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La vita è piena di sorprese (11 agosto 1923 - 21 settembre 1981)

Quando Michele Sciutto, figlio di un operaio e di una casalinga, viene alla luce nel giorno di Santa Chiara del 1923 in un sobborgo rurale di Genova, nessuno avrebbe mai immaginato le mille “sorprese” alle quali sarebbe andato incontro nella sua esistenza. La prima capita ai genitori quando il parroco della zona, colpito dall’acutezza dimostrata da un Michele ancora fanciullo, fa loro una proposta: “Il ragazzo è intelligente,  merita di studiare!”. Dopo aver quindi aver ottenuto la maturità classica presso il seminario diocesano, gli si prospetta la possibilità di approfondire gli studi in teologia. Michele tuttavia non è sicuro che Dio lo chiami al sacerdozio. Solo le parole di congedo del vescovo di Genova, da cui si reca per un lungo colloquio, risolvono con semplicità ogni dubbio: “Và, la tua strada è il matrimonio, sposati e sii un buon padre.”

La guerra è appena finita e per avere di che vivere, Michele si deve arrangiare con mille lavoretti. Non mancando però nè d’ingegno nè di buona volontà, viene presto assunto come tecnico e frequenta corsi serali di ogni tipo. Ad uno di questi conosce anche Luisa, maestra elementare, che sposa felicemente nel ’57. Per il suo carattere schivo ed austero, nei primi anni di matrimonio con i tre figli è un padre severo, e a tutti, Luisa compresa, non fa mancare le sue critiche.

La nuova “rivoluzione” capita però alcuni anni dopo. «Un mio amico – racconta – prese a parlarmi di un certo “Movimento”e ad invitarmi con insistenza alle loro “assemblee”, ad una delle quali alla fine decisi di partecipare con la famiglia». Ciò che inaspettatamente scopre quel giorno – che il Vangelo si può vivere e mettere in pratica – lo cambia radicalmente. C’è un povero che Michele  ha sempre ignorato. «Tornato da quell’incontro penso che Gesù ha detto: ““Qualunque cosa avete fatto al più piccolo l’avete fatta a me” (Mt 25,40)”, quindi se faccio qualcosa per quel povero, la sto facendo per Gesù!». Sempre così riservato, Michele si ferma quindi a parlare con lui, nasce un rapporto e dopo qualche tempo lo invita anche a pranzo, arrivando persino a regalargli i suoi abiti più belli. La gioia provata per quel primo atto d’amore è immensa e da allora, poco a poco, in Michele avviene un cambiamento a 360°: al lavoro, in famiglia, con chiunque lo “sfiori”,…tutti sono colpiti dal suo ascolto e dal suo amore concreto.

Nel dicembre del 1980, un’operazione apparentemente banale, rileva invece un tumore. Qualche mese dopo, raccontando di un ennesimo intervento doloroso e delicato, scrive: «È un momento terribile. Poi l’abbandono in Dio. Ricordo le parole di Gesù: ‘Io sono la vita’». Nell’agosto dell’’81 la situazione precipita, ma c’è tempo, il 20 settembre, per un’ultima sorpresa. Ormai sicuro che Dio lo chiami a consacrarsi a Lui secondo la particolare vocazione dei focolarini sposati, ha la possibilità, nella sua stanza d’ospedale gremita ed addobbata a festa, di dire il suo “Sì” solenne. Dice, quindi, a Luisa: «Ti voglio bene per sempre!» mentre l’ultimo gesto, prima di spirare nella notte, è un pollice verso l’alto, come a dire: “Siamo uno! Ci sono!”

A ricordo della presenza luminosa di Michele, rimangono ancora oggi, i frutti dell’amore da lui riversato. In particolare durante la sua malattia, nel ricevere l’Eucarestia era solito offrire ogni sua sofferenza per i più bisognosi: da un amico dei figli in difficoltà, fino a Giovanni Paolo II, proprio in quel periodo vittima  dell’attentato. Pochi giorni prima, aveva scritto a Chiara Lubich: “Ogni mattina offro tutti gli attimi della giornata affinché il 3 maggio risulti qualcosa di bello per Dio.” Sarà così: a Roma, tra le migliaia di famiglie dei focolari che partecipano al “Familyfest” dell’81, c’è per la prima volta anche una ragazza ligure oggi beata: Chiara Luce Badano.

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