15 Mar 2019 | Nuove Generazioni
Sei tematiche per sei anni, un cammino di approfondimento che parte dall’ambito dell’economia, della comunione del lavoro. Il mondo unito, una meta impegnativa ma non utopica, che si può raggiungere se si agisce su tanti diversi fronti. Lo sanno bene le nuove generazioni dei Focolari alle quali Chiara Lubich aveva suggerito di incamminarsi sulle tante “vie” che conducono ad un mondo unito, di conoscerle e approfondirle per raggiungere questo obiettivo. Per questo, proprio dai giovani, è partita l’idea di un percorso mondiale in sei anni che hanno chiamato “Pathways for a united world”, percorsi per un mondo unito. Un cammino con azioni e approfondimenti su sei grandi tematiche. Nei prossimi mesi vi proporremo testimonianze ed esperienze di vita vissuta sulla prima di esse: economia, comunione e lavoro.
Donare quanto abbiamo in più – Da quando ci siamo sposati, ogni anno sentiamo di dover condividere con gli altri quanto abbiamo in più. L’esperienza è iniziata durante i preparativi per il matrimonio, quando abbiamo ricevuto tantissimo, in affetto e aiuti economici. Abbiamo scelto di fare una donazione ad una associazione di Timor Est che aiuta concretamente i bambini in difficoltà, gestita dal sacerdote che ci ha sposati. È stato incredibile ricevere, poco dopo la donazione, esattamente dieci volte tanto. Ogni anno, poi, abbiamo fissato di donare una parte dei nostri guadagni per alimentare la comunione dei beni che si vive nel Movimento dei Focolari. Proprio questa mattina avevo fatto un bonifico per questo, quando ho ricevuto in dono un cappotto. Bello, alla moda e…proprio della mia taglia. (S. e C – Italia) I risparmi del salvadanaio – Ho cinque anni e vivo ad Aleppo (Siria). Qualche tempo fa avevo saputo che i giovani del Movimento dei Focolari avevano deciso di trascorrere una serata in un monastero di suore che si occupano di persone anziane e portare loro la cena. Anche io volevo partecipare. Il giorno prima dell’appuntamento, però, non sono stato bene e sono dovuto andare dalla pediatra. Mentre mi visitava ho approfittato per raccontargli dell’iniziativa. “Dottoressa, domani con la mia famiglia volevamo andare a trovare alcuni anziani. Io per contribuire ho anche svuotato il mio salvadanaio. Ma io domani ci posso andare?”. E lei: “Sì, puoi andare perché stai bene di salute. Ma ti restituisco i soldi con i quali hai pagato la visita, perché anche io vorrei partecipare alla vostra iniziativa”. (G. – Siria) Coinvolgere la città – Conosco molte persone che non possiedono neppure l’indispensabile per vivere. Che fare? Parlandone con i colleghi, è nata una condivisione spontanea. Ricevevo molte cose che poi distribuivo a famiglie in difficoltà. L’idea si è diffusa e le cose ricevute aumentavano, avevo bisogno di più spazio e di qualche aiuto. Una coppia di amici ha messo a disposizione un negozio, un collega, con il quale siamo molto diversi per idee e cultura, e due giovani professionisti hanno messo a disposizione del tempo per questa iniziativa. Dopo un mese abbiamo inaugurato il nostro “Bazar comunitario”, presenti l’Assessore ai Servizi Sociali ed alcuni Consiglieri Comunali. Lavorando abbiamo iniziato a “fare rete” con le istituzioni sociali della città ed abbiamo elaborato una mailing-list per mettere in contatto chi ha qualcosa da donare con chi è in necessità. Riceviamo collaborazioni e oggetti di ogni tipo, da singoli e da aziende. Il Bazar è divenuto punto di riferimento anche per persone sole che hanno modo di rendersi utili. Un giorno, per aiutare una lavanderia sociale ad acquistare una macchina adeguata, ho chiesto ad un collega di accompagnarmi: “È la prima volta che termino un anno facendo qualche cosa per gli altri – mi ha detto al ritorno. – Sono felice. Grazie per avermi parlato di questa iniziativa!”. ( M.D.A.R. – Portogallo) (altro…)
11 Mar 2019 | Sociale
Una mamma viene uccisa dal marito e la comunità cittadina, insieme al Sindaco, risponde a questo dolore mobilitandosi per prendersi cura dei figli e inventando una “adozione di cittadinanza”. Un gesto che fa vincere alla città italiana il Premio Chiara Lubich per la Fraternità 2019. Alghero è una piccola comunità della Sardegna (Italia) con radici catalane. Qui la tragica notizia dell’omicidio di Michela Fiori, mamma quarantenne di due bambini, uccisa dal marito, ha messo in moto la generosità e la solidarietà di un’intera comunità e del suo Sindaco, Mario Bruno. Nei giorni della scomparsa il telefono del primo cittadino non cessava di squillare. Ognuno voleva fare qualcosa per i figli di Michela: dall’autista dello scuolabus che si impegnava ad accompagnarli a scuola al gestore di un locale che si offriva di organizzare i loro compleanni. “Ho visto la città stringersi intorno ai bambini – ha spiegato il Sindaco – il giorno di Natale quattromila persone hanno sfilato in corteo fino alla casa di Michela. Lì ho sentito di dover fare una promessa: ‘mi prenderò cura dei tuoi figli’. Che poi è diventato: ‘ci prenderemo cura dei tuoi figli’”.E dalla generosità di tanti, è nata un’idea che il Sindaco ha concretizzato avviando una “adozione di cittadinanza”, un atto amministrativo che, oltre ad esprimere una concreta solidarietà, mette sotto la luce dei riflettori il tragico fenomeno del femminicidio. “Adozione di cittadinanza” significa che i 44.000 abitanti della città si prenderanno cura dei due bimbi attraverso un fondo di sostegno. Le donazioni sono aperte fino a quando i piccoli avranno venti anni e, se decideranno di fare l’Università, fino a quando ne avranno ventisei. La prima donazione è stata del Comune, ne sono seguite oltre 300 da parte dei cittadini. I piccoli che adesso, per decisione del Tribunale dei Minorenni, vivono in un’altra città, Genova, con la nonna, hanno apprezzato il bel gesto. E hanno ringraziato il Sindaco con la dolcezza e la semplicità che solo i bambini possono avere: preso un foglio vi hanno disegnato un cuore con il nome del Sindaco ed una scritta che ha commosso la comunità: “Grazie di tutto”.
Una storia così non poteva passare inosservata alla Giuria del Premio Chiara Lubich per la Fraternità che offre un riconoscimento ai Comuni dove si sono sviluppati progetti o iniziative comunitarie di fraternità efficace e concreta. Per questo Alghero ha vinto la decima edizione. Ma…la storia continua. Il 7 aprile 2019 il Sindaco di Alghero sarà a Torino, nel nord Italia, per tenere fede ad un impegno. “Mamma mi aveva promesso che per il mio compleanno, il 7 aprile, saremmo andati allo stadio – aveva detto il più grande dei bambini al Sindaco qualche giorno dopo la tragedia –. Ora che non c’è più, chi mi porterà?”. “Io” era stata la risposta pronta di Mario Bruno. E così sarà. Giovanni Malagò, presidente del Comitato olimpico nazionale italiano, ha infatti telefonato al Sindaco assicurando che avrebbe fornito i biglietti per assistere alla partita di calcio Juventus-Milan. I bambini potranno vedere anche il loro beniamino, il calciatore Ronaldo, che si è dichiarato disponibile ad incontrarli. In tutto questo, per loro, il Sindaco è solo il loro amico Mario. E quando una cassiera per un pagamento gli ha chiesto i documenti loro, meravigliati, hanno esclamato: “Ma lei non lo sa che sei il Sindaco”?
Paolo De Maina
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10 Mar 2019 | Testimonianze di Vita
La misericordia è un amore che riempie il cuore e poi si riversa sugli altri, sui vicini di casa come sugli estranei, sulla società intorno. Il compagno di viaggio Per 19 mesi sono stato in carcere, colpevole di aver adulterato i vini che commerciavo. Lì dentro, però, con l’aiuto di un sacerdote e di alcune persone che venivano a fare volontariato, ho avuto modo di riflettere e di scoprire un Dio diverso da quello che mi era stato insegnato. Ho affrontato questa prova con animo rinnovato, iniziando a sperimentare la vera libertà, che è quella interiore e viene dall’amare il nostro prossimo. Il rapporto con mia moglie è cambiato e mi sono riconciliato anche con i miei suoceri. Non solo: ho sentito di voler perdonare il mio socio, responsabile con me della frode. Ora che ho scontato la mia pena, anche se il futuro si profila pieno di incertezze, so che Dio Padre è il mio compagno di viaggio. (Javier – Argentina) Parole di luce Tra me e mia moglie si alternavano momenti di sfogo e silenzi interminabili, con grande sofferenza di entrambi e dei nostri bambini. Malgrado l’aiuto di alcuni amici, ognuno restava fermo nella sua posizione, sembrava la fine del matrimonio. Accecato dall’ira, ero arrivato al punto di pensare che fosse meglio andare via da casa o farla finita. Per fortuna, in quell’inferno, mi sono tornate alla mente anche altre parole che in passato mi erano state di luce: parole di perdono, di amore. Come cristiano ero davvero fuori strada! Nel bel mezzo di una notte insonne passata a ricacciare indietro il mio orgoglio, ho svegliato mia moglie per chiederle di aiutarmi a ricordare con umiltà i momenti felici vissuti insieme. Ci siamo abbracciati e ci siamo chiesti reciprocamente perdono. (uno sposo africano) Pioggia Una sera mi sentivo molto stanca e avrei voluto dire ai bambini di andare nella loro stanza e di dire le preghiere da soli perché desideravo subito andare a letto. Ma John, il nostro figlio maggiore, mi ha proposto di recitare il rosario per chiedere la pioggia: non pioveva da tempo e la nostra piantagione di mais e patate dolci era a rischio. Così abbiamo pregato insieme. Con mia sorpresa, quella notte stessa ha cominciato a piovere e ha continuato fino al pomeriggio del giorno dopo. (B.M. – Uganda) In ospedale Una donna poverissima, madre di famiglia, ricoverata da molti mesi, aveva bisogno di aiuto per mangiare, ma il personale non poteva fare anche questo lavoro. Abbiamo avvertito tutti gli amici della parrocchia, e uno dopo l’altro siamo andati ad assisterla. Nonostante la situazione fosse senza via d’uscita, è migliorata un po’, rispondeva alle cure e sorrideva. Quando la sua vicina di letto è morta, nel suo testamento ha lasciato una piccola somma per aiutare la famiglia di questa donna. L’amore è contagioso…. (C.C. – Spagna)
(tratto da Il Vangelo del Giorno, Città Nuova, anno V, n.2, marzo-aprile 2019)
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5 Mar 2019 | Vite vissute
“Un mistero” e “uno choc” è stata definita la morte di Pierre André Blanc, focolarino svizzero, portato via da una forte depressione. In chi lo ha conosciuto resta comunque la convinzione che abbia trovato la pace in quel Dio-Amore di cui è stato per tanti un testimone convincente. “La tua partenza, Pierre-André, per noi è stata troppo brusca. Ma la tua Parola di Vita, tratta dal libro di Isaia (43,1) “Ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni” ci fa intuire lo sguardo d’amore con cui, pensiamo, Dio ti ha accolto in Paradiso“. È questa l’ultima frase del discorso che Denise Roth e Markus Näf, responsabili della cittadella dei Focolari a Montet (Svizzera), hanno tenuto durante il funerale di Pierre-André Blanc. Con essa riassumono i sentimenti contrastanti di tanti dei presenti: da un lato un’ineffabile perplessità per questa morte e, dall’altro, la fiducia, anzi la certezza che lui abbia trovato la vera vita. Quinto di sei figli, Pierre-André era nato il 2 aprile del 1962 a Sion (Svizzera) e cresciuto ad Ayent, un paesino del Vallese in un bel clima di amore familiare. Ha seguito una formazione per educatori specializzati e più tardi ha compiuto studi di teologia. Nel 1980 a Roma in occasione del Genfest, manifestazione internazionale dei giovani dei Focolari, viene in contatto con la spiritualità del Movimento. Rimane colpito “dalla qualità dei rapporti fra le persone e dalla gioia che si leggeva nei loro volti” come scriverà più tardi. Ritornato a casa, si impegna a vivere anche lui questo stile di vita evangelica. Abituato ad “incontrare” Dio sugli sci in occasione di ritiri in montagna, scopre ora nell’amore concreto verso chi gli è accanto, un nuovo modo di rapportarsi con Lui. Durante un workshop sui problemi sociali si trova improvvisamente ed in modo inaspettato a confronto con una persona che parla della propria donazione totale a Dio. In Pierre-André sorge una domanda: e se Dio mi chiamasse a vivere come questa persona? “Le mie paure di seguire Dio in modo totalitario – scriverà a proposito di quel periodo – non hanno resistito ai Suoi interventi. Avevo semplicemente cercato di vivere il Vangelo in modo coerente e Dio aveva fatto il resto. Ho capito quanto volesse la mia felicità e, soprattutto, che io avevo un enorme valore ai suoi occhi. Mi è sembrato ovvio dire di sì a Gesù, seguirLo là dove mi sentivo chiamato: nel focolare”. Nel 1989 incomincia la sua formazione e preparazione alla vita di donazione a Dio in un focolare. Chi lo ha conosciuto in questo periodo lo descrive sensibile a tutto quanto “parla” di Dio, uno che sapeva cogliere l’essenziale nelle circostanze e nei prossimi. Conclusa la scuola di formazione per focolarini, Pierre-André si inserisce nel focolare di Ginevra (Svizzera) e dal 2006 è nella cittadella di Montet. Ha dato per tanti anni un contributo prezioso e vigile alla vita della comunità dei Focolari nella Cittadella mettendosi a disposizione degli altri con generosità, concretezza e discrezione. Nel campo professionale, lavorando come educatore, dapprima con ragazzi disabili e poi con giovani con difficoltà di apprendimento, ha dato prova di profonda capacità di vicinanza alle sofferenze altrui. Scherzoso e dotato di un fine senso dell’umorismo, Pierre-André si donava senza riserve. A fine maggio 2018 si mostrano in lui i primi sintomi di una depressione. È immediatamente seguito da un medico. Dopo un mese si rende necessario il ricovero in una clinica. Ad un certo punto può tornare durante i fine-settimana a Montet e, nell’ottobre 2018, può lasciare la clinica e tornare in focolare, sempre seguito da un medico specialista. In questo periodo è accompagnato con grande attenzione e dedizione dagli altri focolarini che lo vedono continuamente in donazione agli altri. Sembra che le sue condizioni inizino a migliorare, ma alla fine la malattia è più forte e il 28 novembre lo trascina via in un modo davvero brusco. Il funerale di Pierre-André è stato, pur nello sgomento, un momento di grande gratitudine di tutti per la sua vita e per l’amore delicato che ha dimostrato fino alla fine.
Joachim Schwind
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4 Mar 2019 | Nuove Generazioni
La cittadella svizzera ospita due scuole per giovani: i focolarini in formazione e coloro che vogliono approfondire la spiritualità dell’unità. Per loro il dialogo, lo scambio e l’arricchimento reciproco fra le generazioni e le culture, è il tratto distintivo di Montet. “Una comunità che lavora concretamente anima e corpo per mostrare all’umanità che la diversità non è un fallimento, ma una grazia di Dio sull’uomo per unire il mondo”. Così Michael, un ragazzo del Mali, descrive la cittadella dei Focolari a Montet, in Svizzera. Qui, insieme ad altri 30 giovani di 13 Paesi diversi, ha trascorso un anno di formazione umana, spirituale e professionale. Un periodo di studio, lavoro e vita comunitaria, vissuto alla luce degli insegnamenti del Vangelo e del Carisma dell’Unità di Chiara Lubich, per sperimentare che è possibile costruire rapporti di fraternità anche fra persone diverse per età, cultura, sensibilità e tradizioni.
In effetti, circondata dai tre laghi di Bienne, Morat e Neuchâtel, fra colline verdi e panorami che ispirano pace e silenzio, la Cittadella internazionale dei Focolari, dal 1981, si caratterizza per la presenza di circa cento abitanti di 35 nazioni diverse: metà sono giovani che vi abitano per un anno, l’altra metà sono adulti che ne garantiscono la continuità. Qui si incrociano le strade di persone provenienti dai 5 continenti, di culture e religioni diverse, cristiani di varie denominazioni e di tutte le generazioni. Fu in questi luoghi, negli anni ’60, che Chiara Lubich ebbe la prima intuizione di quelle che sarebbero state le cittadelle dei Focolari – oggi 25 nel mondo – pensate come luoghi-testimonianza della fraternità universale: “Fu ad Einsiedeln che capii, vedendo dall’alto di una collina la basilica e il suo contorno, che doveva sorgere nel Movimento una città, la quale non sarebbe stata formata da un’abbazia o da alberghi, ma da case, luoghi di lavoro, scuole, come una comune città”. Nella cittadella sono ospitate due scuole di formazione per giovani. Una per quelli che si preparano per la vita consacrata, i focolarini. E un’altra per coloro che desiderano vivere un anno di vita comunitaria e sono in cerca della loro vocazione. “Aver fatto la scuola a Montet – racconta Alejandro da Cuba – insieme a persone di tante nazioni è stata una conferma che il mondo unito è possibile anche quando ci sono diversità, ma c’è anche la volontà di costruirlo. È un quotidiano imparare l’uno dall’altro. È cercare di costruire l’unità nella diversità attraverso l’amore. È una avventura meravigliosa”.
“Nella cittadella – spiega Andrè del Brasile –i giovani hanno l’opportunità di studiare l’etica, la sociologia, la teologia e il dialogo interculturale e di approfondire la spiritualità dell’unità. Possono mettere in pratica questi aspetti nei lavori svolti, gettando le basi di un futuro professionale più responsabile e coerente in ogni ambito sociale”. “Inoltre – aggiunge – vivendo il rispetto fra le generazioni, tu capisci che nessuno è maggiore dell’altro, ma piuttosto che ciascuno è responsabile per l’altro, per cui gli anziani diventano più giovani nel loro modo di vivere la vita e i giovani acquisiscono responsabilità”. Per Gloria, dell’Argentina, l’interculturalità, ovvero il dialogo, lo scambio e l’arricchimento reciproco fra le culture, è il tratto distintivo della cittadella. “Abbiamo dovuto imparare a fare qualcosa di grande con la nostra diversità. È stato difficile perché sembrava che non ci capissimo, ma con amore abbiamo risolto le cose pratiche e ci siamo compresi nelle cose trascendenti. Nel vivere insieme ho scoperto le cose più belle degli altri, ma anche quelle della mia cultura. Ho capito il valore che ha il prossimo nella mia vita e penso che non dobbiamo avere paura di aprirci per conoscere il “mondo degli altri”. A Montet “ci sono risposte per le domande che ci facciamo ogni giorno” commenta Ivona dalla Serbia. La cittadella “è un dono di Dio – è il sentimento che Larissa, porta con sé in Brasile – una famiglia, multiculturale e di diverse generazioni”.
Claudia Di Lorenzi
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