29 Nov 2002 | Chiara Lubich
Vorrei comunicare un’idea, un’intuizione, forse una luce che ho ricevuto qualche tempo fa. Si può intitolare: “Conferma della fede.” Una circostanza provvidenziale mi ha portato ad approfondire la realtà di Gesù che, dopo l’abbandono e la morte in croce, è risorto. Non solo: ho avuto l’occasione di meditare intensamente con la mente e con il cuore molti particolari della risurrezione di Gesù e della sua vita dopo la risurrezione. E sono rimasta sbalordita (è la parola esatta) dalla maestosità, dalla grandiosità che da questo avvenimento divino emanava: dall’unicità del Risorto, da questo fatto soprannaturale che, per quanto so, è unico al mondo. Per cui non posso non soffermarmi a metterlo in rilievo. La risurrezione di Gesù è ciò che maggiormente caratterizza il cristianesimo, ciò che distingue il suo Fondatore, Gesù. Il fatto che è risorto. Risorto da morte! Ma non nella maniera di altri risorti, come Lazzaro ad esempio, che poi, a suo tempo, è morto. Gesù è risorto per non morire mai più, per continuare a vivere, anche come uomo, in Paradiso, nel cuore della Trinità. E l’hanno visto in 500 persone! E non era certo un fantasma. Era lui, proprio lui: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato” (Gv 20,27), ha detto a Tommaso. Ed ha mangiato con i suoi ed ha parlato ai suoi ed è rimasto con loro ben 40 giorni… Aveva rinunciato alla sua infinita grandezza per amore nostro e s’era fatto piccolo, come uno di noi, uomo fra gli uomini, così piccoli che da un aereo non ci possono neppure vedere. Ma, poiché è risorto, ha rotto, ha superato ogni legge della natura, del cosmo intero, e s’è mostrato, con questo, più grande di tutto ciò che è, di tutto ciò che ha creato, di tutto ciò che si può pensare. Sicché anche noi, al solo intuire questa verità, non possiamo non vederlo Dio, non possiamo non fare come Tommaso e, inginocchiati di fronte a Lui, adoranti, confessare e dirgli col cuore in mano: “Mio Signore e mio Dio”. Anche se non la saprò mai descrivere bene, è questo l’effetto che ha fatto in me la luce del Risorto. Certamente, lo sapevo; sicuramente lo credevo, e come! Ma qui l’ho come visto. Qui la mia fede è diventata chiarezza, certezza, ragionevole, vorrei dire. E ho visto con altri occhi quello che ha fatto in quei nuovi favolosi giorni terreni. Dopo la discesa dal Cielo di un angelo che ha ribaltato la pietra del suo sepolcro e lo ha annunciato, ecco il Risorto apparire per primo alla Maddalena, già peccatrice, perché egli aveva preso carne per i peccatori. Eccolo sulla via di Emmaus, grande e immenso com’era, farsi il primo esegeta a spiegare ai due discepoli la Scrittura. Eccolo come fondatore della sua Chiesa, alitare sui suoi discepoli, per dar loro lo Spirito Santo; eccolo dire straordinarie parole a Pietro, che ha posto a capo della sua Chiesa. Eccolo mandare i discepoli nel mondo ad annunziare il Vangelo, il nuovo Regno da lui fondato, in nome della Santissima Trinità da cui era disceso quaggiù e che nell’ascensione seguente avrebbe raggiunto in anima e corpo. Tutte cose conosciute da me, ma ora nuove perché vere in assoluto per la fede e per la ragione. E perché Risorto, ecco anche le sue parole detteci in precedenza, prima della sua morte, acquistare una luminosità unica, esprimere verità incontrastabili. E prime fra tutte quelle in cui annuncia anche la nostra risurrezione. Lo sapevo e lo credevo perché sono cristiana. Ma ora sono doppiamente certa: risorgerò, risorgeremo. Potrò dire allora ai miei molti, ai nostri molti amici partiti per l’Aldilà e, forse, pensati da noi inconsciamente perduti, non tanto: addio, ma ARRIVEDERCI, ARRIVEDERCI per non lasciarci mai più. Perché fin qui arriva l’amore di Dio per noi. Non so se ho espresso, almeno un po’, la grazia, la luce che ho ricevuto: una conferma della fede. Che il Signore faccia in modo che l’abbia potuta comunicare.
16 Ott 2002 | Chiara Lubich
Questa mattina in piazza San Pietro era presente un nutrito gruppo di focolarini, di aderenti al Movimento fondato da Chiara Lubich. A loro il Papa ha consegnato una lettera e senza dubbio questo è il Movimento che più di altri…, è fondato sul carisma proprio mariano. Allora abbiamo intervistato Chiara Lubich. Sentiamo che cosa ci ha detto del rosario e della sua esperienza personale di preghiera verso Maria. R. – A me sembra che veramente lo Spirito Santo nel Papa va di pari passo con lo Spirito Santo che opera nel mondo. Adesso è tanto in voga, il profilo mariano della Chiesa, cioè quel profilo di cui ha parlato von Balthasar, che abbraccia anche il profilo petrino e gli altri profili. E il Papa, proprio in consonanza con questo, rilancia questa meravigliosa preghiera che adesso è diventata veramente uno splendore. D. – Il Papa aggiunge al Rosario cinque nuovi misteri, misteri della luce. Che cosa significano? R. – E’ una cosa importantissima secondo me, perché dopo la tradizione che abbiamo avuto di recitare il rosario in quella data maniera, adesso vengono fuori altri cinque misteri. Ma sono talmente necessari! Veramente integrano gli altri misteri. Si arrivava fino al battesimo, ma dal battesimo sino all’inizio della passione non c’è niente nel rosario, mancava la vita pubblica di Gesù, piena di luce, dove lui si manifesta figlio di Dio. Quindi ne sono rimasta molto contenta. Il rosario è veramente un riassunto del Vangelo intero, per cui è veramente – come dice il Papa – una preghiera contemplativa. Recitandolo, e pensando ad ogni mistero, si può rivivere tutta la vita di Gesù, naturalmente accompagnata da Maria. E questo è importante, perché non è una preghiera così, che si recita un’Ave Maria dietro l’altra, è una contemplazione. E’ un riassunto, insomma, di tutta la verità cristiana. E, veramente, dopo quel tragico attentato dell’11 settembre, nel quale il Papa stesso ha detto che si sono viste anche le forze del Male con la M maiuscola, bisognava opporre le forze del Bene col B maiuscolo. Quindi non tanto le guerre, ma piuttosto la preghiera! Noi poi sentiamo tanto l’urgenza della condivisione dei beni nel mondo per poter far tacere il terrorismo. Quindi il rosario – che adesso salta fuori così nuovo – è veramente quello che ci vuole per questo momento. D. – Chiara, oggi il Papa le ha consegnato una lettera in cui affida al Movimento dei Focolari la preghiera del rosario. R. – Il nostro Movimento veramente si chiama “Opera di Maria”, anche se è più conosciuto come Movimento dei Focolari. La nostra norma è questa: cercare di ripetere Maria e di continuarla com’è possibile. Ora, questo avere affidato a noi… è un grande onore intanto, anche un impegno, è una grande gioia, perché – vorrei dire – è della nostra vocazione questo di mettere in risalto Maria. D. – Maria anche come figura che ci aiuta a portare Cristo nella vita, ci aiuta a capire anche Cristo, è un tramite. R. – Assolutamente, assolutamente! Lei è lo sfondo bianco su cui lui brilla Gesù. Io credo che non si può arrivare a Cristo senza Maria, è la strada che lo Spirito Santo, che la Trinità, ha trovato per portare Cristo sulla terra. D. – Chi è per lei Maria? R. – Per me Maria è qualche cosa di grandioso. Lei è il concentrato di tutti i carismi, soprattutto del carisma dei carismi che è l’amore, che è la carità. Per me Maria è la figura del cristiano, in modo particolare della donna. Adesso che si sta cercando, non so, di far emulare la donna, di metterla alla pari dell’uomo, magari cercando i mezzi che noi non possiamo condividere, facendola diventare sacerdote. A me sembra che la vocazione della donna invece è imitare Maria. Lei porta quell’amore che solo resterà nell’altra vita; perché nell’altra vita tante cose che ci sono di qua, per esempio la gerarchia e i sacramenti, non ci saranno, ma solo l’amore resterà. Ora lei è la testimonianza di ciò che rimarrà. D. – Cosa può dire a chi vede il rosario come invece una semplice preghiera ripetitiva, a chi non riesce ad intuirne la grande spiritualità. Com’è possibile incontrare veramente Maria nel rosario? R. – Io ricordo una volta che mi trovavo ad Assisi e accompagnavo un gruppo di evangelici, e lì sul muretto di Assisi abbiamo trovato un rosario. Un pastore ha preso questo rosario in mano e dice: “Ma a che serve? Perché sempre ripetere Ave Maria, Ave Maria…?” Quando – dico io – si ama una persona, le si vuol dire mille volte: io ti amo, io ti amo, io ti amo. Non è una ripetizione, è l’esigenza del cuore. Allora, siccome è nostra madre, è nostro modello, è colei che ci ha dato la cosa più preziosa, che è Gesù, bisogna dirglielo mille volte. E quelle 150 volte che noi ripetiamo Ave Maria ogni giorno, hanno questo significato. (altro…)
10 Ago 2002 | Chiara Lubich
Oggi è la festa di santa Chiara d’Assisi 2002 che, nella tradizione del nostro Movimento, si è sempre commemorata, sin dall’inizio, non solo al Centro, ma in tutte le parti del mondo, dov’è diffuso. Anche oggi – come ogni anno – ricordiamo santa Chiara, e confrontiamo qualche particolare del suo cammino verso Dio col nostro.
Guardare a Gesù come ad uno specchio per imitarlo
Un concetto della santa, non ancora da noi messo in luce, è quello che si può esprimere così: “Lo specchio, gli specchi”. E’ l’immagine dello specchio che richiama esattamente quanto dice Paolo nella sua lettera ai Corinti: “E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2 Cor 3,18). Nelle lettere ad Agnese di Praga, che fanno parte di vari scritti in cui dice la sua esigenza di fedeltà radicale al Vangelo, Chiara invita le sorelle a guardare a Gesù come ad uno specchio: uno specchio, che, nella sua umanità, riflette la divinità. “Colloca i tuoi occhi – scrive – davanti allo specchio dell’eternità, (Gesù) (…); e trasformati interamente (…) nella immagine della divinità di Lui.” (FF 2888) “E poiché questa visione di Lui è (…) specchio senza macchia, ogni giorno porta l’anima tua (…) in questo specchio e scruta in esso continuamente il tuo volto, perché tu possa così adornarti (…) di tutte le virtù, come conviene a te, figlia e sposa carissima del sommo Re.” (FF 2902) Santa Chiara sollecita dunque Agnese a guardare allo Sposo, ma anche ad imitarlo rifacendo le stesse scelte, gli stessi atti, gli stessi gesti. “Se con Lui soffrirai – continua -, con Lui regnerai; se con Lui piangerai, con Lui godrai; se in compagnia di Lui morirai sulla croce della tribolazione, possederai (…) per tutta l’eternità e per tutti i secoli, la gloria del regno celeste (…); parteciperai dei beni eterni, (…) e vivrai per tutti i secoli.” (FF 2880) Agnese, imitandoLo, diventa il Gesù dello specchio. Ma ecco che allora, divenuta tale, può a sua volta essere specchio per le sorelle.
Una catena ininterrotta di specchi da Gesù al mondo: il Movimento francescano
Si crea così – come dice lei stessa – una catena ininterrotta di specchi da Gesù al mondo. Gesù è lo specchio di Francesco. Gesù e Francesco sono lo specchio in cui Chiara si rispecchia. Gesù, Francesco e Chiara sono lo specchio di Agnese. Gesù, Francesco, Chiara ed Agnese sono lo specchio per le prime sorelle, che a loro volta diventano specchio per quelle future. Le sorelle future, guardando alle prime sorelle, diventano specchio per coloro che vivono nel mondo. Coloro che vivono nel mondo diventano specchio di Gesù per tutti. E così, riflettendo perfettamente Cristo, Francesco e Chiara, i primi frati e le prime sorelle, hanno dato origine al Movimento francescano: una di quelle realtà ecclesiali che, di tempo in tempo, riportano il Vangelo nella sua radicalità nella Chiesa, per farla rinascere, per rinnovarla, per riformarla.
Le esigenze del carisma dell’Unità: vivere l’unità per vivere Gesù
Anche a noi, pur piccoli ed indegni, è toccato in sorte un compito simile: far nascere, sviluppare, diffondere nel mondo una realtà carismatica, e anche a noi è toccato e tocca l’obbligo di vivere e far vivere integralmente, radicalmente il Vangelo, guardando a Gesù come in uno specchio. I primissimi appunti, che conserviamo, riguardanti il nostro Ideale, al suo primo apparire, riportano questa affermazione: “Noi dobbiamo essere un altro Gesù.” Ci chiedono quindi di rispecchiarci in Lui. Allo scopo, come a san Francesco ed a santa Chiara è stato dato dallo Spirito Santo un carisma, quello della povertà, a noi è stato donato il carisma dell’unità. Ed è proprio attraverso l’unità che noi possiamo essere un altro Gesù, essere Gesù. Ricordate la definizione dell’unità data in una lettera del lontano ’47: “Oh l’unità, l’unità! Che divina bellezza! Non abbiamo parole per dire cosa sia: è Gesù.” Sì, è Gesù. Si cominciava, allora, a capire che, amandoci a vicenda, avremmo realizzato l’unità e Gesù sarebbe stato in mezzo a noi… e in ciascuno di noi. Vivere l’unità, quindi, era ed è sinonimo di vivere Gesù. E in tal modo tutto il Vangelo.
L’Unità: anima e mèta del Vangelo
Un giorno una piccola, ma significativa luce nel nostro cammino, ci ha chiarito questa novità. Le Parole del Vangelo ci sono apparse come neonate pianticelle, disposte in un vasto terreno, e si è compreso che la radichetta d’ognuna affondava nel Testamento di Gesù, nell’unità, che sottostava a tutto il terreno, ed era vivificata da esso. E’ stata una visione plastica di come vada considerato il Testamento di Gesù e il suo rapporto con le altre Parole del Vangelo; e di come vivere l’una (l’unità) e le altre. Si era capito meglio che l’unità non è una virtù particolare (non si elenca infatti fra le virtù); non è solo la più alta parola di Gesù; non è nemmeno soltanto il tema fondamentale del suo Testamento. L’unità è l’anima di tutto il Vangelo, di tutta la Scrittura. Ed è la mèta a cui tutto il Vangelo tende. E, perché effetto della carità, si poteva anche dire che è il sunto, il concentrato del Vangelo. Si era capito che occorreva vivere le parole in vista dell’unità. Sì, perché non è evangelicamente esatto vivere la povertà per la povertà, ma per la carità che porta all’unità, né l’obbedienza per l’obbedienza, ecc., ma tutto in vista dell’unità. E in modo simile ogni beatitudine, come pure i dieci Comandamenti e quanto chiede il primo Testamento, che Gesù è venuto a completare e non a distruggere. Ed ora si comprende perché lo Spirito ci ha spinto a mettere in pratica, ogni mese, una diversa Parola, sì da poterle, col tempo, vivere tutte. Esse spiegano l’unità come in un ventaglio. E in esse possiamo specchiarci per essere Gesù, un altro Gesù. E diventare così specchio di Lui per altri.
Ma oggi possiamo chiederci: siamo noi, in qualche modo, specchio di Gesù? Lo siamo per gli altri?
Specchiarci nel Vangelo per diventare specchio di Gesù
A questo proposito vorrei ricordare un nostro sogno degli inizi. Dicevamo: “Se per ipotesi assurda tutti i Vangeli della terra venissero distrutti, noi desidereremmo vivere in maniera tale che gli uomini, considerando la nostra condotta, vedendo, in certo modo, in noi Gesù, potessero, riscrivere il Vangelo: ’Ama il prossimo tuo come te stesso’ (Mt 19,19), ’Date e vi sarà dato’ (Lc 6,38), ’Non giudicate…’ (Mt 7,1), ’Amate i vostri nemici…’ (Mt 5,44), ’Amatevi a vicenda’ (cf Gv 15,12), ’Dove due o tre sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt 18,20).” Ebbene, in questi ultimi tempi ci siamo accorti, con riconoscenza a Dio, che, se non siamo arrivati a tale traguardo, vi siamo però incamminati. L’ho potuto costatare, verso la fine di maggio, cooperando alla composizione dei cosiddetti “Fioretti”: libro commissionatoci dall’Editrice San Paolo per presentare fatti e fatterelli evangelici della vita del Movimento. Essi rivelano lo sforzo da noi compiuto per stare in linea – per specchiarci, oggi diremmo – col Vangelo, e svelano pure i relativi interventi del Signore, secondo le sue promesse.
Poiché oggi è festa, leggiamone alcuni inediti per lodare Dio, e ringraziare chi, vivendoli, s’è specchiato nel Vangelo, in Gesù, sicché ora, tramite “i Fioretti”, potrà diventare specchio di Lui per molti. Intanto Gesù faccia di tutti noi specchi suoi e del Vangelo, perché molti possano specchiarvisi. (altro…)
1 Lug 2002 | Chiara Lubich
“La fraternità come categoria politica è la risposta più innovativa alle tensioni e ai conflitti del mondo, come nei singoli stati e all’interno delle amministrazioni locali”. E’ uno dei passaggi-chiave del messaggio che Chiara Lubich ha lanciato da Rimini dove era stata invitata dal sindaco Alberto Ravaioli. Le Amministrazioni comunale e provinciale hanno voluto che proprio da questa città, Rimini, capitale del turismo e dell’ospitalità, città per tradizione cosmopolita, partisse questo forte messaggio.
Il Palacongressi sabato era gremito da oltre 5000 persone fra cui moltissimi giovani. Presenti anche circa quaranta tra sindaci deputati e senatori, il vescovo della città, mons. Mariano De Nicolò. Chiara Lubich, era stata presentata da Sergio Zavoli come “ricca del suo carisma interiore e al tempo stesso dotata di un sistema di valori calato nella dimensione anche politica della realtà quotidiana”, “testimone e protagonista di una nuova, ragionata speranza”. Speranza ben espressa dal messaggio della fondatrice dei Focolari, incentrato su “Fraternità e pace per l’unità dei popoli”. Tre parole da lei definite “tremendamente attuali, perché dopo il fatidico 11 settembre, la loro assoluta necessità è emersa paradossalmente nella coscienza di molti”. E qui ha richiamato le “tante reti già in atto che collegano i popoli, le culture e le diversità” grazie alle decine e decine di Movimenti e comunità ecclesiali in espansione non solo in Europa, ma ormai in tutto il mondo. Chiara dà un esempio concreto: il “Movimento dell’ unità”, emanazione dei Focolari, sorto nel 1996, formato da politici che assumono la fraternità come categoria politica. “Non un nuovo partito, ma portatore di una cultura e di una prassi politiche nuove”, che rende possibile, ad esempio, il dialogo tra maggioranza e opposizione. “Chi è al governo, riconosce gli apporti positivi dell’opposizione e ne favorisce il ruolo di controllo. L’opposizione è condotta attraverso una critica costruttiva che non tende a intralciare l’operato del governo, ma a correggerlo per migliorarlo. Così si favorisce la ricerca della soluzione migliore per la comunità, la quale viene pienamente garantita solo se governo e opposizione esercitano entrambi al meglio il proprio ruolo”. Ed ha parlato di “risultati politici di rilievo” come “tra le opposte fazioni nell’Irlanda del Nord”. Andando alle radici delle cause del terrorismo, approfondite nei mesi successivi agli attentati in USA, ha citato come “fondamentale” lo squilibrio sul nostro pianeta fra paesi poveri e paesi ricchi, squilibrio che reclama maggior condivisione di beni. Impossibile “finché l’umanità non sarà percorsa da un ardente desiderio e da un forte impegno di fraternità universale”. Il prof. Stefano Zamagni ha poi presentato il progetto dell’Economia di comunione, lanciato da Chiara Lubich più di 10 anni fa, che ispira la gestione di più di 750 aziende nel mondo, da lui definito “un nuovo paradigma economico”. E’ seguita la presentazione del progetto del Polo imprenditoriale, di prossima attuazione nei pressi della cittadella di Loppiano. Jorge Braga De Macedo, Presidente del Centro di Sviluppo Ecosoc (Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo presso l’ONU) ha parlato di una proposta “molto importante per gli economisti che lavorano per lo sviluppo dei paesi più poveri”. Il sindaco di Rimini, Ravaioli, in un’intervista a Città Nuova ha commentato: “Oggi Chiara ci ha mostrato – e Rimini è orgogliosa di avere lanciato questo messaggio – che sono necessari strumenti nuovi. E questo dell’Economia di Comunione, e della fratellanza e unità tra i popoli – è uno strumento nuovo, un passo concreto per realizzare un nuovo cammino verso la pace e l’unità”. (altro…)
1 Lug 2002 | Chiara Lubich
Rimini incontra per la seconda volta Chiara Lubich. La prima fu per l’attribuzione della cittadinanza onoraria, questa è per un riconoscimento che investe non soltanto la sua personalità religiosa, ma anche quella che esprime idee e ideali legati alla testimonianza civile, alle ragioni collettive, ai valori della scelta umanistica negli ambiti concreti del comune patrimonio sociale, sia esso culturale, economico, politico.
Rimini ha fama di città votata, insieme, alle quiete poetiche provinciali e alla più clamorosa delle vacanze, alle convenute e salutari esigenze del tempo prestato al riposo, al ristoro, alle gioie di giornata, così come all’effimero, alla dimenticanza, ai rinvii: ma nel suo patrimonio civile, morale e culturale tende, complessivamente, a fare della propria, grande visibilità mondana uno strumento di attrazione e di sintesi di grandi temi valoriali, a cominciare dalla pace e dalla libertà, dalla giustizia e dalla fratellanza. Non a caso ospita, ogni anno, una manifestazione culturale di respiro internazionale, le giornate del “Pio Manzù”, un grande evento d’ispirazione religiosa, il “Meeting per l’Amicizia fra i popoli”; e, a cura del Comune e della Provincia, iniziative culturali di risonanza più che nazionale. Nel contempo è la fonte di una provocazione solidale, in nome di Giovanni XXIII, che non ha l’uguale nel mondo, e conta un numero di volontari laici che, in proporzione, è il più alto d’Italia; questo – nonostante l’invito sapiente di Federico Fellini a fare “un po’ di silenzio”- nella terra del più chiassoso e corrivo dei simboli: il cosiddetto, abusato e per fortuna ormai frusto divertimentificio! Al Sindaco e al Presidente della Provincia, alle rispettive giurisdizioni, alla cittadinanza, alle rappresentanze della società civile, senza distinzione tra laici e credenti, è parso in modo netto di poter identificare una figura di riferimento alto, reale, non solo edificante e non solo simbolico, nella persona di Chiara Lubich, la donna che, come Martin Luther King e Teresa di Calcutta, ha offerto la sua fede e la sua opera per la costruzione di un mondo in cui la speranza sappia farsi anche progetto, la preghiera anche denuncia, la condivisione anche sacrificio; e dove non si dica solo e sempre redimere, ma anche liberare. Chiara Lubich sa che Rimini è una singolare città di frontiera: vivere sotto gli occhi di mezzo mondo, offrendo lusinghe di ogni genere – non ultima quella, umanissima, di essere un luogo propizio per portarvi anche da molto lontano veri e propri disegni di vita, con trasferimenti d’esistenza non di rado difficili – è altresì il luogo in cui sono possibili, accanto a benemerite redenzioni umane e sociali, anche gravi rischi di degrado morale e d’inquinamento socio-economico. In questa realtà Chiara è più che mai un bene prezioso. Ricca del suo carisma interiore, e al tempo stesso dotata di un sistema di valori calato nella dimensione anche politica della realtà quotidiana, il suo essere per la vita – quindi nella pace, nella libertà e nella giustizia – ne fanno una persona capace di trasmettere, in tempi come questo, un forte segnale di allerta. Nel mondo, infatti, cova una malattia subdola e insidiosa: non è ancora la peste, e non è ancora a bordo, assicurano i nostromi del mondo, ma sulla tolda serpeggia un’inquietudine nuova: l’intolleranza genera inimicizia, e questa istiga la violenza; l’iniquità provoca fame, e questa induce alla disperazione; l’indifferenza è fonte di rivalsa e questa suscita il rancore; l’egoismo si sposa con il pregiudizio, e questo produce separatezza e razzismo. Spendendosi con vigore anche su questi temi, Chiara lascia ogni giorno nel mondo testimonianze memorabili, fatte proprie persino da confessioni diverse, suscitando un’ammirazione che è l’eco stessa dello spirito di Assisi, secondo cui non c’è più un pulpito, un inginocchiatoio o uno stuoino, dal quale una preghiera – se rivolta al Dio dell’ut unum sint – possa salire più in alto di altre. Chiara, nel mondo, non ha mancato di dire a capi religiosi, statisti, leaders politici, intellettuali, che ci salveremo da un futuro per ora incerto, e qua e là denso di pericoli, a patto di razionalizzare, e quindi laicizzare, giudizi, scelte, decisioni. Non è più tempo – tutto, intorno a noi, ci ammonisce – di insistere su pretese d’intoccabilità, da una parte, e d’impunità dall’altra. Occorre semmai conciliare i diritti conferitici dalle aggressioni dei fondamentalismi con i doveri cui tenersi nel momento di porre in atto le risposte: perché se non venissero rispettati i doveri verrebbe meno la stessa legittimità dei diritti; ed eccedere nella rivalsa significherebbe annullare lo stesso concetto di giustizia; una vittima che ne producesse un’altra, infatti, non terrebbe in equilibrio l’equità, ma porrebbe sullo stesso piano due ingiustizie. Lo dico pensando ai ragazzi imbottiti di rancore e di plastico che vanno ad uccidersi e a uccidere dove altri ragazzi, perciò stesso, cresceranno nell’odio e nella rivalsa, lo dico pensando alle “torri gemelle”, alle due lance scagliate, si direbbe, contro il costato di Gesù in croce che tuttavia non possono chiamare in causa civiltà intere, né mettere a repentaglio la pace addirittura nel nome di Dio. Non è più tempo di crociate, è tempo di incontri e aperture, dialoghi e progetti, di cui farsi garanti con l’ottimismo della volontà, cioè credendo in ciò che si può fare e dunque va fatto. Ecco perché Chiara è oggi una presenza insostituibile tra chi opera non solo con la preghiera, ma anche con il richiamo alle responsabilità e ai compiti della politica, agli strumenti dell’economia, ai mezzi della conoscenza per una non più rimandabile rigenerazione del mondo in senso umanistico, vale a dire di un impegno, nelle sue premesse, fondamentalmente etico. Se in questo istante si stanno combattendo sul pianeta 45 tra guerre e guerriglie (per un pozzo d’acqua, per un confine etnico, per avere uno Stato), se tre persone su dieci rischiano di morire di fame, se un miliardo di uomini non conoscono ancora la luce elettrica, se tale scenario, iniquamente distribuito, vede da una parte crescere l’accumulo dell’opulenza e dall’altra l’abisso della povertà, è sembrato cosa buona e giusta dare la parola, con questa solenne adunanza, a una donna non eterea, non edificante, non irenica, non insomma auna “prigioniera della Grazia”, “un’alunna della Perfezione”, a una creatura libera ed esigente, che interpreta la libertà lasciataci dal creatore perché partecipassimo, spendendo ciascuno il proprio talento, alla liberazione di tutti.In un mondo dove non solo le previsioni dei sociologi e degli storici, ma anche e soprattutto le cosiddette “curve econometriche” ci dicono che il nostro futuro sta nel dar vita alla convivenza di una irresistibile realtà multietnica – perché non vi è nulla, ormai, che non riguardi il singolo e allo stesso tempo le comunità – politica significa più di sempre, secondo l’espressione di Don Milani, uscirne insieme; e mentre carità e condivisione sono le braccia che si stringono intorno al bisogno, giustizia è il solo abbraccio che può trarre da quel bisogno. Se non saranno garantiti lavoro, dignità, sicurezza a tre quarti del pianeta, ci si dovrà domandare chi sia venuto meno al proprio compito: se il creatore o le sue creature. Laici e credenti si contendono questa responsabilità, ma non è facile per nessuno accettare l’equazione secondo la quale se l’uomo fallisse il fallimento sarebbe anche di Dio. Chiara ci dice che se Dio e l’uomo non possono mancare l’uno all’altro, pena la loro stessa impotenza, questo non ci esime dal dover fare, sempre e comunque, la nostra parte: non solo ai piedi degli altari, per chi ha fede in Dio, ma anche, per chi crede nella ragione, ai tavoli della politica, della finanza, della scienza, della comunicazione. Non saranno le sedie vuote nel consesso della Fao a rassicurarci sulle responsabilità collettive, né sui progressi della globalizzazione. Un miliardo di uomini appartengono ai Paesi ricchi, 5 miliardi a quelli poveri. Ogni ora muoiono di fame 900 persone , una ogni 4 secondi. Il cibo a disposizione degli italiani potrebbe sfamare 110 milioni di persone; ogni giorno sono disponibili, in Italia, 3.500 calorie pro capite: 2.200 quelle utilizzate, 1.300 quelle perdute, buttate via. I mercati di Roma gettano nelle discariche, in 24 ore, 87 tonnellate di frutta e verdura; 25 tonnellate di carne e pesce: solo questo cibo potrebbe sfamare, quotidianamente un milione di persone. Nel frattempo, sono ancora attive, sul pianeta, 32 milioni di mine antiuomo; e la spesa annuale destinata ancora agli armamenti basterebbe all’approvvigionamento idrico per un terzo del pianeta. Ci spettano, a veder bene, doveri che non tollerano distinzioni né ontologiche né ideologiche; e che non ammettono deleghe, né deroghe. Rimini, un luogo cresciuto con i suoi principi cristiani e, del pari, nel suo laicismo, attraverso questa donna apparentemente fragile, e invece radicata nella sua stessa universale lezione d’umanità, oggi, qui si dichiara “città aperta” a ogni cultura, lingua, colore della “pace nella giustizia”, per usare un’espressione molto significativa di questo Papa coraggioso e leale; pronta a farsi testimone e sostegno di quanto opera in nome di ciò che unisce e contro ogni forza che tenda, sciaguratamente, a dividerci: per un umanesimo riedificato dall’eticità dei nostri sì e dei nostri no, prima e ultima scelta con cui decidere se vogliamo vivere, consapevolmente, all’altezza dell’uomo, cioè nel punto più alto della responsabilità affidataci dalla nostra storia misteriosa e palese, arcana e concreta, fatta di carne e di spirito. Quella che ha indotto alla scelta di Chiara come testimone e protagonista di un grande appello e di una nuova, ragionata speranza. Grazie. (altro…)
1 Lug 2002 | Chiara Lubich
"Gentile Chiara, gentili ospiti, autorità,
io credo che in tutti noi vi sia oggi una lucida consapevolezza: questa giornata da trascorrere insieme alla nostra cittadina onoraria Chiara Lubich non è storica solo per Rimini ma per tutti coloro nel mondo i quali ritengono che la pace non sia un concetto astratto e utopico ma un fatto vero, reale, solido riguardante da vicino le nostre quotidiane esistenze.
La pace quale principio ispiratore di ogni nostra azione, la fraternità quale scudo infrangibile posto davanti ai piccoli e ai grandi tentativi di prevaricazione, l’unità come metodo per restare saldi davanti alle tante tragedie di un mondo che non ha ancora imparato le lezioni dolorose trasmesse dalla storia.
Da te, Chiara, quest’oggi in tanti attendono non solo parole di pace e di speranza ma anche l’indicazione di un cammino che non può e deve essere interrotto dalle guerre, e dal sangue inutilmente versato nel nome di una religione o di una ideologia. Io penso che tu, Chiara, quest’oggi ci dirai che quella strada siamo noi- con le nostre opere- a realizzarla ogni giorno.
Non è forse vero che la più dirompente delle rivoluzioni comincia nel cuore dell’uomo e nella risposta individuale?
La responsabilità personale e collettiva ci chiama dagli albori della storia dell’uomo a un impegno a costruire una società migliore; ci chiama dal primo all’ultimo giorno della nostra vita a una crescita personale che condiziona poi le scelte generali. Non possiamo dimenticare questo: è nostro dovere capire e conoscere per crescere insieme. In ogni campo dell’esistenza.
Anche e soprattutto in quella politica che troppe volte ha deviato dal nobile principio originario.
Restituirgli il suo sapore attraverso la riaffermazione di categorie etiche universali- vale a dire, realizzare la libertà, l’uguaglianza, la pace, la fratellanza con programmi concreti- è compito che riguarda uomini pubblici a qualsiasi livello. Anche noi.
Per farlo occorre non limitarsi alla gestione, o cinica o populista o consociativa, del quotidiano; serve dare segni che vadano anche oltre i ruoli se vogliono davvero indicare una via per il futuro.
Oggi, con la tua presenza, Chiara, Rimini vuole offrire al mondo uno di questi segni.
La nostra città è diversa e migliore di quelle rappresentazioni parziali che a volte fuoriescono all’esterno. La nostra città ha costruito l’industria dell’accoglienza su una profonda cultura dell’accoglienza; ha ricoperto e ricopre il ruolo di realtà aperta al dialogo, al confronto tra culture diverse, alla multietnicità, alla tolleranza.
E’ stata ed è capitale della vacanza, dando a questa espressione una valenza straordinaria e positiva: ’inventare’ un sistema unico che permettesse a tutti- senza distinzioni di classi o censo- di ritagliarsi durante l’anno giorni di serenità e svago. Ma proprio perché eccellente, Rimini oggi ha una responsabilità in più rispetto ad altre città: non può accontentarsi. In un momento di profondi cambiamenti sociali, economici, culturali, uno snodo della storia per certi versi epocale, Rimini deve tornare a essere anticipatrice, innovativa e propositiva, dando risposte non banali a problemi tanto urgenti quanto universali.
Questa città deve investire le sue risorse, in primis umane, più qualificanti in uguaglianza, integrazione, accoglienza perché in tanti all’esterno chiedono a questa città di tornare a essere ’laboratorio’ capace di interpretare con fantasia, laboriosità, voglia di intrapresa i messaggi che il mondo pone.
E’ un compito difficile, non lo nego, che necessita di un grado di coesione assoluto tra cittadini, istituzioni pubbliche civili e religiose, categorie private, immigrati sulla base di poche ma chiare certezze: il rispetto da parte di tutti delle regole di convivenza, la condivisione di valori imprescindibili quali l’ascolto delle idee altrui, la consapevolezza che il legittimo benessere economico vada perseguito battendo le strade della legalità, l’impegno a non chiudersi nell’individualismo e nel corporativismo.
Serve un altro scatto in avanti, una nuova prospettiva in cui si miscelino in egual misura orgoglio, umanità, intelligenza e capacità imprenditoriale. Questo, Chiara, è il mio sogno e il mio appello. Non è ambizioso perché sai- e la tua presenza qui ne è la testimonianza palese- quanto Rimini sia già adesso aperta e bella. Questa giornata – i colori, la gioia, l’atmosfera che si respira – mi fanno dire che un pezzetto di questo sogno si stia già avverando."
Il Sindaco di Rimini
Dott. Alberto RAVAIOLI