Disceso dalla montagna, dopo una notte di preghiera, Gesù sceglie i suoi apostoli. Giunto in un luogo pianeggiante rivolge loro un lungo discorso che inizia con la proclamazione delle Beatitudini.
Nel testo di Luca, a differenza del vangelo di Matteo, esse sono solo quattro e riguardano i poveri, gli affamati, i sofferenti e gli afflitti, con l’aggiunta di altrettanti ammonimenti contro i ricchi, i sazi e gli arroganti[1]. Di questa predilezione di Dio nei confronti degli ultimi, Gesù ne fa la sua missione quando, nella sinagoga di Nazareth[2], afferma di essere pieno dello Spirito del Signore e di portare ai poveri il lieto annuncio, la liberazione ai prigionieri e la libertà agli oppressi.
Gesù continua esortando i discepoli ad amare perfino i nemici[3]; messaggio che trova la sua motivazione ultima nel comportamento del Padre celeste: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6, 36).
Tale affermazione è anche il punto di partenza di quanto segue: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati» (Lc 6, 37). Poi Gesù ammonisce tramite un’immagine volutamente sproporzionata:
«Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?».
Gesù conosce veramente il nostro cuore. Quante volte nella vita di ogni giorno facciamo questa triste esperienza: è facile criticare – anche con rigore – in un fratello o in una sorella errori e debolezze senza tenere conto che, così facendo, ci attribuiamo una prerogativa che appartiene a Dio solo. Il fatto è che per “toglierci la trave” del nostro occhio ci occorre quell’umiltà che nasce dalla consapevolezza di essere peccatori continuamente bisognosi del perdono di Dio. Solo chi ha il coraggio di accorgersi della propria “trave”, di ciò di cui ha personalmente bisogno per convertirsi, potrà comprendere senza giudicare, senza esagerare, le fragilità e le debolezze proprie e degli altri.
Tuttavia, Gesù non invita a chiudere gli occhi e a lasciar correre le cose. Lui vuole che i suoi seguaci si aiutino vicendevolmente nel progredire sulla via di una vita nuova. Anche l’apostolo Paolo chiede con insistenza di preoccuparsi degli altri: di correggere gli indisciplinati, di confortare i pusillanimi, di sostenere i deboli, di essere pazienti con tutti[4]. Solo l’amore è capace di un simile servizio.
«Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?».
Come mettere in pratica questa parola di vita?
Oltre a quanto già detto, cominciando da questo tempo di Quaresima possiamo chiedere a Gesù d’insegnarci a vedere gli altri come li vede lui, come li vede Dio. E Dio vede con gli occhi del cuore perché il Suo è uno sguardo d’amore. Poi, per aiutarci reciprocamente potremmo ripristinare una pratica che fu determinante per il primo gruppo di ragazze dei Focolari a Trento.
«Agli inizi – così Chiara Lubich ad un gruppo di amici musulmani – non era sempre facile vivere la radicalità dell’amore. […] Anche fra noi, sui nostri rapporti, poteva posarsi la polvere, e l’unità poteva illanguidire. Ciò accadeva, ad esempio, quando ci si accorgeva dei difetti, delle imperfezioni degli altri e li si giudicava, per cui la corrente d’amore scambievole si raffreddava. Per reagire a questa situazione abbiamo pensato un giorno di stringere un patto fra noi e lo abbiamo chiamato “patto di misericordia”. Si decise di vedere ogni mattina il prossimo che incontravamo – a casa, a scuola, al lavoro, ecc. – nuovo, non ricordandoci affatto dei suoi difetti ma tutto coprendo con l’amore. […] Era un impegno forte, preso da tutte noi insieme, che aiutava ad essere sempre primi nell’amare, a imitazione di Dio misericordioso, il quale perdona e dimentica»[5].
A cura di Augusto Parody Reyes e del team della Parola di Vita
[5] C. Lubich, L’amore al prossimo, Conversazione con gli amici musulmani, Castel Gandolfo, 1° novembre 2002. Cf. C. Lubich, L’Amore reciproco, Città Nuova, Roma 2013, pp. 89-90
Sembra evidente che siamo fatti per la relazione. Infatti tutta la nostra vita è intrecciata di rapporti. Ma a volte rischiamo di rovinarli con giudizi duri o superficiali.
Lungo la storia troviamo molteplici immagini che fanno anche parte del linguaggio comune. Così, nella tradizione antica troviamo un’espressione molto conosciuta che dice: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?”[1]; altrettanto proverbiale è l’immagine delle due bisacce: una davanti agli occhi, con i difetti degli altri, che vediamo facilmente e l’altra sulla schiena, con i nostri difetti, che quindi facciamo fatica a riconoscere[2] o, come dice un proverbio cinese, “l’uomo è cieco ai propri difetti, ma ha occhi d’aquila per quelli degli altri”.
Questo non significa accettare quanto accade, indiscriminatamente. Di fronte all’ingiustizia, alla violenza o alla sopraffazione non possiamo chiudere gli occhi. Bisogna impegnarsi per il cambiamento, incominciando a guardare innanzitutto a noi stessi, ascoltando con sincerità la propria coscienza per scoprire cosa dobbiamo migliorare. Solo così potremo chiederci come aiutare concretamente gli altri, anche con consigli e correzioni.
Ci vuole “un altro punto di vista” che offra una prospettiva diversa dalla mia, arricchendo la mia ‘verità’ e aiutandomi a non incorrere nella autoreferenzialità e in quegli errori di valutazione che in fondo, fanno parte della nostra natura umana.
C’è una parola che può sembrare antica, ma che si arricchisce di significati sempre nuovi: misericordia, da vivere innanzitutto verso noi stessi e poi verso gli altri. Infatti, solo se siamo capaci di accettare e perdonare i nostri limiti saremo in grado di accogliere le debolezze e gli errori degli altri. Anzi, quando ci accorgiamo che inconsciamente ci sentiamo superiori e in dovere di giudicare, diventa indispensabile essere disposti a fare “il primo passo” verso l’altro per evitare di incrinare la relazione.
Chiara Lubich racconta ad un gruppo di musulmani la sua esperienza nella piccola casa di Trento in cui iniziò la sua avventura con poche prime compagne. Non tutto era semplice e non mancavano incomprensioni: “Non era sempre facile vivere la radicalità dell’amore. […] Anche fra noi, sui nostri rapporti, poteva posarsi la polvere, e l’unità poteva illanguidire. Ciò accadeva, ad esempio, quando ci si accorgeva dei difetti, delle imperfezioni degli altri e li si giudicava, per cui la corrente d’amore scambievole si raffreddava. Per reagire a questa situazione abbiamo pensato un giorno di stringere un patto fra noi e lo abbiamo chiamato “patto di misericordia”. Si decise di vedere ogni mattina il prossimo che incontravamo – a casa, a scuola, al lavoro, ecc. – nuovo, non ricordandoci affatto dei suoi difetti ma tutto coprendo con l’amore […][3]. Un vero e proprio “metodo” che vale la pena di mettere in pratica nei gruppi di lavoro, in famiglia, nelle assemblee di ogni genere.
L’IDEA DEL MESE è attualmente prodotta dal “Centro del Dialogo con persone di convinzioni non religiose” del Movimento dei Focolari. Si tratta di un’iniziativa nata nel 2014 in Uruguay per condividere con gli amici non credenti i valori della Parola di Vita, cioè la frase della Scrittura che i membri del Movimento si impegnano a mettere in atto nella vita quotidiana. Attualmente L’IDEA DEL MESE viene tradotta in 12 lingue e distribuita in più di 25 paesi, con adattamenti del testo alle diverse sensibilità culturali.dialogue4unity.focolare.org
[3] C. Lubich, L’amore al prossimo, Conversazione con gli amici musulmani, Castel Gandolfo, 1° novembre 2002. Cf. C. Lubich, L’Amore reciproco, Città Nuova, Roma 2013, pp. 89-90.
La parola di questo mese è tratta da una serie di raccomandazioni finali che l’apostolo Paolo fa alla comunità dei Tessalonicesi: «Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male»[1]. Profezia e discernimento, dialogo e ascolto. Queste le indicazioni di Paolo alla comunità che aveva da poco intrapreso il cammino di fede.
Tra i vari doni dello Spirito, Paolo stimava molto quello della profezia[2]. Il profeta non è colui che prevede il futuro ma piuttosto chi ha il dono di vedere e capire la storia personale e collettiva dal punto di vista di Dio.
Ma tutti i doni sono guidati dal dono più grande, la carità, l’amore fraterno[3]. Agostino di Ippona afferma che solo la carità permette di discernere l’atteggiamento da assumere davanti alle varie situazioni[4].
«Vagliate ogni cosa, tenete ciò che è buono».
Occorre essere in grado di guardare non soltanto ai doni personali ma anche alle tante potenzialità e complessità di vedute e opinioni che si aprono davanti a noi in coloro che ci stanno accanto e con i quali ci confrontiamo, magari in persone che incontriamo per caso. È importante con tutti mantenere l’autenticità nel cuore e anche avere la coscienza del limite del nostro punto di vista.
Questa parola di vita potrebbe essere un motto da adottare in ogni situazione di dialogo e di confronto. Ascoltare l’altro, non necessariamente per accettare tutto ma sapendo che è possibile trovare qualcosa di buono in quello che dice, favorisce un’apertura mentale e del cuore. È fare il vuoto dentro noi stessi per amore e avere così la possibilità di costruire qualcosa insieme.
«Vagliate ogni cosa, tenete ciò che è buono».
Padre Timothy Radcliffe, uno dei teologi presenti al Sinodo dei Vescovi della Chiesa cattolica, ha affermato che «la cosa più coraggiosa che possiamo fare in questo sinodo è essere sinceri tra di noi riguardo ai nostri dubbi e alle nostre domande, quelle per le quali non abbiamo risposte chiare. Allora ci avvicineremo come compagni di ricerca, mendicanti della verità»[5].
In una conversazione con alcuni focolarini, Margaret Karram ha così commentato questa riflessione: «Pensandoci, mi sono resa conto, che tante volte non ho avuto il coraggio di dire veramente quello che pensavo: forse per timore di non essere capita, forse per non dire qualcosa completamente diverso dall’opinione della maggioranza. Ho capito che, essere ‘mendicanti della verità’ significa avere quell’atteggiamento di prossimità, gli uni verso gli altri, in cui vogliamo tutti quello che Dio vuole, in cui tutti insieme cerchiamo il bene»[6].
«Vagliate ogni cosa, tenete ciò che è buono».
È l’esperienza di Antía che partecipa al gruppo di arti performative Mosaico, nato in Spagna nel 2017 come Gen Rosso Local Project. Esso è composto da giovani spagnoli che offrono attraverso la loro arte e i loro laboratori la propria esperienza di fraternità.
Antía ci racconta: «È il collegamento con i miei valori: un mondo fraterno, nel quale ciascuno (giovanissimi, inesperti, vulnerabili…) dona il proprio contributo a questo progetto. Mosaico mi fa credere che un mondo più unito non è un’utopia, nonostante le difficoltà e il duro lavoro che comporta. Sono cresciuta lavorando in gruppo, con un dialogo a volte che può sembrare troppo schietto e spesso rinunciando alle mie idee che consideravo le migliori. E il risultato è che “il bene” è costruito pezzo per pezzo insieme, da tutti noi»[7].
A cura di Patrizia Mazzola e del team della Parola di Vita
[1] Ts 5, 19-22. [2] Cf. Giovanni Paolo II, Udienza Generale, 24.06.1992, n.7. [3] Cf. 1 Cor 13. [4] Cf. Agostino di Ippona, Ep. Jo. 7, 8. [5] Padre Timothy Radcliffe, Meditazione n. 3, Amicizia, Sinodo dei Vescovi, Sacrofano, 2.10.2023. [6] Conversazione con i focolarini, Margaret Karram, Presidente del Movimento dei focolari, Rocca di Papa, 3.02.2024. [7] Mosaico GRLP aderisce al progetto Forti senza violenza, che si basa sul portare in nuove città laboratori multidisciplinari con i giovani durante tre giorni cercando di trasmettere i valori di non-violenza, pace e dialogo attraverso l’arte.
Il 24 gennaio 1944 Chiara Lubich scoprì quello che diventerà un punto chiave della spiritualità dell’unità: Gesù che sperimenta l’abbandono del Padre sulla croce, espressione massima di dolore, espressione massima di amore.
E proprio Gesù Abbandonato è stato al centro di un momento artistico durante il Genfest 2024, appuntamento internazionale dei giovani dei Focolari. Ne proponiamo alcuni stralci.
Hanno fatto il giro del mondo per diversi giorni le drammatiche immagini degli incendi che hanno devastato un’immensa area, distruggendo qualsiasi cosa, dagli animali alla vegetazione. Migliaia di edifici sono ormai in cenere e al momento 25 persone sono morte. Moltissime famiglie hanno perso tutto e ci sono ancora 26 dispersi. È straziante vedere ancora oggi queste immagini di sofferenza. E l’emergenza ancora non è finita. Abbiamo contattato la comunità dei Focolari in zona per sapere come stanno vivendo questa situazione.
“Gli incendi in diverse parti del nostro territorio ci danno grande trepidazione giacché non si riesce ad estinguere completamente i punti di fuoco per il forte vento – scrive Carlos Santos, in focolare a Los Angeles -. La previsione è che dureranno ancora per diversi giorni. Tanti sono stati sfollati e tanti hanno perso tutto. Ma vediamo anche una grandissima risposta da molte persone hanno portato cibo, vestiti, soldi e altre donazioni per chi è stato colpito dagli incendi. La risposta di carità è stata così grande che attraverso la Tv si è chiesto di non donare più in alcuni territori perché non c’era più posto per quanto arrivato. Già, la Provvidenza è arrivata in abbondanza e in sovrappiù.
Il fuoco non ha raggiunto le case di nessuna persona della comunità locale dei Focolari. Ma alcuni hanno dovuto spostarsi, perché abitavano in aree dove c’era il rischio di incendi.
Il focolare femminile – continua ancora Carlos – ha accolto una famiglia per tre giorni, finché le autorità hanno detto che era sicuro ritornare nella loro casa. Anche il nostro focolare maschile si è messo a disposizione per accogliere persone in caso abbiano bisogno. Questo ha dato più tranquillità alla comunità perché diverse aree della contea di Los Angeles potrebbero avere mandati di evacuazione in caso in cui il vento cambi direzione e sposti il fuoco lì. Alcuni focolarini e focolarine attraverso il proprio lavoro hanno toccato con mano la sofferenza di tante persone e famiglie che hanno perso tutto. Vogliamo accompagnare queste persone, dare conforto ed aiutarle nel trovare una soluzione stabile” conclude Carlos ringraziando per i tanti messaggi di vicinanza e le preghiere per questa grande sofferenza.
A questo link del sito di Focolare Media, l’organo di comunicazione dei Focolari in Nord America, potete leggere l’articolo sul “miracolo del tabernacolo” alla chiesa Corpus Christi nella comunità di Pacific Palisades in California.