Movimento dei Focolari

Ottmaring, laboratorio d’Europa

Feb 14, 2026

Tre giorni di ascolto e dialogo tra culture, fede e politica alla Cittadella di Ottmaring, Germania, per riflettere sull’Europa alla luce del carisma dell’unità.

Quarantacinque partecipanti di nove Paesi europei si sono incontrati dal 30 gennaio al 1° febbraio nella cittadella ecumenica dei Focolari di Ottmaring, vicino a Monaco, per riflettere sulla necessità di ritrovare una passione per l’Europa e un dialogo capace di unire. Nel paesaggio innevato della cittadella fondata da Chiara Lubich nel 1968, convivono focolarini e membri della Fraternità di vita comunitaria che ha le sue origini nel mondo evangelico.

Jesús Morán, co-presidente dei Focolari, ha esordito ricordando che il motivo del Convegno Europeo – è per pensare l’Europa alla luce del carisma dell’unità, da cui è nato anche il Focolare Cultura Ottmaring, un gruppo di focolarini di vari Paesi europei che si occupano di dialogo tra le culture. «Non siamo però riuniti – ha sottolineato Moran – per elaborare un programma operativo: le azioni concrete già esistono, come l’esperienza di Insieme per l’Europa, la formazione dei giovani e dei politici a Bruxelles, o il dialogo con i politici di sinistra, chiamato Dialop. Non serve nemmeno fare un manifesto di intenti. Siamo qui piuttosto per coltivare la passione per l’Europa, convinti che il carisma dell’unità sia un dono per l’Europa, così come l’Europa lo è per il carisma». Il cuore del metodo proposto è l’ascolto reciproco: «Dare ospitalità allo Spirito e gli uni agli altri», lasciare che il dialogo nasca dalla relazione.

Molte riflessioni hanno toccato la frattura tra Europa occidentale e orientale. Una frase, riportata da Peter Forst e pronunciata da una giovane dell’Est, riassume la tensione che attraversa oggi il continente: «Non ci vogliamo più bene». Da qui l’interrogativo: l’Europa occidentale ascolta davvero la voce dell’Est? Legge i suoi autori? Ne comprende le ferite?

Anja Lupfer ha insistito sul metodo dell’ascolto creativo: non cercare risposte immediate ma sospendere pregiudizi per incontrare l’altro. «Non cerchiamo il dialogo come obiettivo — sottolinea — cerchiamo l’altro». È un invito a una comprensione non competitiva, capace di scendere «negli abissi dell’altro», superando l’illusione di uno spazio culturale neutro. Anche dentro i Focolari emergono differenze che chiedono narrazioni condivise e un confronto più sincero.

Klemens Leutgöb ha ricordato l’entusiasmo degli anni ’90 dopo la caduta del Muro di Berlino e avvertito che la frattura è riapparsa. Per superarla bisogna affrontare anche i temi divisivi — dal gender al nucleare — senza evitarli. La diversità diventa risorsa solo quando attraversata insieme. Forst ha aggiunto un episodio: durante un viaggio nell’Est nel 2023, molti parlavano solo del passato, accusando l’Ovest di aver eroso valori come la famiglia e la fede. «Il presente può dividere — commenta — ma il nostro patto di unità deve essere più forte». «La valutazione degli eventi – ha concluso – può essere diversa, ma nell’esperienza di Chiara Lubich detta “Paradiso ’49”, lei parla di verità che accoglie le contraddizioni nell’unità: “Quando siamo uniti e Lui c’è, allora non siamo più due ma uno. Infatti, ciò che io dico non sono io a dirlo, ma io, Gesù e tu in me. E quando tu parli non sei tu, ma tu, Gesù e io in te”».

Francisco Canzani ha richiamato una domanda ricorrente: «Se mi vuoi bene, perché non conosci la mia pena?». Spesso manca il tempo o il coraggio per ascoltare davvero. Il dialogo nasce dalla vita concreta, non da programmi. Ha concluso con una storiella ebraica: due fratelli di notte portano l’uno all’altro del grano di nascosto, prendendolo dai rispettivi magazzini. Non capivano perché il livello del loro fienile rimaneva sempre uguale. In quel luogo, una notte si incontrarono, capirono e si abbracciarono. Lì verrà costruito il Tempio di Salomone: immagine perfetta della fraternità.

Un esempio concreto di questo spirito è il focolare “Progetto Europa” di Bruxelles, raccontato da Luca Fiorani, Letizia Bakacsi e Maria Rosa Logozzo: una ex pizzeria trasformata in casa di dialogo tra parlamentari, rifugiati, funzionari e giovani, nel silenzio dei social e nella semplicità dell’incontro. Un’iniziativa resa possibile anche dal dialogo strutturato previsto dal Trattato sul funzionamento dell’UE.

Il gruppo del dialogo multipolare ha portato testimonianze forti dalle ferite dell’Est. Palko Tóth ha ricordato i giovani soldati russi sepolti a Budapest: «Anche loro sono nostri figli». Molti nell’Est vivono disillusione verso l’Ovest. Per sanare queste ferite nasceranno nuovi cantieri di dialogo, come l’incontro internazionale in Transilvania sulle identità relazionali.

Franz Kronreif e Luisa Sello hanno illustrato Dialop, percorso di confronto tra sinistra europea e mondo cattolico, ispirato anche al “Paradiso ’49”. Il progetto, incoraggiato da Benedetto XVI e papa Francesco, lavora su grandi temi etici con la logica del “consenso differenziato e dissenso qualificato”.

Molte testimonianze hanno arricchito l’incontro: una coppia russa divisa tra narrazioni opposte sulla guerra in Ucraina; una coppia altoatesina abituata a convivere con lingue e culture diverse; un sacerdote slovacco preoccupato per la perdita del senso religioso nell’Europa occidentale.

Nelle conclusioni, Morán ha richiamato il mistero di Gesù Abbandonato come chiave dell’identità europea. Ha ricordato anche il crocifisso di San Damiano — “il Dio che viene dall’Europa” —. L’Europa ha universalizzato il Vangelo ma porta anche ombre storiche come colonizzazione, guerre, nichilismo; proprio lì nasce il carisma dell’unità. «Non si tratta di superiorità — ha detto — ma di custodire ciò che l’Europa può ancora donare al mondo: soprattutto Gesù Abbandonato».

Per questo serve una “mistica relazionale quotidiana”, fatta di dialogo, reti vive e iniziative culturali e politiche. Tutto ciò che esiste — Insieme per l’Europa, il dialogo multipolare, il Focolare Cultura, “Progetto Europa” di Bruxelles, Dialop — è parte di un’unica trama da custodire e far crescere. «Occorre andare avanti, mantenere viva la rete, ciascuno nel proprio impegno».

Aurelio Molè

Foto: © Magdalena Weber


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