L’amore ritrovato

 
Continuiamo il nostro percorso di preparazione all’anniversario della pubblicazione di *Amoris Laetitia*, proponendo una riflessione sulle famiglie ferite Al n. 296 di *Amoris Laetitia* troviamo queste parole di Papa Francesco: «Due logiche attraversano tutta la storia della Chiesa: emarginare e integrare […]. Il cammino della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quello di Gesù: quello della misericordia e dell’integrazione […]. Il cammino della Chiesa è quello di non condannare nessuno in eterno; quello di riversare la misericordia di Dio su tutte le persone che la chiedono con cuore sincero […]. Perché la vera carità è sempre immeritata, incondizionata e gratuita!».

Sono nato e cresciuto sino all’età di cinque anni e mezzo nella foresta amazzonica, in una famiglia cattolica molto praticante: un padre diacono, due genitori missionari, una nonna considerata santa e diversi sacerdoti e religiose tra i parenti più prossimi. Rientrato in Italia, ho trovato nello scoutismo il mio stile ed ereditato lo Spirito di Servizio. Attualmente sono direttore di produzione presso un’azienda tessile.

A. ha vissuto in molte città e Stati diversi per la sua professione di interprete simultanea, che infine ha lasciato per dedicarsi al­l’insegnamento. Ci siamo conosciuti pochi anni fa e, circa due anni e mezzo più tardi, durante la pandemia di Covid-19, ci siamo sposati civilmente, dopo aver ricevuto privatamente, dal sacerdote del paese, la benedizione del nostro matrimonio. Riteniamo questa benedizione preziosa, una grazia che ci ha dato fiducia, forza ed entusiasmo per andare avanti insieme con i nostri cinque figli.

Siamo arrivati a questo matrimonio dopo esperienze precedenti, per molti aspetti diverse. Il mio primo matrimonio è durato 17 anni. Avevo 25 anni quando ho deciso di sposarmi, travolto dall’entusiasmo di costruire una famiglia. Di fronte ad alcune perplessità che emergevano sulla compatibilità della coppia, mi rispondevo, ingenuamente, che la fede avrebbe risolto qualsiasi fatica e ostacolo.

La storia matrimoniale di A. è stata molto più breve. A 29 anni, dopo anni di studio, con una carriera che si annunciava ambiziosa, si è ritrovata madre e moglie quasi senza accorgersene. Per anni si era chiesta se la consacrazione fosse la sua strada, ma, in un periodo di fragilità, aveva iniziato una relazione: era una stampella in un momento di bisogno emotivo, piuttosto che una relazione d’amore matura. La separazione e la nullità matrimoniale sono arrivate prestissimo e si è ritrovata da sola, con una bambina da crescere, sensi di colpa e un incommensurabile senso di frustrazione perché la vita era andata in una direzione completamente diversa da quella che aveva immaginato e desiderato. In quegli anni, dopo la separazione, si era anche allontanata dagli amici.

I miei quattro figli maschi sono arrivati con una facilità sconcertante e l’impegno per la loro gestione ha spesso contribuito ad anestetizzare tutte le difficoltà di coppia che crescevano con il passare del tempo. Solo dopo pochi anni di matrimonio, io e mia moglie ci siamo resi conto che le distanze si erano amplificate, fino ad arrivare alla rottura definitiva. Dopo vari tentativi di recuperare il rapporto, convinto che nonostante tutto si potesse ancora salvare il matrimonio, alla fine ho dovuto accettare la scelta di mia moglie di separarci. È cominciato un periodo molto difficile: un senso di solitudine mi accompagnava, si alternavano sentimenti misti di rabbia e senso di colpa, impotenza e sconforto. Infine ho scelto di lasciare anche gli impegni nel volontariato, poiché la mia storia era costantemente sotto i riflettori. Mi hanno salvato la paternità, che mi ha spinto a fare comunque del mio meglio verso i figli, e la mia debole fede, alla quale mi sono attaccato pur con tutti i miei limiti e che mi ha dato la forza di restare in piedi.

Nel frattempo, A. si è trasferita in una nuova città, proprio quella dove vivevo.

A una festa di apertura dell’anno scout, ha avuto luogo l’incontro: ci siamo scambiati le prime parole, abbiamo cominciato a scriverci e rapidamente siamo andati in profondità. Abbiamo potuto parlare di fede, fallimenti reciproci, desideri futuri. Abbiamo fissato un incontro per il mese successivo e sotto una debole pioggia, in piena notte, siamo saliti a piedi in pellegrinaggio a un santuario. Nelle settimane seguenti abbiamo fatto passi veloci, sentendoci molto uniti e innamorati. Abbiamo faticato a farlo comprendere a chi ci stava accanto, ma eravamo convinti che a quarant’anni, dopo fallimenti importanti alle spalle, si abbia una consapevolezza maggiore. Con questa consapevolezza e questa forza abbiamo affrontato le tante difficoltà e fatiche iniziali. Pregavamo molto e ogni volta che era possibile andavamo in qualche santuario o monastero per rinsaldare l’unione con Dio e fra noi. Ci siamo fatti accompagnare in un cammino di discernimento da un monaco e abbiamo condiviso le nostre gioie e le nostre fatiche con alcuni amici sacerdoti. Ben presto abbiamo deciso di vivere insieme.

Certo, caratterialmente siamo molto diversi; abbiamo i nostri pregi e i difetti, abitudini e modi di pensare consolidati, tanto materiale per provare a superarci, perdonarci, guardarci con occhi nuovi. Ma siamo consapevoli che uniti siamo più forti e ci completiamo. Ogni volta dobbiamo ricordarci dell’amore misericordioso che il Padre ha avuto nei nostri confronti e che per avere la presenza di Gesù tra noi dobbiamo essere pronti ad abbracciare anche il dolore, che è l’altra faccia dell’Amore.

Prima di iniziare la nostra relazione abbiamo preso un’ultima volta l’Eucarestia durante la messa. Poi, dal momento che coscientemente abbiamo scelto di unirci, anche e soprattutto per non dare scandalo, abbiamo deciso di non accostarci più a tale sacramento. Solo A. l’ha fatto, dopo un cammino di discernimento con il parroco. Del periodo senza Gesù Eucarestia, porta l’esperienza di un Dio tanto grande e fantasioso che nella Sua assenza si fa presenza, desiderio, anelito. Io, invece, sono ancora in cammino; a messa, quindi, dopo che A. fa la comunione, leggiamo insieme una preghiera per la comunione spirituale.

Abbiamo sperimentato che Dio è eccezionalmente misericordioso, e creativo, e ci ha fatto incontrare per costruire qualcosa di buono. Non sempre siamo attenti e predisposti ad ascoltarLo e a fare la Sua volontà, ma ci proviamo. Di recente, dopo aver partecipato a un percorso diocesano per separati, divorziati, persone in nuova unione, abbiamo sentito la chiamata a metterci in gioco come coppia e abbiamo scelto di impegnarci ad accompagnare altre coppie come noi, in percorsi analoghi ai nostri.

Foto Generata dall’IA
(Fonte: Famiglie in Azione – Ed. Città Nuova)

Domande per la riflessione di coppia

  • Ripensando al nostro percorso, in quali momenti possiamo riconoscere che Dio ha trasformato le nostre ferite in opportunità di nuova vita e di amore più profondo?
  • Quando nella nostra relazione sorgono difficoltà o fallimenti, li vediamo solo come ostacoli, oppure riusciamo a riconoscerli come inviti a crescere nella fiducia, nel perdono e nella comprensione reciproca?
  • In che modo la nostra storia personale — con tutte le sue gioie e le sue difficoltà — può diventare fonte di speranza e incoraggiamento per altre coppie che potrebbero trovarsi a percorrere un cammino simile?

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