Ci sarà qualcosa che nessun attacco, nessuna bomba può far crollare?

D. – Di fronte ad una così grande tragedia e assurdità che ci supera tutti, si è alla ricerca di un senso. A tanta paura e angoscia, quale risposta?

R. – Quando ho visto incredibilmente quelle torri crollare, di fronte a questa immane tragedia, allo shock di una super-potenza che si scopre di colpo vulnerabile e tocca con mano il crollo di tante certezze, di fronte alla paura dello scoppio di una guerra dagli esiti imprevedibili, m’è parso di rivivere a Trento sotto i bombardamenti del secondo conflitto mondiale. Tutto crollava e forte era la domanda se c’era qualcosa che nessuna bomba potesse distruggere? La risposta era stata: sì c’è. E’ Dio. Dio che scoprivamo Amore. Una scoperta folgorante che ci aveva dato la certezza che lui non può abbandonare noi uomini, che Lui non è mai assente dalla storia, anzi che sa convogliare qualunque cosa succede al bene. E l’ho toccato con mano in modo sorprendente.
E mi sono chiesta: non sarà che proprio ora, all’inizio di questo XXI secolo Dio voglia ripetere questa grande lezione e darci di rimettere lui al primo posto nella nostra vita, costringendoci a mettere in sott’ordine tutto il resto? E questo mi dice speranza e futuro.
Per cui quello che per tutti sembra un passo indietro, per me ha assunto un significato diverso. Ed ho visto che questa visione delle cose sta spuntando anche nell’anima degli americani. Così mi dicono da lì.

D. – Quali sono i segni concreti di questa visione?

R. – Ci sono assolutamente dei segni concreti! Per esempio ho saputo che un ragazzo di 15 anni diceva: "Sono molto colpito dal male provocato da una simile azione; ma guarda quanto bene ne sta venendo fuori. E’ una gara di solidarietà che non si è mai vista."
Attribuisco ciò al fatto che questi avvenimenti tragici hanno avvicinato maggiormente le persone a Dio. Ancora mi scrivono da New York – e questo lo si sa anche attraverso la televisione – che hanno visto la città completamente trasformata, muri di indifferenza sciogliersi in una valanga di aiuti concreti, di conforto, di prontezza a far qualcosa, proprio che allevi i dolori degli altri. E’ commovente – dicono – vedere tutto un popolo che, davanti alle avversità, si rivolge verso Dio in preghiere spontanee, dal Parlamento alle piazze, mostrando così le sue vere radici di fede.
Secondo noi questo è un segno anche della vocazione particolare di questo grande Paese. Sono stata più volte negli USA: hanno una speciale vocazione all’unità. Sono presenti, si può dire, tutte le etnie del mondo. E’ un Paese talmente multi-religioso, multi-etnico, multi-culturale che potrebbe presentare al mondo un modello d’unità.

D. – Però non si può negare che ci sia anche un crescente sentimento anti-islamico; c’è stato anche un attentato negli Stati Uniti in questo senso. Che cosa si può fare per evitare queste divisioni, questi sentimenti che criminalizzano l’intero mondo musulmano?

R. – Da tempo nel nostro Movimento – ma non è solo nel nostro Movimento – abbiamo costruito una profonda unità in Dio con i musulmani; e proprio negli Stati Uniti, con un vasto Movimento musulmano afro-americano. Ed ho saputo che in questo momento li aiuta tanto l’essersi uniti con noi cristiani nell’impegno di portare nel mondo la fraternità universale.
Dobbiamo riconoscerci fratelli, cristiani e musulmani. Siamo tutti figli di Dio. Perciò comportiamoci noi cristiani in questa maniera. Ecco, questa è la strada.

D. – Lei, appunto, conosce bene l’Islam e ci sono – lei dice – anche musulmani che sono nel suo Movimento dei Focolari?

R. – E certo! Moltissimi: ce ne sono in Algeria, ce ne sono in America, ce ne sono in Palestina. E in molti altri Paesi dove ci sono musulmani, in Africa, in Asia.

D. – Com’è possibile, a suo avviso, tanto odio da parte di alcuni fondamentalisti musulmani? Che cosa si può fare?

R. – Secondo me, qui c’è di mezzo il Male con la M maiuscola. Per questo io sento profondamente una cosa, che forse è un po’ originale: adesso si stanno mobilitando tutte le forze, a livello politico, tra capi di Stato, ecc. Ma bisogna che anche il mondo religioso si mobiliti per il bene, si unisca per il bene. Già lo si fa. Per esempio il Santo Padre, domenica scorsa ha parlato con così tanta forza – e tutti i giornali, ho visto, lo riportano – che bisogna che l’America non si lasci tentare dall’odio. Di continuo ripete i suoi appelli per la pace. E’ quanto già sta facendo, per esempio, la Conferenza Mondiale delle Religioni per la Pace. Pochi giorni fa c’è stato a Barcellona un incontro di centinaia di rappresentanti di religioni e di Chiese diverse, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio che hanno fatto anche un messaggio in cui si impegnano per la pace.
Il nostro stesso Movimento, per esempio, nella sua espressione più politica – si chiama "Movimento dell’Unità" – porta questa idea della fraternità che è foriera di pace, attraverso i Comuni, attraverso i Parlamenti, in molte parti del mondo.
Ma è poco, quello che facciamo. Tutto andrebbe intensificato e universalizzato. Non bisogna lasciar fare soltanto al mondo politico. E preghiamo che non si crei tragedia su tragedia se non si imbocca la strada giusta, secondo la saggezza e il buon senso.
E m’è venuta un’idea: se noi tutti cristiani, attuassimo con rinnovato slancio la nuova evangelizzazione, così come il Papa la presenta, questa sarebbe una soluzione, perché porta proprio la fraternità, lo spirito di comunione, non solo fra i cattolici, ma poi, attraverso il dialogo, con tutti gli altri nel mondo. Insomma si potrebbe trovare una strada.

D. – Che cosa può dare il cristianesimo all’Islam, in questo dialogo?

R. – La fraternità, la fraternità. Il piano di Dio sull’umanità è proprio la fraternità. E’ quella anche il correttivo della politica deviata, che un po’ viviamo anche noi qui in Occidente. Fraternità che è possibile anche con gli uomini di altre fedi e di altre convinzioni, perché l’amore fraterno è nel DNA di ogni uomo creato a immagine e somiglianza di Dio.

D. – Eppure in questo momento si sta vivendo un po’ un clima di guerra…

R. – E sì, purtroppo! Si sperava di no, e invece mi sembra che le cose si fanno più gravi.

D. – Che cosa può fare l’uomo della strada, l’uomo semplice?

R. – Ci sono già iniziative concrete. So di una città italiana che vorrebbe offrirsi per ospitare nelle famiglie i bambini di New York e Washington rimasti orfani. Noi stessi accogliamo in una delle nostre cittadelle vicina a New York persone bisognose di aiuto. Mentre sul posto siamo tutti impegnati ad aiutare chiunque incontriamo con qualsiasi mezzo. L’amore è inventivo. Bisogna darsi da fare.

D. – Lei quindi anche in questa tragedia vede un mondo che va verso l’unità?

R. – Verso il bene, verso l’unità. Proprio così. Anzi, guardi, paradossalmente noi qui e i nostri del Movimento negli Stati Uniti, ci diciamo la stessa cosa. Noi abbiamo come ideale, appunto, un mondo migliore, un mondo unito. Ecco, ci diciamo: ma qui paradossalmente le porte… si spalancano per arrivare prima all’unità.

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