Movimento dei Focolari
Alba Sgariglia: l’esperienza mistica del Paradiso ‘49

Alba Sgariglia: l’esperienza mistica del Paradiso ‘49

Alba Sgariglia è laureata in filosofia e licenziata in teologia. Dal 1975, anno precedente all’ ingresso in focolare, ha lavorato nel Centro studi dei Focolari, a fianco della fondatrice, Chiara Lubich.

In cosa consisteva il tuo lavoro nel Centro studi?

Andavo in biblioteca Firenze per fare le fotocopie di brani dei Padri greci, che poi a casa traducevamo per cercare, fra tante pagine e pagine, quelle piccole frasi che potevano servire a Chiara Lubich come conferma delle sue ispirazioni. Allora lavoravo con Marisa Cerini che mi diceva: per noi, costruire l’ut omnes significa entrare nel pensiero dei Padri greci e cercare di capire da lì quale è stata la luce del carisma che Chiara ha ricevuto. Negli anni successivi ho anche insegnato religione nei licei di Roma. Poi sono entrata nel governo dell’Opera per seguire l’aspetto culturale e successivamente nella Scuola Abbà, che Chiara ha fondato nel 1991 per studiare gli appunti del cosiddetto periodo del Paradiso ‘49. Infine, nel 2014 Maria Voce Emmaus allora Presidente del Movimento dei Focolari, mi ha affidato il Centro Chiara Lubich, istituito per custodire, studiare e promuovere la figura di Chiara.

Cosa rappresenta questo testo appena pubblicato?

Il Paradiso ‘49 è un testo che si pubblica postumo, perché scritto, curato e redatto da Chiara Lubich finché ha vissuto. Lei voleva descrivere l’esperienza mistica che aveva vissuto negli anni dal 1949 al 1951, corredandola di note per aiutarne la comprensione, in modo da consegnare al gruppo di studiosi della Scuola Abbà un testo fruibile, che potesse servire alla ricerca. Il testo contiene un’esperienza mistica che Chiara ha sempre detto che non poteva tenere per sé. Poi, sollecitata da tanti, ha capito che poteva essere un testo compreso e utilizzato anche da altri del Movimento.

Lei stessa, per esempio, nei primi anni del 2000 ha spiegato ai giovani del Movimento il cuore di questa sua esperienza. Infine, si è resa conto, un po’ alla volta, che l’esperienza riportata nel testo poteva essere partecipata anche a persone di altre religioni: negli anni abbiamo svolto simposi con indù, buddisti e musulmani, ai quali lei ha offerto alcuni brani del Paradiso’49. Abbiamo sperimentato il dialogo sul testo anche con persone senza un riferimento religioso, che hanno offerto riflessioni molto più profonde di quello che noi stessi avremmo potuto immaginare, sottolineando che è un testo di grande valore. Tanti fondatori di carismi hanno ricevuto questa possibilità di comprensione dell’opera che stavano portando avanti, attraverso le cosiddette “visioni intellettuali” in cui viene percepito con l’intelletto quello che Dio ti sta facendo intravedere.

Ma essendo un linguaggio mistico, non è difficile da capire per la gente normale?

Il linguaggio mistico è un genere letterario particolare, non è poesia, né teatro, né letteratura, né teologia. Per esempio, a volte si possono trovare difficoltà a livello teologico, perché il mistico cerca parole che non trova, cerca di esprimere l’inesprimibile: un esercizio difficile, tanto che Chiara stessa spesso, mentre rileggevamo questi brani, ci chiedeva: «Ma come ho potuto scrivere queste frasi? Cosa significano? Perché ho scritto questo?».

Ciò conferma che, in queste situazioni, i fondatori cercano di esprimere quello che “vedono” usando le categorie culturali e i concetti che hanno, a volte non adeguati. Per esempio, nel Paradiso ’49 si trovano riferimenti alla Divina Commedia perché Chiara la conosceva, oppure ai filosofi, per esempio Kant che lei aveva studiato. Anche la cornice esterna può influire: Chiara e le sue prime compagne hanno iniziato questa esperienza sulle montagne del Trentino, a Tonadico: è una natura che parla da sola con la sua bellezza. Anche questo la aiutava ad esprimere cose che percepiva per la prima volta nella sua vita.

Durante questi 18 anni dalla morte di Chiara avete pubblicato libri che possono chiarire il contesto dell’avventura del Paradiso del ’49…

Si è continuato ad approfondire il testo attraverso ambiti disciplinari diversi, con il metodo che Chiara ci aveva lasciato, cioè di vagliare le cose con “Gesù in mezzo a noi”. Penso che in questo volume si possano individuare tre valenze caratteristiche: la prima è una valenza didattica, perché insegna come vivere il carisma dell’unità, offre una chiave di lettura vitale; la seconda valenza si può definire artistico letteraria, perché il testo presenta molti generi letterari: diario, lettere, scritti, appunti; infine l’aspetto dottrinale, perché il testo ha senza dubbio un focus teologico. È infatti un’esperienza mistica che aiuta a capire da una parte le realtà del Cielo: Dio, la Trinità, il Verbo, Maria, la creazione, l’inferno, il paradiso; dall’altra, l’incarnazione del carisma in un’opera che sarebbe stata fondata negli anni successivi, cioè dopo gli anni ’49 – ’51. Ogni volta che si leggono questi testi di mistica, si comprendono cose nuove. È ciò che capita anche a me: ogni volta che leggo queste pagine capisco cose nuove, sia a livello intellettuale che spirituale.

Leggendo il testo, in certi passaggi Chiara sembra un po’ presuntuosa?

Bisogna capire perché Chiara dice quelle cose in quel modo. Diciamo che è come se Dio, per esprimere categorie non esprimibili attraverso una creatura umana, si identifichi in quella creatura, guardando le cose attraverso i suoi occhi. Per cui Chiara si trova a scrivere: io oggi sono la paternità universale. Ma lei stessa si chiede: cosa significa? In quel momento c’è un’identificazione di lei in quella realtà, per poterla esprimere. Nelle note a piè di pagina, lei stessa commenta ed esplicita questo suo stupore, e la gioia di vedere che altri fondatori avevano vissuto più o meno la stessa cosa.

Che consiglio di lettura daresti?

Direi: prenditi questo libro e leggilo quando e come vuoi, in qualunque momento. Puoi confrontarti con altri, o con un esperto, su qualche brano non chiaro o più complesso. Ma suggerisco di non lasciarsi condizionare, perché questo testo parla direttamente alla persona. Apriamolo a caso e leggiamo la pagina che ci capita. Capiremo quello che ci serve in quel momento, perché il testo, nonostante qualche difficoltà, prende nel profondo. È un’esperienza mistica, “partecipabile”, in certo modo. Questa è la novità, come Chiara stessa ci ha spiegato. Lei ha fatto sempre in modo che partecipassero tutti della sua esperienza e questo volume ce ne offre l’opportunità.

Giulio Meazzini
Intervista pubblicata originalmente su Città Nuova
Foto: © Francesco Frascella

Il “Paradiso ’49” si apre al mondo

Il “Paradiso ’49” si apre al mondo

Un’aula piena, attenta, quasi sospesa. Così si presentava venerdì 22 maggio l’Aula Paolo VI della Pontificia Università Lateranense (Roma, Italia), dove è stato presentato per la prima volta al pubblico il volume Paradiso ’49 di Chiara Lubich.

Non era una semplice presentazione editoriale. L’impressione diffusa – raccolta anche nei corridoi e nei commenti tra il pubblico – era quella di trovarsi davanti a un momento storico: per la prima volta, un testo finora poco accessibile viene consegnato apertamente al dibattito ecclesiale e culturale, in un’aula gremita in ogni posto.

Ad accogliere i presenti, Anna Maria Rossi, intervenuta a nome del Centro Chiara Lubich – promotore della collana delle Opere di Chiara Lubich – ha subito chiarito il senso dell’evento, ricordando il lungo lavoro editoriale che ha portato alla pubblicazione del volume. «Non è un testo isolato – ha spiegato – ma parte di un percorso più ampio, che racconta il sorgere di un carisma nella Chiesa».

A introdurre i contenuti sono stati relatori di diversa provenienza ecclesiale e accademica. Alessandro Clemenzia, preside della Facoltà Teologica dell’Italia Centrale e studioso della spiritualità di Chiara Lubich, ha offerto una chiave di lettura incisiva: «Non si tratta di capire cosa Chiara abbia scritto, ma cosa Dio voglia dire di sé attraverso questa esperienza». Una prospettiva che ha aiutato a cogliere la profondità del testo senza ridurlo a semplice documento.

Stefan Tobler, svizzero, teologo evangelico e anch’egli coinvolto nella riflessione sul Carisma dell’Unità, ha portato l’attenzione sulla figura dell’autrice: una donna che, attraverso queste pagine, «dona il più intimo del suo rapporto con Dio», esponendosi con autenticità.

Molto atteso l’intervento di Angela Ales Bello, filosofa e studiosa di fenomenologia, unica relatrice esterna al Movimento dei Focolari. Con chiarezza ha sottolineato che la mistica non è qualcosa di “strano” o esoterico, ma «una illuminazione della realtà vissuta nella fede». E ha evidenziato un tratto originale del Paradiso ’49: un’esperienza che coinvolge non solo la persona, ma anche la comunità, quasi un “noi” che diventa soggetto.

Da remoto è intervenuto Brendan Leahy, vescovo di Limerick (Irlanda) e – come Clemenzia e Tobler – anch’egli membro del centro di studi interdisciplinare del Movimento dei Focolari, Scuola Abbà, e ha evidenziato la portata ecclesiale del testo. Il Paradiso ’49, ha affermato, non è un trattato sistematico, ma può «ispirare nuove prospettive» e aiutare a comprendere la Chiesa come comunione viva e relazionale.

Durante tutto l’incontro si è percepita, accanto all’entusiasmo, anche una certa cautela: come accogliere un testo così intenso senza semplificarlo o fraintenderlo? La risposta è emersa più volte, quasi come un filo conduttore: il Paradiso ’49 non si può capire solo leggendo, ma lasciandosi coinvolgere.

Forse è proprio questo il senso più profondo della giornata. Con questa pubblicazione, il Movimento dei Focolari compie un passo di apertura: ciò che è nato come esperienza vissuta viene ora offerto a tutti. Non come un oggetto da analizzare, ma come una proposta di vita.

Joachim Schwind
Publicato originalmente su Citta Nuova
Foto: © Carlos Mana-CSC audiovisivi

Paradiso ’49: la dimensione mistica di Chiara Lubich

Paradiso ’49: la dimensione mistica di Chiara Lubich

“Ringraziamo insieme il Signore per la grande famiglia spirituale che è nata dal carisma di Chiara Lubich”. Così il Santo Padre Leone XIV ai partecipanti all’assemblea generale dell’Opera di Maria – Movimento dei Focolari, il 21 marzo 2026. Di Chiara Lubich è nota, come ricorda il Papa, l’attività di fondatrice, così come la sua ‘spiritualità di comunione’, grazie anche alle numerose pubblicazioni. Meno nota l’esperienza mistica che sta all’origine della sua Opera e da cui questa ha tratto costantemente ispirazione. La pubblicazione del Paradiso ’49, all’interno dell’ampio progetto editoriale delle sue “Opere” intrapreso dal Centro Chiara Lubich e pubblicato dall’editrice Città Nuova, di cui il presente costituisce il sesto volume, scopre ora un velo che teneva riservato, per comprensibile volontà della stessa Autrice, quell’intenso periodo contemplativo che va dal 16 luglio 1949 alla fine del 1951, noto appunto come “Paradiso ’49”.

Prima di soffermarci sul libro, uno sguardo all’evento in sé, di cui il libro è narrazione. Il 16 luglio 1949, dopo aver partecipato alla messa, Chiara vuole rivolgersi a Gesù e chiamarlo per nome, ma non può. Ciò che ha appena vissuto l’ha trasformata in Gesù; non può quindi chiamare sé stessa, e dalla bocca le esce la parola che Gesù pronunciava nella sua preghiera: “Abbà, Padre”. “Mi è parso di capire – scrive più tardi – che chi m’aveva messo sulla bocca la parola: ‘Padre’ era stato lo Spirito Santo”. Non è soltanto una parola, è realtà: “in quel momento mi sono trovata in seno al Padre. […] Ero, dunque, entrata nel Seno del Padre, che appariva agli occhi dell’anima (ma è come l’avessi vista con gli occhi fisici) come una voragine immensa, cosmica. Ed era tutto oro e fiamme sopra, sotto, a destra e a sinistra”. Dal primo momento l’evento acquista connotazioni di carattere mistico, riscontrabili in analoghi fenomeni vissuti da altri mistici. Eppure manifesta anche una sua tipica peculiarità data soprattutto dalla dimensione unitiva, “collettiva”, ecclesiale.

Prima di partecipare alla messa Chiara aveva stipulato un “patto d’unità” con Igino Giordani, noto scrittore, parlamentare, padre di famiglia. Assieme avevano chiesto che fosse Gesù, che veniva con l’Eucaristia nell’una, a “patteggiare” unità con Gesù nell’altro, ambedue in totale apertura e disponibilità alla sua azione, come in un “calice vuoto”. Così era avvenuto: su lei e su lui, fattasi “vuoto d’amore”, era sceso e rimasto soltanto Gesù. I due erano diventati un unico Cristo. Si ripeteva l’esperienza dell’apostolo Paolo: “Non vivo più io, vive in me Cristo” (Galati 2, 20): le due anime erano diventate un’anima sola, quella di Cristo. È quest’unica anima a entrare nel seno del Padre. L’esperienza mistica che sta accadendo non riguarda soltanto una persona ma, prima due, poi un intero gruppo a cui Chiara comunica quanto sta vivendo, coinvolgendo sempre nuove persone nella medesima esperienza: “Ho avuto l’impressione di vedere nel Seno del Padre un piccolo drappello: eravamo noi”. Nel seno del Padre si vive come un’Anima sola (la maiuscola è una costante della narrazione di Chiara).

Alcuni momenti della presentazione alla Pontificia Università Lateranense

Quando poco dopo avviene il fenomeno, comune a molti mistici, delle “mistiche nozze”, ad essere “sposata” non è più la singola persona, ma l’intero gruppo fatto un’Anima sola. Da quel momento inizia quello che Chiara chiama “viaggiare il Paradiso”, una sorta di viaggio di nozze nel quale lo Sposo le mostra le realtà del Cielo che ormai appartengono anche a lei. E qui ci inoltriamo nei contenuti di quelle che ella chiama “luci”, “rivelazioni”, “comprensioni”, esperienza e intelligenza della Rivelazione, di una intensità tali da immedesimarsi in ciò che “vede”, quasi conoscendo i misteri della fede dal di dentro. Sono intuizioni sull’Opera che sta nascendo, linee guide per una pedagogia della spiritualità di comunione, indicazioni che si traducono in preghiera e nella vita quotidiana: “come in Cielo, così in terra”.

Il testo non è di facile lettura, sia per il linguaggio mistico, con paradossi, metafore, ossimori, sia soprattutto per la densità dei contenuti. L’Autrice ha composto questa sua opera in un lungo arco di anni, praticamente fino alla fine della vita, scegliendo e ordinando le carte di quel periodo di illuminazione. Siamo davanti a una molteplicità di generi letterari: lettere, pagine intime sullo stile del diario spirituale, annotazioni in vista di conversazioni, articoli di giornale e commenti alla “Parola di vita”, momenti autobiografici e speculativi, addirittura una favola. L’esperienza comunque, pur varia, procede come su un filo d’oro che segue una pedagogia divina, “uno svelarsi di misteri lievi e soavi come il Paradiso, logici e progressivi come la vita”. La pubblicazione riproduce lo scritto completo, come lei ha voluto donarlo, con le sue annotazioni elaborate nella lenta rilettura.

I relatori della presentazione: Alessandro Clemenzia, Preside della Facoltà Teologica dell’Italia Centrale; Angela Ales Bello, Prof.ssa emerita della filosofia contemporanea – Pontificia Università Lateranense; Stefan Tobler, teologo e Direttore dell’Istituto di ricerca ecumenica dell’Universitá “Lucian Blaga” Sibiu (Romania), Brendan Leahy, teologo e Vescovo di Limerick (Irlanda)

Ad introdurlo due saggi, uno di ordine storico, di Alba Sgariglia[1], che ripercorre la storia e la laboriosa composizione del testo, l’altro di ordine teologico, di Piero Coda[2], che mostra la natura dell’esperienza e come essa si colloca nel cammino storico della Chiesa e insieme ne fa vedere la novità. Il libro è arricchito da glossario, bibliografia, indici scritturistici e tematici.

Un testo fondamentale per la comprensione del carisma di Chiara Lubich, che va al di là del suo Movimento. È un’opera destinata a far parte del patrimonio mistico-dottrinale della Chiesa, capace di parlare ad ogni uomo, “un lascito da condividere e far fruttare”, come scrive Coda.

Come leggere quest’opera? “Tutte queste carte che ho scritto – annotava già l’Autrice il 25 luglio 1949 – valgono nulla se l’anima che le legge non ama, non è in Dio. Valgono se è Dio che le legge in lei”. È una legge elementare per la comprensione d’ogni opera: portarsi al suo stesso livello. Per capire il Paradiso ’49 in maniera adeguata è indispensabile porsi con sincerità in ascolto dell’esperienza della sua Autrice e quasi entrare con lei in quel “Paradiso” di cui il libro dà testimonianza. Lubich ne era convinta. Quando il 22 novembre 2003 iniziò di nuovo la lettura del suo scritto, assieme a un piccolo cenacolo di professori che aveva riunito attorno a sé, chiamato “Scuola Abbà”, annotò sul suo testo: “Questa volta lo leggiamo allo scopo di convertirci, traducendolo in vita. Dobbiamo far in modo che la Scuola Abbà, diventi Paradiso. Fra il resto solo così si capiscono i contenuti di questi volumi…”.

Fabio Ciardi, OMI
Foto: © Carlos Mana – CSC Audiovisivi


[1] Alba Sgariglia è responsabile del Centro Chiara Lubich, ricercatrice del Centro Studi del Movimento dei Focolari e membro della Scuola Abbà per l’ambito teologico-mariologico.

[2] Piero Coda è Segretario generale della Commissione Teologica Internazionale e Docente di Ontologia trinitaria presso l’Istituto Universitario “Sophia”. Già Presidente dell’Associazione Teologica Italiana dal 2004 al 2011.

Chiara Lubich: pubblicato il libro “Paradiso ’49”

Chiara Lubich: pubblicato il libro “Paradiso ’49”

È da oggi in libreria l’ultimo volume, tra quelli finora pubblicati, che raccoglie quanto lasciato scritto da Chiara Lubich sulla sua esperienza mistica: Paradiso ’49. Un testo per molti aspetti singolare, che certo non mancherà di suscitare una vivace recezione. Soprattutto perché, per la prima volta, mette a disposizione del grande pubblico, senza veli e selezioni, la sorgente ultima dell’avventura cristiana che ha fatto di Chiara una protagonista della seconda metà del secolo scorso e oltre. Consegnandoci un’eredità che resta in gran parte da esplorare e implementare.

Sì, la sorgente ultima: che non è frutto di una sua immaginazione – per quanto geniale – e neppure soltanto di un’originale ispirazione che le è stata concessa. Ma è qualcosa di più e di diverso. Qualcosa – scrive il filosofo Jean-Luc Marion – che viene d’ailleurs: da quell’“altrove” che in Gesù ci è stato dato una volta per sempre “da dentro” e “da sotto” la storia che viviamo, con le sue magnifiche e incredibili espressioni e sorprese e con le sue drammatiche e conturbanti prove.

La vicenda della Chiesa lungo i secoli ben conosce questo riproporsi sempre nuovo di Gesù, come da lui stesso promesso: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Un evento ogni volta imprevedibile e sorprendente. Perché opera dello Spirito che “è come il vento che soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va”. E che pure si fa riconoscibile e apprezzabile.

Il Paradiso ’49, ancora una volta e in forma inedita, è di tutto questo testimonianza disarmata e fedele. In ciò va schiettamente riconosciuto il suo primo valore. E non possiamo non essere immensamente grati a Chiara che alla fine – non senza prima essersi voluta accuratamente garantire della cosa in conformità alla fede della Chiesa – abbia voluto farne dono. Perché l’ha ritenuta cosa preziosa e se n’è riconosciuta responsabile: come di un dono, appunto, fatto da Dio non solo per lei ma per tutti. Di qui un secondo valore di queste pagine: quello che sono destinate a rivestire per l’Opera di Maria. Che è stata forgiata nel suo DNA carismatico proprio grazie agli eventi che vi sono testimoniati: per essere “l’otre nuovo” destinato a custodire e riversare con generosità il “vino nuovo” dello Spirito così comunicato. A servizio del cammino del Vangelo nella storia.

Di qui, infine, il terzo e forse risolutivo valore di questo scritto: rendere fruibile la risorsa decisiva che l’evento di Gesù rappresenta oggi per noi. Il cristianesimo – è stato detto – ha ancora da fiorire. E in questo sfidante tornante epocale, nel dialogo fraterno che i discepoli di Gesù son chiamati a vivere con tutti coloro che cercano la verità e servono la giustizia: no, davvero, ancora non ci siamo detti tutto.

Piero Coda

Foto di copertina: © Horacio Conde – CSC Audiovisivi

Pasqua: il fondamento della Grande Speranza

Pasqua: il fondamento della Grande Speranza

La speranza cristiana non è fuga dal reale. Nasce in un luogo senza luce, nella strettoia di una tomba murata, dove Dio ha già rovesciato il giudizio di questo mondo. Proprio per questo osa parlare in un tempo di guerre (Gaza, Kiev, il Darfur, Tehran) e di centinaia di milioni di persone che non sanno come arrivare a domani.

Le nostre giornate sono tessute di attese giuste: salute, un lavoro non precario, un po’ di pace, una giustizia che non sia solo parola. Quando però diventano tutto il nostro orizzonte o le sacralizziamo come idoli o, alla prima frattura seria, ci rifugiamo nel cinismo e nella rassegnazione.

La Pasqua non cancella queste speranze, le decentra. Le radica in un Altro e, proprio così, le preserva. L’amore più forte della morte non ci toglie il peso dell’agire; spezza piuttosto l’ansia di dover salvare il mondo con le nostre sole mani.

L’ultima parola sulla storia non è la nostra, né quella dei vincitori di turno. È la parola pronunciata sul corpo di Gesù. E la parola della Pasqua smentisce in anticipo ogni pretesa della morte di essere definitiva. Per Paolo, la risurrezione di Cristo non è un episodio isolato nella biografia di Gesù. È l’apertura di una scena nuova in cui l’umanità intera viene trascinata: «Come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita» (1 Cor 15,22). I Padri hanno seguito questa traccia senza attenuarla: la risurrezione è il compimento della natura umana nella sua interezza, non il privilegio di pochi fortunati. In Cristo, Dio contempla già la pienezza della famiglia umana: i volti dei rifugiati nel Mediterraneo, di chi attraversa il Sahara, dei civili nascosti nelle cantine del Darfur. Per questo ogni ferita alla dignità, ogni corpo scartato, non è solo ingiustizia sociale; è profanazione di un’umanità che è stata pensata e amata dentro la luce del Risorto stesso. 

© Mourad Saad Aldin by Pexels.com

Paolo allarga ancora lo sguardo: «tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Non geme soltanto la coscienza umana, ma il suolo, l’aria, i mari. Nel 2026 il linguaggio delle “doglie” non suona come pio simbolismo: lo leggiamo nelle alluvioni, nei raccolti incerti, nei villaggi che devono spostarsi perché l’acqua è finita. Questo gemito ha la forma di una protesta; la creazione rifiuta di essere trattata come materiale usa e getta, e la Pasqua le dà voce. In Cristo risorto, ogni sfruttamento della terra appare già come ciò che è: una scelta contro il futuro di tutti.

Come si vive, allora, tra un compimento già inaugurato e una storia ancora attraversata da troppi fallimenti? Non con la paralisi né con l’ottimismo di facciata. Si vive sapendo che nulla di ciò che è autenticamente buono va perduto: un gesto di accoglienza, una scelta di rinuncia, un lavoro onesto portato avanti in condizioni storte. Benedetto XVI ricorda che «ogni agire serio e retto dell’uomo è speranza in atto» e include tra questi impegni anche il lavorare per un mondo più umano, sostenuto dalla grande speranza che poggia sulle promesse di Dio (Spe Salvi, 35). Possiamo dire di più: non è aggiunta esterna al Regno, ma ne è già un frammento visibile. Il compimento appartiene a Dio, e tuttavia Dio si ostina a passare anche attraverso di noi. Quando ci impegniamo per i profughi, per il disarmo, per condizioni di lavoro meno disumane, per una pace concreta e non retorica, non stiamo solo “preparando” qualcosa che verrà dopo. Stiamo lasciando che la vita del Risorto prenda forma, umile e fragile, dentro il nostro tempo.

La speranza pasquale non resta idea o sentimento; prende corpo. La risurrezione dice che le logiche di morte non hanno titolo per decidere l’esito finale, e per questo ogni guerra, ogni sistema di sfruttamento, ogni indifferenza lucida è già smascherata e privata di ultimo senso dalla tomba vuota. Nel sepolcro di questo mondo, qualcosa è già cambiato per sempre: la vita ha iniziato a risalire le crepe della storia. Non come consolazione vaga né come “ricompensa” in un altrove indefinito, ma come realtà che, in Cristo, è già stata consegnata all’umanità e alla creazione intera. Nel giudizio di Dio rivelato a Pasqua – un giudizio che libera, non che schiaccia – è deciso una volta per tutte che la morte non potrà vantarsi di avere l’ultima parola su nessuno e su nulla.

Questa è la grande speranza.

Buona Pasqua: una speranza che non si chiude in chiesa, ma mette le mani nella storia.

Declan J. O’Byrne
Instituto Universitario Sophia
Pubblicato originalmente in
Loppiano.it

Foto di copertina: Dettaglio della vetrata del Santuario Maria Theotokos, Loppiano

Occhi di Pasqua

Occhi di Pasqua

Io auguro a noi occhi di Pasqua
capaci di guardare
nella morte fino alla vita,
nella colpa fino al perdono,
nella divisione fino all’unità,
nella piaga fino allo splendore,
nell’uomo fino a Dio,
in Dio fino all’uomo,
nell’io fino al tu.
E insieme a questo, tutta la forza della Pasqua!

(Pasqua 1993) 

Klaus Hemmerle
(La luce dentro le cose, Città Nuova, Roma 1998, pag. 110)

Foto: © Aakash-Sunuwar by Pexels.com