Movimento dei Focolari
Sulla stessa barca: un viaggio verso la pace

Sulla stessa barca: un viaggio verso la pace

Qualche settimana fa, ho preso parte al progetto MED25, una nave-scuola per la pace. Eravamo 20 giovani provenienti da tutto il Mediterraneo — Nord, Sud, Est e Ovest — a bordo di una barca chiamata “Bel Espoir”. Siamo partiti da Barcellona, e il meteo non era come previsto, quindi ci siamo fermati a Ibiza prima di raggiungere Ceuta, e da lì abbiamo viaggiato via terra fino a Tetouan, per poi tornare a Malaga. Non è stato solo un viaggio — è stato un percorso dentro le vite, le menti e le culture degli altri.

Vivere su una barca con così tante persone diverse è stato bellissimo, ma non sempre facile. Ogni giorno abbiamo dovuto dividerci i compiti: cucinare, servire i pasti, pulire, lavare i piatti. Ci alternavamo in squadre, così ognuno ha sperimentato il ritmo completo della vita a bordo. Abbiamo anche imparato a navigare — cosa che all’inizio è stata un po’ folle. Vorrei poter dire che alla fine è diventato tutto naturale, ma in realtà è stato più difficile del previsto. Si inizia a capire quanto lavoro di squadra serva, realmente, per andare avanti.

Ma non eravamo lì solo per cucinare e navigare. Eravamo lì per parlare — per parlare davvero. Abbiamo affrontato otto grandi temi: cultura, educazione, ruolo delle donne, religione, ambiente, migrazione, tradizioni cristiane e, naturalmente, la pace. Non erano discussioni teoriche. Erano tematiche profondamente personali. Abbiamo condiviso i nostri punti di vista e a volte ci siamo scontrati. A volte le discussioni si accendevano. Ci sono stati momenti di frustrazione. Alcune conversazioni si sono trasformate in veri e propri litigi.

Ma ecco la verità — su una barca non puoi semplicemente andartene. Non puoi tornare a casa e dormirci su. Vivi insieme. Mangi insieme. Navighi insieme. Sei letteralmente sulla stessa barca. Questo cambia tutto. Rende impossibile restare arrabbiati a lungo. Dovevamo parlarne. Dovevamo ascoltarci, e a volte dovevamo ammettere di avere torto.

Questa, per me, è stata la parte più potente di questa esperienza. Ho capito che la maggior parte dei conflitti — tra persone o tra Paesi — non nasce dall’odio. Nasce dalla mancanza di conoscenza, dagli stereotipi, dalla disinformazione. E proprio come noi abbiamo avuto la possibilità di conoscerci su quella barca, anche il mondo può farlo. Se noi siamo riusciti a superare anni di incomprensioni in sole due settimane insieme, immaginate cosa sarebbe possibile se le persone fossero davvero disposte ad ascoltarsi.

Ho anche scoperto tante cose inaspettate. Come il fatto che la Quaresima venga celebrata in modo diverso in Europa rispetto al Medio Oriente. O come la religione giochi un ruolo completamente diverso nella politica e nella vita pubblica, a seconda di dove ci si trova. In Europa, spesso è una questione privata, mentre in molti Paesi mediorientali, la religione plasma le leggi, le politiche e la vita quotidiana. Non erano solo nozioni — ho sentito la differenza attraverso le persone con cui ho vissuto.

Ciò che mi ha colpito di più è stato che, nonostante tutte le nostre differenze, avevamo così tanto in comune. Abbiamo riso tanto. Abbiamo ballato. Abbiamo avuto il mal di mare insieme. Abbiamo anche avuto l’occasione di digiunare insieme, visto che eravamo nel periodo della Quaresima e del Ramadan. Abbiamo fatto arte, letto libri, scherzato, pregato in tante lingue diverse allo stesso tempo, scoperto religioni come il Cristianesimo, l’Islam, l’Induismo, l’Ebraismo, dormito sotto il cielo aperto, e condiviso momenti silenziosi e sacri. E attraverso tutto questo, ho capito che la pace non è qualcosa di lontano o irraggiungibile. È qualcosa di molto umano. È caotica, e richiede impegno. Ma è possibile.

Sono tornata cambiata. Non perché credo che ora abbiamo risolto tutti i nostri problemi, ma perché ora credo che la pace non sia un sogno — è una scelta. Una scelta che inizia davvero con il vedere e ascoltare l’altro.

E se 20 sconosciuti sono riusciti a farlo su una barca in mezzo al mare, allora c’è speranza anche per il resto del mondo.

Bertha El Hajj, giovane ambasciatrice di pace.

Per ascoltare questa ed altre esperienze clicca su:

A cura di Maria Grazia Berretta

Vangelo vissuto: far nuove tutte le cose

Vangelo vissuto: far nuove tutte le cose

Accettare il cambiamento

Come “distributrice di incarichi”, in dieci anni ero riuscita, in collaborazione con il nostro parroco, a formare il Consiglio pastorale parrocchiale e il gruppo dei sagrestani. Con il passare del tempo, mi sono resa conto che il mio ruolo si stava ridimensionando. Molte persone, prima meno attive, si sono proposte per svolgere vari incarichi, e io ho scelto di farmi da parte per lasciare loro spazio. Inizialmente ho accettato con serenità il mio ruolo più defilato. In seguito, però, sentendomi esclusa, ho capito quanto sia facile legarsi ai propri ruoli, ma anche quanto sia importante saper lasciare andare. A volte, il Signore ci invita a fare un passo indietro per prepararci a qualcosa di nuovo. Non è facile, perché implica accettare il cambiamento e fidarsi. Oggi, pur sentendomi un po’ ai margini, rimango disponibile a dare il mio contributo se e quando mi verrà richiesto. Sono convinta che ogni servizio, anche il più piccolo, abbia un valore e che ogni fase della vita sia un’opportunità per crescere nella fede e nell’amore verso gli altri.

(Luciana – Italia)

Dio mi vede

Mi capitava a volte, quando abitavo a Bruxelles, di andare a messa nella chiesa del Collegio di St. Michel. Per arrivarci, si dovevano percorrere lunghi corridoi con ai due lati una serie infinita di classi. Sopra la porta di ciascuna, un cartello con la scritta: Dio ti vede. Era un mettere in guardia i ragazzi che rifletteva un pensiero del tempo passato, espresso al negativo: “Non fare peccati perché, anche se gli uomini non ti vedono, Dio ti vede”. Invece a me, forse perché nato in un’altra epoca o perché credo nel suo amore, risuonava in maniera positiva: “Non devo fare cose buone davanti agli uomini affinché mi vedano, per sentirmi dire bravo o essere ringraziato, ma vivere alla presenza di Dio”. Nel Vangelo di Matteo 23,1-12 Gesù, parlando a degli scribi e a dei farisei che amano mettersi in mostra, li invita a non farsi chiamare “maestri”, ad avere un’unica preoccupazione: agire sotto lo sguardo di Dio che legge nei cuori. Ecco, questo mi piace: Dio mi vede, come dicono i cartelli nel collegio; Dio legge nei cuori e questo mi deve bastare.

(G.F.- Belgio)

Fare il primo passo

Per una questione di eredità tra mia madre e sua sorella era caduto il silenzio. Non si frequentavano più da tempo, e la spaccatura venuta a crearsi non faceva che allargarsi, tanto più che noi abitavamo in città e la zia in un paesino di montagna piuttosto distante. Questo stato di cose si è protratto fino al giorno in cui ho preso il coraggio a due mani, provocata dalla Parola di Gesù: «Se tu stai per presentare la tua offerta all’altare, e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello; poi torna e presenta la tua offerta». Cercando il momento adatto, ho affrontato l’argomento con la mamma e sono riuscita a convincerla ad accompagnarmi dalla zia. Durante il viaggio eravamo piuttosto silenziose; io poi non facevo che pregare perché tutto andasse bene. In effetti le cose si sono svolte nel modo più semplice: colta di sorpresa, la zia ci ha accolte a braccia aperte. Ma era stato necessario fare noi il primo passo.

(A.G. – Italia)

A cura di Maria Grazia Berretta

(tratto da Il Vangelo del Giorno, Città Nuova, anno X– n.1° marzo-aprile 2025)

©Foto: Gerson Rodriguez – Pixabay

Papa Francesco: la Chiesa è il Vangelo  

Papa Francesco: la Chiesa è il Vangelo  

Un Papa che ha sognato e ci ha fatto sognare…che cosa? che – lo ha detto una volta lui stesso – “la Chiesa è il Vangelo”. Non nel senso che il Vangelo è proprietà esclusiva della Chiesa. Ma nel senso che Gesù di Nazaret, colui che è stato crocifisso fuori dall’accampamento come fosse un maledetto e che Dio Abbà ha invece risuscitato dai morti come Figlio primogenito tra molti fratelli e sorelle, continua qui ed ora, attraverso coloro che si riconoscono nel suo nome, a portare la buona notizia che il Regno di Dio è venuto e sta venendo… per tutti, a cominciare dagli “ultimi” che dal Vangelo sono raggiunti per ciò che sono agli occhi di Dio: i “primi”. Davvero, e non per modo di dire. Ecco il Vangelo che la Chiesa annuncia e contribuisce a fare storia, quanto più dal Vangelo si fa trasformare. Come accadde, sin dal principio, a Pietro e Giovanni quando, salendo al tempio, incontrarono alla porta detta “Bella” l’uomo che era storpio dalla nascita. Fissarono insieme lo sguardo su di lui, che a sua volta li guardò negli occhi. E Pietro gli disse: “non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo dó: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!”.  

Il Vangelo di Gesù e la missione della Chiesa. Spendersi perché ci si alzi in piedi e si cammini. Così il Padre ci pensa, ci vuole e ci accompagna. Jorge Maria Bergoglio – con tutta la forza e la fragilità della sua umanità, che ce l’ha fatto sentire fratello – è per questo che ha speso la sua vita e il suo servizio come Vescovo di Roma. Da quella  prima apparizione dalla loggia di San Pietro, quando si è inchinato chiedendo che il Popolo di Dio invocasse per lui la benedizione, all’ultima, il giorno di Pasqua, quando con voce flebile ha impartito la benedizione del Cristo risorto scendendo poi nella piazza per incrociare il suo sguardo con lo sguardo della gente. Il suo sogno è stato quello di una Chiesa “povera e dei poveri”. Nello spirito del Vaticano II che ha richiamato la Chiesa al suo unico modello, Gesù: che “ha spogliato se stesso, facendosi servo”. 

Il nome di Francesco che ha scelto dice l’anima di ciò che ha voluto fare, e prima essere: testimone del Vangelo “sine glossa”, e cioè senza commenti e senza accomodamenti. Perché il Vangelo non è né un orpello, né un tappabuchi, né  un analgesico: è annuncio di verità e di vita, di gioia, di giustizia, di pace e fraternità. Ecco il programma di riforma della Chiesa nella Evangelii gaudium, ed ecco i manifesti di un nuovo umanesimo planetario nella Laudato sì e nella Fratelli tutti. Ecco il Giubileo della misericordia ed ecco il Giubileo della speranza. Ecco il documento sulla fratellanza universale siglato ad Abu Dhabi col grande Iman di Al Ahzar ed ecco le innumerevoli occasioni d’ incontro vissute con i membri delle diverse fedi e convinzioni. Ecco l’opera instancabile a difesa degli scartati, dei migranti, delle vittime di abusi. Ecco il rifiuto categorico della guerra. 

Francesco ha avuto ben chiaro che il Vangelo non basta farlo tornare a parlare, con tutta la sua carica sovversiva, nell’areopago complesso e persino contraddittorio del nostro tempo. Occorre qualcosa di più: perché non ci troviamo solo in un’epoca di cambiamenti, ma siamo in mezzo al guado di un cambiamento d’epoca. Occorre guardare con uno sguardo nuovo. Quello con cui ci ha guardato e ci guarda, dal Padre, Gesù. Lo sguardo che, con accenti teneri e accorati, è descritto nel suo testamento spirituale e teologico, l’enciclica Dilexit nos. È lo sguardo – semplice e radicale – dell’amare il prossimo come sé e dell’amarsi gli uni gli altri in una reciprocità libera, gratuita, ospitale, aperta a tutti, tutti, tutti. Il processo sinodale in cui la Chiesa cattolica – e, per la loro parte, tutte le altre Chiese – è stata convocata indica la strada da percorrere in questo nostro terzo millennio: al di là di una figura di Chiesa clericale, gerarchica, al maschile… Una strada nuova perché antica come il Vangelo. Una strada non facile, costosa e irta di ostacoli. Ma una grande profezia, affidata alla nostra creativa e tenace responsabilità. 

Grazie Francesco! Il tuo corpo ora riposerà accanto a Colei che ti ha accompagnato passo passo, come madre, nel tuo santo viaggio. Tu, con lei, accompagna ora tutti noi, dal grembo di Dio, nel cammino che ci attende.  

Piero Coda

Foto: © CSC Audiovisivi

 

Giubileo: giovani, famiglie e santità

Giubileo: giovani, famiglie e santità

Da 30 maggio al 1° giugno secondo il calendario dei grandi eventi del Giubileo della Speranza 2025, è previsto il Giubileo delle famiglie, dei bambini, dei nonni e degli anziani; e dal 28 luglio al 3 agosto il Giubileo dei giovani. Saranno due grandi eventi che porteranno a Roma migliaia di persone da tutto il mondo.

Il Movimento dei Focolari per l’occasione propone alcuni itinerari per approfondire la spiritualità dell’unità e la vita di alcuni testimoni di speranza. In particolare per i giovani è stato realizzato un percorso a tappe in giro per l’Italia dal titolo Giovani e Santità. Per avere maggiori dettagli abbiamo intervistato Paola Torelli e Lais Alexandre Pessoa dei Centri giovanili del Movimento.

Partiamo dal Giubileo dei giovani: come nasce l’idea del percorso “Giovani e Santità”?

Il Giubileo dei giovani è un’opportunità unica per mettersi in cammino, sia fisicamente a Roma che in altri luoghi giubilari nel mondo. Questo percorso non è solo un viaggio attraverso luoghi, ma soprattutto un’esperienza di incontro con Dio e con tanti testimoni di speranza, la cui vita può aiutarci a crescere nella fede e nella speranza. Da qui nasce l’idea di Giovani e Santità, per tutti i giovani che parteciperanno al Giubileo dei giovani a fine luglio, offrendo un cammino accompagnato da testimoni di speranza.  

Quali sono le proposte del Movimento dei Focolari?

Si propongono alcune tappe in giro per l’Italia

  • Genova per approfondire la conoscenza dei due amici Alberto Michelotti e Carlo Grisolia, oggi servi di Dio (info@albertoecarlo.it)
  • Loppiano (Firenze) nella cittadella internazionale dei Focolari, per incontrare testimoni di speranza di oggi.(accoglienza@loppiano.it)
  • Assisi per scoprire la testimonianza di vita di S. Carlo Acutis, che sarà canonizzato il 27 aprile 2025 nel contesto del Giubileo degli adolescenti. (Programma ospitalità giovani)
  • Roma per un cammino a tappe basato su quattro parole chiave del Giubileo: Pellegrinaggio e Professione della Fede, Porta Santa, Speranza, Riconciliazione. Il percorso si svolgerà lungo l’itinerario delle Sette Chiese, accompagnato da un itinerario spirituale.
  • 4 agosto, visita al Centro Internazionale dei Focolari (Rocca di Papa). Sarà possibile partecipare a una visita guidata per un incontro più approfondito del carisma dell’unità e la storia di vita della fondatrice Chiara Lubich, il cui corpo è sepolto lì. (accoglienza@focolare.org)

Si può scegliere solo una tappa o è un unico cammino che comprende tutte le tappe citate?

Le tappe proposte sono indipendenti, ogni gruppo o persona può scegliere quelle a cui partecipare o, se possibile, fare l’intero percorso. Per ogni tappa sono disponibili contatti di riferimento per il programma e per le visite.

Ci sono anche altre proposte per i giovani?

A Roma ogni mese presso il Focolare Meeting Point c’è un appuntamento dal titolo Chiamati ad una sola speranza – Giovani in cammino. Con vari Movimenti e Associazioni che hanno accolto l’invito, offriamo la possibilità di nutrire e irrobustire “la speranza” con scambi di testimonianze, riflessioni, silenzio, preghiera. È un’esperienza di conoscenza reciproca. Preparare questi appuntamenti insieme agli altri Movimenti e Associazioni ci fa crescere ed essere sempre più Chiesa.

Passiamo ora al Giubileo delle famiglie, dei bambini, dei nonni e degli anziani di fine maggio: cosa propongono i Focolari?

Ci saranno due eventi previsti per venerdì 30 maggio. Sono dei percorsi interattivi per approfondire il Giubileo della Speranza per famiglie con bambini e ragazzi fino a 12 anni, con riflessioni e giochi adatti a quella fascia d’età. Il primo si svolgerà al Centro Internazionale dei Focolari in cui si potranno visitare anche diversi posti significativi, tra i quali, come la casa nella quale ha vissuto Chiara Lubich e la cappella dov’è sepolta insieme ai cofondatori del Movimento. Il secondo evento si svolgerà a Roma in diverse chiese e luoghi significativi, partendo dal Focolare Meeting Point.

Per maggiori info cliccate qui o scrivere a: sgmu@focolare.org.

Lorenzo Russo

Foto: Città di Sassello (Italia) ©Davide Papalini

Igino Giordani e l’attualità del suo messaggio di pace

Igino Giordani e l’attualità del suo messaggio di pace

Guerre, stragi e massacri, forti polarizzazioni, dove anche il pacifismo può diventare divisivo: questa l’attualità in cui siamo immersi.

La figura di Igino Giordani (1894-1980), uomo di pace perché uomo giusto e coerente, ci dà oggi qualche spunto per alzare lo sguardo e sperare ancora, tentando un dialogo là dove sembra impossibile, per sgretolare ideologie  cristallizzate e assolutismi, per costruire una società inclusiva, per rifondare la pace sull’unità.

Tra i più vivi testimoni della cultura della pace del ventesimo secolo, il suo pacifismo attinge direttamente dal Vangelo: uccidere un altro uomo significa assassinare l’essere fatto a immagine e somiglianza di Dio. Giordani anela dunque alla pace, si spende in tutti i modi, dialoga con chiunque per la pace, non si tira indietro nemmeno quando c’è da sostenere la ratifica del Patto Atlantico e provvedere alla sicurezza e alla difesa dell’Europa e dell’Italia… Possiamo dire che il suo è un pacifismo a 360°, senza esclusione di colpi.

Scorriamo qualche suo scritto.

«… scoppiò la Prima Guerra mondiale. […] Ed esplosero comizi guer­rafondai in piazza, ai quali io andavo per protestare contro la guerra; tanto che una volta un personaggio da me stimato, ascoltando le mie grida mi ammonì: – Ma lei vuol farsi am­mazzare!…

[…] Nel «maggio radioso» 1915, fui chiamato alle armi. […]

La trincea! In essa, dalla scuola entrai nella vita, tra le braccia della morte con le salve dei cannoni. Fango, freddo, sporcizia, attutirono la scoperta amara: che i soldati erano tutti contrari all’omicidio detto guerra, per il fatto che l’omicidio era uccisione dell’uomo: tutti la detestavano… […] Stavamo a Oslavia, presso dei ruderi chiamati Pri-Fabrisu: il ricordo dell’agonia (da agone) sofferta in quei luoghi lo raccolsi, più tardi, durante la triennale degenza d’ospedale, in un poemetto intitolato I volti dei morti. Rammento l’ultimo verso che diceva: “Questa maledi­zione della guerra”
[2]».

Giordani fu ferito gravemente e, tornato dalla trincea, rimase tre anni nell’ospedale militare di Milano, con danni irreversibili ad una gamba. Il suo dunque è un pacifismo che poggia sulla vita vissuta. Impegnato poi nella vita politica, puntò sempre al dialogo con tutti, anche con chi era di un pensiero opposto al suo, convinto che l’uomo è sempre da accogliere e comprendere. Non si arroccò mai su posizioni assolute. Così racconta il suo intervento in Parlamento a favore del Patto atlantico:

«Alla Camera, ricordo un discorso da me tenuto il 16 marzo 1949, […] sul Patto Atlantico, che da troppi era presentato solo nell’aspetto d’anticomunismo, e cioè di allestimento bellico antirusso. […] Dissi che ogni guerra è un fallimento dei cristiani. “Se il mondo fosse cristiano, non ci dovrebbero essere guerre… […] La guerra – aggiunsi – è un omicidio, un deicidio (uccisione di Dio in effigie: e cioè nell’uomo che è sua immagine) e un suicidio”[3]».

Il discorso di Giordani venne applaudito da destra e da sinistra: paziente tessitore di rapporti, mise in evidenza la valenza positiva di una scelta da parte dell’Italia che poteva essere interpretata a favore della guerra. Giordani era ben convinto che per la pace bisogna tentare qualsiasi strada, al di là degli schieramenti strategici, e si augurava che la politica cristiana fosse in grado di districarsi fra le polarizzazioni in atto per ergersi a forza di pace.

Scrive nel 1953:

«La guerra è un omicidio in grande, rivestito di una specie di culto sacro […]. Essa sta all’umanità, come la malattia alla salute, come il peccato all’anima: è distruzione e scempio e investe anima e corpo, i singoli e la collettività.

 […] Il fine può essere la giustizia, la libertà, l’onore, il pane: ma i mezzi producono tale distruzione di pane, d’onore, di libertà e di giustizia, oltre che di vite umane, tra cui quelle di donne, bambini, vecchi, innocenti d’ogni sorta, che annullano tragicamente il fine stesso propostosi.

In sostanza, la guerra non serve a niente, all’infuori di distruggere vite e ricchezze
[4]».

Giordani ci ricorda dunque che la pace è il risultato di un progetto: un progetto di fraternità fra i popoli, di solidarietà con i più deboli, di rispetto reciproco. Così si costruisce un mondo più giusto, anche oggi.

Elena Merli
(Centro Igino Giordani)

Foto © Archivio CSC Audiovisivi


[1] Igino Giordani, L’inutilità della guerra, Città Nuova, Roma, 2003, (terza edizione), p. 57
[2] Igino Giordani, Memorie di un cristiano ingenuo, Città Nuova, Roma 1994, pp.47-51
[3] Idem, p.111
[4] Igino Giordani, L’inutilità della guerra, Città Nuova, Roma, 2003, (terza edizione), p. 3

Don Enrico Pepe: una vita spesa per l’unità e la Chiesa 

Don Enrico Pepe: una vita spesa per l’unità e la Chiesa 

“Penso che don Pepe, dopo don Silvano Cola, sia stato il sacerdote focolarino più carismatico che io abbia conosciuto”, così un sacerdote dell’Italia alla notizia della morte di don Enrico Pepe avvenuta il 2 marzo 2025 nel focolare sacerdotale a Grottaferrata (Roma). “Era una persona di sguardo puro. Vedeva le persone nella verità e anche nella misericordia”, così un altro dagli USA. E il card. João Braz De Aviz, prefetto emerito del Dicastero per la vita consacrata, nell’omelia del funerale da lui presieduto: “Ringrazio il Signore per la cura che ha avuto di noi sacerdoti, aiutando tanti a non smarrire il dono della vita cristiana e del sacerdozio ministeriale, perché rinforzati dalla ricerca continua dell’unità tra noi, con la Chiesa e con l’Opera di Maria”.

Ma chi era don Enrico Pepe? Molto ha raccontato lui stesso nel volume Un’avventura nell’unità (CNx 2018).

Enrico nasce il 15 novembre 1932 a Cortino (Teramo, Italia), come primo di nove fratelli e sorelle. Pur fra le ombre della guerra, vive un’infanzia felice. Tornerà in seguito volentieri in quei luoghi anche per ritrovare il calore dei suoi cari: la “tribù” Pepe, con 76 tra nipoti e pronipoti.

Alle scuole medie, Enrico sente la vocazione al sacerdozio ed entra in seminario. Vive un momento di dubbio quando una giovane gli manifesta il suo affetto, ma proprio in quella circostanza rinnova con più coscienza la sua scelta.

Viene ordinato sacerdote nel 1956 e nel 1958 il vescovo lo manda a Cerchiara, un paese sotto il Gran Sasso, diviso in due fazioni politiche che toccano anche la parrocchia. Don Enrico, con la sua “furbizia” evangelica, riesce a farsi strada e la situazione si pacifica.

Nel 1963 conosce il Movimento dei Focolari. Con don Annibale Ferrari si reca ogni quindici giorni da Teramo a Roma da don Silvano Cola nel primo focolare sacerdotale. Un anno dopo gli viene proposto di trasferirsi a Palmares nel Nord Est del Brasile, da dove il vescovo Dom Acacio Rodrigues si è rivolto ai Focolari, per via della grave penuria di preti. Nel 1965 don Pepe diventa parroco a Ribeirão, in una zona di monocultura della canna da zucchero con brucianti problemi sociali e morali. Vi risponde con una pastorale illuminata dal Concilio Vaticano II e dal suo buon senso. Nascerà con gli anni un focolare sacerdotale alla cui vita partecipa spesso anche Dom Acacio.

Dopo alcuni mesi in patria, nel 1969 parte nuovamente per il Brasile, questa volta per dedicarsi interamente al Movimento e portare avanti lo spirito dell’unità tra i sacerdoti. Nel 1972 si trasferisce a questo scopo alla Mariapoli Araceli, la cittadella dei Focolari nei pressi di San Paolo.  “La Chiesa in Brasile – scriverà don Pepe anni dopo a papa Francesco – attraversava allora una crisi tremenda soprattutto nel clero. Insieme ai focolarini e alle focolarine ho iniziato a offrire ai sacerdoti e ai seminaristi diocesani e religiosi la spiritualità dell’unità. Si è così risvegliata una vita nuova e gioiosa in tante diocesi e congregazioni religiose”. Con un frutto inaspettato: “All’inizio degli anni ’80, la Santa Sede ha cominciato a nominare vescovi alcuni sacerdoti che vivevano questa spiritualità”.

Nel 1984 don Pepe viene chiamato al Centro sacerdotale dei Focolari a Grottaferrata (Roma), per prendersi cura, insieme a don Silvano Cola, delle migliaia di sacerdoti che vivono la spiritualità dell’unità e della vita che fiorisce in parrocchie del mondo intero. Nel tempo libero, raccoglie la vita di Martiri e Santi. Ne nasce un libro dell’editrice Città Nuova talmente apprezzato che gli viene chiesto di ampliarlo a tre volumi.

Nel 2001 scoppia il caso dell’arcivescovo zambiano Milingo. Quando questi si pente, la Santa Sede cerca a chi affidarlo per una ripresa e si rivolge al Movimento dei Focolari. Si assegna a don Pepe questo compito. Anni dopo, il card. Bertone, a suo tempo Segretario del Dicastero per la dottrina della fede, scriverà a don Pepe: “Ci siamo conosciuti in un momento speciale della vita della Chiesa a Roma, senza che ci fossimo mai incontrati, ma abbiamo avvertito una convergenza di ideali, di missione e di trasmissione dell’amore misericordioso di Dio, che hanno sigillato le nostre relazioni”.

Durante gli ultimi anni, arrivano grandi sfide per la salute. “In Brasile – commenta don Pepe – ho calpestato tanti aeroporti ed ora mi vedo spesso sulla pista di lancio, pronto all’ultimo volo, il più bello, perché ci porta in Alto”.

Hubertus Blaumeiser