Movimento dei Focolari

In Grecia, tra i migranti

Apr 15, 2016

Tra le tende del Pireo. In attesa dell’incontro di papa Francesco con i profughi sull’isola di Lesbo, insieme al Patriarca ecumenico Bartolomeo e all’arcivescovo di Atene Hieronymos II.

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Foto: CAFOD Photo Library

Atene: al campo profughi del Pireo vivono 4.500 migranti, sui 53mila che si contano oggi in Grecia e isole. È un campo “informale”, che va avanti solo grazie all’attività dei volontari. Lo visitiamo, nel contesto del progetto «Giornalisti e Migrazioni», accompagnati da una di loro, Elena Fanciulli, 23 anni, dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII. Ad Atene da dicembre, da quando ha finito gli studi in Scienze per la Pace, la giovane italiana ha visto la situazione evolvere rapidamente. «A gennaio, quando sono venuta al Pireo per la prima volta, il mio compito era quello di aspettare il barcone, per accogliere i migranti e dare loro un po’ di cibo. Scendevano e di corsa prendevano il pullman per Idomeni e altri campi al confine: la Grecia non era la loro destinazione finale. Da quando all’inizio di marzo hanno chiuso i confini, il Pireo si è trasformato in un inferno terrestre. Non ci sono servizi igienici a sufficienza, non ci sono docce, bambini scalzi, che vestono vestiti da uomo e devono reggere i pantaloni mentre camminano… Il cibo è l’ultimo problema. Purtroppo spesso scade. Essendo un campo “informale”, infatti, non c’è coordinamento, e si rischia che tanto cibo, portato dai cittadini ateniesi, si perda. Tutto ciò che è al Pireo è donato. Nonostante sia un inferno, c’è chi un po’ di Paradiso lo porta». Quali prospettive per le 4.725 persone che sostano al Pireo da oltre un mese? «Il numero dei profughi deve arrivare a zero. Siamo alle porte della stagione turistica e le persone – per lasciare libera l’area del porto dove attraccano le crociere – saranno smistate in altri campi. La prospettiva è di stallo. La Grecia rischia di diventare un grande campo profughi all’aperto. Qui ci sono soprattutto siriani, ma anche afghani, iracheni, iraniani, e poi nelle varie carceri di Atene ci sono marocchini e algerini, che in genere arrivano senza documenti e sono per lo più migranti economici». A distribuire gli aiuti e far giocare i bambini – «a volte bastano un pennarello e un foglio di carta, un pallone e un hula-hoop per tirare un po’ su il morale», spiega Elena – oltre alla Giovanni XXIII, ci sono UNHCR, Mensajeros de la Paz, Croce Rossa, Pampeiraiki, Focolari. «Ma – ribadisce Elena – l’organizzazione funziona a rete, non c’è un responsabile. Le associazioni, così come le chiese, si impegnano qui, perché è soprattutto nei campi informali dove c’è più bisogno». Per gestire il coordinamento profughi, le varie associazioni si trovano settimanalmente con l’UNHCR. Sul loro portale si possono trovare i dati aggiornati circa gli arrivi e la distribuzione. E alla parte tecnico-legale si affianca, quando possibile, quella spirituale e umana: «Una volta al mese ci riuniamo con le associazioni cattoliche al Kentro Arrupe dei Gesuiti. È un momento di coordinamento, ma anche di preghiera, di sostegno. Proviamo anche noi sofferenza, bisogno di ascolto, di sfogo. Di tirar fuori le nostre paure, ciò che pensiamo del futuro, come possiamo migliorarci. Se un giorno il volontario si stufa, qui non mangia più nessuno, non si veste più nessuno. Il volontariato ci deve essere, ma non come unica risorsa». «Qui c’è gente depressa, con gli occhi vuoti, scalza. È grazie all’umanità di tanti greci che si va avanti. I dottori li puoi trovare – gratis – anche alle 3 del mattino. Questo è il punto di vista dell’Europa dal basso, dove c’è tanta gente che fa». Cosa ti ha spinto a fare quest’esperienza? «Dopo la laurea era arrivato il momento di mettere in pratica ciò che avevo appreso. Così decisi di partire. Un’amica mi consigliò la Papa Giovanni XXIII. Il tempo di fare il corso missioni che ti prepara a come stare sul campo e gestire le proprie emozioni, e dopo il colloquio sono partita. Avevo chiesto un punto del mondo dove la mia vita venga sconvolta e i miei studi vengano confermati. In mente avevo l’America Latina, e invece mi hanno consigliato la Grecia, che è nell’occhio del ciclone in questo momento. Ora mi ritrovo qui a fare ciò che posso, a volte con le ginocchia a terra, perché politicamente non sono nessuno, ma qualcosa posso fare, e ci provo, con tanti pianti la sera prima di addormentarmi, e sperando di non rimanerci sotto. Sono cosciente di portare solo una goccia. E forse anche io ho bisogno del povero, dell’incontro con l’altro». Maria Chiara De Lorenzo

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