Movimento dei Focolari
Una vita di fedeltà

Una vita di fedeltà

Darci Rodrigues è l’esempio di chi, in modo “mariano”, ha saputo spendere la propria vita per la causa dell’unità. Dal primo istante in cui Darci Rodrigues, focolarina brasiliana, è deceduta lo scorso 10 febbraio, e nelle ore che hanno seguito il suo funerale, le reti social sono state inondate di espressioni di gratitudine. Era una figura molto nota sia in Brasile che oltre oceano per i numerosi incarichi che ha ricoperto nel Movimento dei Focolari, cosa che le ha permesso di coltivare un numero infinito di relazioni. ” Una vita impegnata e impegnativa come la sua non le ha comunque mai impedito di conservare una sana normalità e – a detta di molti – una grande profondità spirituale. “E proprio per questo era amata da tutti”, ha scritto di lei Saad Zogheib Sobrinho, un focolarino brasiliano. Un commento che sembra riassumere il pensiero di molte persone che hanno vissuto con lei. Darci  ha conosciuto il carisma di Chiara Lubich ancora molto giovane, nel 1963, durante una “Mariapoli”, un incontro di più giorni tenutosi nella città di Garanhuns, nello stato di Pernambuco. “È stata un’esperienza molto forte, sono rimasta affascinata, soprattutto perché li ho visto ‘vivere’ il Vangelo”, ha detto la stessa Darci, raccontando il primo contatto con i Focolari. All’ epoca, era studentessa di Storia all’università diRecife, “un ambiente impregnato di idee marxiste e di forti critiche alla Chiesa”, dice. E’ per questo che il suo incontro con Dio e la sua adesione al carisma dell’Unità sono stati così travolgenti da decidere di consacrarsi, e diventare focolarina. A seguito di questa decisione, Darci lascia il fidanzato, la famiglia e gli studi per frequentare la scuola di formazione per focolarini in Italia dal 1964 al 1966. Al suo ritorno in Brasile, inizia a lavorare intensamente al servizio dei Focolari. Da Belo Horizonte, si sposta alla periferia dell’attuale Vargem Grande Paulista, vicino San Paolo, per dar vita alla Mariapoli Araceli (oggi Mariapoli Ginetta), uno dei tre centri del Movimento dei Focolari in Brasile. Da lì si reca a San Paolo, dove lavora per 20 anni alla guida del Movimento nella regione che, a quel tempo, comprendeva diversi stati brasiliani nel sud-est e centro-ovest del Paese. Nel 2002 viene eletta consigliera del Movimento per il Brasile e successivamente, dopo la morte della fondatrice, Chiara Lubich, nel 2008, viene rieletta consigliera e nominata dall’allora presidente dei Focolari, Maria Voce, delegata centrale, con un ruolo importante nella governance del Movimento a livello internazionale. “A volte ho dovuto affrontare questioni difficili, ma ho sempre sentito la pace in quei momenti e un aiuto speciale dallo Spirito Santo”, racconta la stessa Darci. “Spesso avevo un’idea già pronta, ma ad un certo punto Gesù mi faceva capire, attraverso qualcuno, che voleva qualcos’altro, forse il contrario di quello che pensavo io. Era importante per me fidarmi della presenza di Gesù tra noi, non solo del mio buon senso”, dice. Nel maggio 2012, le viene diagnosticato una grave malattia ai polmoni. “Dopo alcuni esami -racconta – la diagnosi risultava molto grave: il medico mi disse che dovevo armarmi di grande coraggio per combattere e perseverare. Dentro di me c’era la forte convinzione che nulla accade per caso e che Dio ha un piano d’amore per ognuno di noi”.

Il trattamento ebbe un risultato sorprendente, con grande meraviglia dei medici. Di questo periodo di cura, la sua segretaria di allora, Gloria Campagnaro, dice: “La vita è andata avanti con la solennità e la pace di sempre, tra terapie, passeggiate consigliate dal medico e lavoro per il Movimento, con un orario ridotto; una vità che portava fecondità e unità”.

Nel maggio 2020, improvvisamente, c’è una ricaduta della malattia. Arrivano nuovi ricoveri, fino a quando, in condizioni di salute irreversibili, Darci vive i suoi ultimi momenti circondata dall’affetto e dalle preghiere di tutta la comunità dei Focolari. In un video registrato in questo periodo, prima di Natale, lei stessa ha riaffermato la convinzione che l’ha guidata durante tutta la sua vita: “Abbiamo Gesù in mezzo a noi”. “Lascia una lezione esemplare del vivere pienamente l’ideale di unità e fraternità di cui l’umanità ha tanto bisogno”, ha dichiarato Luiza Erundina, deputata federale alla notizia della sua morte. Nelle molte espressioni di gratitudine per il dono della vita di Darci, sono comuni i riferimenti alla serenità e alla gioia accogliente che ha trasmesso a chiunque durante la sua vita, ovunque fosse. In una sola parola, una presenza mariana.

Luís Henrique Marques Caporedattore della rivista Cidade Nova

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La sapienza del mite

Lucia Abignente, focolarina italiana, ricorda Anna Fratta (Doni) con la quale ha condiviso parte dei suoi anni in Polonia. Una vita tutta “Donata”, proprio come il significato del nome datole da Chiara Lubich. “Un abisso di umanità”, “una maestra di vita”, “una piccola grande donna”. Sono questi tre frammenti dei tanti echi suscitati, il 24 settembre 2021, dalla notizia del ritorno alla casa del Padre di Anna Fratta, conosciuta nel Movimento dei Focolari come Doni. Forse, al sentirli, lei avvertirebbe quasi disagio, schiva come era da ogni elogio e misurata nelle sue parole che, essenziali, erano un distillato di sapienza. La sua indole, rafforzata dalle esperienze della vita, le aveva rese tali. Ultima di sei figli vive un’infanzia a cui non è per niente estranea la dimensione del dolore, manifestatosi in modo particolarmente acuto con la morte di una sorella. Profonde domande esistenziali sul senso della vita la interrogano già da bambina, conducendola progressivamente ad allontanarsi da Dio e a cercare altrove risposte. Più tardi lo studio della medicina, scelta per ribellione, si manifesta provvidenziale. La biologia l’affascina e incide sul suo cammino interiore. Scopre nella natura un rapporto di reciprocità e di servizio che non riesce a spiegarsi: una legge d’amore alla cui radice, come capisce una notte “dopo una dolorosa, drammatica, lotta interiore”, c’è “un Essere che ha in sé l’amore”. E’ una svolta decisiva a cui segue l’incontro con Dio nel carisma di Chiara Lubich. Presto Doni avverte che Lui la chiama a seguirla nella via del focolare. Doni farà parte del gruppo dei medici focolarini che, accogliendo la richiesta della Chiesa, si recherà oltrecortina, dove vivrà trent’anni (1962-1992), dapprima nella Repubblica Democratica Tedesca e poi in Polonia, adoperandosi silenziosamente ed efficacemente a dar vita alla comunità dei Focolari, di cui seguirà con stupore e gratitudine a Dio il cammino e la crescita. Da queste terre, segnate dalla sofferenza della mancanza di libertà e nell’impossibilità spesso di un contatto con il Centro dei Focolari a Roma, passerà successivamente a trovarsi proprio al cuore di esso, abitando a Rocca di Papa (Roma-Italia) nel focolare di Chiara Lubich. Con lei condividerà anni intensi, luminosi, ricchi di eventi e impegni a livello mondiale, accompagnandola poi con dedizione e grande amore anche nell’ultimo tratto della sua permanenza sulla terra. Il disegno di Dio su di lei si completa con il suo sapiente contributo come Consigliera generale del Movimento per l’aspetto della “spiritualità e vita di preghiera” che, unito alla donazione nell’accogliere tanti – con Gis Calliari, Eli Folonari e altre delle prime focolarine – trasmette la luce della quotidianità vissuta con Chiara Lubich; e poi nella cittadella di Loppiano (Italia), dove si trasferisce a causa della malattia invalidante che riduce lentamente le sue capacità fisiche. Una profonda coerenza interiore legava il suo agire: “L’amore, si sa, disarma; il nostro parlare era tale che ognuno avrebbe potuto ascoltarlo, amici e nemici”, ricordava conscia della particolare cura con cui, oltre il Muro, la Polizia segreta li seguiva. “Amare, amare, solo amare e riempire le valigie di questo amore, è solo questo che porterò con me!” annota negli ultimi anni, mentre si prepara al viaggio decisivo. Non meraviglia allora che la sua attività professionale abbia guadagnato la stima delle autorità che, nella Repubblica Democratica Tedesca, con tre medaglie l’hanno premiata per il lavoro svolto e il “collettivo” costruito. Ed è ancor più logico che la sua vita abbia trasmesso a tanti in modo limpido l’amore di Dio. Forse il segreto è proprio in quel suo rapporto intimo, costante con la Madonna, in particolare con lei che Desolata, apre nel sì del Golgota il cuore e le braccia all’umanità. È alla Sua scuola che Doni si pone. Scrive il 15 settembre del 1962, poco dopo aver attraversato il muro di Berlino: “Qui non si ha niente a cui appoggiarsi, e, se non si guarda sempre a Maria ai piedi della Croce, si va in terra. Ci sono dei momenti in cui sembra di soffocare, e non si può fare altro che pregare Maria. Solo così a poco a poco il vuoto diventa pienezza e il dolore si trasforma in pace. Sono questi i momenti più belli della giornata, i più preziosi, perché nel dolore trovo un rapporto sempre più profondo e intimo con la Madonna, e per Lei con tutti i suoi figli”. Qui il segreto della fecondità della sua vita tutta “Donata” come esprime il nome datole da Chiara Lubich.

Lucia Abignente

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Come onde che danzano nell’oceano

È recentemente scomparso il prof. Sureshchandra Upadhyaya, docente e studioso indiano, profondo conoscitore della cultura indù. Aveva incontrato Chiara Lubich nel 2001. Il volto ornato da una barba candida che gli arrivava alla cintura. Un uomo minuto dal quale emanavano pensieri nitidi ed essenziali. Il prof. Sureshchandra Upadhyaya era una persona dalla cultura vastissima e dalla profonda spiritualità, conosceva benissimo il sanscrito e la cultura indù che ha contribuito ad approfondire e diffondere anche attarverso la sua attività di docenza. L’incontro con Chiara Lubich e con il suo carisma nel 2001 aveva segnato l’inizio di una profonda amicizia spirituale e intellettuale che aveva coinvolto anche altri accademici indiani. Il prof. Upadhyaya è stato un esponente di spicco del “Bharatiya Vidya Bhavan” di Mumbai, l’Istituto di Cultura Indiana, presente in tutta l’India. Vi era entrato nel 1960 all’età di 28 anni come docente di sanscrito, poi, nel 1972, era stato promosso direttore accademico ed aveva continuato la sua carriera con grande passione, guidando molti studenti nel dottorato di ricerca. Numerosi anche i premi che ha ricevuto, tra di essi: il premio “Eminent Vedic Scholar” dell’Università di Mumbai (India), il “Certificate of Honour” del Presidente dell’India, il premio “Eminent Sanskrit Scholar” del Governo del Paese e il “Best Teacher Award” del Governo dello Stato indiano del Maharashtra. Il 5 Gennaio 2001 a Coimbatore (India) nella sala del College Nani Kalai Arangam si svolse la cerimonia di consegna del prestigioso “Defender of Peace Award” (“Premio difensore della pace”) a Chiara Lubich. Erano presenti 500 persone, in maggiornaza indù, un pubblico qualificato fra cui il Prof. Upadhyaya.  “Finchè ci saranno persone così, Dio è con noi — disse dopo averla ascoltata — e un giorno la terra diventerà il cielo. Tutte le fedi cercano la verità e la verità non è altro che amore e pace come ci dice Chiara”. E in seguito spiegherà ancora: “Chiara Lubich mi svela tangibilmente che Dio si può  sperimentare mediante profondo incondizionato amore.  Appena ami Dio, tu ami pure te stesso e gli altri come Dio ama l’intera creazione. Appena tu diffondi il tuo amore, la tua esperienza di Dio diventa più  profonda dentro di te e trabocca fuori di te. Amare diventa quindi la tua stessa natura, come i fiori che emanano tutt’attorno la loro fragranza.  Sospinti da amore e compassione, si fluisce senza alcun sforzo, dimentichi di sé, come onde che danzano nell’oceano divino. Lasciamoci ispirare dalla consegna di Chiara per vivere amando uno e tutti, sperimentare la presenza di Dio dentro e fuori di noi e sentirci felici oltre ogni misura”. Il 12 agosto 2021 il Prof. Upadhyaya ha raggiunto per sempre la beatitudine “Ananda” (lo stato puro di gioia e felicità), di cui spesso parlava.

A.M.A

https://www.youtube.com/watch?v=2ID42kDSgrY   Qui il ricordo del prof. Upadhyaya scritto da Roberto Catalano, docente di teologia e prassi del dialogo interreligioso presso l’Istituto Universitario Sophia di Loppiano (Italia) http://whydontwedialogue.blogspot.com/2021/08/uppadhyaya-ji.html   (altro…)

L’audace utopia di Nedo Pozzi

L’audace utopia di Nedo Pozzi

Il ricordo di Anna e Alberto Friso, con i quali Nedo Pozzi, con creatività e grande competenza, per decenni ha condiviso il suo impegno di focolarino sposato a servizio del mondo della famiglia.  “Due idee-motrici hanno condizionato tutta la mia giovinezza: il bisogno di una consacrazione totalitaria a Dio e un amore istintivo e creativo per la bellezza, per l’arte, con la certezza incrollabile che nella mia vita avrei dovuto fare qualcosa di veramente importante”. Un progetto ambizioso questo di Nedo Pozzi, che non ha esitato a confidare anche a noi, che da quasi quarant’anni abbiamo condiviso il privilegio di far parte del Centro Internazionale dei Focolari. Dapprima ingaggiati insieme nell’area “Famiglia”, per le sue spiccate doti di comunicatore e per la sua vasta cultura – zoccolo duro di una rara sensibilità interiore – Nedo è stato poi chiamato a compiti più ardui e complessi: contribuire a far nascere nel 2000 la rete che nel Movimento avrebbe collegato operatori ed esperti della comunicazione (NetOne) e, successivamente, con Vera Araujo, coordinare il dialogo dei Focolari con la cultura contemporanea. Autore di articoli e pubblicazioni per l’Editrice Città Nuova, di contributi per interventi pubblici della fondatrice Chiara Lubich, relatore in convegni internazionali, nato a Mantova (Italia) (6 luglio 1937) cresciuto sulle sponde del lago Maggiore, Nedo non ha mai perso la sua audacia di sognatore. Appena ventenne incontra Angela: una travolgente storia d’amore che li farà candidamente dichiarare ai tanti corsi per fidanzati che ad inventare l’amore erano stati loro. Si sposano di mattina presto con i soli testimoni. Non importano agi e ricchezze: il loro primo pranzo di sposi sono due toast e una birra alla stazione di Milano (Italia). La loro avventura insieme prende gioiosamente forma sotto quelle arcate che ancora oggi evocano l’immagine di una cattedrale laica. Ben presto però il sogno non combacia con la realtà. Ed ecco i sentori di una crisi che sulle prime appare irrimediabile. E’ a questo punto che da una coppia di sposi Nedo viene a sapere dei Focolari: è la scoperta dell’amore vero, quello con la A maiuscola, fatto di gratuità, di perdono, del vivere per l’altro, un amore alla cui radice c’è Dio. Da allora l’ideale dell’unità diviene l’essenza del loro volersi bene. Scoprono che la donazione a Dio e ai fratelli apre anche agli sposati la possibilità di consacrarsi a Dio, e in tempi diversi Nedo e Angela rispondono alla chiamata a diventare focolarini sposati. E’ l’avverarsi del primo dei due grandi aneliti di Nedo: essere tutto di Dio. Riguardo alla bellezza non vuole darsene pena, anche perché non riesce ad immaginare come poter conciliare quelle due chiamate apparentemente così contrastanti. La sua vita è un crescendo d’amore nel quotidiano spendersi per l’uomo. Ed è in questo sentirsi, sono parole sue, “direttamente e vitalmente coinvolto a pagare di persona in ogni momento”, che Nedo disseta la sua sete di bellezza, scoprendo, nascosta in ogni prossimo famoso o derelitto che sia, la Bellezza con la B maiuscola. Tutti noi che abbiamo avuto il dono di vivergli accanto, di poter penetrare – grazie alle sue intuizioni – il mistero della sua e nostra vita, possiamo testimoniare che in Nedo la conciliazione delle profonde tensioni che hanno dominato la sua adolescenza è davvero avvenuta. Con la sua dipartita (12 Agosto 2021) dopo otto anni di una malattia che ha gradualmente ridotto le sue capacità intellettive e relazionali, abbiamo perso un gigante di sapienza e di carità, un uomo di profonda fede e di appassionate aperture. Ma noi, come ha testimoniato con Angela la figlia Paola a nome dei fratelli Pierpaolo e Daniela, vogliamo ricordarlo anche come sposo e padre tenerissimo, come amico fidato, come intellettuale che ha vissuto e lavorato per aprire – sono ancora parole sue –  “uno spiraglio sull’Assoluto”.

Anna e Alberto Friso

già responsabili del Movimento Famiglie Nuove

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Suor Antonia Moioli – “Beati quelli che seguono le mie vie”

Suor Antonia Moioli – “Beati quelli che seguono le mie vie”

Il 30 luglio 2021 ci ha lasciati Suor Antonia Moioli, accompagnata dall’affetto e dalla preghiera di tanti. Era serena e con uno splendido sorriso. Nata ad Alzano Lombardo (Bergamo, Italia) il 13 giugno 1949 in una famiglia profondamente cristiana, a 19 anni Antonia Moioli incontra il Movimento dei Focolari: la scoperta di Dio Amore le fa amare tutti: dalla famiglia alla scuola materna. «Mi chiedevo cosa Dio desiderasse da me. Un sacerdote mi suggerì di non preoccuparmi, di continuare a vivere l’ideale e di fidarmi di Gesù che ha detto: A chi mi ama mi manifesterò. Mi fido e mi affido. Nel frattempo mi accorgo di avere come colleghe di lavoro delle religiose molto vivaci, libere. Mi diedero un libro del loro Fondatore, leggendolo, provai gioia per la sintonia con l’Ideale». Nel 1971 entra nell’Istituto delle Suore del Bambino Gesù, emette i primi voti nel 1974 e i voti perpetui nel 1980. Vive con entusiasmo l’esperienza educativa; tutti la ricordano per la vitalità, l’amore e la passione per bambini e giovani. Nel 1977 va a Roma, nella scuola di Santa Maria degli Angeli dove insegna e diventa Capo Istituto. È per tanti studenti una figura di riferimento. I suoi incarichi istituzionali non l’allontanano dai ragazzi, le permettono di mostrar loro la bellezza di seguire Gesù. Nel ‘93 lavora, unica suora, nella consulta di pastorale giovanile per la Diocesi e la Prefettura. Un ex studente testimonia: “Suor Antonia era una donna vera, capace di indicare alla Chiesa l’altissima vocazione del femminile: il saper essere madre, generando costantemente i suoi figli alla fede, all’incontro con Gesù. …come madre che conosce le potenzialità dei suoi figli, non si fermava davanti alle nostre lamentele. …Una donna forte, capace di mostrare la sua umanità. Durante l’accoglienza dei ragazzi pellegrini, giunti a Roma per la Giornata Mondiale della Gioventù (nel 2000), suor Antonia …si avvicinò e mi disse: “tu laverai i bagni della palestra”. Avrei preferito dedicarmi ad altre attività. Suor Antonia, prima di iniziare, mi disse che per servire veramente le persone bisognava sporcarsi le mani. E lì notai la cosa più bella che mi ha fatto riconoscere il suo essere una vera educatrice: si mise a pulire i bagni con me. … Stavo davanti a una donna forte, contenta di essere suora ed educatrice, una donna piena, realizzata”. Desiderava che tutti potessero sperimentare che amare è dare la vita, attimo per attimo. Altro tratto di lei, tipico del carisma della sua congregazione era l’amore ai poveri ed era sensibile verso chi faceva fatica, la gente più semplice. Aveva inoltre un grande amor per le suore più grandi di lei. Nel 1996 è responsabile d’Italia e anima le comunità con l’entusiasmo di sempre. Finito il mandato si dedica per due anni al servizio del Centro Internazionale delle religiose del Movimento dei Focolari e continuerà successivamente, pur ricoprendo altri incarichi. Celebrando i 25 anni di consacrazione scrive: “In questi 25 anni ho sperimentato la Sua fedeltà più forte delle mie infedeltà. L’amore immenso di Dio guarisce, incoraggia, sostiene, è Paradiso”. Ed ancora: “Nel ricominciare tutte le volte che ho faticato o fallito, mi son sempre sentita avvolta da un immenso amore, Maria e il carisma dell’Unità sono stati essenziali per farmi essere una vera figlia del mio fondatore, con un cuore allargato su tutte le espressioni ecclesiali e l’umanità”. Negli ultimi anni ha incontrato debolezza e malattia; non le viene risparmiato niente, le è chiesto di consegnare tutto! In lei si realizza quanto dice il fondatore Nicola Barré: “Questa notte è uno splendido giorno”, e come ha scritto la presidente del Movimento dei Focolari, Margaret Karram, “Suor Antonia lascia l’esempio di una vera discepola di Gesù, fedele a vivere la Parola e costantemente alla Sua sequela, che si è prodigata senza sosta e ai più vari livelli alla realizzazione del che tutti siano uno”.

Suor Tiziana Longhitano

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Dino Impagliazzo, fratello di tutti

“La cosa più bella nella vita è amare il prossimo”: è questo il testamento spirituale dello “chef dei poveri” che ha sfamato e vestito a Roma moltissimi bisognosi e senza fissa dimora. Alla famiglia va l’affetto e la preghiera di tutto il Movimento dei Focolari nel messaggio della presidente Margaret Karram al figlio Marco. Chi l’ha vissuto, spesso non se lo sa spiegare neppure dopo molti anni: perché quei poveri che incontri spesso ogni giorno per strada, improvvisamente escono dal cono d’ombra e gridano alla tua coscienza? È quello che è successo nel 2007 a Dino Impagliazzo ed è così che è iniziata la sua seconda vita quando, da dirigente INPS, è diventato “lo chef dei poveri”, come i media di tutta Italia l’hanno definito in questi giorni. Ci ha lasciati il 25 luglio scorso a 91 anni dopo una vita intera animata dagli ideali di fraternità di Chiara Lubich e arricchita dall’amore per i poveri che la Comunità di Sant’Egidio gli aveva trasmesso e di cui il figlio Marco è presidente. Nel suo messaggio a Marco Impagliazzo, figlio di Dino, e presidente della Comunità di Sant’Egidio, la Presidente dei Focolari Margaret Karram scrive che “Una vita come quella di Dino, così intensa e ricca di generosità, intelligenza, affabilità, lascia un grande vuoto e nello stesso tempo un pieno di amore che fa avvertire più che mai la presenza di Dio fra noi, nell’umanità. Dino ha seguito Gesù e resta per noi e per molti un grande esempio, un testimone coraggioso che ha abbracciato e vissuto con straordinaria coerenza l’Ideale dell’unità di Chiara Lubich come via per la realizzazione del testamento di Gesù, ‘che tutti siano uno’”. Ha sempre saputo guardare lontano Dino Impagliazzo, oltre l’emergenza e con lo sguardo rivolto su tutta la città, come dimostra il nome che scelse per la sua Onlus: “Il suo nome è RomAmor – raccontava lui stesso – perché Roma diventi una città dove le persone si vogliono bene. Roma è sempre stata una città al servizio, dobbiamo aiutarla, perché diventi la città dell’ospitalità̀”. All’inizio c’erano i poveri “Tutto è iniziato quando qualcuno mi ha chiesto un panino e mi sono fermato. Di solito non ci si ferma mai per strada, ma io l’ho fatto e ho scoperto che esisteva un mondo fatto di persone che per svariati motivi avevano perso tutto. All’inizio eravamo solo io e mia moglie: preparavamo una decina di panini in cucina e li portavamo alla Stazione Tuscolana (a Roma). Poi ho coinvolto anche i condomini del palazzo in cui vivo. Pian piano si sono moltiplicati e attualmente forniamo più di 800 pasti alla settimana nelle due stazioni di Roma Ostiense e Roma Tuscolana: i pasti sono completi, composti da primo, secondo, frutta, thè e dolci se ci sono…”. Sfamare non basta Ciò che Dino ha fatto supera di gran lunga l’ambito della solidarietà o della “ristorazione di strada”, come qualcuno ha voluto definirla. Oltre a dar da mangiare a chi non può permetterselo, per quasi 15 anni, con i suoi volontari, Dino ha fatto il giro dei mercati rionali, dei supermercati e di alcuni alimentari di Roma per raccogliere la merce in scadenza che non poteva più essere venduta e con i prodotti recuperati si cucinano tuttora zuppe, panini e pasta da distribuire vicino alle stazioni Tiburtina e Ostiense. In un anno si distribuiscono in media oltre 25mila pasti ai più poveri della capitale. E non è finita qui perché l’associazione fornisce anche vestiario, calzature, materiale per l’igiene personale; in alcuni casi lavora per facilitare il rapporto con gli enti pubblici e per le pratiche legate alla residenza, assistenza sanitaria, assistenza legale, avvio ad attività lavorativa, per le persone senza fissa dimora o in difficoltà. L’anno scorso è stato insignito dal Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella dell’Onorificenza al Merito della Repubblica Italiana come “eroe dei nostri giorni” insieme ad altre 32 persone; un premio che non ha ritenuto per sé, ma che ha precisato, appartiene a tutti i suoi collaboratori volontari. Alla famiglia va l’affetto e la vicinanza di tutto il Movimento dei Focolari, del quale Dino era membro e testimone fedele della spiritualità dell’unità. In tanti, e in tutto il mondo, lo ricordano con affetto e gratitudine, come testimoniano i numerosi messaggi arrivati in queste ore. “Restiamo uniti a voi tutti – conclude Margaret Karram, rivolgendosi alla moglie Fernanda e a i figli Chiara, Giovanni, Paolo e Marco – in preghiera per lui, certi che ci aiuterà a proseguire a vivere con fede nella provvidenza e nell’efficacia del farsi uno con chiunque in necessità”.

 Stefania Tanesini