Qualche tempo fa, grazie alla tecnologia, abbiamo potuto ritrovare i miei ex compagni di liceo dopo tantissimi anni che non ci vedevamo: abbiamo creato un gruppo su WhatsApp. Tra aneddoti e vecchie foto, siamo riusciti a identificare un compagno di cui nessuno aveva più notizie e lo abbiamo aggiunto al gruppo.
Ci ha raccontato che viveva per strada. Una serie di problemi di salute, la lotta con un tumore, la perdita del lavoro e una separazione familiare lo avevano lasciato senza nulla. All’inizio, alcuni compagni hanno contribuito con del denaro, ma di fronte a una seconda richiesta di aiuto, la risposta è stata il silenzio o il rifiuto.
Anche se a scuola non eravamo amici intimi, sentivo che non potevo restare un semplice spettatore. Mi sono detto che, se lui fosse stato riapparso nella mia vita attraverso quel gruppo, avrei dovuto fare qualcosa. Non potevo semplicemente ignorarlo.
Decisi di incontrarlo. Volevo vedere con i miei occhi come stava e ascoltarlo. Aveva trascorso alcuni giorni in una pensione, ma presto era tornato in strada. Non avevo la possibilità di risolvere il suo problema abitativo né di offrirgli una casa, ma sentii il bisogno di chiedere a Dio cosa volesse da me in quella situazione.
Ci siamo incontrati e abbiamo parlato a lungo. Mi ha commosso vedere il suo deterioramento fisico, così gli ho offerto di aiutarlo con una medicina naturale che potevo procurargli affinché, almeno, recuperasse un po’ di tranquillità e benessere. Ma al di là dell’aspetto fisico, mi sono ricordato che un tempo aveva provato una forte vocazione religiosa, e che era persino stato sul punto di entrare in seminario. Gli ho chiesto della sua fede.
Mi ha confessato di essersi allontanato da tutto; erano anni che non metteva piede in chiesa né si avvicinava ai sacramenti. Con totale sincerità, gli ho consigliato che, dato che la sua malattia stava progredendo e si sentiva in pericolo, cercasse rifugio in Dio.
Gli ho suggerito di andare a messa, di parlare con un sacerdote e, nel caso in cui se la sentisse, di confessarsi. Il giorno dopo mi ha chiamato emozionato. Era andato in chiesa, si era confessato e aveva ricevuto la comunione. Mi ha ringraziato profondamente perché si era reso conto che, avendo perso tutto il materiale, il suo rapporto con Dio era l’unica cosa che gli era rimasta davvero.
Oggi siamo ancora in contatto. È riuscito a ottenere una pensione e sta un po’ meglio. Continuo ad aiutarlo con questa medicina naturale complementare alla sua terapia e, ogni tanto, ci vediamo per un caffè o gli porto qualcosa di cui ha bisogno, come un paio di scarpe da ginnastica. Ma col tempo ho capito che la cosa più importante non era né la medicina né le scarpe: era il fatto che qualcuno si fermasse a parlargli.
A volte, il “prossimo” appare in un gruppo di WhatsApp e corriamo il rischio di lasciarlo intrappolato nella virtualità, dove nessuno si assume alcuna responsabilità. Il mio amico mi ha insegnato che essere attenti ai bisogni dell’altro, anche se non abbiamo la soluzione definitiva nelle nostre mani, è già molto. Se tutti potessimo fare anche solo un piccolo gesto, come cambierebbe la situazione delle persone? Non lasciamo che l’altro sia solo un messaggio su uno schermo; rendiamo il nostro aiuto concreto, umano e, soprattutto, presente.
Non una semplice festa finale a chiusura di un percorso, ma la tappa visibile di un cammino costruito durante l’anno da centinaia di ragazzi in tutta Italia e in Albania, e già proiettato verso il futuro, puntando più in alto, col desiderio di coinvolgere tanti altri ragazzi, altre squadre e altre azioni nei prossimi anni sia in Europa che nel mondo.
Si è concluso a Castel Gandolfo (Roma, Italia), il 6 e 7 giugno, l’Expo Fest di Time to Change, percorso che ha coinvolto circa 1.300 giovani e 105 squadre, chiamati a mettersi in gioco con azioni concrete di solidarietà, cittadinanza attiva, cura dell’ambiente, inclusione e pace per il bene comune.
A incontrarsi sono stati quasi 600 ragazzi di 52 squadre. “Ho preso più consapevolezza delle mie azioni e ho prestato molta più attenzione nei confronti di coloro che si trovano in contesti scomodi”. “Ho capito quanto valgono alcune amicizie”. “Porto nel cuore la bellezza di ciò che è nato e la forza silenziosa che questi giorni hanno generato”. Sono alcune delle impressioni raccolte tra i partecipanti, protagonisti di un evento che ha dato voce non solo alle 9 squadre finaliste, ma a tutte le realtà coinvolte.
Nel corso della manifestazione si sono svolte le votazioni e la premiazione finale. La squadra Trento Gen Time to Change di Trento si è classificata al primo posto; seconda classificata Children of the Sun di Taranto; terza classificata Time to Change di Milano. Premi speciali sono stati assegnati alle squadre di Piemonte e Valle d’Aosta, al Liceo “Alfonso Gatto” di Agropoli e alla squadra albanese Alboomerang.
Attraverso momenti di condivisione, testimonianze, musica, danza, confronto, laboratori e flash mob, ogni gruppo ha potuto raccontare il proprio contributo al cambiamento. Al centro delle giornate, un ampio spazio è stato dedicato alle storie: quelle di ragazzi che hanno scelto di uscire da sé stessi per incontrare gli altri; di scuole che hanno trasformato l’educazione civica in esperienza concreta; di gruppi territoriali che hanno dato vita a doposcuola, iniziative artistiche, attività ambientali e gesti di prossimità verso chi vive situazioni di fragilità.
Le azioni raccontate mostrano un cambiamento vissuto nel quotidiano. Il Liceo linguistico Alfonso Gatto di Agropoli (Salerno), ad esempio, ha realizzato un progetto dedicato alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Gli studenti hanno incontrato le persone per strada, proponendo domande sui diritti fondamentali, consegnando badge simbolici agli “amici dei diritti umani” e donando copie della Dichiarazione a chi desiderava conoscerla meglio.
Dall’Albania erano presenti 18 ragazzi. Il percorso di Time to Change li ha coinvolti in attività di teatro e pittura per bambini, cammini ecologici, momenti di formazione e incontri con giovani accolti in case-famiglia. “Nella comunità – spiega Regjina Paluca – vivono ragazzi dai tre ai vent’anni; alcuni ci hanno raccontato di essere cresciuti in casa-famiglia: erano arrivati da piccoli e ora frequentano l’università. Per i nostri ragazzi è stato molto toccante. Hanno visto che quei trenta ragazzi vivono tutti nella stessa casa, mentre loro, a fine giornata, sarebbero tornati ciascuno nella propria abitazione. Per il futuro andremo avanti, perché questo progetto si sta diffondendo a macchia d’olio: i ragazzi hanno dentro una bellezza che desiderano condividere con i loro amici”.
Una parte decisiva del percorso è stata dedicata anche alle fragilità personali. Le esperienze di Edoardo, Francesca, Victoria hanno raccontato isolamento, depressione, ansia, lutto, esclusione e riconciliazione. Cammini concreti, in cui il dolore può diventare luogo di crescita, relazione, fede ritrovata e apertura agli altri.
A ispirare il cammino anche una poesia scritta nel 2005 da Margaret Karram, Presidente del Movimento dei Focolari, che davanti “al lungo muro, alto, grigio” di Gerusalemme, “che avanza in mezzo alla città, dividendo quartieri, strade, terre e famiglie”, rilegge il senso della propria vita e le divisioni della sua Terra Santa alla luce di Gesù crocifisso e abbandonato, speranza contro ogni speranza.
Margaret Karram, durante l’evento ha consegnato una coppa itinerante alla squadra vincitrice, Trento Gen Time to Change: un simbolo che accompagnerà le prossime edizioni e che verrà affidato ogni anno alla nuova squadra vincitrice.
Nel suo breve saluto ha ricordato come occorra coraggio per vivere la pace, una pace che parte dal cambiamento personale. “La prima pace è Gesù – ha detto – che è morto per noi, ma è Risorto per darci la pace e per redimere ciascuno di noi”.
Come ha scritto uno dei partecipanti, Time to Change “non si limita a parlare di cambiamento, ma lo rende possibile”. E l’onda partita dai ragazzi ora continua. Puntando in alto.
Incontro, celebrazione e impegno: tre parole che riassumono i 35 anni dell’Economia di Comunione (EdC), commemorati dal 25 al 30 maggio 2026. Più di 400 persone hanno partecipato a un programma suddiviso in due fasi. Nella prima, i partecipanti hanno vissuto un’esperienza immersiva in 16 comunità e imprese latinoamericane che mettono in pratica la cultura della comunione. Nella seconda, si sono riuniti a Buenos Aires, in Argentina, per un forum internazionale dedicato a celebrare il percorso e il presente dell’EdC e a impegnarsi per il futuro.
Rigenerare le “ferite” dall’interno verso l’esterno
La comunione, in quanto facilitatrice della rigenerazione, smette di concentrarsi esclusivamente sulle povertà di un territorio e mette in risalto le ricchezze sociali, culturali e spirituali dello stesso. Per questo si è deciso di partire proprio da lì, entrando nel profondo di chi soffre quotidianamente per entrare in relazione e pensare insieme un’economia diversa. Sedici iniziative di tre paesi dell’America Latina hanno aperto le loro porte ai partecipanti all’evento per vivere la prima parte di questa celebrazione. Attraverso attività di gruppo, visite guidate, dinamiche partecipative e momenti di dialogo, ogni persona ha potuto ascoltare, accogliere la realtà dell’altro, toccarla, comprenderla, esprimerla e condividerla.
“Ho partecipato all’esperienza nei Centri Nuevo Sol, a Buenos Aires. Ciò che mi ha colpito di più non è stata la povertà e nemmeno l’abisso di disuguaglianze che esiste nelle periferie di Buenos Aires, ma la forza con cui l’amore tesse comunità in questa regione. Le sfide sono più difficili, per questo l’amore è più concreto, più attivo e più vicino”, ha raccontato Luz Villafañe, di Tucumán, in Argentina.
Il cammino dell’imprenditoria nell’Economia di Comunione
Dopo questa esperienza, i partecipanti si sono riuniti a Buenos Aires il 29 e 30 maggio e hanno preso parte a un forum tenutosi al Centro Culturale “Usina del Arte”.
Voci provenienti da diversi Paesi, culture e classi sociali, come imprenditori, startupper, leader comunitari e delle popolazioni indigene, si sono alternate sul palco mostrando la forza trasformatrice di questa vocazione. Esperienze di piccoli e grandi imprenditori, di coloro che si dedicano alla cura della terra attraverso i loro progetti, che vivono l’interculturalità come una ricchezza e compiono scelte di comunione per vocazione, come stile di vita.
Impegni per il futuro
Il momento culminante della celebrazione è stato un patto mondiale siglato da tutti i presenti, individualmente e collettivamente, per promuovere, nell’ambito dell’economia, una cultura che metta in primo piano le relazioni umane e miri a mettere in pratica approcci rigenerativi, capaci di creare comunione. In un collegamento globale tenutosi la mattina del 30, altre quasi 300 persone si sono unite alla sala di Buenos Aires, collegate da tutto il mondo per riaffermare solennemente il patto che unisce l’intera rete dell’Economia di Comunione.
L’EdC ha anche presentato due novità per celebrare il presente e guardare al futuro: una nuova identità visiva e una nuova applicazione per collegare persone, imprese e progetti a livello globale. Per scoprirla, visita https://www.globaledc.org/.
Questa grande comunità globale aspira a portare avanti la cultura dell’incontro, a impegnarsi per un’economia più giusta, a riconoscere il ruolo centrale delle persone in situazione di vulnerabilità e a contribuire alla costruzione di comunità più fraterne attraverso i legami. Perché, come molti hanno condiviso durante l’evento, “nessuno è così povero da non avere nulla da dare e nessuno è così ricco da non avere nulla da ricevere”.
A seguito della profonda esperienza condivisa con i giovani durante l‘Hackathon 2026, è in fase di avvio la seconda fase del programma “Un’umanità, un pianeta: leadership sinodale”. Si propone un percorso formativo di 6 mesi, in modalità virtuale, che combina approfondimento e dialogo a partire dai propri diversi percorsi, scambio di progetti ed esperienze, sviluppo di iniziative con impatto locale e proiezione globale.
È rivolto a persone tra i 18 e i 40 anni che abbiano esperienza nella rappresentanza politica, nella gestione pubblica, nei movimenti sociali, nei partiti politici e spazi di advocacy; che siano impegnati nella trasformazione sociale e politica o interessati a rafforzare le proprie capacità di dialogo, cooperazione e azione collettiva. Che siano disponibili a dare il loro contributo operativo e di pensiero durante tutto il programma.
Con una durata di 6 mesi, in modalità 100% online, totalmente gratuito con un impegno stimato di 3 ore settimanali, il programma si propone raggiungere quest’anno a 500 giovani.
“Viviamo un momento storico caratterizzato da profonde tensioni geopolitiche, crisi socio-ambientali, crescente frammentazione sociale e livelli di polarizzazione – dicono gli organizzatori nella presentazione -. Queste sfide ci interpellano: evidenziano i limiti dei modelli tradizionali di governance e l’urgenza di nuove forme di leadership in grado di generare dialogo e attivare processi di azione collettiva per promuovere obiettivi di pace e di unità. In questo contesto, abbiamo scelto uno stile di leadership sinodale: una leadership basata sull’ascolto, la partecipazione, la corresponsabilità e la costruzione di soluzioni condivise. Se credi che la politica possa essere uno spazio per rigenerare legami, promuovere il bene comune e prendersi cura dell’umanità e del pianeta, questo bando è per te. Ti invitiamo a far parte di uno spazio internazionale di formazione e co-creazione di iniziative politiche insieme ad altri giovani leader provenienti da diverse regioni del mondo, per ripensare la governance di fronte alle sfide attuali”.
Il termine ultimo per la candidatura è il venerdì 19 giugno 2026.
Sono 500 le persone, arrivate da 43 Paesi, in rappresentanza di tutti i Continenti, in alcuni luoghi dell’America Latina, per vivere un importante evento dedicato all’Economia di Comunione, a 35 anni dalla sua nascita. Questo “percorso di rigenerazione”, come è stato definito, è iniziato il 25 maggio 2026 ed è un po’ come un “viaggio” dell’Economia di Comunione attraverso varie zone che si concluderà il 29 e il 30 maggio a Buenos Aires (Argentina). La prima tappa prevede infatti l’immersione dei partecipanti in diversi progetti sociali presenti nel Cono Sud e la parola chiave di questa esperienza è “incontro”: incontro tra mondi, vite, situazioni e ricchezze diverse. Un “ritrovarsi” che genera relazioni, comunità.
“L ‘Economia di Comunione si vive mettendo insieme persone di diversi settori, imprenditori con accademici, con coloro che vivono situazioni di povertà o di vulnerabilità, con le popolazioni indigene – spiega Isaías Hernando, spagnolo, della commissione internazionale dell’Economia di Comunione -. In qualche modo si vuol dare un’anticipazione di ciò che potrà davvero essere un’economia diversa. Ed è proprio questo lo spirito della prima fase dell’evento: non si tratta solo di visitare luoghi simbolo, ma di entrare in realtà dove questa esperienza è già visibile. Non solo mostrarla, ma creare un dialogo e un incontro profondo tra persone di culture diverse e chi vive situazioni di fragilità. Un’esperienza che mette in evidenza la vocazione dell’Economia di Comunione a costruire comunità fraterne”.
Perché si parla di “rigenerazione”? Anouk Grevin, francese, coordinatrice della Commissione Internazionale dell’Economia di Comunione spiega: “l’idea di rigenerazione nasce dal desiderio di prenderci cura delle ferite dell’economia, della nostra terra. Ma le ferite si rigenerano dal di dentro, cioè la pelle si ricostruisce intorno alla ferita stessa. Certo, si può ricevere aiuto dall’esterno, ma tutto nasce da lì. Questo il significato che volevamo esprimere pensando al processo di rigenerazione”.
Un progetto che vede protagonisti coloro che abitano il luogo stesso delle ferite, che vivono dentro importanti le piaghe. “E’ un percorso – aggiunge, nel quale tutti noi ci siamo riconosciuti, in questa comunità fraterna e globale. Noi non portiamo risposte, non portiamo risorse, portiamo un’esperienza di comunione che in sé vuole essere generativa”.
Una caratteristica dell’Economia di Comunione è che esige il concorso di tutti gli attori, insieme: imprenditori, studiosi, semplici cittadini, dipendenti, microimprenditori, persone in situazioni difficili. E afferma ancora Grevin “non è solo un progetto imprenditoriale o un modello aziendale, ma una comunità di persone che costruiscono insieme un’economia nuova, proprio nei luoghi che spesso non vengono associati all’economia dominante, e che invece stanno già generando qualcosa di nuovo”.
I lavori sono in corso. La varietà di esperienze da quando è nata l’Economia di Comunione, sono molte e i giorni a Buenos Aires si spera apriranno nuove prospettive, come augura Hernando: “Credo che l’intuizione che Chiara Lubich ebbe nel 1991, quando lanciò in Brasile l’Economia di Comunione, avesse un forte carattere profetico, nel senso che vivere questa esperienza, renderla realtà, significa in qualche modo anticipare il futuro. E in tal senso, penso che in questo momento storico, ciò che l’Economia di Comunione è chiamata a mettere in evidenza sia proprio quella profezia, ma resa in qualche modo realtà, incarnata su piccola scala”.
A cura di Carlos Mana Foto: Gentileza di EdC
I LAVORI NEI DIVERSI PROGETTI SOCIALI
Sunrise, EcuadorVolcadero, Paraná, Entre Ríos (AR)Mariápolis Lía, O’Higgins (AR)Scuola Chiara Lubich, JCPaz (AR)Rete Piccoli produttori, Entre Ríos (AR)Casita Estrella, Paraná (AR)Fondazione Lucia, Tucumán (AR)Scuola Aurora, Catamarca (AR)Custodi della Casa Comune, La Plata (AR)Asunción, Paraguay
Una mattinata che entra nella storia della Chiesa. Il 25 maggio 2026 nell’aula del Sinodo in Vaticano, Papa Leone XIV presenta la sua prima enciclica Magnifica Humanitas, sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Non era mai accaduto che un Papa fosse presente nell’Aula in cui viene presentato al pubblico un suo documento magisteriale.
L’enciclica porta la firma in data 15 maggio, nel 135° anniversario della promulgazione della Lettera enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII che seppe riconoscere nelle trasformazioni industriali del suo tempo una questione profondamente umana e sociale. Questa enciclica difende la persona umana nel tempo odierno dell’Intelligenza Artificiale (IA) e richiede nuove urgenti riflessioni sul ruolo e sul futuro del progresso tecnologico.
Dopo i vari interventi di esperti e teologi, prende parola il Pontefice e si sofferma sulla “gravità del momento” che si vive e che provoca preoccupazione nella Chiesa chiamata a “decifrare le cose nuove alla luce del Vangelo e della dignità dell’uomo”. Spiega come sia nata “dall’ascolto” di scienziati e ingegneri che “lavorano con sincero entusiasmo su tecnologie capaci di alleviare immense sofferenze; l’ascolto di leader politici e funzionari pubblici che hanno cercato con perseveranza regole giuste; l’ascolto di genitori e insegnanti profondamente preoccupati per il futuro delle giovani generazioni”. E usa parole forti: “L’Intelligenza Artificiale deve essere disarmata. La parola è forte, lo so – ammette Leone -, ma è stata scelta deliberatamente perché questo momento ha bisogno di parole capaci di attirare l’attenzione, risvegliare le coscienze e indicare vie da seguire per l’umanità”.
Il Pontefice ricorda che da tempo “la Chiesa si impegna a favore del disarmo nucleare, quale servizio alla pace e alla dignità della famiglia umana”. Così anche “l’Intelligenza Artificiale richiede oggi di essere disarmata, perché come l’energia nucleare, deve essere al servizio di tutti e del bene comune. (…) Le decisioni sulla tecnologia non devono mai essere separate dalla coscienza e dalla responsabilità”. “Ma quando la tecnologia indebolisce il nostro senso critico, è la pace stessa a essere a rischio. Disarmare, tuttavia, non basta. Dobbiamo costruire”. Insieme.
L’enciclica
“Magnifica Humanitas è il culmine di un viaggio di lavoro della Santa Sede cominciato dieci anni fa” ha affermato Mons. Paul Desmond Tighe, segretario del Dicastero per la cultura e l’educazione nel briefing con i giornalisti in Sala Stampa. Nel 2016 un sacerdote francese ha iniziato ad approfondire alcuni temi su comunicazione e tecnologia. “A San Francisco (Usa) ha incontrato alcuni esperti che volevano informare la Santa Sede sugli sviluppi tecnologici che avrebbero potuto influenzare il futuro del mondo – continua Tighe -. Per questi scienziati era importante avere il parere di alcuni saggi, così hanno chiesto collaborazione alla Santa Sede” ed è nata una sinergia basata sull’ascolto reciproco.
Gli fa eco Christopher Olah, Co-fondatore di Anthropic (Usa), una delle principali aziende di intelligenza artificiale al mondo, intervenuto alla presentazione in Vaticano: “Abbiamo bisogno che una parte sempre maggiore del mondo – le comunità religiose, la società civile gli studiosi, i governi – facciano ciò che Sua Santità ha fatto qui: prendere seriamente tutto questo, osservare attentamente gli eventi nel loro sviluppo e contribuire a che prendano una direzione migliore. Oggi è solo l’inizio dell’avvio della lunga collaborazione fra noi, che stiamo costruendo questa tecnologia e coloro che riescono a vedere ciò che noi non possiamo vedere dall’interno”.
Suddivisa in cinque capitoli, più un’introduzione e una conclusione, Magnifica Humanitas parte da una tesi: la tecnologia non è una “forza antagonista rispetto alla persona”, né “di per sé un male”. Il Pontefice afferma che “le ingiustizie non nascono solo da scelte sbagliate dei singoli, ma anche da strutture, meccanismi, assetti economici e culturali che producono disuguaglianza”. Ciò vale anche nell’ambito delle nuove tecnologie.
La preoccupazione di Leone riguarda il potere che quando si concentra in poche mani, “tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico”, portando con sé il rischio di uno sviluppo distorto “che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze”. E in questo caso lo sguardo è rivolto a chi ha il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati digitali.
Papa Leone XIV ribadisce ancora una volta che non esiste una “guerra giusta”. Chiede che l’uso dell’Intelligenza Artificiale in campo bellico sia sottoposto ai più rigorosi vincoli etici perché “non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”.
Occorre “una politica che non abdichi al proprio compito”. La verità va declinata in “ecologia della comunicazione” contro le notizie false. Il Papa indica alcuni strumenti: trasparenza nelle logiche di selezione dei contenuti, tutela dei dati personali, un giornalismo serio basato su argomentazione e verifica, una nuova consapevolezza nell’uso “corretto e critico” dell’IA, l’integrazione dei saperi.
A conclusione della lettera, il Pontefice invita i fedeli ad abitare le nuove tecnologie alla luce del Vangelo, seguendo “un itinerario di vita cristiana sobrio ed esigente”, affinché anche nel tempo dell’IA tutti possano testimoniare “la bellezza di una magnifica umanità abitata da Dio”.