Franco e Anna sono sposati dal 1991 e hanno tre figli: Benedetta, Francesca e Federico. Ad agosto del 2025 Franco è partito improvvisamente per il Cielo, all’età di 63 anni. Questa notizia ha scosso gli animi di tante persone, non solo nella loro città, Poggio Mirteto (Italia), ma anche fra tanti amici del Movimento dei Focolari che lo hanno conosciuto, sia quando era Gen (giovani dei focolari) e, infiammato dall’Ideale dell’Unità, aveva detto il suo “Sì” alla chiamata a vivere per Gesù, sia anche per il suo lavoro (ha lavorato per anni alla casa editrice Città Nuova) che lo aveva portato ad incontrare tante persone.
Insieme ad Anna il loro “Sì” iniziale a formare una famiglia fedele al “dove due o più…”, si arricchisce, lungo il loro percorso di vita insieme, con l’impegno nella comunità locale, in particolare nel Movimento Famiglie Nuove (diramazione dei focolari, composto da famiglie che si propongono di vivere la spiritualità dell’unità) e con l’accompagnamento delle coppie nel loro percorso di preparazione al matrimonio e al battesimo dei figli.
Dopo un lungo periodo nella casa editrice, Franco ha iniziato una nuova esperienza lavorativa come docente di religione in un Istituto tecnico, spendendosi tutto nel cercare di aiutare i suoi alunni a crescere serenamente, pur nelle difficoltà e nei dolori personali che gli venivano confidati dai ragazzi stessi. Il ricordo più vivo in tutti sono le lezioni all’aperto, all’ombra degli alberi, nel giardino esterno alla scuola, la sua profonda capacità di ascolto, il suo sorriso. Sorriso che anche i colleghi hanno conosciuto insieme al suo impegno a creare nella scuola un clima di famiglia con passeggiate in montagna e momenti conviviali.
Nell’ultimo periodo di vita il suo “Sì” alla chiamata a diventare Diacono al servizio della Chiesa. Lo ha fatto con umiltà, nel silenzio ma sempre presente, pronto ad aiutare chi era in difficoltà. Chi lo ha incontrato ricorda che, sempre con il suo grande sorriso, riusciva a trasformare gli animi di chi gli passava accanto.
Nelle foto, da sinistra: Franco con la famiglia; una gita in montagna; nel suo servizio come diacono
La loro casa era sempre aperta a tutti e lo è tutt’ora: tanti amici sostengono Anna e i loro figli, grazie all’amore seminato in questi anni.
Anche durante il ricovero di Franco in ospedale, l’ultima settimana prima del decesso, i medici sono rimasti colpiti per il continuo afflusso di giovani che andavano a trovarlo per un ultimo saluto, un abbraccio alla famiglia, o semplicemente essere lì presenti al loro fianco per una preghiera insieme.
Un suo collega, che si definiva non credente, lo ha salutato come “la persona più vicina al Vangelo” che avesse mai conosciuto.
Al suo funerale una chiesa gremita di gente, tantissimi giovani anche sul sagrato: “Hai parlato di fede ma ci hai insegnato l’amore”, uno dei loro striscioni; sull’altare una schiera di sacerdoti e diaconi intorno al vescovo Mons. Ernesto Mandara.
Durante l’omelia, don Mauro Guida, parroco della Cattedrale di S. Maria Assunta in Poggio Mirteto, citando i Santi Lorenzo, Chiara, Giovanna, Ponziano e Ippolito, ricordati dalla Chiesa nei giorni precedenti, ha detto: “Ogni volta, ogni nome, ogni parola, ogni volto di santità, sembrava il ritratto del nostro caro Franco. Come una volta i bambini mostrandosi le figurine ripetevano il ritornello “ce l’ho, ce l’ho…”, così Franco era diventato improvvisamente l’immagine di chi aveva qualunque qualità si potesse descrivere, o anche solo immaginare; «santità della porta accanto», l’aveva chiamata Papa Francesco”.
“Si resta profondamente commossi alla notizia della chiamata al Cielo di Franco ed estasiati a seguire il suo profilo – hanno affermato in una lettera, Margaret Karram e Jesus Moran, Presidente e Copresidente (nel 2025) dei focolari -. Preghiere e profonda gratitudine per la sua vita così bella e luminosa. Nella certezza che sia già accolto da Gesù, lo sentiamo protettore di Famiglie Nuove e delle Nuove Generazioni. Uniti in modo specialissimo ad Anna e figli”.
Nelle foto: inaugurazione dell’aula all’aperto nella scuola dove insegnava
La scuola in cui Franco ha lavorato, l’IIS Gregorio da Catino di Poggio Mirteto, ha voluto realizzare un’aula all’aperto intitolata a lui. Questo il post pubblicato sulla pagina Facebook della scuola: “ci sono professori che lasciano un segno indelebile per il loro modo di guardare il mondo: Franco Fortuna era uno di loro. Per ricordare l’amore che aveva per le lezioni all’aperto, oggi (5 giugno 2026) abbiamo inaugurato una vera e propria aula esterna(…). Ci auguriamo che possa diventare un luogo dove gli studenti possano continuare a imparare, a confrontarsi e a sognare, proprio come avrebbe voluto il prof. Fortuna”.
Lorenzo Russo Foto: per gentile concessione della famiglia Fortuna
Mi chiamo Tony, e mia moglie si chiama Walaa. Viviamo a Betlemme, nella terra in cui è nato il Bambino Gesù, e siamo sposati da sedici anni. Dio ci ha donato tre figli: John (14 anni), Maria (11 anni) e Andros (6 anni).
Abbiamo conosciuto il Movimento dei Focolari circa dieci anni fa, quando il focolare di Betlemme si trovava accanto alla nostra casa. Non immaginavamo allora che quella vicinanza sarebbe diventata un cammino di vita. Da quando abbiamo iniziato a partecipare agli incontri del Movimento e alle Mariapoli, i ritrovi annuali delle comunità per costruire dialogo e fraternità, molte cose sono cambiate dentro di noi: il Vangelo è diventato il compagno quotidiano della nostra vita, e lo spirito di unità è entrato nella nostra relazione di coppia, nel modo in cui educhiamo i nostri figli e nel nostro sguardo sul mondo.
Ma la vita nella Terra Santa non è facile. Viviamo in un luogo in cui si costruiscono più muri che ponti, e dove si seminano più paure che serenità. Siamo parte di questa realtà e ne portiamo ogni giorno il peso.
La famiglia Ballout
Io lavoro presso il Comune di Betlemme, mentre Walaa è insegnante in una scuola ad al‑Eizariya (Betania). Per raggiungere la scuola deve attraversare un checkpoint militare e molto spesso, oltre a dover aspettare a lungo prima che le venga permesso di passare, per via delle chiusure c’è il rischio che rimanga fuori a lungo, fino a tarda notte. Tante le esperienze dolorose vissute e quando la dignità di uno dei genitori viene colpita, anche i figli lo percepiscono e si prova un grandissimo senso di impotenza nel proteggere la propria famiglia.
Il muro è diventato parte del paesaggio quotidiano e a tutto questo si aggiunge la crisi economica che Betlemme sta attraversando: la disoccupazione è alta, gli stipendi irregolari, e spesso riceviamo solo una parte dello stipendio, mentre le responsabilità e gli impegni restano gli stessi.
In mezzo a tutto ciò, non abbiamo perso la speranza.
Nel Vangelo abbiamo trovato una risposta a ogni domanda dei nostri figli, e nella famiglia dei Focolari uno spazio autentico di amore, unità, comunione e vita evangelica. Abbiamo sperimentato la presenza di Gesù Abbandonato in mezzo a noi, e abbiamo scoperto che il Vangelo non è solo un libro da leggere, ma una vita da vivere ogni giorno; che l’unità è una scelta che inizia con un gesto d’amore verso l’altro, anche nelle circostanze più difficili. Questo è l’eredità che vogliamo lasciare ai nostri figli.
Approfondendo la spiritualità dei Focolari, siamo stati proposti per partecipare alla LFE 2026 (Loppiano Family Experience), la Scuola di formazione estiva per animatori del Movimento Famiglie Nuove, diramazione del Movimento dei Focolari composto da famiglie che si propongono di vivere la spiritualità dell’unità e di irradiare nel mondo della famiglia i valori che promuovono la fratellanza universale.
Momenti di “Loppiano Family Experience 2026”
Considerata una tappa importante nel nostro cammino come famiglia e come appartenenti al Movimento dei Focolari nella Terra Santa, lo scorso anno non abbiamo potuto partecipare perché i documenti di viaggio non erano pronti, ma ringraziamo Dio per aver potuto partecipare quest’anno.
Fin dai primi giorni abbiamo sentito di essere in mezzo a una grande famiglia: abbiamo incontrato famiglie di Paesi, culture e lingue diverse. La diversità è una ricchezza, e l’amore ha una lingua che tutti comprendono.
I nostri figli hanno vissuto esperienze che possono sembrare semplici per molti, ma per loro erano straordinarie: camminare tra gli alberi e le montagne senza paura, senza vedere armi, giocare liberamente, stringere amicizia con bambini di diversi Paesi e vivere con loro l’amore. Tutto questo per loro è stato una nuova scoperta del significato dell’infanzia.
Noi, invece, abbiamo trovato negli incontri e nelle esperienze delle famiglie una vera scuola di vita: abbiamo ascoltato testimonianze piene di sfide, ma anche di speranza, e abbiamo sperimentato che la diversità di culture, abitudini e tradizioni non impedisce l’unità, ma la rende più bella, realizzando la preghiera di Gesù: “Che tutti siano uno”.
I temi affrontati nella Scuola hanno toccato profondamente la nostra vita: abbiamo capito che le difficoltà familiari non sono la fine del cammino, ma un’occasione per crescere nell’amore se vissute con Gesù Abbandonato. Lo abbiamo sperimentato anche nella nostra realtà in Terra Santa: persino il dolore può diventare un luogo in cui fiorisce la speranza quando è vissuto con Dio.
Torneremo a Betlemme più uniti tra noi, più convinti che la diversità è una ricchezza e che l’unità è una missione.
Questa esperienza ci ha riportati al cuore della nostra vocazione: essere una famiglia che vive il Vangelo e testimonia l’amore proprio dove questo sembra impossibile. Di portare la luce dell’unità alla terra dove è nato Gesù.
Vivere nello stesso palazzo ed essere estranei. È quello che succede nella maggior parte dei casi. Basterebbe un pizzico di coraggio e un semplice gesto per incontrarsi davvero, un po’ come ha fatto la famiglia Scariolo. “L’incontro con l’altro è un arricchimento reciproco, al di là delle culture, delle religioni e delle ideologie. Ogni volta facciamo la scoperta che l’altro è stato creato come dono d’amore per me ed io per lui”. Con queste parole Adriana e Francesco Scariolo, focolarini svizzeri, sposati da 42 anni, raccontano un’esperienza che, qualche mese fa, li ha particolarmente arricchiti. “Viviamo nel Canton Ticino, nella Svizzera italiana, e da un anno e mezzo abitiamo in un palazzo con 13 appartamenti. Nei giorni prima di Natale 2021, abbiamo pensato di fare un giro di auguri, porta a porta . La sorpresa e la gratitudine di tutti i vicini è stata grande: ‘Io sono stato il primo inquilino di questo stabile e non è mai successo che qualcuno a Natale ci venisse a fare gli auguri’ ha detto uno di loro. ‘Noi siamo musulmani, ma vogliamo augurare anche a voi Buon Natale’ ha aggiunto un altro. Abbiamo anche distribuito a tutti un invito per un momento di festa di fine Anno e di auguri per un Buon 2022 a casa nostra. Così il 29 dicembre abbiamo tenuto un aperi-cena con tre famiglie, una musulmana e due cristiane delle quali una evangelica ed una cattolica, rispettando le norme di sicurezza e rigorosamente in mascherina. È stato un bel momento in cui ciascuno si è fatto conoscere con spontaneità. ‘É bello sapere che ci sono dei vicini con cui darsi una mano, salutarsi- ha affermato il marito della signora musulmana- ci fa sentire meno soli’”. È una cosa che avevate già fatto in passato? “Sì, non è la prima volta che cerchiamo di creare rapporti con gli altri condomini. Tutto è partito tanti anni fa sentendo parlare della “festa dei vicini”, un’ iniziativa proposta per dare alle persone la possibilità di incontrarsi. Ci siamo accorti che ci voleva anche un po’ di coraggio e di fantasia per fare la nostra parte e così abbiamo provato. All’inizio, approfittando del nuovo anno, mettendo nelle cassette della posta un biglietto di auguri, poi, secondo la reazione delle persone, facendo più amicizia, provando ad organizzare prima dell’estate un pranzo in giardino tutti insieme. In seguito abbiamo lasciato quel caseggiato per un periodo di volontariato all’estero durato 7 anni, ma al rientro, da quando siamo in questo nuovo palazzo, abbiamo voluto mantenere la tradizione”. Cosa vi ha sorpreso delle loro reazioni? “Vedere i loro volti sorridenti. Non se lo aspettavano, soprattutto in un periodo delicato come questo a causa della pandemia. Inoltre ci è sembrato un dono poter terminare gli ultimi giorni del 2021 con un momento di socialità dopo tanto isolamento, un segno che dà speranza e non frena la voglia di amare gli altri e costruire rapporti fraterni. Il 2 gennaio 2022 aspettavamo altre famiglie che si erano prenotate e che, per il distanziamento, non potevamo ospitare insieme alle altre. Alcune sono state colpite dal covid e quindi non sono potute venire, ma la cena con loro è solo rinviata a tempi migliori”. Cosa vuol dire per voi andare incontro al fratello? “Vuol dire andare incontro all’umanità di oggi attraverso semplici e quotidiani gesti d’amore. Per esempio, aiutare la vicina di casa che ogni tanto ha problemi con la TV, ascoltare la coppia che ha appena avuto un figlio, sciogliere i muri di indifferenza, di anonimato di cui sono fatti i rapporti e che la pandemia ha ingigantito. La frase di Gesù “tutto quello che avrete fatto ad uno dei miei fratelli più piccoli l’avrete fatto a me” ci interpella. Allora ogni prossimo è veramente la persona che Lui ci mette accanto per essere accolto ed amato. E chi è più prossimo dei vicini di casa?”
“L’Amore familare: Vocazione e via di Santità” è il tema del X Incontro Mondiale delle Famiglie che si terrà a Roma dal 22 al 26 giugno 2022. Marcelo Chávez e Pia Noria, focolarini sposati cileni, responsabili del Movimento Famiglie Nuove del Cono Sud (Argentina, Cile, Uruguay e Paraguay), raccontano la loro storia e l’attesa di questo evento. “Fin da bambino, sentivo che Dio mi chiamava a seguirlo, malgrado non sapessi bene ancora quale fosse il cammino da intraprendere. Dopo un periodo di discernimento ho capito che la mia strada era il matrimonio”. Sono le parole con le quali Marcelo Chávez, marito di Pia e papà di tre splendide figlie, racconta del meraviglioso disegno che Dio aveva in mente per entrambi. Una vocazione, la loro, nata da un’amicizia decennale vissuta condividendo lo stesso ideale di vita; un bellissimo viaggio di fidanzamento che ha dato inizio ad una nuova grande avventura nel matrimonio. La loro è una famiglia che oggi si fa “Chiesa viva” attorno a molte altre, tutte protagoniste del X Incontro Mondiale delle Famiglie “L’Amore familare:Vocazione e via di Santità” che si terrà a Roma (Italia) dal 22 al 26 giugno 2022. Come vi state preparando a questo evento che, come Papa Francesco ha scritto nel suo messaggio di presentazione, data la pandemia assumerà una forma “multicentrica e diffusa”? Quando Papa Francesco ha inaugurato l’anno Amoris Laetitia nel marzo 2021, indicando che si sarebbe concluso con il X Incontro Mondiale delle Famiglie a Roma, ci siamo subito sentiti chiamati a partecipare all’evento in presenza. Poi, a luglio 2021, quando il Papa ha invitato tutti a vivere insieme questo evento attraverso una nuova modalità, ognuno con le proprie diocesi, abbiamo sentito che si trattava di vedere Roma che allargava le braccia verso il mondo, andando incontro a tutte le famiglie, fino alle periferie, affinchè nessuno rimanesse fuori. Abbiamo intuito che potevamo vivere questo miracolo dell’unità familiare essendone protagonisti, e non solo guardandolo da lontano. Per questo vivremo l’incontro dal luogo in cui siamo, aderendo alle iniziative che scaturiranno dall’Arcidiocesi di Santiago del Cile insieme ad altri movimenti. Cosa vuol dire, da famiglia, percorrere una via verso la santità? Il 6 settembre del 2021 abbiamo festeggiato 18 anni di matrimonio e, anche nei momenti difficili, non ci sono stati dubbi: la nostra chiamata è ed è sempre stata amare l’altro come vuole Dio. Dio ha preso in parola il nostro “sì” e ci ha aiutato ad andare avanti. Questo cammino di santità nel matrimonio, lo intendiamo come un cammino condiviso, fatto insieme, uniti, in cui ciascuno contribuisce anche alla santificazione dell’altro. In che modo Gesù è sostegno nella vostra vita e che ruolo ha giocato la preghiera soprattutto in questo tempo di pandemia? In questi 18 anni, giorno dopo giorno, ci siamo accorti che la misura dell’amore coniugale era davvero dare la vita per l’altro. Renderci disponibili a questo con la grazia di Cristo ci ha permesso di cogliere quanto le nostre differenze potessero assumere una dimensione diversa. Naturalmente ci sono state situazioni in cui non è stato facile affrontare i conflitti, alcuni più difficili di altri, ma è stato in quei momenti che abbiamo sentito il desiderio forte di essere fedeli al sacramento del matrimonio e continuare ad amare Gesù anche nella difficoltà. Questo richiede ed esige coraggio ed è con grande forza di volontà che ci affidiamo a Dio, alla Sacra Famiglia per affrontare le complesse situazioni che le sfide di oggi comportano. La preghiera ci ha sostenuti e ci sostiene in questo viaggio, ci dà forza e la certezza che tutto è Amore di Dio. In questo periodo di pandemia, in particolare, la preghiera in famiglia è stata importante quanto quella con la comunità dei Focolari e con le altre famiglie. Anche se non potevamo ricevere Gesù nell’Eucarestia, abbiamo capito che questo incontro con Lui sarebbe avvenuto comunque e che il Suo amore si sarebbe manifestato tra noi. Durante la conferenza stampa di presentazione dell’Incontro il Card. Kevin Farrell, Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ha detto: “Le famiglie sono il seme che può fecondare il mondo. Sono loro gli evangelizzatori che testimoniano al mondo la bellezza della vita familiare”. Come portare questa testimonianza fuori dalle mura domestiche? Questa realtà la troviamo riflessa nella Santa Famiglia di Nazareth. È questa la grandezza e l’importanza di essere famiglia anche oggi: essere il luogo dove Gesù nasce e viene donato al mondo. Noi sperimentiamo che l’amore di Dio che si è manifestato nella nostra vita non può rimanere solo nella nostra famiglia, ma deve irradiarsi ed essere la base per incontrare altre famiglie, coppie, fidanzati. Tutto è un’opportunità per amare e per donare l’amore di Dio. Camminare insieme ad altre famiglie significa fare comunità, condividendo i beni, le necessità, le preoccupazioni e facendo attenzione ai bisogni di tutti.
La storia di due coniugi della Croazia e la loro esperienza nell’ambito del progetto “Percorsi di luce” promosso dal Movimento dei Focolari “Come bambini piccoli che imparano dal nulla, così anche noi imparavamo a capire prima noi stessi, capire i sentimenti, riconoscerli, capire l’altro, imparare che il pensiero diverso non deve finire sempre e per forza in un conflitto. Abbiamo capito che le coppie che ci circondano arricchiscono i nostri rapporti e che bisogna evitare di isolarsi”. Melita e Slavko sono sposati da circa vent’anni, sono genitori e vivono in Croazia. La loro esperienza di coppia la raccontano con schiettezza, senza letture patinate, senza omettere quei momenti di prova che disegnano il loro percorso come una sfida, una “casa” da costruire ogni giorno, spesso senza sapere con quali strumenti. Non un’autostrada diritta da attraversare con una macchina potente, ma una strada sterrata da percorrere in bici col solo motore delle proprie gambe, dei polmoni e del cuore, con salite faticose e discese rigeneranti. Una storia, la loro, che forse somiglia a quella di tante coppie, ma che offre una chiave di lettura non scontata sulla famiglia. L’occasione di questo racconto è la loro partecipazione in Italia ad un incontro nell’ambito del progetto Percorsi di luce, che il Movimento dei Focolari dedica alle coppie, con un’attenzione particolare per quelle che vivono momenti di divisione. In uno dei passaggi più bui del loro rapporto – spiegano – è grazie a incontri come questo che hanno trovato gli strumenti da “usare ogni giorno, perché la nostra famiglia sia contenta e il nostro rapporto cresca”. Strumenti “che facilitano la salita che ci aspetta nella vita di coppia per realizzare i piani di Dio sulla nostra famiglia”. Nelle loro parole emerge chiaro che l’immagine della coppia “perfetta” è una dolorosa illusione. L’aspettativa di un percorso lineare e soleggiato, alimentata dall’entusiasmo che segue l’incontro con la persona “giusta”, si scontra con la realtà di una “partita” tutta da giocare e di cui non si conosce l’esito, dove il compagno di squadra si trasforma a volte nell’avversario e dove si vince solo se vincono entrambi. Una partita che non ha regole scritte ma che va giocata avendo chiaro l’obiettivo, o ritrovandolo se sfuma. Una partita dove ciascuno è chiamato a dare il proprio contributo e a fronteggiare le variabili avverse, senza scorciatoie: “Dalla prospettiva di oggi – dicono – possiamo testimoniare che il matrimonio non è una cosa fissa e statica, che un corso come questo non è una bacchetta magica che risolve tutti i nostri problemi per sempre”. Piuttosto, qui “abbiamo imparato che il nostro primo figlio – il matrimonio – ha bisogno della massima cura e importanza, perché solo quando siamo noi in pace e sintonia possiamo essere capaci di dare amore ai figli e alle persone che ci circondano. Solo così ci realizziamo come persone”. Tutto muove, in effetti, dal sentirsi già realizzati “ai nastri di partenza”. Melita racconta degli inizi: “Era un periodo molto bello, finalmente avevo realizzato il sogno di avere un ragazzo che sapeva ascoltarmi, consolarmi, capirmi. La persona con la quale condividere sguardi simili sulla vita, sulla fede, sull’amore. Presto abbiamo capito che volevamo sposarci coronando il nostro amore con il matrimonio”. A breve però si presenta la prima prova: la perdita di un figlio in arrivo costringe Melita e Slavko a rivedere i loro piani, a concentrarsi sull’organizzazione pratica della vita, sul lavoro e la casa. È un momento proficuo in effetti, dove sperimentano una crescente unità fra di loro e con le rispettive famiglie, condividono tutto – dice Slavko – trovando “la forza, la volontà e il desiderio per le cose comuni”. “Abbiamo idealizzato la nostra vita – aggiunge lei – completando i sassolini del nostro mosaico e aspettando che la famiglia si allargasse”. Dopo tre anni arriva la gioia del primo figlio, ma con essa anche la necessità di trovare un lavoro meno impegnativo e più remunerativo. L’impiego per Slavko arriva ma il nuovo contesto produce nella coppia tensioni, incomprensioni, ferite profonde. “La sicurezza che avevamo costruito e la fiducia dell’uno nell’altra sono spariti – racconta Melita – è iniziato un periodo di insoddisfazione nei nostri rapporti, di rimproveri per gli sbagli fatti. Slavko non si accorgeva della mia insoddisfazione e io non sapevo come fargli presente le cose che mi davano fastidio”. E lui: “Mi ero accontentato della vita, pensando: ma cosa vuoi di più, ci vogliamo bene, ci siamo sposati, la vita va su un binario dritto, perché dovrei ancora dimostrare la mia fedeltà e l’affetto? È lei che non capisce che le voglio bene e le sto accanto. Invece ero sordo alle sue grida e ritenevo che era lei a dover cambiare e accettare le nuove circostanze. In noi cresceva la sensazione di incapacità, di disperazione, cadevamo nell’abisso dal quale non vedevamo la via di uscita”. Li attraversa anche il pensiero di separarsi. Avevano toccato il fondo. Ma in quel deserto pian piano comincia a rifiorire la vita. “In quel momento il Signore ci manda sulla nostra strada i nostri padrini e amici, che come gli altri avevamo cancellato dalla vita, ci manda le indicazioni da seguire tramite loro” ripercorre Slavko. È nel confronto con le altre coppie che partecipavano ai Percorsi di luce che finalmente riescono a intravedere una via d’uscita. “Soli l’uno davanti all’altro e soli davanti a Dio abbiamo cominciato a capire e conoscere di nuovo l’altro, imparato che l’opinione diversa non significa che l’altro non mi ama, anzi abbiamo imparato di nuovo che la diversità arricchisce, ci completa come coppia”. Imparare, scoprire, crescere e consolidarsi come persone e come coppia. È forse questa la conquista inattesa di un cammino autentico e coraggioso, imprevedibile e ricco di prove, ma anche di traguardi e soddisfazioni. Melita e Slavko hanno scoperto che i piani di Dio sulla loro coppia e la loro famiglia non sono affatto scontati ma richiedono la loro determinazione nell’amore reciproco. E hanno imparato che è attraverso questo impegno che l’uomo e la donna realizzano se stessi come persone.