Ogni anno, circa 12 milioni di persone visitano la panetteria Sungsimdang, a Daejeon, Corea del Sud.
Cosa attira tutte queste persone?
Oltre ai deliziosi dolci e prodotti da forno, alla Sungsimdang clienti, partner e collaboratori sperimentano anche una cultura di comunione che promuove iniziative sociali e ambientali.
79,2 tonnellate di carbonio in meno ogni anno grazie al riciclo delle confezioni del latte.
Produzione in collaborazione con gli agricoltori locali
Collaborazione con le università della regione.
Un vero e proprio ecosistema locale che collega produzione, educazione e cultura.
“Se non avessimo conosciuto l’Economia di Comunione, forse saremmo rimasti semplicemente una ‘buona panetteria di successo’.”
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Wehrle: Il dottor Lukas Vischer, noto teologo svizzero che per molti anni è stato direttore della Commissione Fede e Ordine del CEC, aveva incontrato Chiara Lubich nel 1962 a Roma. Tornò a Ginevra dicendo di aver trovato una donna cattolica romana piena di passione, disposta a dedicare la propria vita a un movimento per l’unità. Ne parlò con i suoi colleghi del CEC e decisero di invitarla a Ginevra nel 1967 per condividere con loro questa spiritualità dell’unità. In quell’occasione, per facilitare, mantenere e approfondire il rapporto con Chiara Lubich e il Movimento dei Focolari, chiesero se un membro del movimento potesse lavorare presso il CEC. È così che sono arrivata a lavorare al CEC nel 1969.
Ero piena di entusiasmo all’idea di poter contribuire alla missione del CEC. Avevo 23 anni. Pensavo che vivendo questa spiritualità dell’unità, condividendola, il sogno di essere uno, la preghiera di Gesù “affinché tutti siano uno”, sarebbe presto diventata realtà. Scrissi questo a Chiara Lubich. Lei mi rispose immediatamente: “Piano, piano, Luzia, devi solo amare – non hai altre responsabilità – Maria non era preoccupata di essere attiva, ma di dare spazio e visibilità a Gesù attraverso l’amore”. Questa frase mi ha liberata da ogni pressione e mi ha accompagnata durante gli anni in cui lavoravo al CEC. Non ero e non sono tuttora una teologa né un’ecumenista – Chiara non ne ha tenuto conto quando mi ha chiesto di andare a Ginevra. Per lei era sufficiente dirmi “basta amare” – tutto ciò che serve è amare, amare Gesù in ogni persona.
In effetti, questi 40 anni sono stati un dono immenso e hanno lasciato nel mio cuore un segno indelebile – non solo per l’esperienza ecumenica acquisita attraverso le numerose conferenze in tutto il mondo, ma soprattutto per l’immenso dono di vivere per l’unità delle Chiese. È stato un vero privilegio e, in un certo senso, un continuo ringraziamento a Dio che, mi sembra, mi ha permesso di sperimentare il Suo amore personale attraverso questo periodo davvero, davvero ricco della mia vita al CEC di Ginevra. Ciò che mi ha colpito profondamente è stato vedere nei miei colleghi la generosità nel dedicare anni della loro vita al movimento ecumenico, tra l’altro lasciando i loro paesi d’origine insieme alle loro famiglie, la loro vita culturale, le loro comodità e le loro carriere. Che arricchimento vivere insieme a così tante culture diverse!
Quando ebbe luogo la visita successiva di Chiara Lubich?
Wehrle: Chiara Lubich tornò a visitare il CEC nel 1982, invitata dall’allora segretario generale Philip Potter, per parlare della sua spiritualità ai membri dello staff del CEC. Philip Potter coniò la frase: “Lei ha uno stile di vita ecumenico”, che da allora è stato spesso utilizzato per descrivere l’impegno dei Focolari.
Quando, durante la riunione plenaria, un membro dello staff chiese a Chiara come mettere in pratica questa spiritualità nella vita quotidiana, lei propose “La Parola di Vita”, un opuscolo mensile – forse lo conoscete – che contiene una frase del Vangelo con un commento, all’epoca di Chiara Lubich, su come viverla. Circa 120 membri dello staff del CEC avevano chiesto di riceverlo regolarmente.
A volte persone esterne mi chiedevano se non fossi influenzata dalle mentalità protestanti e ortodosse. Rispondevo di sì. In effetti mi hanno influenzata molto e mi hanno aiutata a diventare una cattolica migliore, un membro più fedele della mia Chiesa. Hanno rafforzato la mia fede attraverso la loro testimonianza. Mi ha profondamente commosso anche il grande rispetto che mostravano per la pratica della mia fede cattolica romana. I membri della comunità cattolica dei Focolari partecipano alla Messa quotidiana. Pertanto, il CEC mi permetteva di iniziare a lavorare un po’ più tardi al mattino, in modo che potessi partecipare alla Messa delle 8. Mi facevano lo stesso favore ogni volta che viaggiavamo per partecipare a conferenze.
Ricordo una conferenza in Thailandia. All’arrivo, una delle prime domande che il mio direttore mi poneva era dove e quando avrei potuto partecipare alla Messa. L’orario dell’incontro con il comitato direttivo veniva quindi fissato tenendo conto dei miei impegni. Quando tornavo dalla chiesa, il mio direttore mi chiedeva com’era stata la celebrazione e quali fossero state le letture delle Scritture. Ho dovuto dirgli con franchezza che non riuscivo a ricordare i brani letti. Posso assicurarvi che da quel giorno in poi ho ascoltato la Parola di Dio con molta più attenzione!
Quali altri momenti ti hanno colpito particolarmente?
Wehrle: Un altro piccolo episodio: il mio direttore aveva un appuntamento importante con il segretario generale. Pochi minuti prima, questo direttore è venuto nel mio ufficio e mi ha chiesto di far venire la donna delle pulizie nel suo ufficio perché l’aveva appena incontrata mentre piangeva. Dato che non parlava francese, mi ha chiesto di accompagnarla nel suo ufficio. Voleva vedere se poteva aiutarla. Gli ho ricordato il suo appuntamento, ma mi ha chiesto di chiamare l’assistente del segretario generale per rimandarlo. Gli ho risposto che pensavo sarebbe stato difficile e che avrebbe potuto incontrare la donna delle pulizie dopo l’incontro con il segretario generale. Tuttavia, ha insistito e ha parlato con lei per un’ora, aiutandola a risolvere il suo problema. Molto spesso, questa esperienza mi è stata d’aiuto in varie situazioni della mia vita.
Sicuramente le numerose assemblee del CEC sono state un’esperienza unica, specialmente durante le preghiere. La gioia di celebrare la presenza di Dio che ci unisce tutti è stata e rimane un evento tangibile e indimenticabile che rafforza la mia fede.
Anche se a volte durante una conferenza c’erano opinioni diverse che potevano talvolta provocare tensioni, pregare insieme ha contribuito a mantenere la presenza di Gesù tra noi e ha sanato queste ferite, in modo che si potessero trovare soluzioni. Forse uno dei momenti più tristi è stato quando uno dei nostri colleghi è venuto a mancare in circostanze davvero tragiche, ma, ancora una volta, poter vivere l’esperienza della famiglia ecumenica ci ha aiutato e ci ha permesso di sanare la ferita che molti di noi portavano nel cuore.
Quando ebbe luogo la terza visita di Chiara Lubich?
Wehrle: Rimasi profondamente colpito dai preparativi per la terza visita di Chiara Lubich al Centro ecumenico nel 2002. La visita fu preparata con grande cura ed efficienza. Per un anno, i membri di alto livello dello staff del CEC organizzarono incontri mensili con i membri della Chiesa protestante locale e con i membri del Movimento dei Focolari in Svizzera. Sempre in vista di questo evento, in qualità di interprete, ho accompagnato il dottor Raiser, allora segretario generale, a trovare Chiara Lubich, che era in vacanza nel Vallese (una regione della Svizzera), per discutere il programma. Sono rimasto profondamente colpito dall’attenzione che Chiara riservava a Konrad Raiser, dal suo interesse per il CEC e dalla stima che nutriva per il lavoro di questa organizzazione. Parlò anche di Gesù crocifisso e abbandonato come chiave per raggiungere l’unità. Chiese poi a Konrad Raiser quale dei due argomenti avrebbe voluto che lei affrontasse: “Una spiritualità dell’unità” o “L’unità e Gesù crocifisso e abbandonato, fondamento di una spiritualità di comunione”. Ricordo che Konrad Raiser non esitò un attimo a scegliere il secondo.
Al termine di questa visita, Konrad Raiser e Chiara Lubich redassero e firmarono una riflessione congiunta, intitolata “Spiritualità dell’unità”, che ha sottolineato la rinnovata speranza per il nostro comune cammino ecumenico.
I numerosi incontri e contatti tra il Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) e il Movimento dei Focolari hanno portato a un crescente desiderio di maggiore collaborazione: partecipazione reciproca a convegni (a Roma, a Ginevra o altrove) e in diversi ambiti quali la spiritualità, la teologia, l’economia, le relazioni internazionali, istruzione, la giustizia, la pace, e i giovani. Il CEC è stato inoltre coinvolto in un progetto, “Insieme per l’Europa”. Il gruppo musicale dei Focolari “Gen Rosso” è stato invitato a esibirsi nell’ambito del “Decennio per superare la violenza”, che si è svolto nei Caraibi nel 2009.
Uno dei momenti salienti di questi 40 anni mi è capitato alla fine di gennaio del 2008 – poche settimane prima della scomparsa di Chiara Lubich. Ancora una volta, in qualità di interprete, ho accompagnato il dottor Sam Kobia, all’epoca segretario generale del CEC, che, insieme a Yorgo Lemopoulos[1] e Martin Robra[2], ha fatto visita a Chiara nella sua casa di Roma. Volevano ringraziarla per tutto ciò che aveva fatto per promuovere l’unità, non solo delle Chiese, ma dell’intera umanità, fondata soprattutto su Gesù Crocifisso. Volevano inoltre incoraggiare Chiara a proseguire il suo cammino. Quella visita fu un momento unico di gioia, di profonda comunione.
Alla sua morte, Samuel Kobia le rese omaggio dicendo: “Il nostro amore per Chiara e l’immensa gratitudine per il dono di Dio che lei è stata per il movimento ecumenico continueranno a motivarci e ispirarci nel nostro lavoro per l’unità visibile della Chiesa”.
Cosa continua a sperare per il movimento ecumenico?
Wehrle: Sono molto ottimista riguardo al movimento ecumenico anche perché, durante i miei 40 anni di lavoro al CEC – partecipando a numerose conferenze in tutto il mondo – ho compreso cosa significhi l’unità dei cristiani: costruire relazioni personali che non ci separino, ma che promuovano l’interesse per la diversità delle numerose denominazioni cristiane e che ci arricchiscano reciprocamente. Inoltre, quando c’erano tensioni, a volte anche gravi, parlavamo tra noi, ci ascoltavamo a vicenda, rafforzando la fede in un’unità visibile e molto spesso aprendo nuove porte attraverso le quali la luce di Dio era tangibile!
Vorrebbe condividere un altro ricordo?
Wehrle: Ricordo la mia festa di addio. Quando ho guardato le persone presenti, ho sentito profondamente – e l’ho anche detto ad alta voce – che nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio, perché se cerco di rimanere nel Suo amore, di viverlo, il nostro rapporto non può che crescere e non sarà mai dimenticato. Per me era ed è tuttora quella famiglia con la presenza di Dio in mezzo a noi. “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Matteo 18,20). Questa realtà di Gesù in mezzo a noi mi ha aiutato in molte situazioni.
Intervista originale pubblicata sul sito del World Council of Churches:https://www.oikoumene.org Photo: Albin Hillert e Valter Muniz/CEC
[1] Vice-Segretario Generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese [2] Direttore esecutivo del Consiglio ecumenico delle Chiese
Mabih, della Costa d’Avorio, è stata protagonista di una delle testimonianze più emozionanti dei 35 anni dell’Economia di Comunione.
Proprietaria di Mabs and Smalls Kitchen, ci ha raccontato come abbia smesso di essere una capo tradizionale per diventare una facilitatrice di dignità, dopo aver trovato nell’EdC uno stile di vita.
Mabih ha compreso che, in un’economia d’impresa basata sulla comunione, l’obiettivo principale non è il profitto, ma la persona.
“Quando metti l’essere umano al centro, l’impresa non ne risente. Anzi, prospera”.
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Kalera è un piccolo villaggio dell’Alto Katanga nella Repubblica Democratica del Congo, luogo natale dell’abate Jean Baptiste Ilunga Binsela, sacerdote e animatore del Movimento Laudato Si’.
Si trova in una regione straordinariamente ricca di minerali come cobalto e coltan, risorse che alimentano tecnologie ed economie in tutto il mondo. Eppure, Jean Baptiste è cresciuto in una realtà molto diversa. Il suo villaggio non aveva elettricità, pochi servizi sanitari, accesso limitato all’acqua e ai servizi igienico-sanitari e nessuna scuola locale o strade adeguate. Le inondazioni negli anni hanno colpito ripetutamente la comunità.
Jean Baptiste lasciò Kalera per proseguire gli studi e divenire sacerdote. Poi tornò nel villaggio dove, nel 2023, qualcosa ha iniziato a cambiare.
Attraverso la formazione degli Animatori del Movimento, Jean Baptiste ha approfondito uno dei messaggi centrali dell’enciclica Laudato Si’:
Tutto è interconnesso: fede e creazione, povertà ed energia, dignità umana ed economia. I minerali sotto la terra e le vite delle persone che vivono sopra di loro.
Questa conversione ecologica portò Jean Baptiste a porsi una domanda difficile: come poteva una comunità circondata da risorse che aiutano ad alimentare il mondo, rimanere priva di energia stessa?
La sua risposta ci ricorda che la conversione non può rimanere solo un’esperienza spirituale personale.
L’Acqua Viva è fatta per scorrere: scorre quando la contemplazione diventa compassione, quando la fede ci aiuta a vedere i legami tra la Terra e le persone che ne dipendono, e quando quella consapevolezza ci porta ad agire.
A Kalera, quel flusso si è manifestato sotto forma di energia rinnovabile. Jean Baptiste ha iniziato a lavorare per un villaggio senza combustibili fossili e l’installazione dell’energia solare ha aperto gradualmente nuove possibilità. I bambini ora possono studiare dopo il tramonto. Le famiglie possono caricare i loro telefoni e rimanere connesse. Il centro sanitario locale può refrigerare i medicinali. La Cappella di Sant’Annarita ha energia elettrica, rafforzando la vita pastorale della comunità.
Alla gente di Kalera questi cambiamenti sono sembrati quasi miracolosi. Jean Baptiste dice che hanno persino iniziato a paragonare il loro villaggio a Cafarnao, ricordato nel Vangelo come un luogo di guarigione e trasformazione.
L’energia solare ha portato luce. Ma qualcosa di più profondo ha iniziato a fluire: la speranza.
Quando la conversione interiore si estende verso l’esterno, infatti, può nutrire le relazioni, ristabilire la dignità, rafforzare le comunità e far emergere nuove vie in luoghi dimenticati.
La storia di Jean Baptiste riguarda un ruscello in un fiume molto più grande: in tutto il mondo, tante sono le comunità che stanno trovando il loro modo di immergersi nell’Acqua Viva. E alimentare così un fiume che porta guarigione, unità e speranza in tutta la nostra casa comune in questo Tempo del creato 2026.
Il Movimento dei Focolari è partner del Movimento Laudato Si’. Il Tempo del Creato è iniziato nel 1989 su iniziativa del Patriarca ecumenico ortodosso Dimitrios I, che ha istituito la Giornata di Preghiera per la Creazione il 1° settembre. Nel 2007, la Terza Assemblea Ecumenica Europea ha esteso questa celebrazione trasformandola in un periodo di un mese che si conclude il 4 ottobre, giorno di San Francesco d’Assisi. Infine, nel 2015, Papa Francesco ha inserito ufficialmente la ricorrenza nel calendario della Chiesa Cattolica Romana, consolidandone il carattere ecumenico globale. Nel 2026 varie Chiese hanno inserito nel proprio calendario liturgico la nuova festività “Festa del creato in Cristo” e Papa Leone XIV ha approvato la “Messa per la custodia della Creazione” per il 1° settembre, inizio del Tempo del Creato.
Ieri ho vissuto uno di quei momenti che non si dimenticano facilmente con una delle mie collaboratrici. È una giovane donna che ha un figlio disabile e un ex marito violento con cui è in corso un processo.
Si impegna moltissimo sul lavoro e ho pensato di darle un bonus economico perché aveva portato a termine, con grande dedizione, un incarico che le avevo affidato. Anche se, data la sua situazione, ha qualche assenza dovuta al processo con l’ex marito o per alcune difficoltà con suo figlio, è sempre disposta a lavorare. Quando le ho dato il premio in contanti, si è messa a piangere. Durante il fine settimana le avevano rubato dei soldi a un bancomat e questo le serviva a compensare quella perdita, ed era una somma superiore a quella subita. È stata un’occasione per parlarle della Provvidenza, e poi mi sono ricordata di ciò che avevo sentito in un incontro di Economia di Comunione, ovvero che «dobbiamo anticipare i bisogni degli altri». Le ho anche concesso un anticipo sui salari che lei, per pudore, non osava chiedere. Siamo solo amministratori.
CK (Argentina) (da “Noticias de familia”)
Solidarietà
Sono un anziano sacerdote collaboratore in una parrocchia di Milano, Italia.
Seguo anche alcune persone in difficoltà, sole, che aiuto con offerte che ricevo. Ultimamente una situazione si è aggravata. Avevo già prenotato una casa di accoglienza estiva per alcuni giorni di vacanze, e per le spese extra mi ero riservato €140. Ho deciso, dopo un momento di preghiera, di dare la metà alla persona nel bisogno e io mi tenevo il resto.
Questa mattina, terminata la messa, un anziano mi si avvicina e mi da una busta con 150 €. Ancora una volta non mi sono trovato solo a gestire questa solidarietà.
PL (ci scrive da Milano, Italia)
Riconoscersi
Qualche tempo fa ho iniziato a prestare attenzione a quelle persone che pochi notano e a cui nessuno rivolge nemmeno un saluto. Un giorno, mentre correvo per prendere l’autobus, ho perso il portamonete e sono tornato indietro a cercarlo. Ho trovato uno spazzino che lo aveva trovato e stava cercando di rintracciarmi. Samuel non ha voluto accettare alcun compenso e da allora ci siamo visti molte volte a bere un caffè.
Fátima è marocchina, musulmana, e lavora come addetta alle pulizie in un ristorante del quartiere. Col passare del tempo mi ha raccontato molte cose della sua famiglia e della sua terra. Abbiamo parlato di credenze, di fede e di rispetto, e lei mi dimostra il suo affetto ogni volta che mi vede, perché nessuno si ferma a parlare «con quella delle pulizie».
Chaouki è un cuoco tunisino che ha lavorato in Italia e in Germania, parla molte lingue ed è una persona di grande cultura. Ha rilevato un ristorante che si chiama «Cittadino del mondo»: un vero e proprio programma di rispetto e tolleranza. Gli ho detto che la pensavo come lui e che mi faceva piacere condividere idee e azioni per un mondo migliore. Un giorno sono andato a fare colazione con alcune amiche e la loro sorpresa è stata simile alla mia nel vedere persone di varie provenienze che la pensano come lui. È fantastico sentirsi circondati da persone perbene che non fanno rumore.