2 Nov 2006 | Cultura
A causa delle tante minacce che incombono sulla nostra vita quotidiana, la società contemporanea si è guadagnata il titolo di “società globale del rischio”. Quando si pensa alle molte e diverse tensioni che affliggono sia le singole persone che l’intera comunità umana, ci vengono subito in mente la fame e la povertà, le tensioni geopolitiche, le guerre ed il terrorismo, la crisi ambientale e tanti altri mali che sussistono ancora oggi, dopo secoli o che sono apparsi proprio nella nostra epoca. Ma c’è anche un altro tipo di tensione, più sottile ma altrettanto nociva alla sicurezza personale e collettiva: la pratica dell’illegalità e la corruzione.. Possiamo citare qualche esempio: ricercare l’utile personale contro la giustizia verso gli altri; usare il potere pubblico per fini privati; fare disparità di trattamento; corrompere i pubblici funzionari per ottenere vantaggi ingiusti. Queste cose ed altre costituiscono l’illegalità. Sappiamo che a volte queste pratiche sono così diffuse che vengono date per scontate e diventano per alcuni, perfino accettabili. Così diventa difficile alle persone discernere fra il bene e il male e questo comportamento equivoco, compromette indubbiamente la giusta convivenza sociale e civile ed il corretto svolgimento dei rapporti sociali. La pratica dell’illegalità in se stessa poi mina lo scopo della giustizia: custodire il bene comune salvaguardando la dignità del singolo. Oltre alla necessità di rispettare la legalità, la giustizia richiede la promulgazione di leggi che assicurino l’uguaglianza e la libertà di tutti, dando a ciascuno le stesse opportunità. L’uomo, come attore della giustizia, deve rispettare la legalità perché questo significa l’adempimento dei propri obblighi verso gli altri. Solo questo tipo di comportamento può liberare l’uomo dai condizionamenti dei propri interessi, favorendo la stabilità e la vitalità dei rapporti sociali. Una società giusta è basata su due principi fondamentali: il rispetto per la dignità della persona e la tutela delle condizioni necessarie per la convivenza sociale. Come dice Papa Benedetto XVI nella sua prima enciclica Deus Caritas Est, la giustizia, “deve reggere l’attività dei poteri pubblici ed é a fondamento dell’ordine sociale”. L’illegalità e la corruzione attaccano ed annientano proprio questo scopo, minando il sistema giudiziario. Dunque l’illegalità e la corruzione influiscono negativamente e direttamente su quest’ordine sociale, minacciando la pratica della giustizia. In altre parole, l’illegalità e la giustizia non possono coesistere perché l’una è la negazione dell’altra. Si sente tanto parlare del bisogno di un’azione di contrasto alla corruzione e all’illegalità diffusa. Qui viene in mente subito l’attività repressiva. Certamente la repressione è uno strumento essenziale per custodire sia i diritti dell’individuo che il bene comune, ma da sola questa reazione non può essere la soluzione per eliminare le ingiustizie. Noi, operatori giuridici, che abbiamo scelto di vivere questa spiritualità collettiva nata dal carisma di Chiara Lubich, sentiamo che bisogna evidenziare il significato profondo della giustizia, secondo cui il bene individuale coincide e si sviluppa insieme al bene comune. Questo, perché la visione cristiana considera tutti gli uomini legati da un legame d’amore, perché figli del medesimo Padre e quindi tra di loro fratelli. Questa visione mette in rilievo non solo il danno che provoca la pratica dell’illegalità, ma anche la necessità di esigere un sistema legislativo che abbia come obiettivo il bene comune. Ma in termini concreti cosa significa questo? Significa che il senso della fraternità sollecita a farsi carico delle situazioni di sofferenza sociale del prossimo e adoperarsi per eliminarne le cause, al fine di un maggior beneficio di tutti. L’esperienza concreta della vita dimostra che queste finalità possono essere conseguite con comportamenti e rapporti animati dall’amore per l’uomo, sia come singolo che come collettività. Quest’amore inoltre spinge non solo a non praticare l’illegalità ma anche a non tacere davanti alle ingiustizie. Ci richiede di essere protagonisti, se necessario, per sollecitare i poteri pubblici per la tutela dei diritti fondamentali, in primo luogo degli esseri umani più deboli e indifesi. L’amore, soprattutto non permette che, in nome della presunta libertà dell’individuo, si metta in pericolo la giustizia dei rapporti nei comportamenti individuali e sociali, nelle leggi e nelle decisioni dell’autorità. La fraternità non lascia spazio ad alcuna forma di ingiustizia. (Simone Borg – Docente di diritto internazionale, Università di Malta e Università di Leuven, Belgio)
28 Set 2006 | Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Sociale
Sono stata Procuratore generale, specializzata in antinarcotici, in Colombia, per circa 11 anni. Ho dovuto seguire numerosi casi contro il crimine organizzato, per il 98% con risultati positivi. Sempre sono stata consapevole che ogni reato riguardava la vita di un uomo e di una famiglia, che esigono rispetto, amore, considerazione, malgrado la gravità, penalmente rilevante, degli atti commessi. Mi sentivo felice in un compito che mi dava la possibilità di fare una esperienza continua di Dio. Nello stesso tempo ero realizzata personalmente e professionalmente, oltre ad avere una sicurezza economica. Contavo poi su un’eccellente squadra di lavoro, esperti investigatori con grandi valori umani e professionali. La corruzione, però, cercava d’infiltrarsi più che mai in tutte le istituzioni pubbliche, soprattutto tra gli operatori della giustizia. Il mio agire radicale e retto coinvolgeva tutto il gruppo di lavoro, per questo le investigazioni avvenivano nel pieno rispetto della legge. Un giorno abbiamo “toccato” qualcuno che si considerava intoccabile. L’offerta non si è fatta attendere: vari milioni, che potevano assicurare tanta serenità a livello economico. Non potevo, né volevo cedere né potevo far finta di niente. Da quel momento le cose sono cambiate per me, sul lavoro, in famiglia e nella vita quotidiana. Di fronte al rifiuto sono arrivate minacce, pressioni da parte dei superiori e infine il licenziamento, insieme a uno dei miei migliori investigatori che, come me, non aveva ceduto alla corruzione. Nel cuore ho provato tanta amarezza, sfiducia e delusione. Vivevo da sola con i miei figli perché, mio marito anni prima mi aveva abbandonato. Guardando i miei due figli, indifesi, ho pensato che tutto è permesso da Dio per la nostra santificazione. Sentivo che stavo pagando il prezzo per rimanere nella retta strada. D’accordo con i figli ci siamo proposti di ridurre tutte le spese. Eravamo sereni perché sicuri dell’immenso amore di Dio. Ho chiesto a Dio la forza necessaria per perdonare quelli che mi costringevano a cambiare il tenore di vita che avevo condotto fino a quel momento. Sforzandomi di vivere “un’amnistia completa nel cuore”, ho trovato la vera libertà e la forza di ricominciare. Con il denaro che mi restava dalla liquidazione e qualche risparmio ho acquistato un pulmino scolastico. La mia giornata, come autista, iniziava alle 4.45 per trasportare i bambini delle scuole. Mi costava attraversare i luoghi dove sapevo di poter incontrare i miei precedenti colleghi o i superiori. Rapidamente era circolata la notizia che “il Procuratore, chiamato ‘la dama di ferro’, faceva l’autista”. Alcune risate e commenti spiacevoli sono arrivati anche alle mie orecchie. Dopo circa un anno un professionista, che conoscevo, mi ha chiesto di collaborare per la preparazione di un lavoro per l’Ufficio dell’ONU contro la droga. Ciò mi ha permesso di rientrare nuovamente nel campo della mia specializzazione seppure con un compenso minimo, collaborando con operatori di tutta l’America Latina e dei Caraibi. L’Organismo internazionale ha apprezzato la mia professionalità e serietà e mi ha assunto con uno stipendio mensile dignitoso. Sto ora dando lavoro anche ai miei colleghi della Procura. All’inizio avevo timore di affrontarli, conoscendo il loro modo scorretto di agire e gli apprezzamenti su di me. Ho supplicato la Madonna di colmarmi dell’umiltà necessaria per dimenticare il passato e non giudicare. Non è stato facile ma sento molto forte l’amore di Dio per me e per la mia famiglia. (D. L. – Colombia) (altro…)
25 Nov 2005 | Non categorizzato
“Il principio di fraternità dal punto di vista di un giudice può essere vissuto sotto due profili: entra fortemente sia nell’interpretazione della norma che sul versante dei comportamenti concreti”. “Ci troviamo ogni giorno ad avere a che fare con la realtà palpitante dell’uomo. Davanti a noi non ci sono fascicoli, carte, ma realtà personali e familiari drammatiche”. Lo ha affermato la mattina conclusiva (domenica 20.11), il Presidente dell’Associazione nazionale magistrati, dott. Ciro Riviezzo, nel suo saluto, leggendo alla luce della fraternità, l’operato del giudice.
“I passi avanti si fanno insieme e non isolatamente”. Questa la constatazione emersa nelle conclusioni presentate dai membri della commissione centrale “Comunione e diritto”, presieduta dal magistrato Gianni Caso, già giudice della Suprema Corte di Cassazione, al 1° Convegno Internazionale “Relazionalità nel diritto: quale spazio per la fraternità?” promosso da “Comunione e Diritto”, 18-20 novembre 2005, a Castelgandolfo (Roma), che ha visto un ricco scambio di riflessioni ed esperienze nei vari ambiti del Diritto. Fraternità e diritto. Una proposta che ha radici antiche. Se ne trovano tracce nel Diritto romano, sviluppi nell’era medievale con l’istituto dell’”affratellamento”, per giungere al noto trinomio di libertà, uguaglianza e fraternità della rivoluzione francese, come rileva nel suo intervento in apertura il prof. Fausto Goria, dell’Università di Torino. Ma quale fraternità? Apre un vasto orizzonte Chiara Lubich, fondatrice e presidente dei Focolari nel messaggio letto in apertura del Convegno: “La fraternità è iscritta nel DNA di ogni uomo, ne costituisce la vocazione ultima. Corrisponde al disegno di Dio di realizzazione piena dell’uomo e dell’umanità” e si può attuare, calando anche nel mondo giuridico il comandamento evangelico dell’amore reciproco.
In questa visione sono stati affrontati i vari ambiti del mondo del diritto e della giustizia.
Diritto internazionale:è emerso che il principio di fraternità può ispirare concreti modelli di intervento e metodi di analisi nell’attuale processo di crescente interdipendenza tra i popoli. Diritto amministrativo: nel rapporto tra pubblica amministrazione e cittadini, questo principio può costituire “un acceleratore” per attuare la partecipazione democratica, come ha rilevato l’avvocato Nino Gentile. Eloquente in questo senso la trasformazione di un quartiere degradato di Gela e la risoluzione di un grave conflitto tra campesinos e imprese minerarie in Perù.
Diritto privato: è stato affrontato sia il diritto di famiglia con la presentazione di nuove figure come quella del mediatore familiare per il sostegno della famiglia e la risoluzione delle controversie, sia il diritto d’impresa dove si è mostrato che la fraternità può temperare la logica del profitto e portare alla nascita di imprese gestite secondo i principi dell’economia di comunione. Nel diritto penale, la prof. Adriana Cosseddu, dell’Università di Sassari, ha rilevato il fatto che il reato è oggi considerato essenzialmente come violazione della legge, più che come offesa alla vittima e come ferita al tessuto delle relazioni sociali. Per questo motivo – ha affermato – non ci si può limitare alla “giustizia retributiva”, ma occorre una “giustizia restaurativa” dei rapporti. E’ un nuovo stile di agire giuridico che fa andare “oltre” il “formalmente corretto” pur senza alcuna forzatura procedurale: situazioni che parevano senza via di uscita trovano sbocchi insperati di recupero. E’ una rete di rapporti, legati dalla fraternità che si è intessuta in questi giorni di incontro. Continuerà ad essere attiva anche a distanza con lo scambio di esperienze, riflessioni, elaborazioni culturali per lavorare ad una giustizia sempre più rispondente ai bisogni dell’umanità. (altro…)