20 Mag 2026 | Famiglie, Sociale, Testimonianze di Vita
Dalle macerie della guerra alla meraviglia della neve: è il viaggio compiuto da un gruppo di bambini provenienti da Gaza, accolti in Veneto (Italia) grazie all’associazione Padova Abbraccia i Bambini e alla Protezione Civile. Per molti di loro, segnati da ferite profonde nel corpo e nell’anima, la giornata trascorsa in Val Saisera, nel Nordest italiano, ha rappresentato un raro momento di spensieratezza.
La giornata, promossa dall’Associazione Famiglie Nuove del Friuli Venezia Giulia ha visto la partecipazione di circa quaranta persone, in gran parte donne e bambini. Un evento semplice, ma denso di significato: giochi sulla neve, risate, slittini e una convivialità che ha permesso, almeno per qualche ora, di lasciare sullo sfondo i ricordi della guerra. In quella domenica di gennaio, la neve, tanto attesa, è arrivata come un segnale di accoglienza, quasi a voler rispondere al desiderio espresso dai più piccoli di poterla vedere per la prima volta.
Molti di questi bambini sono giunti in Italia nel 2025 grazie a un corridoio umanitario attivato per garantire cure mediche urgenti. Tra loro ci sono piccoli mutilati, feriti da esplosioni, o affetti da patologie impossibili da trattare in un territorio devastato dal conflitto. Le loro famiglie portano storie dolorose: lutti, separazioni forzate, assenze che pesano. Eppure, accanto al dolore emerge una straordinaria capacità di resilienza. Emblematica è la scena di una bambina di nove anni, priva di entrambe le gambe, che ride e si diverte sullo slittino, trovando la forza persino di ballare insieme alle altre bambine.
Punto di riferimento tra le diverse realtà coinvolte è stato l’imam Kamel Layachi, imam delle comunità musulmane del Veneto, che ha favorito la collaborazione tra comunità musulmane e cattoliche. Parrocchie, associazioni e volontari hanno unito le forze per offrire non solo assistenza, ma anche opportunità di integrazione. I bambini frequentano già la scuola e le madri seguono corsi di italiano, in vista di una permanenza che potrebbe prolungarsi nel tempo e aprirsi a percorsi lavorativi.
Parallelamente, restano urgenti le necessità sanitarie, in particolare per le protesi non coperte dal servizio sanitario. Per questo sono state avviate raccolte fondi, con l’obiettivo di restituire autonomia e dignità a chi ha perso un arto.
La giornata sulla neve, si è conclusa a Tarvisio (Italia). Accolti da un gruppo di Famiglie Nuove della regione, dai volontari dell’associazione Friulclown, dal parroco di Valbruna don Giuseppe Marano, e dal tè e biscotti offerti dagli alpini – il gruppo si è spostato al caldo per il pranzo (curato dalla comunità musulmana della città Udine) nella sala parrocchiale. A chiudere il tutto un pranzo condiviso e un momento di preghiera comune. Un gesto semplice ma potente, che ha unito culture e fedi diverse sotto il segno della fraternità. Le parole delle famiglie palestinesi raccontano meglio di ogni altra cosa il senso dell’esperienza: gratitudine, emozione, sollievo. “Avete permesso alla felicità di toccare nuovamente i nostri cuori”, ha scritto una madre.
Anche i volontari italiani hanno ricevuto molto: negli occhi di quei bambini hanno visto convivere dolore e gioia, fragilità e forza e la consapevolezza che, anche con piccoli gesti, è possibile ricostruire frammenti di umanità. In un mondo segnato da conflitti, quella giornata sulla neve ha rappresentato un piccolo, ma autentico, spazio di pace.
Da un racconti di Famiglie Nuove Friuli (Italia)
Foto: FN Friuli
13 Mag 2026 | Testimonianze di Vita
Impariamo dai piccoli
Facevo un certo lavoro in casa, quando mi sono fatto un taglio profondo alla mano sinistra. Mentre cercavo di fermare il flusso di sangue prima di farmi accompagnare dai miei al pronto soccorso, il nostro nipotino Emanuel di circa sei anni, che trascorreva quel giorno da noi, assisteva partecipe alla mia sommaria fasciatura: “Ti fa tanto male, nonno?”. L’ho tranquillizzato e lui per aiutarmi mi ha dato… una caramella! Poco dopo: “Vuoi un’altra caramella, nonno? Ti farà bene”. Ricucito, fasciato e con un tutore al pollice sinistro (per fortuna il tendine era salvo), al mio ritorno mi è venuto incontro: “Nonno, adesso come va? Forse ti farebbe bene prendere un caffè”. “Grazie, Emanuel, dopo pranzo: adesso andiamo a tavola”. Mia moglie aveva preparato le salsicce che a lui piacciono tanto. Dopo aver mangiato la sua, ne ha presa un’altra dal piatto di portata, l’ha tagliata e senza dir niente l’ha messa nel mio piatto. Dopo queste attenzioni fatte con commovente semplicità, ho ricordato che Gesù ci ha indicato come modello proprio i bambini.
(Giovanni C. – Italia)
Una vacanza provvidenziale
“Oltre noi”, un’associazione che si occupa di disabili, tra le altre attività organizza una vacanza a San Bernardino. La presidente, che conosco da anni, mi propone: “Perché non mandi Benedetta con noi?”. La proposta è allettante, ma la struttura ospitante sarà adatta a persone in carrozzina come mia figlia? Da un sopralluogo, ci sembra di sì. Inoltre, la nostra amica Daniela si è resa disponibile come accompagnatrice e in più c’è l’aiuto di un infermiere. Benedetta si dimostra entusiasta. Non mi sembra vero. Prima della partenza partecipiamo ad una cena per conoscere gli altri vacanzieri. L’ambiente è allegro. Il 3 agosto Benedetta e Daniela partono a bordo della nostra auto per gli spostamenti in loco. Spero tanto che la mia amica non si stanchi troppo… Mi fido e affido tutto a Gesù. Le prime notizie da parte di entrambe sono rassicuranti. Al ritorno non riconosco più mia figlia: è rilassata e strafelice soprattutto per aver potuto partecipare tutti i giorni alla messa, celebrata proprio nella camera sua e di Daniela. Dio vince sempre in generosità!
(M.B. – Svizzera)
Quando non si è autosufficienti
Quello appena trascorso è stato un mese di “passione”, nel senso più carnale del termine. Un mese eccezionale, in cui il dolore del corpo è stato cullato dalla tenerezza dei fratelli. La fretta di guarire – quel peccato d’orgoglio di chi vuole sentirsi sempre autosufficiente – mi aveva tradito. Il post-operatorio si era complicato, il ginocchio gonfiato e il medico era stato perentorio: riposo e ghiaccio. In quella borsa del ghiaccio ho trovato una strana forma di preghiera. Mi sono ritrovato “piccolo”, dipendente dal fratello per un bicchiere d’acqua o per un passaggio in auto. Ma è proprio in questa fragilità che ho riscoperto il tesoro della comunità sacerdotale in cui vivo. Ho capito che la fraternità non è solo mangiare insieme, ma è avere la fiducia di dire: “Ho bisogno di te”
La dipendenza dagli altri non è una sconfitta, ma il certificato della nostra umanità. Oggi, nel mio orticello di prete pensionato, coltivo i miei pochi metri quadri di mondo. E finché avrò voce (e una stampella a sorreggermi), il mio orto sarà sempre aperto a chi cerca speranza.
(Don Peppino G. – Italia)
A cura di Maria Grazia Berretta
tratto da Il Vangelo del Giorno, Città Nuova, anno XII– n.3 – maggio-giugno 2026)
Foto ©Tieffenbrucker456, Alexandra Koch-man, Codi Punnett – Pixabay
11 Mag 2026 | Testimonianze di Vita
“È molto toccante che i bambini di Roma pensino all’IRAP (Istituto di riabilitazione audio fonetico). Questa somma è preziosa, soprattutto per il gesto che nasce dal cuore dei bambini.
Abbiamo scelto di vivere questo trimestre all’IRAP cercando di essere “scintille di vita” nel cuore della morte che ci circonda. Questo dono è per noi proprio una scintilla di vita: ci fa sentire che non siamo soli e che, dietro a questo gesto, ci sono sforzi concreti, volti di bambini gioiosi, mani che si sono unite… Tutto questo è seme di vita e di fraternità che ci tocca profondamente. Grazie!
Stiamo vivendo momenti difficili, sì, ma continuiamo ad aggrapparci alla speranza e a scegliere sempre la vita. È davvero andare controcorrente rispetto a ciò che si vive oggi in Libano. Sono sforzi continui, che dobbiamo sempre ricominciare, perché nulla è mai acquisito.
Oggi la parola “pace”, in Libano, sembra perdere il suo significato. Molti non ci credono più, e a volte nemmeno noi. Anche il Time Out, il momento di preghiera quotidiano per la pace che coinvolge il mondo, a un certo punto mi sembrava inutile. Come continuare a crederci, se io stessa, non ci credevo più?
È stato necessario andare più in profondità per riscoprire il vero senso della pace: prima di tutto la pace interiore, che è una sfida in un contesto di guerra, violenza e ostilità. Non lasciarsi scivolare nell’odio verso il nemico, superare la rabbia davanti alle ingiustizie, strappare dall’anima tutto ciò che può corromperla… è una lotta continua.
Alla Risurrezione, il saluto di Gesù agli apostoli — “La pace sia con voi” — ha risuonato in modo nuovo nella mia anima, e ho riscoperto che è Lui la nostra vera pace.
L’impegno attivo per gli altri è una via d’uscita: ci libera dall’isolamento e ci rende più forti”.
IRAP (Institut de Rééducation Audio-Phonétique)
A cura di Maria Grazia Berretta
È attiva l’emergenza Medio Oriente. Ogni contributo permette di portare sollievo alle tante famiglie colpite dal flagello della guerra: molte hanno perso la casa, altre cercano rifugio in strutture che aprono le porte nonostante risorse sempre più limitate.
Per inviare il proprio contributo fare click qui
Immagini della festa di raccolta fondi organizzata dai Ragazzi per l’Unità di Roma (©Joaquín Masera)
28 Apr 2026 | Nuove Generazioni, Sociale, Testimonianze di Vita
Azioni, iniziative, attività ed eventi mondiali per generare una rete capace di vivere e testimoniare che la fratellanza universale è davvero possibile. È questo lo slancio che anima la Settimana Mondo Unito (SMU). Supportata da United World Project insieme al Movimento dei Focolari e a Youth for a United World (Y4UW), questa azione globale che ogni anno si svolge dal 1° al 7 maggio, attraversa i continenti, gli oceani e diventa un’occasione concreta per trasformare valori come unità e pace in esperienze condivise.
Persone di culture, età e contesti diversi, ciascuno nella propria città e comunità, abbracciano questo invito con l’obiettivo di creare spazi di incontro autentico, mettere in rete energie, idee e testimonianze capaci di generare un cambiamento reale.
L’ edizione di quest’ anno propone un tema forte e attuale: #ChooseToDialogue. In un mondo segnato da conflitti e crescenti divisioni, diventa ancora più urgente e significativo riscoprire il valore dell’incontro, dell’ascolto e della comprensione reciproca. Scegliere il “Dialogo” con coraggio oggi significa opporsi alla logica dello scontro e aprire strade di pace; superare le distanze e trasformare le differenze in opportunità di unità. La proposta per questa SMU? Un percorso quotidiano che invita a vivere questa scelta in vari ambiti:
• 1 maggio – Intercultura & Dialogo
• 2 maggio – Arte & Impegno sociale
• 3 maggio – Salute, Sport ed Ecologia
• 4 maggio – Economia e Lavoro + Educazione e Ricerca
• 5 maggio – Comunicazione e Media
• 6 maggio – Cittadinanza Attiva e Politica
• 7 maggio – Pace & Diritti Umani
Vari gli strumenti e le proposte messe a disposizione per realizzare tutto questo, dal Time-out, l’invito ad un momento di silenzio e preghiera condivisa che unisce tutti nel chiedere il dono della pace, all’Inspiration Box, documento ricco di idee e suggerimenti da realizzare durante la settimana.
Tra gli appuntamenti da non perdere:
- il Peace Got Talent – Living Peace, la trasmissione di Living Peace International che sarà possibile seguire dalle ore 14:00 (GMT+1, ora di Roma) di sabato 2 maggio su YouTube (@unitedworldproject e @livingpeaceinternational), per lasciarsi ispirare dai talenti di tanti e dai messaggi di unità e pace condivisi dai giovani di tutto il mondo.
- Run4Unity: la staffetta globale per la pace. A mezzogiorno in ogni fuso orario, i giovani “passano il testimone” al paese successivo, creando un’onda mondiale di unità che fa il giro del pianeta. Molti Paesi stanno già organizzando le loro tappe per essere parte di questa corsa globale, come Brasile, Venezuela, Paraguay, Argentina, Uganda, Burundi, Nuova Caledonia, Italia e Croazia, tra gli altri.
- Primo Maggio Loppiano (Italia). Dal 1 al 3 maggio la Cittadella Internazionale dei Focolari vicino Firenze ospita una nuova edizione del Primo Maggio di Loppiano, il Festival della Fraternità dedicato ai giovani. ROOTS (radici), alla scoperta di ciò che ci unisce è il titolo della manifestazione: tre giorni di incontro, storie, riflessioni, workshop, mostre, attività educative e sportive dedicati al tema delle radici e delle diversità culturali. Un invito a scendere in profondità, a riscoprire le proprie origini culturali e spirituali come punto di partenza per l’incontro con l’altro.
- Anche in Portogallo, presso la Cittadella dei Focolari Arco-íris di Abrigada (Alenquer), Il 1° maggio sarà un’occasione di festa e di impegno per la costruzione di un mondo migliore. Promosso da Youth for a United World, l’evento, con momenti di condivisione e workshop, riunirà persone provenienti da tutto il Paese e ospiti da diversi continenti che credono che la fratellanza non sia solo un sogno ma una realtà che si costruisce giorno dopo giorno, con gesti concreti di solidarietà, dialogo e speranza. Il titolo dell’evento: “Conecta-te. Tens coragem de construir pontes?” (Connettiti. Hai il coraggio di costruire ponti?”).
A cura di Maria Grazia Berretta
14 Apr 2026 | Chiesa, Focolari nel Mondo, Testimonianze di Vita
Il più grande Paese africano per superficie nel quale, dei 48 milioni di abitanti, i cristiani sono meno dell’1%. L’Algeria è il Paese che papa Leone XIV ha scelto come prima tappa del viaggio in terra africana che lo porterà poi in Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Vi è arrivato 13 aprile 2026 e i suoi primi incontri con la comunità algerina hanno messo in evidenza anche la vita e le attività di organizzazioni e iniziative interreligiose, a volte poco conosciute, che operano nel Paese da molti anni.
Una di queste è il Movimento dei Focolari, una rete di unità spirituale arrivata nell’Algeria a maggioranza musulmana nel 1966. Le sue attività in Algeria sono animate da membri musulmani, per lo più donne, che vi partecipano, lavorando in piccoli gruppi in tutto il Paese, sia prestando aiuto presso centri per anziani locali, sia dando ripetizioni agli studenti o studiando insieme a loro.
L’esperienza di una fede «vera» che «non isola ma apre, unisce ma non confonde, avvicina senza uniformare e fa crescere un’autentica fratellanza» è stata condivisa in francese da Monia Zergane, musulmana la cui vita si fa «segno di speranza per il nostro mondo». Nei servizi della Chiesa cattolica in Algeria, cristiani e musulmani lavorano «fianco a fianco», ha riferito la donna, «con le stesse preoccupazioni» di «accogliere, servire, ascoltare, prendersi cura dei più fragili, organizzare, trovare risorse finanziarie e adoperarsi perché i centri di attività siano luoghi sicuri che preservino la dignità delle persone». Un servizio ai più «vulnerabili», che siano donne, bambini, anziani, malati, vissuto «insieme» e in grado di creare una «fraternità reale», ha spiegato, forte della convinzione che «servire l’uomo è anzitutto servire Dio». Un impegno, ha rimarcato, che si nutre di tutte le cose «belle» messe in gioco: competenze, dedizione, pazienza, perdono, compassione e benevolenza.
Fratelli e sorelle che sono stati «d’immenso aiuto e conforto» per Monia nella prova della malattia, quando, ha confidato con gratitudine, «ho potuto contare sulla loro vicinanza, sulla loro incrollabile solidarietà, sulla loro delicatezza e le loro preghiere». In particolare, la vicinanza di una comunità del Movimento dei Focolari, e l’impegno quotidiano per mettere in pratica l’amore per il prossimo, «m’interpella spesso e mi fa capire che la vita non è fatta soprattutto di grandi opere visibili, ma di una comunione vissuta giorno dopo giorno», ha riconosciuto. Consapevole che la fratellanza si costruisce anche «nei gesti semplici: un sorriso, un saluto che viene dal cuore, una parola benevola, un servizio reso senza aspettarsi nulla in cambio, e nelle piccole cose della vita quotidiana: farsi gli auguri per una festa, condividere un pasto dopo un tempo di digiuno, ascoltare il significato spirituale di una celebrazione».
A cura della redazione
Foto: © Joaquín Masera – CSC Audiovisivi
14 Apr 2026 | Sociale, Testimonianze di Vita
Nel vortice delle notizie rapide sulla guerra in Libano, le storie individuali si perdono e i volti umani sbiadiscono dietro i numeri degli sfollati e i rapporti sui bombardamenti. Eppure la realtà, come rivelano le testimonianze sul campo, è molto più profonda e dolorosa di quanto mostrino i titoli. In questo “tempo di guerra”, centinaia di migliaia di libanesi vivono una condizione di sfollamento ripetuto, come se fosse un destino che si rinnova a ogni nuova ondata di violenza. Ma in mezzo a questo buio emergono anche volti umani che cercano di restituire alla vita il suo significato.
Dall’inizio dell’escalation e con l’espansione dei raid aerei e degli ordini di evacuazione, lo sfollamento non è più un evento eccezionale, ma è diventato uno stile di vita. Non vengono più evacuate singole aree, ma intere regioni, dal sud alla Beqaa fino al cuore della capitale Beirut. In questo scenario, il numero degli sfollati ha superato il milione, in una delle più grandi ondate di sfollamento interno nella storia recente del Paese. Tante le vittime civili.
Dietro questo numero si nascondono però storie umane che riassumono la tragedia. Zeina Chahine ha condotto alcune interviste per raccontare il dolore delle persone e, allo stesso tempo, la grandezza dell’azione umanitaria che diventa incontro, consolazione e forza collettiva contro l’ingiustizia.
Marwan, uno degli sfollati del sud, riassume l’esperienza con una frase dolorosa: “Stiamo appassendo lentamente”. Non è solo una metafora, ma la descrizione di una vita che viene consumata gradualmente, in cui l’essere umano perde casa, lavoro e stabilità senza però perdere del tutto la speranza… che tuttavia si logora. Marwan aggiunge che anche l’idea del ritorno è cambiata: non sogna più la casa, ma semplicemente il ritorno, in qualsiasi forma possibile.
Nawal racconta invece il momento della fuga forzata: una telefonata nel cuore della notte, pochi minuti per raccogliere ciò che si può portare, poi la fuga sotto i bombardamenti. “Cosa dobbiamo portare con noi?” è una domanda che riassume l’impotenza di fronte alla rapidità del crollo. Una piccola valigia in cambio di una vita intera lasciata indietro. Anche lei, come molti altri, non ha vissuto lo sfollamento una sola volta, ma più e più volte, fino a quando il ritorno alla “tabula rasa” è diventato parte dell’esperienza stessa.
Anche i bambini e i giovani pagano il prezzo. Suleiman, sedicenne, si ritrova fuori dalla scuola, in un rifugio temporaneo, e riassume la guerra dicendo: “È la mia croce in questa vita”. Parole che mostrano come la guerra non rubi solo il presente, ma anche l’innocenza dell’età.
Ma accanto a questo dolore vive anche un’altra immagine, non meno presente: quella della solidarietà umana. Tra scuole trasformate in centri di accoglienza e angoli sovraffollati delle città, emergono volontari e iniziative individuali che cercano di colmare il vuoto dell’assenza. Persone che dormono per terra, con una grave mancanza dei beni più essenziali, e tentativi graduali di fornire materassi e coperte. Il bisogno non riguarda solo cibo e acqua, ma anche tutto ciò che preserva la dignità umana, come i prodotti per l’igiene personale… perché anche nello sfollamento l’essere umano ha bisogno di sentirsi dignitoso.
Abir, madre e volontaria, vede l’aiuto come un dovere umano prima di tutto. Dice che ciò che colpisce di più è “la paura negli occhi delle persone”, quell’ansia costante di un futuro incerto. Ma allo stesso tempo osserva anche la forte spinta alla solidarietà: “Le persone corrono ad aiutare, senza chiedere nulla”. In un contesto in cui le istituzioni a volte sono limitate, le iniziative individuali diventano la prima linea di difesa dell’umanità.
Questo incontro tra dolore e solidarietà rivela una forte contraddizione: la guerra divide le persone, ma allo stesso tempo crea spazi inaspettati di solidarietà. È come se la società, nei momenti di collasso, riscoprisse se stessa attraverso i suoi individui.
E nonostante le differenze nelle opinioni e nelle appartenenze, il punto comune rimane il sentimento di sradicamento e il rifiuto della guerra e delle sue tragedie. Con il passare del tempo, anche la forma della speranza cambia: da “se Dio vuole torneremo a trovare le nostre case” a semplicemente “se Dio vuole torneremo”. Una speranza che si riduce, ma non si spegne.
Resta sospesa sulle labbra di tutti la domanda: “Domani dove andremo?”. Non è una domanda su una destinazione precisa, ma sul destino stesso.
Eppure, nonostante tutto il dolore, queste testimonianze rivelano una verità duplice: la guerra ferisce profondamente l’essere umano, sì, ma non riesce a cancellarne l’umanità. Tra una tenda e un rifugio, tra perdita e nostalgia, nasce un’altra forma di resistenza: la resistenza della solidarietà.
Così, mentre alcuni appassiscono lentamente, altri li annaffiano con quanto possono di solidarietà, mantenendo la vita possibile. Perché la fede nella fratellanza umana è una realtà che abbiamo interiorizzato vivendo e praticando, tramandata dai nostri padri e dai nostri nonni, fino a diventare sangue nelle nostre vene e parte della nostra civiltà.
Elaborato da Rima Saikali
Al Madina Al Jadida
E’ attiva l’emergenza Medio Oriente. Ogni contributo permette di portare sollievo alle tante famiglie colpite dal flagello della guerra: molte hanno perso la casa, altre cercano rifugio in strutture che aprono le porte nonostante risorse sempre più limitate.
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Foto: ©Pexels-Mohamad-Mekawi