Movimento dei Focolari

Incontro delegati dei Focolari (America e Oceania)

  • Dal 7 al 17 settembre per America Latina, Nord America e Oceania
  • Dal 28 settembre all’8 ottobre per Africa, Asia e Medio Oriente
  • Dal 15 al 23 ottobre per l’Europa

Sono circa un centinaio i partecipanti previsti per ogni incontro (Centro Mariapoli di Castel Gandolfo, RM) con un programma in parte comune e in parte con argomenti diversi a seconda degli interessi ed esigenze di ogni area geografica. Si spazia dal tema dell’inculturazione in Africa, all’emergenza profughi e dialogo con l’Islam in Europa; si guarderà alle sfide in America Latina, Asia, Medio Oriente, Nord America e Oceania in ambito sociale ed ecclesiale, dalla prospettiva della famiglia, delle nuove generazioni, dei dialoghi ecumenico ed interreligioso, tra gli altri. (altro…)

Connessioni, perse e trovate

Connessioni, perse e trovate

Airport«Quando il mio volo del mattino da Bologna a Londra, già in ritardo a causa di temporali sulla capitale inglese, ha iniziato a volare in cerchio sopra l’aeroporto per altri 20 minuti, ho capito che mi sarebbe stato quasi impossibile riuscire a prendere il volo in coincidenza: e infatti poco più tardi mi sono trovata in una coda interminabile con centinaia di altri passeggeri che avevano perso il proprio volo. Le compagnie aree erano congestionate, così anche coloro che avevano possibilità di telefonare erano bloccati. La maggior parte delle persone è riuscita a sopportare l’attesa per un’ora, ma quando sono diventate due, poi tre, e infine ben oltre l’ora di cena, l’atmosfera ha cominciato a farsi tesa. Io mi ero messa comoda con un buon libro, ma anch’io ho iniziato ad agitarmi quando mi sono resa conto che sarebbe stato difficile mettermi in contatto con l’amica che doveva venirmi a prendere all’aeroporto negli Stati Uniti. Non sono molto loquace con gli sconosciuti, soprattutto quando viaggio da sola; ma a quel punto mi sono sentita spinta a guardarmi attorno, e ricordarmi che il calore e il conforto della presenza di Dio potevano esserci vicini anche in quella coda caotica. Mi sono ricordata di avere un pacchetto di biscotti in borsa, e ho avuto un primo contatto con uno studente affamato dietro di me. È stato sufficiente a rompere il ghiaccio con tutti nella nostra parte della fila. Nell’iniziare a raccontarci le nostre storie e a solidarizzare, ci siamo anche resi conto che potevamo aiutarci a vicenda. La batteria del mio computer portatile era appena sufficiente a ricaricare il cellulare della coppia tedesca che aveva bisogno di chiamare la famiglia; e questa coppia si è resa disponibile a tenere d’occhio il mio bagaglio mentre sono andata in cerca di un internet point da cui inviare una mail alla mia amica. Un veloce saluto in italiano ad un’altra giovane coppia è bastato a rendermi conto che loro ed altre due coppie – tutte in viaggio di nozze – non capivano gli annunci che venivano fatti, e li ho tradotti così che potessero valutare le varie opzioni. Dopo cinque ore e mezza senza ancora nessuna soluzione di volo alternativa ci sono stati dati i voucher per una stanza in hotel e un pasto, e l’indicazione di chiamare le linee aeree dall’albergo. Così ho fatto, e sono venuta a sapere che avrei dovuto essere di nuovo in aeroporto nel giro di poche ore. Mentre mi accoccolavo su una sedia dell’aeroporto, cercando di dormire almeno un po’, mi sono resa conto che, nonostante il disagio, tutte queste “connessioni” – come in inglese vengono chiamate le coincidenze di volo, in questo caso perse – che avevo invece costruito con i miei vicini nell’attimo presente avevano riempito la mia serata di un insolito senso di pace. E sono arrivata a casa il giorno dopo stanca, ma serena». Amy Uelmen, Bethesda, Maryland (Usa) Fonte: Living City Maggio 2016 – www.livingcitymagazine.com (altro…)

Vangelo vissuto: invito all’aiuto reciproco

Vangelo vissuto: invito all’aiuto reciproco

flicker_com_6370807801_4b979a785a_b_croppedA nuova vita «Lavoro come medico al pronto soccorso. Una mattina sono stato chiamato a soccorrere un anziano che s’era sentito male. Viveva in mezzo a tanto disordine, distrutto dal dolore per la morte dell’unico figlio in circostanze misteriose. Dopo un attimo di disorientamento (dai documenti mi ero reso conto di trovarmi davanti a una persona che, durante il regime comunista, aveva fatto tanto male alla gente), ho messo da parte ogni giudizio e mi sono impegnato ad aiutare quell’uomo sofferente e bisognoso soprattutto di affetto. Al di là di tutto, ora per me era un prossimo che Gesù mi chiedeva di amare. In ospedale, dove sono andato a trovarlo più volte, spesso mi raccontava del suo passato. Qualche volta mi è stato difficile ascoltarlo, ma quando ho potuto parlargli della mia fede, ho visto in quell’uomo accendersi una speranza: sembrava rinascesse a nuova vita». (M. U. – Repubblica Ceca) L’appalto «Sono responsabile del settore vendite di un’impresa. Stavamo concorrendo per ottenere l’appalto di un’importante fornitura e avevamo tutte le credenziali per spuntarla: progetto, prezzo vantaggioso… Ma per ottenere l’appalto avremmo dovuto pagare una tangente. Con un collega, cristiano come me, ho deciso di non proseguire con quella trattativa, a costo di perdere una notevole percentuale sulle vendite del mese. Il mese seguente però le vendite hanno superato le proiezioni del preventivo e coperto il deficit precedente: per noi la conferma che conviene sempre fidarsi di Dio».  (J. P. – Panama) Una traduzione «Dovevo finire, entro la serata, la traduzione di un intervento per un congresso, quando un amico mi telefonò per dirmi che aveva urgenza di essere aiutato a tradurre una lettera. Siccome era stato appena assunto, far bene quel lavoro era importante per lui. Gli assicurai il mio aiuto. Senonché, una volta ricevuta la lettera, mi accorsi che certi termini tecnici risultavano difficili anche per me, che non ero del settore. Solo con l’aiuto di Internet e varie telefonate a specialisti riuscii a portare a termine la traduzione, anche se a spese del mio lavoro, ma ero sereno per aver aiutato l’amico. A questo punto telefonai alla società che mi aveva affidato il lavoro per spiegare che avrei mandato la traduzione la mattina seguente, pensando di lavorare tutta la notte. La risposta: “Puoi dormire tranquillo. Quell’intervento è stato spostato”». (T. M. – Slovacchia) (altro…)

Scegliere la fraternità dopo la sparatoria di Orlando

Scegliere la fraternità dopo la sparatoria di Orlando

20160617-a«Quando domenica mattina il telefono ha squillato, dall’altra parte del cavo c’era il figlio di mio marito che piangeva: un suo amico era tra le vittime del massacro di Orlando. La tragedia era entrata in casa nostra». Kathie ha sentito che l’unica risposta possibile a questo dolore senza ragione era l’amore, era riunire la famiglia. «Ci siamo uniti al momento di silenzio che alle 18 ha fermato tutta la città e lo stato e poi siamo andati a messa perché solo Dio poteva consolare le famiglie, i feriti, gli amici e nostro figlio». Il beauty center di Eva invece è a poche miglia dal club e i collaboratori conoscevano bene alcune delle persone che lo frequentavano. «Non avevo acceso la tv e non mi ero particolarmente allarmata. Ho saputo della sparatoria solo in chiesa quando ci è stato annunciato che un nostro parrocchiano era stato ucciso. Lo conoscevamo». Già perché prima che gay, queste sono persone, professionisti, amici, docenti che vivevano insieme in una comunità. «Quanto accaduto a loro – continua Eva – sarebbe potuto accadere a me o ad altri a me vicini. Mi sono chiesta se avevo davvero fatto del mio meglio nell’amare chi mi stava accanto. Quelle pallottole avevano ucciso dei giovani, ma io non potevo far morire l’amore. Una persona accanto al mio negozio ha perso 4 dei suoi amici nella sparatoria e io sono corsa da lui per fargli forza e incoraggiarlo».

Una veglia di preghiera per le vittime della strage di Orlando

Una veglia di preghiera per le vittime della strage di Orlando

Sono tante le testimonianze che si stanno scambiando i membri dei Focolari nelle ore seguite al massacro di Orlando, dove in un noto night club per Lgbt hanno perso la vita 49 persone, trucidate da Omar Matee, un uomo con seri problemi psichici, che ha voluto siglare un gesto di morte con una rivendicazione religiosa. Le indagini di queste ore stanno mostrando che l’Islam c’entra ben poco con l’omicidio, poiché l’assassino da tempo era stato segnalato per il suo carattere bellicoso e aggressivo. «Le notizie di omicidi brutali come quello di domenica sembrano essere diventati una normalità e la deriva dell’insensibilità mi stava trascinando con sé – confida Martin. Perché continuare a credere alla fraternità e all’amore di fronte a questa impossibile missione di sovvertire il male? Quando questi pensieri astratti hanno preso il volto di tanti amici musulmani  ho avvertivo fisicamente l’angoscia e il dolore che stavano provando nell’essere tacciati ancora una volta di terrorismo. Non potevo ignorare le ore trascorse a dialogare, a conoscerci e le tante occasioni di aiuto reciproco. Non posso e non voglio ignorare il bene che c’è e permette a questo mondo di essere un posto migliore». Il rischio che i musulmani vengano nuovamente tacciati di favorire atti di violenza è forte, ma la realtà è ben diversa perché proprio loro sono stati tra i primi ad offrire il loro sangue per i tanti feriti e in tante città la preghiera di fine giornata del Ramadan è proprio dedicata ai morti di Orlando. Sandra, Milagros e Joyce, insieme fanno meno di 70 anni. Si sono ripetute che il Vangelo è l’unica arma che non ferisce gli altri, ma il proprio orgoglio e il proprio egoismo. «È tutto insensato, quello che stiamo vivendo, ma non possiamo farci fermare dalla paura. Dobbiamo mostrare che l’amore proprio perché inizia dal piccolo, dalla pace nel nostro ambiente di lavoro, dal nostro vicino, può cambiare tanto, può portare perdono e speranza». «Quando domenica mattina ho saputo della tragedia al night club di Orlando, distante da casa mia, tra gente che ha fatto scelte diverse alla mia ho pensato che sono nostri fratelli e sorelle e siamo tutti figli di Dio, come lo sono io con le mie fragilità e lo sono le persone sfruttate, i rifugiati, i senzatetto, i soli. – Celi ha iniziato con questa sua testimonianza questa catena di preghiere e di comunione – .Quando 34 anni fa ho deciso di vivere per un modo più solidale e unito sapevo che il dolore è il cantiere che costruisce il nuovo e il futuro. L’unica risposta per l’odio e per il terrorismo è non smettere di vivere con questa fede e soprattutto insieme a tutti quelli che davvero non si arrendono offrire una carezza di Dio all’umanità ferita». (altro…)

Vangelo vissuto: sperimentare la pace

Vangelo vissuto: sperimentare la pace

worldofstock_com-01Parroco della misericordia «Per iniziare con un gesto concreto l’Anno della misericordia, ho chiesto perdono ai miei parrocchiani se non sempre si erano sentiti amati da me ed ho invitato, chi lo desiderava, a venire a stringermi la mano per sigillare il patto di vederci con occhi nuovi. Si è formata una fila lunghissima; con ognuno ho potuto scambiare qualche parola. Il giorno dopo una parrocchiana che non era stata presente è venuta a chiedermi se potevo ripetere con lei quel gesto che tanto aveva toccato la gente del villaggio e che sta portando ancora molte conseguenze». (I. S. – Ungheria) Condivisione «Sono quasi cieco. Chi mi aiuta a studiare mi aveva dato 1.220 scellini per comprare la medicina contro la malaria. Sulla strada verso la farmacia, mi sono imbattuto in una donna povera che mi ha raccontato le sue necessità. Per aiutarla le ho lasciato 200 scellini. Poco dopo, davanti alla farmacia, ho incontrato un’altra donna, pure lei in ristrettezze economiche: non aveva di che comprare una medicina che le era necessaria. Anche in lei ho riconosciuto Gesù che mi chiedeva aiuto. Così altri 200 scellini sono andati a lei. Ora però per comprare la mia medicina mi mancavano 400 scellini. Certo che Dio non mi avrebbe fatto mancare il Suo aiuto, sono entrato ugualmente in farmacia. E lì ho trovato un amico che non vedevo da tempo. Appena gli ho confidato la mia necessità, lui ha insistito per offrirmi 500 scellini: più di quello che mi occorreva». (R. S. – Tanzania) Al lavatoio pubblico «Al lavatoio pubblico eravamo in tante a lavare i panni, quando è arrivato un uomo quasi cieco con due lenzuola, una camicia e un turbante da lavare.  Ha chiesto che gli facessimo un po’ di posto. Siccome nessuna voleva spostarsi, mi sono rivolta a lui: «Baba, dammi le tue cose: te le lavo io». Le altre si sono messe a ridere. Prima di allontanarsi contento con gli indumenti lavati, lui mi ha dato la sua benedizione e anche un pezzetto di sapone che custodiva gelosamente. Nessuna rideva più. Anzi hanno cominciato a prestarsi le cose e ad aiutarsi fra loro».  (F. R. – Pakistan) 20160614-bDivorzio mancato «Non era stato facile far accettare a Susanna la mia decisione di chiedere il divorzio. Soprattutto perché intendevo trasferirmi in un’altra città con colei con la quale avevo iniziato un nuovo rapporto. Dopo un rifiuto iniziale, l’atteggiamento di mia moglie era cambiato: mi stupiva la sua grande dignità e non capivo da dove prendesse quell’energia che le permetteva di trattarmi bene nonostante il mio tradimento. Questo pensiero mi ha tolto la pace. Un giorno l’ho invitata a pranzo in ristorante: volevo sapere. Con semplicità lei mi ha confidato di aver avvertito, attraverso la vicinanza di alcuni amici cristiani, l’amore di Dio. Dio che ci ama sempre, nonostante le nostre infedeltà, ed è accanto a noi anche nei fatti dolorosi della vita. È bastato questo per farmi cambiare idea. Susanna ed io abbiamo ricominciato». (L. M. – Usa) (altro…)