7 Nov 2003 | Focolari nel Mondo
In ospedale dovevo fare guardie notturne con un altro medico che si diceva cristiano, ma non era praticante e spesso, vedendomi partecipare alla Messa quasi ogni giorno, mi prendeva in giro.
Dovevamo rimanere a disposizione tutta la notte, ma lui mi lasciava da solo già a fine pomeriggio e questo per me voleva dire tanto lavoro in più. Non era giusto, ma “Beati i poveri in spirito …” e ho cercato di mantenere nei suoi confronti un atteggiamento aperto, senza giudizio, un mese, due. Un giorno mi dice che desidera venire alla Messa con me perché “in questi mesi, dal tuo modo di amare in silenzio, ho imparato tante cose”. Da quel giorno non solo non ha più lasciato l’ospedale anzitempo, ma ha cominciato a prendersi cura di me perché durante la notte non mi stancassi troppo. In un altro momento ho condiviso la stanza d’ospedale con un medico di religione islamica. Più volte mi ha fatto notare che il nostro modo di vivere la quaresima è molto più blando del loro Ramadan. Nel frattempo ho saputo che sua madre era morta da un anno e che non aveva più nessuno che si curasse dei vestiti e delle sue cose personali. Avevo notato infatti che il suo camice era spesso sporco e mancante di qualche bottone. Una notte decido di lavargli il camice, stiraglielo e cucire i bottoni mancanti. La mattina seguente stenta, logicamente, a riconoscere il suo camice e chiede chi lo aveva sistemato. Quando ha saputo, è venuto ad abbracciarmi dicendo: “Ora capisco. Amando in silenzio hai dato un senso molto più profondo al ’mortificarsi’ di quanto io avrei potuto immaginare”. (altro…)
19 Ott 2003 | Focolari nel Mondo
Nella classe di P. (Gran Bretagna) ci sono due compagni che gli fanno sempre i dispetti. “Ho provato a non rispondere – dice a C., il suo amico più grande – ma loro continuano!”. “Chiediamo a Gesù che ti dia la forza di amarli ancora di più” – suggerisce C. Un giorno P. porta a scuola un grande vassoio di dolci per festeggiare il suo compleanno. La maestra gli propone di andare ad offrirli anche ai bambini delle altre classi: “Scegli due compagni che vengano con te!” gli dice. P. vorrebbe chiamare i suoi amichetti preferiti, ma poi…“ama il nemico”. “Possono venire T. e L.?” chiede alla maestra. Proprio i due compagni che gli fanno sempre i dispetti! P. racconta tutto a C.: “Hai visto? Gesù mi ha dato la forza, e… sai? Ora non mi fanno più i dispetti!”.
F. d. M. del Guatemala: “L’altro giorno papà e mamma hanno litigato. Ero triste. ’Come vorrei che fossero felici – ho pensato – cosa posso fare?’. Sono andata dai miei fratellini. Abbiamo preso una carta, abbiamo ritagliato dei cuori e dei fiori e li abbiamo attaccati sul muro. Papà e mamma stavano guardando la TV in silenzio. L’abbiamo spenta un momento e io ho cantato loro una canzone sull’amore fra noi. Papà e mamma si sono commossi e si sono chiesti scusa. Mamma piangeva dalla gioia. Ero felice. Tutti sono andati a letto contenti. Io ho detto a Gesù: ’Grazie’ ”.
E. di Trento, riceve tanti soldi dai nonni per i dentini che le sono caduti. Felice li vuole dare per i poveri che in tutto il movimento stiamo aiutando. “Tienine almeno una parte per comprarti le scarpe; ne hai bisogno!” le consiglia il papà. Non hanno infatti tante possibilità economiche. “Ma papà – risponde E. – i bambini poveri le scarpe non ce le hanno!” e lo convince. Poco dopo le arriva dagli zii un regalo: sono proprio le scarpe di cui aveva bisogno!
E. di 5 anni. E’ di San Paolo, la più grande città del Brasile. Il signor C. l’accompagna ogni giorno a scuola. Lui non crede in Dio e tanti dicono che è un tipo scontroso. Una mattina, mentre sono in auto, E. gli domanda: “Tu sai cos’è un atto d’amore?”. “No – risponde lui – cosa significa?”. “Significa vedere Gesù in tutti e fare a ciascuno quello che faresti a Gesù”. Il signor C. rimane serio e pensieroso. Alcuni giorni dopo, a tavola, il papà racconta che da qualche giorno il signor C. è diverso, che non si arrabbia più così tanto. “A chi gli ha chiesto, scherzando, cosa gli fosse successo – continua il papà – sapete cosa ha risposto? “Chiedetelo alla piccola E. Alle volte impariamo tante cose dai bambini!”. (altro…)
7 Ott 2003 | Focolari nel Mondo
Mia madre era ancora molto giovane quando il papà è venuto a mancare. Si è risposata ed ha avuto altri due bambini ma il nuovo papà non lavorava, passava le giornate nel bar sotto casa e spesso trattava in modo violento sia noi che la mamma. Dopo poco tempo si sono lasciati. Inizia per me e per i miei fratelli un periodo difficile di brevi affidamenti, ora presso una famiglia, ora presso un’altra. La mamma non è più in grado di occuparsi di noi. Essendo io il più grande, cerco di farmi carico dei miei fratelli ai quali voglio molto bene; tuttavia, col passare del tempo, la mancanza di un riferimento stabile va cambiando il nostro carattere rendendoci chiusi e diffidenti verso tutti. Capita a volte di essere ospitati da una famiglia che ci accoglie bene, sia pure per breve tempo; altre ci sembra di essere scaricati come pacchi presso qualcuno che mira soltanto al sussidio per l’affidamento. Un altro distacco per me terribile è stato quando un giorno vengono a prendere i miei fratelli per portarli a fare una passeggiata. Capisco quasi subito che non li avrei più rivisti e con loro se ne va un’altra parte di me. Dopo poco tempo vengo richiesto da una nuova famiglia con la quale trascorro una giornata. Penso: “Una delle tante che alla fine mi scaricherà!”. Invece alla sera, con mia sorpresa, mi dicono della loro decisione di tenermi con sé; se avessi voluto, avrei potuto entrare a far parte della loro famiglia da subito. Accetto, attirato dal loro semplice volersi bene, per me una novità. Oltre a conoscere un po’ alla volta i nuovi genitori, incontro tanti loro amici, gente che cerca di vivere il vangelo. Con A. un ragazzo della mia età, stabilisco da subito un rapporto di profonda amicizia. Mi colpisce la sua grande disponibilità: A. è capace di qualsiasi cosa pur di farmi contento, con un amore veramente disinteressato. Comincio così, pian piano, a fare anch’io come lui, uscendo dal mio egoismo. Da quando i miei fratelli mi avevano lasciato avevo preso l’abitudine di tenere gelosamente per me tutto quello che mi regalavano; con il suo esempio riscopro la gioia di condividere le mie cose con gli altri. La mia vita riprende senso; tocco con mano l’amore di un Dio Padre che mi aveva sempre seguito anche nei momenti di sofferenza. Una sera gli amici del paese mi propongono di andare a vedere con loro un film pornografico. Arrivati al cinema dico loro che non sarei entrato e li avrei aspettati fuori. Dopo soli dieci minuti li vedo tornare: “Preferiamo stare in tua compagnia – mi dicono – la nostra amicizia vale più di un film”. Ad un certo punto mi investe una crisi che mi fa sentire come fuori da tutto. Sono confuso e decido di farmi una vita per conto mio, in piena libertà: basta con la chiesa, basta con l’amare… Qui sperimento l’amore dei veri amici: nonostante il mio rifiuto, loro non mi mollano, facendomi sentire amato, da loro e dal Padre di tutti. Così in me torna la luce. Guardando alla mia storia posso dire che non solo ho trovato l’amore di una famiglia naturale, seppure adottiva, ma ne ho trovata una ancora più grande, la famiglia dei figli di Dio, di cui Maria è Madre. Sono sicuro che sia Lei l’artefice di questa mia piccola storia. A. P.
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6 Ott 2003 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Sociale
R. C. è da 28 anni in Brasile, in un famigerato bairro di una grande città. “Se qui c’è tanto dolore, se qui è Venerdì Santo, ne nascerà tanta vita e risurrezione”. Apre la “Casa do menor”: accoglie i ragazzi di strada vittime di droga, prostituzione, narcotraffico, morte precoce. Ragazzi spesso violenti, perché nessuno li ha mai amati. “Una notte, ritornando dal centrocittà, ho fermato la macchina su di un ponte sopra l’autostrada: guardo le luci del bairro, sento i suoi rumori e le grida di dolore. Provo rigetto, ripugnanza e impotenza. Tutti i giorni morti, sofferenza senza soluzione. E ho voglia di scappare. Improvvisamente capisco che questo dolore immane è un grande Cristo sfigurato e sofferente che grida il suo abbandono in questo bairro abbandonato da tutti, apparentemente anche da Dio. Una luce: se c’è tanto dolore, se qui è Venerdì Santo, ne nascerà tanta vita e risurrezione. Questo dolore mi attrae. Dò un’accelerata all’auto. Vado alla stazione: trovo tanti ragazzi e ragazzine che si drogano, fanno sesso. Mi corrono incontro, abbracciandomi… Seduto tra loro che puzzano per l’odore acre della ‘colla’, mi sento in adorazione di Gesù, presente in questa piazza nel Suo volto più inaccettabile. Perché Lui lo ha detto: “Tutto ciò che avrai fatto al minimo dei miei fratelli, l’avrai fatto a me”. Ritorno a casa. Mi aspetta un adolescente. Mi porge un’arma: «Prendi questa pistola. Non voglio più rubare, né uccidere». Un’altra sera, appena rientrato, mi avvisano che hanno sparato a Pirata, un ragazzo che avevo accolto in casa nel momento che la polizia gli stava dando la caccia per ammazzarlo. Ma era cambiato: si era battezzato e si preparava per la prima comunione. Vedo il sangue davanti alla porta della mia abitazione. Fremo e corro all’ospedale. Lo trovo su una pietra gelida con un colpo di rivoltella nella testa. Un ragazzo mi cerca. Mi dice, concitato, che sono già stati uccisi 36 ragazzi nel solo mese di marzo nella mia parrocchia. Mi mostra una lista di altri 40 “marcati per morire”. «Il primo nome della lista è il mio – dice. Io non voglio morire. E voi non fate niente?». Penso a quando, un anno fa, sono andato a seppellire in un sol giorno 9 ragazzi uccisi dalla polizia. Sono là solo per assorbire un dolore senza spiegazioni e offrirlo, come Maria ai piedi della Croce, impotente nel suo dolore. Anch’io più volte vengo minacciato di morte e di sequestro. Rimango tranquillo e sento che, con la grazia di Dio, sono pronto a dare la vita per davvero. Un giorno, mentre celebro la Messa, capisco: “Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue..”. Non solo il corpo di Gesù… devo essere pronto a dare il mio corpo. Ma forse Dio non vuole ancora il mio martirio. Vuole il martirio di ogni giorno: dare la vita in piccoli gesti di amore, di perdono, di capacità di ricominciare con ragazzi che sembra che non vogliano niente dalla vita e che non riescono a risorgere nei tempi che noi vorremmo. Ad un certo punto, torno in Italia, perché da tempo non sto bene di salute. Persino la mia testa non funziona più. E ci tenevo molto alla mia testa! Un medico mi visita e mi dice con fermezza: «In queste condizioni non puoi più tornare in Brasile». È come se Dio mi dicesse: “Mettiti da parte. La Casa do menor è opera mia, non tua. Fino adesso eri tu il protagonista. Adesso lascia che sia io a portarla avanti”. E la Casa do menor migliora, e molto, nel tempo della mia lunga assenza. Ritorno, e continuo a dire di sì a Dio tutte le volte che devo seppellire dei ragazzi che non siamo riusciti a salvare o sono tornati alla strada o alla droga dopo che abbiamo dato loro tanto amore. Che serve amare senza avere risultati? Ma io non devo pretendere di cambiare nessuno, devo solo amare. Insieme ad un religioso e a membri di una nuova famiglia spirituale che sta nascendo, vado di notte per le strade delle grandi città. Incontriamo situazioni sempre più drammatiche di ragazzi che noi vogliamo, perché nessuno li vuole. Assistiamo a veri miracoli: drogati o trafficanti di droga che rinascono a vita nuova. Diventiamo segno e modello di politiche sociali e da molte parti ci chiamano perché abbiamo qualcosa che fa la differenza. A dire il vero, quando avevo conosciuto il Movimento dei Focolari, non capivo perché Chiara Lubich aveva fatto la scelta di Gesù, che sulla croce grida l’abbandono del Padre, come unico ‘tutto’ della sua vita. Poi ho scoperto poco per volta che Gesù abbandonato è il Dio-Uomo che dà la vita, amando fino alla fine senza aspettarsi niente. Se resisto nel bairro sanguinante e con i mille volti della sofferenza, è perché vi ho scoperto il Suo volto e lo amo”. (altro…)
24 Set 2003 | Focolari nel Mondo
Solingen si trova nel nord ovest della Germania ed è sempre stata una piccola e tranquilla città, conosciuta nel mondo per l’industria metallurgica, per le sue forbici e i suoi coltelli. Unico neo: il grave problema della disoccupazione, aggravato dall’alta percentuale di stranieri arrivati in cerca di lavoro. Ormai da parecchi anni, però, pensavamo di esserci abituati a convivere bene tra persone di molte nazionalità. Finché di colpo, nel maggio 1993, non è esploso in maniera drammatica il problema dell’inserimento degli stranieri. Sono stati giorni tragici, seguiti con interesse e apprensione sulle televisioni della nostra e di altre nazioni: alcuni giovani di destra hanno appiccato il fuoco ad una casa abitata da famiglie turche. Nell’incendio sono morte cinque persone: donne e bambini. In quei giorni era Pentecoste e io mi trovavo fuori città. Ho ricevuto la drammatica notizia da una telefonata e, in un primo momento, non riuscivo ad accettare la notizia terribile e scioccante che mi veniva data. Sembrava impossibile. Vi erano stati attentati in altri luoghi, ma mai a Solingen! Nella nostra città così pacifica, e nel quartiere proprio dietro casa mia! Eppure era vero. Al rientro ho trovato la città in stato di guerra: vetrate demolite, negozi saccheggiati, migliaia di poliziotti, e, per le strade, battaglie tra gruppi estremisti tedeschi e turchi che erano confluiti lì da tutto il paese. Quella notte non ho potuto dormire. I rumori, gli elicotteri, le sirene sembravano un unico grido al quale occorreva dare una risposta. L’indomani ci siamo incontrati con la nostra comunità. Tanti, provenienti direttamente dal lavoro o dall’università, avevano potuto attraversare a fatica la città. In tutti emozione e tormento, l’esigenza di fare, di dire qualcosa. È nata lì l’idea di un concerto per la pace nella piazza centrale di Solingen. Data la situazione, era un’idea ardita, umanamente una pazzia. Eppure, nessuno di noi aveva il minimo dubbio. In serata, siamo riusciti a prendere contatto con il sindaco della città e con gli organi di sicurezza. Tutti ci hanno appoggiato, anzi, ci chiedevano di realizzare l’idea quanto prima. È avvenuto una specie di miracolo: dopo solo settantadue ore di preparazione ha inizio il concerto, con un programma fatto dal nostro complesso insieme ad un gruppo musicale turco. L’iniziativa è subito stata messa in rilievo dalle reti televisive come l’unica manifestazione pacifica in una settimana di violenza. Tra i mille partecipanti c’erano persone di molte nazioni, tanti turchi, e anche i parenti delle vittime. Ogni parola veniva tradotta in turco e si è ben presto creata una grande attenzione e distensione in tutta la piazza. Alla fine, abbiamo lanciato l’azione “uno per uno”: la proposta che ognuno, tedesco, turco, italiano o coreano, cercasse di costruire dei legami di amicizia con almeno una persona di un’altra nazionalità. Già lì, in piazza, durante lo spettacolo, tanti hanno trovato l’occasione e il coraggio per i primi contatti. È stata una serata di una bellezza indescrivibile. Chiara Lubich ci ha scritto, incoraggiandoci, convinta che il nostro contributo, “per la testimonianza di unità, lascerà un segno”. E questo è avvenuto! Certamente il concerto non ha cambiato di colpo la situazione nella città, ma è stato un segno accolto dalla popolazione. E ora sappiamo di essere in compagnia di tanti gruppi, a Solingen e in Germania, che si impegnano con passione per far fronte ai nuovi e crescenti fenomeni di intolleranza razziale. In seguito, abbiamo dato origine ai Cafè international. Si tratta di un incontro mensile durante il quale, a turno, gli immigrati di vari paesi si fanno conoscere, con la propria cultura, i costumi, la musica, i cibi tipici, ma anche condividendo dolori e speranze. E, conoscendoci, scopriamo quanto ogni popolo, proprio per la diversità, è per gli altri un dono e un arricchimento. L’iniziativa ha trovato una forte risonanza. Ogni volta si aggiungono altre persone di altre nazioni. E l’esperienza si sta moltiplicando in altre città: a Colonia, Amburgo, Münster e Hannover. L’ultima volta mi sono trovata a tavola con persone dell’Afghanistan, della Serbia, Bosnia e Croazia che vivono in un vicino campo profughi. Durante la cena, le signore dell’Afghanistan mi hanno offerto una loro specialità. Alla mia domanda se fosse tipica del loro paese, mi hanno risposto: “No, è tipica della Bosnia. Abbiamo imparato a prepararla da una nostra amica”. E la indicano. “Abitiamo sullo stesso corridoio e abbiamo la cucina in comune. Trovarci lì, in un ambiente così stretto, fra etnie in contrasto tra loro, è stato durissimo. Il Cafè international ci ha fatto diventare sorelle”. Con queste persone, segnate dal dolore e da una nuova speranza, ho toccato il cielo. Ormai, passato qualche anno dalle prime iniziative per la pace, tanti di questi Cafè incominciano a guardare fuori dei confini nazionali. Insieme, si impegnano per le necessità di altri paesi. È una testimonianza di unità che coinvolge e che attira sempre più gente.
16 Set 2003 | Focolari nel Mondo
Il nuovo posto di lavoro come odontotecnico era cominciato nel migliore dei modi: buono lo stipendio e prospettive interessanti. Ma dopo qualche mese l’idillio s’incrina perché il datore di lavoro, prima qualche volta, poi quasi ogni giorno mi ripete: “Lei lavora troppo lentamente e i colori dei denti non sono come dovrebbero”. Non capisco. Ogni mattina, alla distribuzione del lavoro, vedo che non si fida di me e che mi licenzierebbe volentieri. Alla consegna dei lavori, la sera, dopo una giornata di intenso lavoro, devo quasi sempre rifare tutto daccapo. Ho vissuto mesi di intima tensione, di lotta interiore: sono tentato di ribellarmi, si addensano giudizi nei confronti del datore di lavoro, ma cerco di “tagliare” per “ricominciare” ogni giorno.
Un mattino d’inverno, andando al lavoro, comincia a piovere forte: quel temporale sembra l’immagine esterna di ciò che vivo dentro. Mi ricordo dell’immagine di Gesù crocifisso che da anni tengo nella mia stanza e che tante volte in quei giorni avevo guardato senza trovare una risposta, come Lui, d’altronde, quando gridò al Padre il suo abbandono, ma si riabbandonò a Lui, credendo al Suo amore. Così pian piano dentro di me si fa largo un’idea: “Continua ad amare e, nonostante tutto, non fermarti!”. Arrivato al lavoro, cerco di far miei tutti i consigli del mio capo, senza quella sottile sfiducia che da mesi mi accompagna. Ritrovo una libertà interiore che da tempo avevo perso. Qualche tempo dopo mi chiama per dirmi che aveva fatto una visita oculistica e che il medico gli aveva scoperto un difetto visivo: era quello che gli procurava tensione e alterava i colori. Quindi era questa la causa principale delle nostre discussioni e delle tante serate di lavoro in più. Qualche giorno dopo, in un momento di intimo colloquio, tra l’altro, mi dice: “Io sto raggiungendo l’età per andare in pensione e ho pensato di proporre a lei di rilevare la mia azienda, perché ho visto che davanti alle difficoltà lei non si arrende”. F. L. (altro…)