dell’intero popolo di Dio all’insegna della comunione?

«Il convegno di Verona non si può ridurre alle sole relazioni o ai confronti comunitari. Il cammino della comunità ecclesiale in Italia verso Verona si colloca all’interno di questa dinamica e, in particolare, all’interno di una coscienza di Chiesa che esige di impegnarsi sul fronte di una più chiara identità della fede e su quello di un più coraggioso slancio missionario. Al convegno ecclesiale di Palermo, si chiese un salto di qualità congiungendo una più intensa spiritualità e una più coraggiosa presenza di Chiesa nelle vicende della storia: contemplazione e missione, appunto. «Si tratta di fare passi avanti in questa direzione, con maggiore attenzione da una parte alla fonte della identità e della testimonianza, che è la persona di Cristo, e
dall’altra alla condizione culturale di cambiamento in cui ci troviamo a rendere testimonianza. Questa prospettiva missionaria e testimoniale costituisce il terreno più solido per edificare la comunione tra le varie componenti ecclesiali».

Testimoniare il Risorto è vocazione della Chiesa nel suo insieme. Ma nelle sfide complesse di oggi emerge il ruolo dei laici cristiani e la loro peculiare esperienza. Cosa si augura emerga dal convegno?

«Mi auguro che emerga la figura di un laico cristiano, mi permetta la provocazione, che abbia la spina dorsale di mettere in pratica il titolo stesso del convegno, capace cioè di essere testimone credibile del Risorto mediante una vita rinnovata e capace di rinnovare il mondo. La speranza è un dono ricevuto che deve essere coltivato, fatto crescere e portato coraggiosamente in ogni settore del vivere civile, sociale e culturale, cioè nello spazio di azione proprio in cui vive e opera il laico cristiano.Modelli di laici cristiani capaci di vivere l’anelito alla santità non ne mancano: basta scorrere i testimoni del Novecento indicati dalle regioni ecclesiastiche. Laici del calibro di Giovanni Palatucci, Rosario Livatino, Annalena Tonelli, Vittorio Trancanelli e altri. Testimoni di santità laicale che con la loro vita, il loro stile e le loro azioni hanno riscritto pagine moderne e affascinanti di Vangelo».

Il termine speranza, presente nel titolo, rimanda soprattutto ai giovani. Che ruolo giocheranno le nuove generazioni a Verona?

«I giovani per la Chiesa italiana, e mi creda che non è una frase fatta, sono e saranno sempre il prezioso germe del futuro della comunità cristiana che è in Italia.Non mi riferisco solamente al popolo delle Giornate mondiali della gioventù. Quella è solo la punta di un iceberg. Penso ai ragazzi impegnati in parrocchia, nell’associazionismo, nei movimenti ecclesiali, e in tutti i contesti del vivere civile e sociale. Essi stessi nella Chiesa italiana sono “generatori” di speranza perché dimostrano una spiccata sensibilità e disponibilità ad intraprendere, alla sequela di Cristo, cammini di fede esigenti e impegnativi. Questa energia positiva però non è infinita e ogni tanto bisogna ricaricare le batterie per ripartire con slancio.

«Per i giovani italiani il convegno di Verona servirà a questo, anche perché si colloca, provvidenzialmente, all’inizio di un percorso triennale pensato dai vescovi per loro.Un percorso formativo articolato, segnato anche da appuntamenti a livello nazionale e internazionale: nel 2007 il grande incontro nazionale a Loreto, nel 2008 la Gmg di Sydney e nel 2009 un evento significativo realizzato però nelle realtà locali».

Dal convegno di Palermo ad oggi sono cresciuti la presenza e l’apportodei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità. Quali prospettive possono aprirsi per loro con l’assise veronese?

«Negli ultimi anni abbiamo vissuto una nuova stagione di convergenza tra le diverse aggregazioni che compongono il mondo laicale cristiano. Le tensioni, che in passato avevano a volte pesato sul cammino ecclesiale, hanno lasciato il passo, più che a uno stile di pacifica convivenza, a un nuovo rapporto di stima e di collaborazione tra le associazioni e i movimenti stessi e tra aggregazioni ecclesiali e realtà parrocchiali e diocesane nel pieno rispetto dei carismi di tutti.

«Da Verona si possono aprire prospettive nuove di fraternità, di unità e di forte convergenza, come avvenuto di recente in occasione del referendum sulla legge 40, per rendere il contributo dei cattolici al bene comune sempre più forte e incisivo. Questo convergere convinto e fecondo delle aggregazioni sul piano della presenza dei cattolici nel Paese è una verifica importante di come la comunione ecclesiale si vada radicando nel comune servizio al Vangelo, pur nel rispetto dei carismi e anzi valorizzandoli per la comune edificazione».

a cura di Paolo Loriga – Città Nuova N. 19/2006

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