Movimento dei Focolari
Domenico Mangano: nell’ordinario la radicalità del Vangelo vissuto

Domenico Mangano: nell’ordinario la radicalità del Vangelo vissuto

“Il Signore attraverso la Sua parola continua a chiamare”, dice Mons. Stefano Russo, vescovo della Diocesi di Velletri-Segni e di Frascati, nelle vicinanze di Roma, Italia, nell’omelia della Celebrazione Eucaristica celebrata sabato 17 gennaio in occasione della chiusura dell’Inchiesta Diocesana avviata ad Albano per la causa di Beatificazione e Canonizzazione di Domenico Mangano, volontario di Dio del Movimento dei Focolari. Continua Mons. Russo: “Come è successo a Giovanni Battista che, illuminato dall’amore di Dio ha riconosciuto il Figlio di Dio e lo ha indicato agli altri (…) Qualcosa di simile avviene nell’avvio di un percorso di canonizzazione di una persona quando qualcuno segnala la presenza di santità, conseguenza dell’incontro con il Cristo. Così è successo anche per Domenico, una comunità ha detto: lo abbiamo incontrato, abbiamo condiviso con lui tante esperienze partecipando insieme ad un viaggio santo, abbiamo visto la sua azione illuminata dal Signore e in particolare dal momento in cui ha incontrato il carisma dell’unità”. 

Nell’Auditorium del Centro Internazionale dei Focolari, erano presenti la famiglia di Domenico Mangano, amici, membri del Movimento e un collegamento streaming ha permesso che tanti potessero seguire da diverse parti del mondo.

Chi era Domenico?

Margaret Karram, Presidente del Movimento dei Focolari, ha definito la vita di Domenico “una vita segnata dalla disponibilità, dall’attenzione all’altro e da un amore concreto, vissuto senza clamore ma con fedeltà. Come il Buon Samaritano, Domenico ha saputo fermarsi, farsi prossimo e trasformare l’incontro con l’altro in un dono”.

“Un laico cristiano che ha preso sul serio la fede nella vita concreta” ha detto Jesús Morán, Copresidente del Movimento dei Focolari. “Marito, padre, lavoratore, cittadino profondamente inserito nella sua comunità, non ha mai vissuto il Vangelo come un fatto privato, ma come luce capace di illuminare le scelte pubbliche, le responsabilità sociali e l’impegno per il bene comune. La sua spiritualità è stata profondamente incarnata: radicata nella fede, che non allontana dal mondo ma è sempre attenta alla storia, ai problemi delle persone e alle attese della società”.  

Domenico ha sentito la chiamata evangelica a servire la comunità, promuovendo rispetto, dignità, corresponsabilità sociale e cultura della partecipazione, perché ogni cittadino potesse sentirsi parte viva della società. È stato uomo di dialogo per scelta interiore e responsabilità cristiana. Per lui la politica non è mai stata luogo di conquista, ma spazio di servizio, forma concreta di carità sociale, vissuta con serietà morale, lucidità di giudizio e profondo senso di giustizia. Ha cercato costantemente di coniugare Cielo e terra traducendo nel sociale il messaggio del Vangelo.

Margaret Karram, Presidente del Movimento dei Focolari; Jesús Morán, Co-presidente del Movimento dei Focolari; Dott. Waldery Hilgeman, Postulatore della Causa e Mons. Stefano Russo, vescovo di Velletri-Segni e di Frascati.

In questo cammino, la linfa scaturiva dalla spiritualità dell’unità e dall’impegno con i Volontari di Dio; questi ultimi definiti da Chiara Lubich, Fondatrice del Movimento dei Focolari, come “i primi cristiani del XX secolo che vivono per rendere visibile Gesù nei posti in cui sono”.   

Incarnando lo stile evangelico è maturata in lui una dimensione spirituale profonda: impara progressivamente a lasciare che sia Dio al centro, a orientare la sua vita e le sue scelte e, con Lui, l’uomo, la comunità, il bene comune. Da qui nascono la sua libertà interiore, la serenità e la capacità di amare concretamente.   

Don Andrea De Matteis, Vicario giudiziale della Diocesi di Albano, Delegato Episcopale per questa Causa, nella sua relazione ha ricordato che molti hanno definito Domenico “un mistico dell’ordinario: in lui preghiera, famiglia, lavoro e impegno civile formavano un’unica realtà. Viveva una mistica della presenza, riconoscibile nei gesti più semplici: nell’ascolto, nella parola discreta, nel sorriso. Un cuore contemplativo immerso nel mondo, un uomo che ha cercato di compiacere a Dio nella concretezza della vita quotidiana. Nella sua sconcertante semplicità, ha testimoniato come sia possibile rendere straordinaria l’ordinarietà, eccezionale la normalità, e attrarre il divino nella fragile situazione umana di ciascuno”.

Domenico ha vissuto anche la prova della malattia con fede esigente, come tempo di affidamento e di offerta. In quel percorso doloroso riconosce ancora una volta la presenza di Dio che chiama, trasforma e conduce al compimento.  

Nelle foto: 1- Le scatole contenenti i documenti della Causa – 2 – da sinistra, Dott. Waldery Hilgeman, Postulatore e poi i componenti del Tribunale Diocesano della Causa: Prof. Marco Capri, Notaio, Don Andrea De Matteis Vicario giudiziale della Diocesi di Albano e Delegato Episcopale e il Prof. Emanuele Spedicato, Promotore di giustizia – 3 – alla sinistra, Ing. Juan Ignacio Larrañaga, responsabile centrale dei Volontari di Dio; in centro Dott. Paolo Mottironi, responsabile centrale dei Volontari di Dio al momento dell’inizio della Causa.

La solenne conclusione della fase diocesana di Domenico che, per lungo tempo, ha coinvolto con dedizione l’Ordinario di Albano, dapprima Mons. Marcello Semeraro e ora Mons. Vincenzo Viva, il Tribunale, diversi collaboratori e tanti testimoni, è stato un evento di profondo significato ecclesiale.

Con questo atto ufficiale si è dichiarato davanti a Dio e alla comunità ecclesiale, che il lavoro paziente e appassionato, di ascolto, di raccolta e di valutazione delle prove, è stato svolto da molti con rettitudine, verità e fedeltà alle norme della Chiesa, e profonda consapevolezza del dono affidato.

In Domenico Mangano vediamo come la santità possa fiorire nella vita ordinaria, nelle scelte compiute con amore e verità, là dove il Signore ci pone, quando l’uomo si lascia svuotare da sé stesso per lasciarsi riempire da Dio.  

Marina Castellitto
Foto ©Javier Garcia – CSC Audiovisivi

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Vangelo Vissuto: credibili nella chiamata all’unità

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L’amore di una famiglia

Un venerdì è arrivato Moisés su raccomandazione di un altro ragazzo venezuelano che vive nella stessa Casa-Rifugio e gli aveva detto di passare da noi, che avremmo potuto aiutarlo come migrante. Moisés è arrivato alcune settimane prima di Natale dalla Colombia, e aveva solo tre cambi di vestiti, tra l’altro tipicamente caraibici, che aveva portato con sé nel viaggio. Aveva freddo. Grazie a Dio ha trovato presto lavoro in un ristorante, lavando piatti e aiutando in cucina. Si tratta di pochi giorni a settimana, ma riceve pranzo e cena.

Così gli abbiamo consegnato vestiti invernali e una coperta perché dormiva per terra su un materassino che gli ha prestato il padrone di casa, un signore che ha anche accettato gentilmente che paghi l’affitto al ricevimento del primo stipendio. È stato davvero fortunato, perché appena arrivato ha già trovato lavoro, una stanza e un padrone di casa molto generoso. Non tutti i migranti hanno la stessa fortuna. Si è messo a piangere quando ha visto quello che gli consegnavamo e “l’amore della famiglia” (così lo ha definito) che riceveva.

È un giovane professionista contabile commerciale. Abbiamo pregato e chiesto a Dio che in futuro possa esercitare la sua professione.

(S.R. – Perù)

La vera ricchezza

Con mio cognato il rapporto continuava and essere difficile. Prima c’erano stati i debiti per una sua attività commerciale fallimentare gestita con inesperienza e poca avvedutezza, poi i gravi problemi di salute che gli richiedevano cure e operazioni costose e ogni volta il nostro intervento per rimediargli il denaro necessario, a costo di ipotecare la casa e di utilizzare i fondi accantonati per gli studi dei nostri due figli. Non era facile andare al di là dei limiti umani di quel nostro congiunto, ma al vedere come s’era ridotto ci veniva solo in mente quel Gesù abbandonato che io e mio marito volevamo amare. Forse nessuno ci avrebbe biasimati se non avessimo continuato a pagare per gli errori altrui, eppure, come cristiani, eravamo chiamati a seguire un’altra logica. Quando ne ho parlato con mio marito, lui ha accennato ad un conto che aveva aperto in banca per delle emergenze: anche se avremmo perso gli interessi, lo metteva a disposizione del fratello. Subito dopo ci siamo sentiti più in pace e più uniti tra noi. Ecco la nostra vera ricchezza.

(C. – Corea del Sud)

A cura di Maria Grazia Berretta

(tratto da Il Vangelo del Giorno, Città Nuova, anno XII– n.1° gennaio-febbraio 2026)

Foto: © Taylor Nicole – Unsplash / © Silvano Ruggero

Paolo Rovea, una vita in Dio

Paolo Rovea, una vita in Dio

Gratitudine e riconoscenza a Dio. Queste parole possono racchiudere la moltitudine di messaggi giunti da tutto il mondo per Paolo Rovea. Il 3 luglio 2025 in un incidente in montagna, Paolo ha concluso la sua vita terrena. Sposato con Barbara, hanno cinque figli: Stefano, Federico, Francesco, Miriam e Marco.

Era il 1975 quando ha conosciuto l’Ideale dell’unità del Movimento dei Focolari. “Ha cambiato radicalmente la mia vita” diceva. In quell’anno partecipa al Genfest a Roma, tornando col desiderio di vivere al cento per cento coi gen, i giovani dei focolari; e per 14 anni si impegna senza risparmiare tempo e forze, facendo del Vangelo il suo stile di vita.

Con Barbara, anche lei una gen, iniziano a progettare di mettere su famiglia. Coppie di fidanzati o di giovani famiglie iniziano a vederli sempre più come punti di riferimento. Scrive una di loro: “Con grandissimo dolore per questa perdita, siamo profondamente grati per l’amore, la stima, la fiducia ricevuti da Paolo. Grati per i tanti anni di straordinarie ‘pazzie’ di tutti insieme. Con Barbara egli ha segnato la storia di Famiglie Nuove – diramazione dei Focolari per il supporto alle famiglie -, la storia di tante coppie, tra cui la nostra”.

Paolo si afferma sempre più anche nella sua professione, con competenza e sensibilità. Si era laureato in medicina all’Università di Torino (Italia), con specializzazione in oncologia e radioterapia oncologica. Nella stessa università era docente in un master pluriennale. Aveva lavorato come medico ospedaliero divenendo poi responsabile del reparto di Oncologia e Radioterapia Oncologica a Torino, fino alla pensione arrivata nel 2021. Aveva anche conseguito un Master e frequentato corsi di perfezionamento in Bioetica.

Nel 1989 sente che Dio lo chiama sulla strada del focolare e si confida con Danilo Zanzucchi, uno dei primi focolarini sposati: “Sono in un momento molto importante per la mia vita: il lavoro come medico dovrebbe diventare definitivo; 5 mesi fa mi sono sposato. (… ) Ringrazio Dio di tutti i doni che mi ha dato: prima di tutto per l’Ideale del’unità (…), per la mia famiglia (…) la vita gen (…); per Barbara, mia moglie, con la quale sto vivendo dei mesi bellissimi (…) Ti assicuro che parto con un rinnovato desiderio di santità su questa strada così unica che è il focolare”.

Una vita che ha le sue radici in una crescita costante del suo rapporto con Dio.

Molti ricordano come Paolo raramente dicesse di no a una richiesta o esigenza; era accanto a chiunque avesse bisogno con amore concreto. I suoi talenti e la sua professionalità erano al servizio di chi gli era accanto: se c’era da cantare o suonare, cantava e suonava, se c’era da scrivere un testo, scriveva, se c’era da dare un consulto medico era pronto, se c’era da dare un consiglio, lo dava con distacco, incoraggiando i timorosi e spronando gli incerti. La sua capacità di farsi vicino alla vita di ognuno che gli passava accanto, fa sì che nel tempo sia percepito da tanti ome un vero fratello, uno di famiglia, un amico fedele.

L’impegno di Paolo e Barbara nei Focolari va crescendo soprattutto all’interno di Famiglie Nuove (FN). Uno dei campi che tanto li appassiona è l’educazione all’affettività e alla sessualità. È grazie a loro che nel 2011, in sinergia con le diverse agenzie formative del Movimento dei Focolari nasce un itinerario in tal senso, Up2Me, alla cui base vi è la visione antropologica tipica dei Focolari.

Maria e Gianni Salerno, responsabili di Famiglie Nuove raccontano: “Pur conoscendoci con Paolo e Barbara già da quando eravamo giovani, abbiamo lavorato a stretto contatto, quotidianamente, negli ultimi 10 anni, alla Segreteria Internazionale di Famiglie Nuove. La passione, la generosità, la creatività, l’impegno instancabile con cui Paolo portava avanti ogni cosa, sempre attento ai rapporti con ognuno, restano per noi una testimonianza grandissima e sono stati sempre uno sprone ad andare avanti insieme, per cercare sempre più e sempre meglio di essere al servizio delle famiglie nel mondo. Spesso, nel confrontarci con lui su come affrontare le sfide della famiglia oggi, per poter essere sempre più prossimi a tutti, suggeriva idee innovative, utili per stare al passo con i tempi e con le necessità delle persone. Ha viaggiato con Barbara tanto e ha lasciato ovunque nel mondo una scia di luce”.

“Tante delle nuove iniziative di Famiglie Nuove  – continuano i Salerno – sono state suggerite e coordinate da lui, insieme a Barbara. Il programma Up2me, Formato Famiglia, un programma di confronto e crescita con altre famiglie nella cittadella internazionale dei Focolari di Loppiano e non ultima la Loppiano Family Experience, una scuola di tre settimane per animatori di Famiglie Nuove che provengono da tutto il mondo, sempre a Loppiano. Pur nel dolorosissimo distacco, sappiamo che possiamo contare sul suo insostituibile sostegno, che ora, dal Cielo, sarà ancora più forte…”

Grazie Paolo!

Lorenzo Russo

MilONGa: una rete di volontariato giovanile con impatto globale

MilONGa: una rete di volontariato giovanile con impatto globale

Nel mondo esistono anche luoghi in cui la fraternità viene coltivata con uno scopo. Uno di questi è MilONGa, un progetto che si è affermato come iniziativa chiave nel campo del volontariato internazionale, con l’obiettivo di promuovere la pace e la solidarietà attraverso azioni concrete.

MilONGa propone un’alternativa concreta: vivere la solidarietà in prima persona, attraverso esperienze che trascendono i confini culturali, sociali e geografici.

Il suo nome, che sta per “Mille organizzazioni non governative attive”, è molto più di un progetto. È una rete che mette in contatto i giovani con organizzazioni in varie parti del mondo, dando loro l’opportunità di impegnarsi attivamente in iniziative sociali, educative, ambientali e culturali. Fin dalla sua nascita, il programma è cresciuto tessendo una comunità globale che riconosce valori comuni: pace, reciprocità e cittadinanza attiva.

Ciò che distingue MilONGa non è solo la diversità delle sue destinazioni o la ricchezza delle sue attività, ma il tipo di esperienza che offre: una profonda immersione nelle realtà locali, dove ogni volontario non viene per “aiutare”, ma per imparare, scambiare e costruire insieme. È un percorso di formazione integrale che trasforma sia chi lo vive sia le comunità che lo accolgono.

I Paesi in cui queste esperienze possono essere realizzate sono diversi come i giovani che vi partecipano e coprono diverse latitudini: Messico, Argentina, Brasile, Bolivia, Colombia, Ecuador, Paraguay, Uruguay e Perù in America, Kenya in Africa, Spagna, Italia, Portogallo e Germania in Europa, Libano e Giordania in Medio Oriente.

In ognuno di essi, MilONGa collabora con organizzazioni locali impegnate nello sviluppo sociale e nella costruzione di una cultura di pace, offrendo ai volontari opportunità di servizio che hanno un impatto reale e duraturo.

Dietro MilONGa c’è una solida rete di partenariati internazionali. Il progetto è sostenuto dal progetto AFR.E.S.H., cofinanziato dall’Unione Europea, che gli permette di consolidare la sua struttura e ampliare il suo impatto. Fa inoltre parte dell’ecosistema di New Humanity, un’organizzazione internazionale impegnata a promuovere una cultura dell’unità e del dialogo tra i popoli.

Una storia che lascia un segno

Francesco Sorrenti è stato uno dei volontari che si sono recati in Africa con il programma MilONGa. La sua motivazione non era solo il desiderio di “aiutare”, ma un bisogno più profondo di capire e avvicinarsi a una realtà che sentiva lontana. “Era qualcosa che mi portavo dentro da anni: una profonda curiosità, quasi un’urgenza di vedere con i miei occhi, per cercare di avvicinarmi a una realtà che sentivo lontana”, racconta Francesco della sua esperienza in Kenya.

La sua esperienza in Kenya è stata segnata da momenti che lo hanno trasformato. Uno di questi è stata la visita a Mathare, una baraccopoli di Nairobi. “Quando uno di loro mi ha detto: ‘Guarda, qui è dove vivono i miei genitori. Io sono nato qui, i miei figli sono nati qui. Mia moglie l’ho conosciuta qui e probabilmente moriremo qui’, ho provato un fortissimo senso di impotenza. Ho capito che prima di fare qualcosa era necessario fermarsi. Che non ero lì per sistemare le cose, ma per guardare, anziché girarmi dall’altra parte”.

Ha anche sperimentato momenti di luce nel suo lavoro con i bambini di una scuola locale. “La gioia di questi bambini era contagiosa, fisica. Non c’era bisogno di molte parole: bastava essere lì, giocare, condividere. È stato allora che ho capito che non si tratta di fare grandi cose, ma semplicemente di essere presenti”, racconta.

A due anni dalla sua esperienza, Francesco ne sente ancora l’impatto. “Il mio modo di vedere le cose è cambiato: ora do più valore a ciò che conta davvero e ho imparato ad apprezzare la semplicità. Questa esperienza mi ha lasciato anche una forma di forza, una tenacia interiore. Ti rimane una sorta di resilienza, come quella che ho visto negli occhi di chi, all’alba, voleva fare tutto anche se non aveva nulla”.

Incontri che moltiplicano l’impegno

Nell’aprile 2025, la MilONGa ha partecipato al congresso internazionale “Solidarity in Action, Builders of Peace” (“Solidarietà in azione, costruttori di pace”), che si è svolto nella città di Porto, in Portogallo. L’incontro, organizzato congiuntamente da AMU (Azione per un Mondo Unito)New Humanity NGO e Movimento dei Focolari del Portogallo, ha riunito giovani leader di tutto il mondo legati ai programmi Living Peace International e MilONGa.

Per tre giorni, Porto si è trasformata in un laboratorio di dialogo e azione, dove i giovani partecipanti hanno scambiato esperienze, condiviso buone pratiche e costruito strategie comuni per rafforzare il loro ruolo di agenti di pace. MilONGa ha svolto un ruolo chiave, non solo attraverso la partecipazione attiva dei suoi volontari, ma anche creando sinergie con altre reti giovanili impegnate nella trasformazione sociale.

Uno dei momenti più significativi del congresso è stato lo spazio del laboratorio collaborativo, dove i partecipanti hanno immaginato e progettato progetti concreti con impatto locale e globale.

MilONGa non si definisce solo per quello che fa, ma per l’orizzonte che propone: un mondo più giusto, più unito, più umano. Un mondo dove la solidarietà non è uno slogan, ma una pratica quotidiana; dove la pace non è un’utopia, ma una responsabilità condivisa.

Manuel Nacinovich

Vangelo vissuto: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene” (Gv 21,17).

Vangelo vissuto: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene” (Gv 21,17).

Un messaggio

È il compleanno di un amico molto caro con il quale abbiamo condiviso ideali, gioie e dolori. Ma è da molto tempo che non gli scrivo e che non ci vediamo. Sono un po’ titubante: potrei inviargli un messaggio, ma non so come lo prenderà. Mi incoraggia la Parola di Vita: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene” (Gv 21,17).  Poco dopo arriva la sua risposta: “Che gioia ricevere il tuo saluto”. E inizia un dialogo: i messaggi vanno e vengono. Mi racconta di lui. È soddisfatto del suo lavoro, ha un ottimo stipendio e  mi confida di avere il desiderio di venire a farmi visita. Lo incoraggio e mi metto a disposizione per accoglierlo e organizzare il suo soggiorno. Un motivo in più per averlo presente… e non attendere un altro anno per mandargli un messaggio.

(C. A.- Italia)

Schiacciata dall’orgoglio

A Miguel riuscivo a perdonare le serate trascorse in osteria, ma non l’infedeltà confessata un giorno. Io ero la brava moglie e madre, io la vittima. Da quando però frequentava padre Venancio e altre persone della parrocchia, mio marito sembrava un altro: era più presente in casa, più affettuoso con me, che invece rimanevo scostante ogni qualvolta mi proponeva di leggere insieme il Vangelo per provare a metterlo in pratica. Una volta però, perché era il suo compleanno, acconsentii ad accompagnarlo ad un incontro di famiglie. Fu il primo di altri. Un giorno una frase mi fece riflettere: «Costruire la pace». Come farlo io, che nel frattempo mi ero scoperta egoista, piena di miserie e di rancori? L’orgoglio m’impediva di chiedere perdono a Miguel, mentre lui in 28 anni di matrimonio me l’aveva chiesto più volte. Cercavo tuttavia il momento più adatto per farlo. Finché in un incontro col gruppo di famiglie, chiesto aiuto a Dio, riuscii raccontare la nostra esperienza di coppia e a chiedere perdono a Miguel. In quel giorno sentii rinascere un amore nuovo, vero, per lui.

(R. – Messico)

La cura per il prossimo

Da quando trascorro un periodo a L’Avana, immerso fino al collo nei problemi di sopravvivenza degli abitanti del nostro barrio alle prese con la grave crisi economica del Paese, non mi sono ancora abituato ai puntuali interventi della Provvidenza. Fra i tanti, questo che è l’ultimo. Precedentemente, da una persona che fa parte della nostra comunità ero stato avvisato dell’arrivo di una consistente donazione di farmaci validi, tutti relativi alla cura delle malattie nervose. Sono andato a ritirarli un po’ perplesso perché non rientravano nelle categorie di farmaci richiesti dai poveri che ci frequentano. Poi però mi sono ricordato che una volta al mese, il lunedì mattina, uno psichiatra viene a visitare gratis le persone del barrio che necessitano di cure. Così, alla prima occasione, l’ho contattato, portandogli l’elenco dei medicinali. Man mano che lo scorreva, il volto gli si illuminava: «Sono proprio quelli che cercavo!», ha esclamato stupefatto.

(R.Z. – Cuba)

 A cura di Maria Grazia Berretta
(tratto da Il Vangelo del Giorno, Città Nuova, anno X– n.1° maggio-giugno 2025)

Foto: ©Mohamed Hassan – Wälz / Pixabay

Vangelo vissuto: far nuove tutte le cose

Vangelo vissuto: far nuove tutte le cose

Accettare il cambiamento

Come “distributrice di incarichi”, in dieci anni ero riuscita, in collaborazione con il nostro parroco, a formare il Consiglio pastorale parrocchiale e il gruppo dei sagrestani. Con il passare del tempo, mi sono resa conto che il mio ruolo si stava ridimensionando. Molte persone, prima meno attive, si sono proposte per svolgere vari incarichi, e io ho scelto di farmi da parte per lasciare loro spazio. Inizialmente ho accettato con serenità il mio ruolo più defilato. In seguito, però, sentendomi esclusa, ho capito quanto sia facile legarsi ai propri ruoli, ma anche quanto sia importante saper lasciare andare. A volte, il Signore ci invita a fare un passo indietro per prepararci a qualcosa di nuovo. Non è facile, perché implica accettare il cambiamento e fidarsi. Oggi, pur sentendomi un po’ ai margini, rimango disponibile a dare il mio contributo se e quando mi verrà richiesto. Sono convinta che ogni servizio, anche il più piccolo, abbia un valore e che ogni fase della vita sia un’opportunità per crescere nella fede e nell’amore verso gli altri.

(Luciana – Italia)

Dio mi vede

Mi capitava a volte, quando abitavo a Bruxelles, di andare a messa nella chiesa del Collegio di St. Michel. Per arrivarci, si dovevano percorrere lunghi corridoi con ai due lati una serie infinita di classi. Sopra la porta di ciascuna, un cartello con la scritta: Dio ti vede. Era un mettere in guardia i ragazzi che rifletteva un pensiero del tempo passato, espresso al negativo: “Non fare peccati perché, anche se gli uomini non ti vedono, Dio ti vede”. Invece a me, forse perché nato in un’altra epoca o perché credo nel suo amore, risuonava in maniera positiva: “Non devo fare cose buone davanti agli uomini affinché mi vedano, per sentirmi dire bravo o essere ringraziato, ma vivere alla presenza di Dio”. Nel Vangelo di Matteo 23,1-12 Gesù, parlando a degli scribi e a dei farisei che amano mettersi in mostra, li invita a non farsi chiamare “maestri”, ad avere un’unica preoccupazione: agire sotto lo sguardo di Dio che legge nei cuori. Ecco, questo mi piace: Dio mi vede, come dicono i cartelli nel collegio; Dio legge nei cuori e questo mi deve bastare.

(G.F.- Belgio)

Fare il primo passo

Per una questione di eredità tra mia madre e sua sorella era caduto il silenzio. Non si frequentavano più da tempo, e la spaccatura venuta a crearsi non faceva che allargarsi, tanto più che noi abitavamo in città e la zia in un paesino di montagna piuttosto distante. Questo stato di cose si è protratto fino al giorno in cui ho preso il coraggio a due mani, provocata dalla Parola di Gesù: «Se tu stai per presentare la tua offerta all’altare, e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello; poi torna e presenta la tua offerta». Cercando il momento adatto, ho affrontato l’argomento con la mamma e sono riuscita a convincerla ad accompagnarmi dalla zia. Durante il viaggio eravamo piuttosto silenziose; io poi non facevo che pregare perché tutto andasse bene. In effetti le cose si sono svolte nel modo più semplice: colta di sorpresa, la zia ci ha accolte a braccia aperte. Ma era stato necessario fare noi il primo passo.

(A.G. – Italia)

A cura di Maria Grazia Berretta

(tratto da Il Vangelo del Giorno, Città Nuova, anno X– n.1° marzo-aprile 2025)

©Foto: Gerson Rodriguez – Pixabay