19 Giu 2008 | Spiritualità
Le parole di Gesù! Devono essere state la sua più grande arte. Il Verbo che parla in parole umane: che contenuto, che intensità, che accento, che voce! La risentiremo in paradiso. Egli ci parlerà. La Parola di Dio non è come le altre. Essa ha il potere di operare quanto dice. Genera Gesù nella nostra anima e nelle anime altrui. La Parola deve tramutarsi in azione e guidare la vita. In questo modo essa si rivela attraente. Bastano poche lettere e poche regole grammaticali per saper leggere e scrivere, ma se quelle non si sanno si resta analfabeti per tutta la vita. Così chi non assimila ad una ad una le parole del Vangelo, non sa scrivere Cristo con la sua vita. Bastano poche frasi per formare in noi Gesù. Noi non abbiamo altro libro all’infuori del Vangelo, non abbiamo altra scienza, altra arte. Lì è la Vita! Chi la trova, non muore. Chiara Lubich (altro…)
10 Apr 2008 | Chiara Lubich, Spiritualità
Ecco l’ultimo pensiero preparato da Chiara per il Movimento, dal letto di ospedale al Gemelli, poco prima della sua “partenza” e diffuso in questi giorni: «Vorrei questa volta sottolineare il valore del rapporto, dei rapporti tra di noi. Vivendo la Parola, agli inizi, a Trento, è cambiato sia il nostro rapporto con Dio che il nostro rapporto con i fratelli. Così è nata quella che allora chiamavamo “comunità cristiana”. Non dimentichiamo queste origini. Costruiamo la nostra opera su queste fondamenta». Riportiamo qui di seguito alcune sue righe tratte dal primo commento alla Parola di Vita di oltre oltre 50 anni fa, tuttora di grande attualità. Ben potrebbero riferirsi al pensiero appena citato, per penetrarlo in profondità e tradurlo in vita. «Le parole del Vangelo forse sembrano semplici, ma quale mutamento richiedono! Quanto sono lontane dal nostro usuale modo di pensare e di agire! Ma coraggio! Proviamo. Una giornata così spesa vale una vita. E alla sera non riconosceremo più noi stessi. Una gioia mai provata ci inonderà. Una forza ci investirà. Dio sarà con noi, perché è con coloro che amano. Le giornate si susseguiranno piene. A volte forse rallenteremo, saremo tentati di scoraggiarci, di smettere. E vorremmo tornare alla vita di prima… Ma no! Coraggio! Dio ci dà la grazia. Ricominciamo sempre. Perseverando, vedremo lentamente cambiare il mondo attorno a noi. Capiremo che il Vangelo porta la vita più affascinante, accende la luce nel mondo, dà sapore alla nostra esistenza, ha in sé il principio della risoluzione di tutti i problemi. E non avremo pace, finché non comunicheremo la nostra straordinaria esperienza ad altri: agli amici che ci possono comprendere, ai parenti, a chiunque ci sentiamo spinti a darla. Rinascerà la speranza». (altro…)
20 Mar 2008 | Spiritualità
Venerdì santo: la morte di Gesù in croce è l’altissima, divina, eroica lezione di Gesù su cosa sia l’amore. Aveva dato tutto: una vita accanto a Maria nei disagi e nell’obbedienza. Tre anni di predicazione rivelando la Verità, testimoniando il Padre, promettendo lo Spirito Santo, facendo ogni sorte di miracoli d’amore. Tre ore di croce, dalla quale dà il perdono ai carnefici, apre il Paradiso al ladrone, dona a noi la Madre e, finalmente, il suo Corpo e il suo Sangue, dopo averci dati misticamente nell’Eucaristia, gli rimaneva la divinità. La sua unione col Padre, la dolcissima e ineffabile unione con Lui che l’aveva fatto tanto potente in terra, quale figlio di Dio, e tanto regale in croce, questo sentimento della presenza di Dio doveva scendere nel fondo della sua anima, non farsi più sentire, disunirlo in qualche modo da Colui che Egli aveva detto di essere uno con Lui: “Io e il Padre siamo uno” (Gv. 10,30). In Lui l’amore era annientato, la luce spenta la sapienza taceva. Si faceva dunque nulla per far noi partecipi al tutto; verme (Salmo, 22,7) della terra, per far noi figli di Dio. Eravamo staccati dal Padre. Era necessario che il Figlio, nel quale noi tutti ci ritrovavano, provasse il distacco dal Padre. Doveva sperimentare l’abbandono di Dio, perché noi non fossimo mai più abbandonati. Egli aveva insegnato che nessuno ha maggior carità di colui che pone la vita per gli amici suoi. Egli, la Vita, poneva tutto di sé. Era il punto culmine, la più bella espressione dell’amore. Il suo volto è nascosto in tutti gli aspetti dolorosi della vita: non sono che Lui. Sì, perché Gesù che grida l’abbandono è la figura del muto: non sa più parlare. E’ la figura del cieco: non vede, del sordo: non sente. E’ lo stanco che si lamenta. Rasenta la disperazione. E’ l’affamato d’unione con Dio. E figura dell’illuso, del tradito, appare fallito. E pauroso, timido, disorientato. Gesù abbandonato è la tenebra, la malinconia, il contrasto, la figura di tutto ciò che è strano, indefinibile, che sa di mostruoso, perché un Dio che chiede aiuto!… E’ il solo, il derelitto… Appare inutile, scartato, scioccato… Lo si può scorgere perciò in ogni fratello sofferente. Avvicinando coloro che a Lui somigliano, possiamo parlare di Gesù abbandonato. A quanti si vedono simili a lui e accettano di condividere con Lui la sorte, ecco che egli risulta: per il muto la parola, a chi non sa, la risposta, al cieco la luce, al sordo la voce, allo stanco il riposo, al disperato la speranza, al separato l’unità, per l’inquieto, la pace. Con Lui l’uomo si trasforma e il non senso del dolore acquista senso. Egli aveva gridato il perché al quale nessuno aveva risposto, perché noi avessimo la risposta ad ogni perché. Il problema della vita umana è il dolore. Qualsiasi forma abbia, per terribile che sia, sappiamo che Gesù l’ha preso su di sé e muta, per un’alchimia divina, il dolore in amore. Per esperienza posso dire che appena si gode di un qualsiasi dolore, per essere come Lui e poi si continua ad amare facendo la volontà di Dio, il dolore, se spirituale, sparisce; se fisico, diviene giogo leggero. Il nostro amore puro al contatto coi dolore, lo tramuta in amore; quasi prosegue in noi – se lo possiamo dire – la divinizzazione che Gesù fece del dolore. E, dopo ogni incontro con Gesù abbandonato, amato, trovo Dio in modo nuovo, più faccia a faccia, più aperto, in un’unità più piena. Tornano la luce e la gioia e, con la gioia, la pace che è frutto dello spirito. Quella luce, quella gioia, quella pace fiorite dal dolore amato colpiscono e sciolgono anche le persone più difficili. Inchiodati in croce si è madri e padri di anime. Effetto è la massima fecondità. Si annulla ogni disunità e trauma, fioriscono miracoli di risurrezione, nasce una nuova primavera nella Chiesa e nell’umanità. Come scrive Olivier Clément, “l’abisso, aperto per un istante da quel grido, si riempie del grande soffio della resurrezione.”
19 Mar 2008 | Spiritualità
Ogni anno, la settimana santa, ci sentiamo avvolti in un’atmosfera speciale. Sono questi infatti i giorni in cui si manifesta più che mai il suo amore per noi, perché tutto amore è ciò di cui si fa memoria. Giovedì Santo: Amore il sacerdozio che possiede un carattere ministeriale, e cioè di servizio e quindi d’amore concreto. Amore l’Eucarestia nella quale Gesù ci ha dato tutto se stesso. Amore l’unità, effetto dell’amore, che ha invocato dal Padre: “Che tutti siano uno come io e te“. Amore quel comando che Gesù serbò in cuore tutta la vita, per rivelarlo il giorno prima di morire: “Come io vi ho amato, così amatevi anche voi. Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete a vicenda“. Non possiamo passare questo giorno senza un attimo di raccoglimento nel quale diciamo a Gesù tutta l’adesione della nostra anima a quel comando che chiamò “suo” e “nuovo”. Un comando che è eco della stessa vita della Trinità. L’avevamo scoperto ancora a Trento, mentre infuriava il secondo conflitto mondiale. Il Verbo di Dio ci è parso come divino emigrante che facendosi uomo senz’altro s’adattò al modo di vivere di questo mondo. E fu bambino e figlio esemplare, e uomo e lavoratore. Ma vi portò il modo di vivere della sua patria celeste e volle che uomini e cose si ricomponessero in un ordine nuovo, secondo la legge del cielo: l’amore. (altro…)
14 Mar 2008 | Chiara Lubich, Spiritualità
Chiara Lubich: Il Testamento di Gesù
da «Città Nuova» del 15 dicembre 1959
«Che tutti siano uno»
Se hai l’avventura di portarti in Terra Santa, verso primavera, fra le mille cose che Gerusalemme ti offre alla contemplazione e alla meditazione, una ti colpisce in modo singolare, per quanto ricorda nella sua estrema semplicità. Resistita al tempo e lavata dalle intemperie di duemila anni, una lunga scala di pietra, puntualizzata qua e là di papaveri, rosseggianti come il sangue della Passione, si spiega, quasi un nastro increspato, discendente, limpida e solenne verso la valle del Cedron. E’ rimasta nuda all’aperto, costeggiata da una cornice di prato, quasicché nessuna volta di tempio potesse sostituire il cielo che l’incorona. Di là – la tradizione racconta – Gesù discese quell’ultima sera, dopo la cena, quando, «alzati gli occhi al cielo» gonfio di stelle, ebbe a pregare: «Padre, l’ora è venuta…». Fa impressione metter i propri piedi dove i piedi d’un Dio hanno toccato e tutta l’anima t’esce dagli occhi guardando la volta celeste che occhi d’un Dio hanno guardato. E tale può essere lì l’impressione che la meditazione ti fissa in adorazione. Fu una preghiera unica la Sua prima di morire. E quanto più splende Dio questo «Figlio dell’uomo», che tu adori, tanto più lo senti uomo e t’innamora. Il Suo è un discorso che solo il Padre comprese appieno, eppure lo fece a voce dispiegata, forse perché anche a noi arrivasse un’eco di tanta melodia. 1943. Non si sa perché, ma certo fu così, che quasi ogni sera, radunate le prime focolarine fra loro in cerca dell’amor di Dio, al lume di candela – perché la luce spesso mancava – leggevano quel brano. Era la magna carta del cristiano. Di lì parole ignote a loro brillarono come soli nella notte: notte d’un tempo di guerra. Gesù aveva per tre anni parlato spesso agli uomini: aveva detto parole di Cielo, aveva seminato nelle dure cervici, aveva annunziato un programma di pace, ma aveva offerto il Suo divino patrimonio adattandosi quasi alla mente dei suoi, e le parabole ne sono una testimonianza. Ma ora che non parla alla terra, e la Sua voce è rivolta al Padre, sembra non frenare più la Sua foga. E’ splendido quell’Uomo, che è Dio, e versa – come fontana fluente di Vita Eterna – Acqua che inabissa l’anima del cristiano, perduta in Lui, nei mari sconfinati della Trinità beata. E bello come Lui appariva quell’ultimo discorso: «Io prego per loro, non prego per il mondo… Conserva nel Tuo Nome coloro che mi hai dato affinché siano uno come siamo noi». Esser uno come Gesù è uno col Padre: ma che significava? Non si capiva troppo, ma si comprendeva che doveva essere una grande cosa. Fu per questo che, unite un giorno nel Nome di Gesù, strette attorno ad un altare, chiedemmo a Lui d’insegnarci a vivere questa verità. Egli sapeva che significasse ed Egli solo ci avrebbe potuto aprire il segreto per realizzarla. «… Ma ora io vengo a Te affinché abbiano in sé la pienezza del gaudio». Per quella breve esperienza d’unità che avevamo fatto non s’era forse sperimentata una «nuova» gioia? Era forse quella di cui Gesù parlava? Certo che la gioia è il vestito del cristiano e dentro di noi Qualcuno ci faceva intendere che, per chi segue Cristo, la gioia è un dovere, perché Dio ama l’ilare donatore. «Non domando che Tu li tolga dal mondo, ma che li preservi dal male». Affascinante e nuova – almeno per noi – questa vita: vivere nel mondo, che tutti sanno in antitesi con Dio, e vivervi per Dio in un’avventura celeste… «Santificali nella verità. E prego non solamente per essi, ma anche per quelli che, mediante la loro parola, crederanno in me, affinché siano tutti uno». Ma che cristianesimo avevamo vissuto prima, se eravamo passati accanto l’uno all’altro con indifferenza se non con disprezzo e giudicandoci, quando il nostro destino era fonderci nell’unità invocata da Cristo? Con questi accenti ci sembrava che Gesù gettasse un laccio al Cielo e legasse noi membra sparse, in unità – per Lui – col Padre, e in unità fra noi. E il Corpo mistico si spiegava a noi in tutta la sua realtà, verità e bellezza. «Come Tu, Padre, sei in Me e io in Te, che anch’essi siano uno in noi». Come Gesù è uno col Padre così ognuno di noi avrebbe dovuto essere uno con Gesù e, di conseguenza, uno con gli altri: era un modo di vivere a cui poco o nulla noi prima avevamo pensato: un modo di vivere «alla Trinità»… «Affinché il mondo creda che Tu mi hai mandato». La conversione del mondo che ci circondava sarebbe stata la conseguenza della nostra unità. Era forse per questo che, sin dal primo sorgere del Movimento, molte anime tornavano a Dio, senza che noi ci fossimo curate di convertirle, ma solo di mantenere l’unità fra noi e di amarle in Cristo. «…Io ho dato loro la gloria che Tu hai dato a Me affinché siano perfetti nell’unità e il mondo riconosca che Tu mi hai mandato…». Gli uomini avrebbero creduto a Cristo se noi fossimo stati perfetti nell’unità. Ci si doveva dunque perfezionare in questa vita. Avremmo dovuto posporre ogni cosa all’unità. 1943 era stato anche l’anno della Mystici Corporis: Cristo nel Papa Pio XII riecheggiava il Suo Testamento. Che Gesù, il quale vive nel suo Capo e nel suo Corpo, abbia spinto anche noi a sottolineare l’esigenza dell’unità e a farne un dono a tanti? Unità, unità, tutti uno! In tempi in cui l’idea fondamentale del Cristo stava divenendo, deformata e depauperata del divino, l’idea-forza della rivoluzione atea, Dio aveva voluto forse sottolinearcela nel Vangelo. Non si sa. Si sa solo che il Movimento dei Focolari ebbe quel timbro inconfondibile e che per noi niente ha più valore dell’unità: perché formò il soggetto del Testamento di Colui che vogliamo amare sopra ogni cosa; perché dall’esperienza fin qui avuta essa è ricchissima e fecondissima di frutti per il Regno di Dio, per la Sua Chiesa. «Io ho fatto loro conoscere il Tuo Nome e lo farò conoscere affinché l’amore con cui Mi hai amato sia in essi ed Io in loro». Gesù dopo aver dette queste cose uscì coi suoi discepoli oltre il torrente Cedron… (altro…)
5 Mar 2008 | Spiritualità
Questo pensiero di Chiara Lubich è tratto da una lettera del dicembre 1959 in cui lanciava la proposta di vivere nel quotidiano, ogni mese, una frase del Vangelo: la Parola di vita. Una pratica attuata da Chiara e dai primi focolarini sin dagli inizi, quando, per la luce del carisma, le parole del Vangelo sono apparse loro “uniche, affascinanti, scultoree”, parole che tutti possono tradurre in vita. “Gesù, come dimostra il Vangelo, ha un modo di ragionare, di amare, di volere tutto Suo, unico, e talmente superiore al modo di vivere anche di noi cristiani, che per tutti i tempi Egli saprà far cavare dal Vangelo «qualcosa» che servirà all’umanità di quell’epoca e di secolo in secolo quel «qualcosa» apparirà talmente nuovo e rivoluzionario da sembrare prima quasi ignorato. Ora questo modo di vivere di Gesù vogliamo farlo nostro. E niente appare più opportuno per raggiungere lo scopo di risciacquare, di tempo in tempo, l’anima nostra nel Vangelo. Ne conseguirà che verremo ad assomigliare sempre più a Gesù. Siamo certi che Dio gradirà il nostro sforzo e siamo felici pensando che in tanta notte che oscura il mondo, in tanta confusione nulla potrà risultare più efficace di riportare la luce evangelica viva in noi e attorno a noi. Se Dio ha parlato in Gesù dobbiamo aver fede che quelle Parole contengono il fuoco da Lui menzionato.