Movimento dei Focolari

Sportmeet for a United World: alle radici di valori autentici

Si è svolto di recente, a São Sebastião, in Brasile, il X Congresso Internazionale di Sportmeet for a United World che, a 20 anni dalla sua nascita, continua a promuovere una cultura ed una pratica dello sport capaci di contribuire alla pace, allo sviluppo e alla fraternità universale. Una rete mondiale di sportivi, operatori e professionisti dello sport, uomini e donne di ogni età, cultura, etnia, lingua e religione che vivono l’attività fisica e sportiva come realtà importanti e positive per la crescita integrale della persona umana e della comunità; gente animata dal desiderio di contribuire, attraverso lo sport, allo sviluppo, alla pace, alla costruzione di un mondo più unito. È questa la mission di Sportmeet for a United World, espressione nel mondo dello sport di quel rinnovamento spirituale e sociale che il Movimento dei Focolari vuole contribuire ad attuare. Rappresentata alle Nazioni Unite da New Humanity, ONG accreditata all’UNESCO, questa realtà un mese fa ha festeggiato i suoi 20 anni di vita a São Sebastião, in Brasile, dove si è tenuto il X Congresso Internazionale di Sportmeet for a United World. Ce ne ha parlato Federica Comazzi, presidente e coordinatrice internazionale. Federica, chi ha preso parte a questo incontro e in che modo sono state suddivise le attività? Quali gli obiettivi e le tematiche trattate? Il congresso è stato costruito in collaborazione con Ecoone, MPpU (Movimento Politico per l’Unità) e il Comune di São Sebastião (Brasile) il quale, attraverso l’assessorato allo sport, ha messo a disposizione il teatro comunale, l’alloggio e i trasporti. Nel collaborare con Ecoone e MPpU, Sportmeet si è sentito sostenuto da queste realtà che hanno arricchito il programma con i loro contributi, curato le relazioni con le autorità politiche e accademiche, offrendo un importante apporto nella stesura del manifesto conclusivo firmato a termine dell’evento. L’obiettivo è stato quello di dare avvio ad un percorso di ripensamento dello sport con una prospettiva socio-ambientale, partendo da una riflessione sulle luci e le ombre dello sport contemporaneo, illuminati da un principio comune a diversi popoli originari di differenti parti del mondo: il Ben Vivere (Teko Porã in Guarani, la lingua degli indigeni presenti nel territorio di São Sebastião e in altre zone del Sud America). Al congresso hanno partecipato un centinaio di persone di otto istituzioni attive nel campo educativo, del recupero dalle dipendenze, della promozione sociale nelle periferie delle grandi metropoli e nelle città di Brasile, Argentina, Colombia. Il programma si è sviluppato intorno alla presentazione di diverse relazioni. Nei pomeriggi si è lasciato spazio ad attività pratiche e di approfondimento della cultura locale. “Lo sport, che aiuta a costruire la fratellanza tra le persone, può anche contribuire a migliorare l’esistenza umana da un punto di vista socio-ambientale?” è una delle domande al centro del congresso. Dopo aver rivolto lo sguardo sulla natura e sulla realtà locale del Brasile, quale la risposta a questa domanda? È risultato del tutto evidente come la lotta alla povertà e un nuovo paradigma economico non basato esclusivamente sui parametri quantitativi della crescita si impongano non solo per necessità, ma anche come emergenza. In questo contesto si è evidenziato con grande chiarezza come il gioco e lo sport costituiscono una insostituibile forza dal potenziale enorme in termini di promozione umana e di diffusione di una cultura di condivisione delle risorse, elementi base per un’ecologia integrale che può salvare l’umanità dai disastri ambientali. La definizione di Ben Vivere ci aiuta a comprendere come la fraternità universale e il rispetto per la natura siano legati. Seppur non sia un principio chiuso e ben definito, poiché arricchito dallo sguardo di tanti popoli della terra, si definisce il Ben Vivere partendo da 3 armonie: con se stessi, con gli altri e con la natura. Lo sport di oggi, quello ufficiale promosso dal Movimento Olimpico, troppo spesso ha un approccio basato sullo sfruttamento delle risorse naturali e umane per un unico fine: il denaro. Vi è uno squilibrio tra queste armonie ed è chiaro come tale mancanza abbia portato questo grande contenitore a svuotarsi dei suoi valori. È necessario tornare ad un senso del gioco, come quello concepito antecedentemente al Movimento Olimpico stesso e vissuto nelle comunità indigene. Esso porta con sé un valore più profondo, simbolico, che ci porta a capire in profondità chi siamo. È necessario ripensare un gioco e uno sport che non abbiano come obiettivo primario l’interesse dell’individuo e che quindi non sfruttino le risorse, ma permettano l’incontro tra persone, natura e anime. Nel celebrare questi 20 anni di cammino di Sportmeet, quali sono le speranze per il futuro? L’esperienza fatta in Brasile è stato il primo incontro internazionale dopo la pandemia e ha messo in evidenza e confermato due tratti della mission di Sportmeet. In primo luogo, la dimensione accademica, da portare avanti con un nucleo di professori di diverse Università ed Istituzioni sparsi nei diversi continenti che hanno trovato risonanza nei valori e nelle esperienze di Sportmeet rispetto al loro lavoro. In secondo luogo, un ambito, non distaccato dal primo, di azione per il cambiamento socioculturale nello sport e attraverso lo sport, con la sfida di tenere in rete le persone delle diverse organizzazioni che hanno manifestato l’interesse e l’utilità di uno spazio comune anche per uscire dal rischio di isolamento autoreferenziale. La storia di Sportmeet ha messo in luce un elemento fondamentale: che cultura e vita devono procedere a braccetto e che possono arricchirsi ed alimentarsi vicendevolmente.

Maria Grazia Berretta

https://youtu.be/NtwiaVAYPdY (altro…)

Una Chiesa-Comunità: in cammino verso la GMG di Lisbona

Una Chiesa-Comunità: in cammino verso la GMG di Lisbona

La 37esima Giornata Mondiale della Gioventù (GMG), che si terrà dal 31 luglio al 6 agosto 2023 a Lisbona (Portogallo), è ormai alle porte e tanti sono i giovani che si preparano a vivere questo evento globale insieme al Papa. Varie le iniziative promosse così come numerose sono le persone che, ormai da mesi, lavorano con dedizione a  questo momento di vera famiglia per la Chiesa. Ecco alcune testimonianze. È tutto pronto. Il sole è alto sulle sette colline di Lisbona (Portogallo) e la brezza dell’oceano porta con sé un’aria di novità e di attesa: la GMG è alle porte e i giovani di tutto il mondo stanno arrivando. Dopo mesi di preparazione e dopo aver toccato varie tappe del Paese, lo scorso fine settimana la Croce del Pellegrino e l’Icona della Madonna “Salus Popoli Romani”, simboli della Giornata, sono finalmente giunti a Lisbona e si è pronti ora ad accogliere i primi giovani in arrivo per le “Giornate nelle diocesi” che si svolgeranno dal 26 al 31 luglio 2023  nelle 17 diocesi del Portogallo continentale e delle isole. Un modo per preparare i pellegrini e le comunità ospitanti ad entrare nell’evento e viverlo in pienezza. “Quando ci è stato comunicato che la GMG si sarebbe tenuta a Lisbona, abbiamo accolto la notizia con immensa gioia. Sono sicuro che sarà un’occasione di grazia per ciascuno dei partecipanti, così come per il nostro Paese. Nel mio caso, sento di dover essere aperto alle sorprese che lo Spirito vuole comunicare” dice  Padre José Cardoso de Almeida, parroco di Sátão, nella diocesi di Viseu,  sacerdote volontario del Movimento dei Focolari. Lui che ha avuto modo di  vivere in prima persona l’attesa e l’entusiasmo di varie GMG, ha sentito subito la chiamata, come tantissimi volontari, a mettersi all’opera nell’organizzare la Giornata che si sarebbe svolta proprio “in casa”, motivando i giovani e accogliendo coloro che sarebbero arrivati da varie parti del mondo: “Quest’ultimo anno è stato un periodo di incontri frequenti. Sono state organizzate tantissime attività per aiutare a sostenere le spese di coloro che avevano maggiori difficoltà nel partecipare. Come ‘piccolo costruttore’ di questa GMG insieme a molti, ho contribuito a motivare alcune famiglie ad aprire le loro porte a giovani stranieri nelle “Giornate nelle diocesi”. Nella nostra zona accoglieremo circa 3.000 giovani, in particolare, francesi. Poi partiremo per Lisbona e darò una mano per il sacramento della Riconciliazione, durante l’evento”. Un’esperienza concreta che suggerisce quanto il mettersi a servizio generi innumerevoli frutti nelle varie comunità. “Come la scoperta della bellezza di lavorare insieme – racconta ancora P. José. Penso che i giovani di oggi abbiano bisogno di scoprire che il segreto della felicità sta nell’amore vero, e nell’ esperienza, come dice Papa Francesco, di ‘uscire da se stessi’ ed ‘essere con e per gli altri’. Questa è la vera unità”. Ed è in questo “uscire” che ritroviamo la figura della Vergine Maria,  pronta ad “alzarsi e partire in fretta”, come annuncia il motto di questa  GMG, in cammino verso l’incontro con Elisabetta. Un “invito all’incontro con Gesù vivo nella famiglia, nel lavoro, nella vita sociale e politica” spiegano da Lisbona, Ana e José Maria Raposo, della parrocchia di Nossa Senhora da Conceição dos Olivais Sul. Volontari di Dio nel  Movimento dei Focolari,  Ana e José sono sposati da 45 anni, hanno cinque figli e quattro nipoti e sono una delle tante famiglie portoghesi che ospiteranno in casa propria i giovani che prenderanno parte alla GMG. “Perché i giovani, come Maria, vivano la loro vocazione, è necessario credere e renderli protagonisti, senza dimenticare l’intergenerazionalità – ci dicono;  è necessario credere che già oggi si cambia il mondo se si cambia il cuore, se si libera la mente, se si esce dalla propria zona di comfort, se ci si guarda intorno e si vede Gesù in tutti; è necessario credere che il mondo unito è possibile”. QQ Un’esperienza che guarda a questo tempo cosi fragile, guarda all’altro e prende vigore grazie anche alla testimonianza concreta  di chi, questa certezza d’amore, vuole metterla al servizio anche nell’ “accoglienza” che, continuano Ana e José, “significa essere una famiglia per chi arriva. È stato spontaneo per noi unirci subito all’accoglienza dei giovani pellegrini che parteciperanno alla GMG. Abbiamo sempre accolto nella nostra casa chi ne aveva bisogno perché di passaggio, in viaggio e gli ultimi mesi sono stati anche l’occasione per rivedere alcuni aspetti e riorganizzare gli spazi in modo che i giovani che arrivano si sentano realmente a casa”. La Giornata Mondiale della Gioventù continua a rivelarsi, ancora oggi, un grande evento della Chiesa che, intorno al Papa e i giovani di tutto il mondo, si fa “Comunità”. Ed essere, come afferma Padre José Cardoso de Almeida “un laboratorio del Regno di Dio stesso e l’ immagine di quella fraternità universale che deriva dal Vangelo”.

Maria Grazia Berretta

(altro…)

Alluvione Emilia-Romagna: la speranza che resiste al fango

Alluvione Emilia-Romagna: la speranza che resiste al fango

Dopo quasi un mese e mezzo dalle alluvioni che hanno colpito le regioni di Marche ed Emilia-Romagna (Italia), il racconto dell’esperienza personale di Maria Chiara Campodoni, focolarina sposata, insegnante ed ex consigliere comunale del Comune di Faenza, fortemente colpito da questo disastro. L’alluvione che ha colpito Marche ed Emilia-Romagna (Italia)  circa un mese e mezzo fa ha causato la perdita di 15 vite umane, migliaia di sfollati  e l’esondazione di ben 23 fiumi. Ad oggi è stato registrato l’allagamento di circa 100 comuni. Le numerose frane hanno colpito i piccoli produttori, decine di chilometri quadrati di terreni agricoli e allevamenti sono stati distrutti dalla potenza dell’acqua, insieme a ponti e strade. I contributi raccolti dal Coordinamento Emergenze del movimento dei Focolari, AMU e AFN sono  al momento 182.000 euro. In collaborazione con APS Emilia-Romagna, si è costituito un comitato locale per l’emergenza che ha individuato alcune zone di intervento: Cesena; Sarsina; Faenza; Castel Bolognese; Ravenna. Si sta procedendo alla raccolta delle necessità della popolazione colpita, soprattutto attraverso il rapporto personale e attraverso la compilazione di moduli in cui ciascuno dichiara il danno subito e la richiesta. Tra le tante persone colpite, Maria Chiara Campodoni, focolarina sposata, insegnante ed Assessore allo Sport dal 2010-2015 e Presidente del Consiglio Comunale di Faenza 2015-2020, che ci racconta il dramma di questa esperienza ma anche la speranza necessaria per poter andare avanti. Maria Chiara, come avete vissuto questo momento? A Faenza ci sono state due alluvioni. A casa nostra l’acqua è entrata la prima volta il 2 maggio per 30 cm. Era nel pomeriggio, con la luce ed in casa eravamo io e un figlio. L’abbiamo presa all’inizio quasi come un’ avventura, ma quella stessa notte ho preferito che mio marito, che nel frattempo era in giro a recuperare gli altri due figli dalle attività sportive, non rientrasse, perché fuori c’era molta più acqua che dentro e noi abbiamo solo porte finestre al piano terra. Farli rientrare in casa avrebbe significato fare entrare anche molta più acqua. Per cui loro sono andati a dormire dai nonni e noi abbiamo provato a portare al piano superiore alcune cose, abbiamo cenato nelle camere e siamo andati a letto. Anche i vigili del fuoco che erano passati di lì ci avevano tranquillizzati, dicendoci che più di così la situazione non sarebbe peggiorata. Il giorno dopo il livello dell’acqua tra dentro e fuori era uguale e allora, in accordo con mio marito, abbiamo deciso di uscire di casa. Quando 15 giorni dopo hanno iniziato a consigliare di evacuare i piani terra perché stava per risuccedere, tutta la città si è messa in allerta e ha capito che doveva mobilizzarsi perché sarebbe stata qualcosa di una portata maggiore. E cosa è accaduto la seconda volta? La seconda alluvione, quella in cui siamo scappati, è arrivata di sera. Verso le 20:30 si è rotto l’argine del fiume proprio sopra casa nostra e noi, fino a quel momento, siccome eravamo attrezzati con una pompa dentro casa, non eravamo usciti convinti di poter controllare il flusso delle pompe, tenere l’acqua bassa anche con l’aiuto di sacchi di sabbia. Invece nel giro di 20 minuti l’acqua è arrivata al primo piano, ha raggiunto i 3 m in pochissimo tempo e lì ci siamo trovati intrappolati. Abbiamo chiamato i soccorsi che ci han subito risposto dicendo che sarebbero arrivati, ma nel frattempo quel pomeriggio aveva già esondato il fiume Savio a Cesena, quindi la protezione civile, i vigili del fuoco, che fino al giorno prima erano tutti a Faenza, erano già un po’ più sparsi nelle varie zone. Oltretutto nella mia via la corrente era così forte che i mezzi a motore sono riusciti ad entrare solo alle 04:00 di notte e noi non saremmo riusciti a resistere fino a quell’ora. I vigili ci dicevano di andare sui tetti, ma non abbiamo il lucernaio, quindi voleva dire andarci da fuori, galleggiando. La situazione era veramente pericolosa. (Nella foto la freccia indica il livello raggiunto dalle acque) A un certo punto un cugino di mio marito, sapendo dai social che il fiume aveva rotto l’argine proprio a casa nostra, l’ha chiamato e gli ha chiesto se fossimo già fuori. Dalla voce ha percepito che eravamo in pericolo e siccome è un atleta, ha fatto surf da ragazzo, si è messo la muta, ha preso la sua tavola e si è buttato nella corrente. Ha nuotato fino a casa nostra e spingendo il surf, uno alla volta, ci ha caricati su, portandoci in salvo fino alle mura della città, a 500 metri da casa nostra. Cosa hai visto una volta fuori? Immersi nella corrente era cambiata tutta la prospettiva. L’ acqua già superava i cartelli delle vie, quindi non sapevi più se fossi sulla strada o nel giardino di una casa. Siamo passati sopra i cancelli, sopra i garage e tanto eravamo alti che a un certo punto mi ha chiesto di aggrapparmi a quello che sembrava un cespuglio, ma in realtà, adesso che lo vedo, era un albero. Io sono stata l’ultima a salvarsi. Bagnati fradici, siamo stati accolti in casa da una signora che ci conosce. Ci ha fatto svestire nel suo bagno, dato vestiti puliti perché anche il freddo quella notte era tremendo e pioveva. Ci siamo riscaldati e poi siamo scappati a 6 km dalla città dove abita mia suocera. Siamo stati davvero fortunati perché tra i primi ad uscire. Soprattutto non abbiamo vissuto quello che poi in tanti ci hanno raccontato dopo, una vera notte di terrore in città. I bambini si sono accorti del pericolo? Si. Ho tre figli di 10, 8 e 6 anni. Il più piccolo a un certo punto continuava a correre dalle scale perché vedevamo alzarsi gradino per gradino l’acqua e mi diceva: “mancano 5 gradini, 4 quattro gradini. Andiamo in terrazzo, dobbiamo scappare” e noi dicevamo “stiamo qui alla finestra, perché fuori piove. Adesso arrivano i vigili”. Insomma, loro si sono accorti e pian piano hanno dovuto metabolizzare, soprattutto il grande. In un’ora noi abbiamo temuto di non farcela. Una volta dalla nonna erano più tranquilli anche se arrivati là hanno iniziato a capire che avevamo perso tutto. Mi dicevano, “mamma ma non abbiamo più gli zaini di scuola, i libri, e adesso?”. Ho spiegato loro che in tanti ci avrebbero aiutati. E così è stato. Come sono stati i primi giorni? Dove avete trovato riparo? Siamo stati un paio di giorni da mia suocera perché non ci si poteva muovere in città. Poi, successivamente, siamo stati accolti da una zia di un amico di mio figlio che vive all’estero e che ci ha prestato per un mese la sua casetta in centro, 10 minuti a piedi da dove abitavamo, quindi con la possibilità di andare e iniziare a spalare. Eravamo stretti, ma veramente è stato un regalo grande e forse me ne sono accorta dopo, quando ho iniziato a sentire i racconti degli altri. Dopo hanno iniziato ad arrivare anche i volontari in tutta la città. Devo dire che a casa nostra, un po’ per il Movimento dei Focolari e un po’ perché mio marito ha vari contatti, sono sempre venuti amici. Sono arrivati da Parma, da Piacenza, dal Veneto e anche chi ha subito il terremoto nell’ Emilia anni fa, ha sentito proprio una chiamata a venire a dare una mano. C’è stato un clima bellissimo, di vero aiuto, ed è in questo clima che, pian piano, ho cominciato a buttar via tutto ma ero davvero serena. Spalare fango è una cosa totalizzante all’inizio, provi a fare del tuo meglio, nella fatica e ti accorgi poi che non sono le cose, gli oggetti che fanno la tua vita, ma tutto il resto. Tuo marito ha anche un ristorante… Sì. Lui dalle telecamere aveva visto che lì l’acqua per fortuna non c’era però aveva bisogno di andare a vedere di persona. Un giorno è partito alle sei del mattino pensando di fare l’autostrada ma anche quella era chiusa. Ci è venuta un’idea: “chiamiamo il vicesindaco, e diciamogli che se ti portano con la protezione civile al ristorante, tu ti metti a cucinare per tutti quelli di cui c’è bisogno”. E lui devo dire che ha accettato volentieri il nostro metterci a servizio, perché gli sfollati li erano già in tanti. Tutte le persone disabili, anziane, le avevano portate via prima per fortuna e le avevano mandate in questo albergo che è molto vicino al ristorante di mio marito, ma che non ha le cucine attive. Quindi mio marito e due dipendenti sono stati un giorno intero al ristorante, hanno fatto 700 coperti tra pranzo e cena. Di questi sfollati c’erano 100 persone, i vigili del fuoco, la protezione civile e siccome il ristorante si trova proprio sulla via Emilia, un punto di passaggio, tante delle persone che erano rimaste bloccate in strada, che avevano dormito in auto senza mangiare, sono arrivate al locale chiedendo aiuto. Tutta la zona di Cesena e Forlì era paralizzata. Adesso come vi organizzerete? Attualmente abbiamo lasciato la piccola casetta che ci ha ospitato. Ci trasferiremo in una casa che abbiamo al mare per un po’ e poi abbiamo preso un appartamento in affitto per 18 mesi in attesa di sistemare la nostra casa. La prospettiva è quella di rientrare a settembre 2024. Poi ci sono tanti punti interrogativi, prima di tutto capire se ci saranno le imprese che riescono a ristrutturare tutte queste case, perché siamo tanti. Parliamo di 12.000 persone fuori casa. 6000 famiglie solo nella nostra città e alcune case, le più vecchie, sono state dichiarate inagibili. Ora le case si devono asciugare. Noi abbiamo già distrutto tutto. Avevamo il parquet e l’abbiamo tolto, i controsoffitti a piano terra son venuti giù da soli quando è scesa l’acqua e con l’aiuto di tanti siamo riusciti almeno a staccare i sanitari. Adesso tutte le mattine andiamo ad aprire le finestre e la sera andiamo a chiuderle per accendere il deumidificatore. Per fortuna c’è l’estate. Se fosse capitato in autunno, sarebbe stato un disagio maggiore. La solidarietà continua? Assolutamente sì ed in varie forme. Ad esempio, all’inizio avevamo pensato di cercare una casa già arredata per non dover fare un doppio trasloco, però ci siamo accorti che la gente ha cominciato a regalare di tutto: armadi, materassi, camere, divani. Abbiamo scelto di prendere una casa vuota da poter iniziare a riarredare con questa provvidenza per poi, tra 18 mesi, riportar tutto a casa nostra, anche perché poi ci saranno sicuramente altre priorità. La gente è proprio contenta di aiutare e devo dire che per me è stata una lezione. Mi ricordo che un giorno, dopo la prima inondazione, avevo la casa sottosopra e la lavatrice rotta. Mi sono detta “io faccio tre buste, una di panni da lavare bianchi, una con i colorati, una con i neri e poi vado a lavorare. La prima collega che mi chiede ‘come ti posso aiutare?’, le dico ‘se sei pronta a tutto questi sono i panni da lavare’”. Non ho fatto in tempo a fare un passo a scuola che le avevo già distribuite. In questi casi si crea un legame più forte con la gente e soprattutto non mi sono vergognata di chiedere aiuto. Abbiamo accettato quanto ci veniva donato e sento che è un modo anche per mettermi a nudo di fronte ai miei bisogni e dire va bene,  ci vogliamo bene così, per quello che siamo. Anche con i vicini si è creato un bel legame. Noi abitiamo lì da quattro anni e mezzo ma non ero mai entrata in tanti giardini dei vicini, perché comunque la vita è frenetica, si corre. Invece adesso si entra, ci si saluta, ci si aiuta. Che fase si apre adesso? È iniziata la seconda fase, quella della creazione di comitati cittadini per iniziare a comunicare con l’amministrazione comunale. Mi sarei tirata fuori subito per varie ragioni, soprattutto per aver ricoperto certi ruoli in passato, poi invece ho capito che senza espormi troppo, ascoltando, rimanendo dentro le chat, aiutando chi è responsabile di questi comitati, posso fare la mia parte. Lo devo ai miei figli che ancora mi chiedono “ma dobbiamo tornare a vivere proprio lì? Costruiamo una scala esterna che ci porta sul tetto la prossima volta?”. C’è bisogno di una cittadinanza attiva che tenga monitorate le situazioni. Ho sentito che anche la mia esperienza dovevo metterla a disposizione, nelle forme giuste, creando il più possibile connessioni, perché adesso, come sempre succede quando c’è da ricostruire, la paura più grande è quella di rimanere da soli. Sei speranzosa? Si, davvero. L’altro giorno dovevamo fare un regalino a questa signora che ci ha ospitato in casa sua per il primo mese e, dato che Faenza è città delle ceramiche, le ho preso una piastrella da appendere al muro con la frase “Le cose belle della vita spettinano”. Mi sono detta che questa è stata una grandissima spettinata, enorme. Ci metteremo anche del tempo a rimetterci in sesto e ce la faremo, ma sento che certe esperienze non le avrei potute fare senza aver vissuto questo momento così duro. Sento davvero di essere arrivata a quel punto in cui guardi all’essenziale, a quello che conta. È stato terribile, ma non riesco a pensare solo al disastro, che l’acqua abbia portato via tutto e sia finita lì. C’è molto, molto di più.

Maria Grazia Berretta (Intervista di Carlos Mana – Foto: gentilezza di Maria Chiara Campodoni)

E’ ancora possibile contribuire con la raccolta fondi per l’emergenza. Se vuoi donare fai click qui

(altro…)

Verso un giuramento etico per il mondo digitale

Verso un giuramento etico per il mondo digitale

Il livello raggiunto dalle intelligenze artificiali ci pone davanti a nuovi interrogativi etici: come promuovere uno sviluppo tecnologico a misura umana? Call to action (chiamata all’azione) per sviluppatori e innovatori del mondo digitale. Un orizzonte che ci riguarda tutti. Giugno 2023, Istituto Universitario Sophia: sullo schermo dell’Aula magna una hostess digitale apre con eleganza il seminario Verso un giuramento digitale / Towards a Digital Oath”. Stiamo attraversando una soglia: la preparazione ha preso avvio da tempo, ma l’accelerazione degli ultimi mesi dice qualcosa di nuovo. Promosso da una piattaforma di soggetti – il centro di ricerca Sophia Global Studies, il Movimento Politico per l’Unità, NetOne, New Humanity e Digital Oath -, l’appuntamento vuole affrontare i temi più urgenti del mondo digitale secondo diverse prospettive: filosofiche, tecnologiche, etiche, sociali, politiche, fino a discutere la proposta di un “giuramento” che possa rappresentare per gli addetti ai lavori nel mondo digitale un analogo del Giuramento di Ippocrate per i medici. Dove nasce questa esigenza? Con quali obiettivi? Il mondo tecnologizzato tende a cambiare rapidamente e, sempre più spesso, ad una velocità superiore alla nostra capacità di adattamento. La complessità delle macchine e dei sistemi che strutturano la realtà interviene non solo sul nostro modo di vivere, ma anche sul modo di vedere il mondo e di pensare al futuro. Il livello raggiunto dalle “intelligenze artificiali” – IA, vede emergere, accanto all’entusiasmo per le loro capacità operative, una generale preoccupazione sulle nuove possibilità aperte da questi sistemi e sugli effetti che possono derivare dal loro utilizzo malevolo. La recente diffusione di ChatGPT (novembre 2022) e di tutti i suoi derivati ha avvicinato massivamente le IA al nostro quotidiano, facendo nascere nuove domande di senso legate alla comprensione di ciò che è umano e ciò che non lo è. Nel panorama mondiale l’evoluzione di questi apparati ha prodotto un certo disorientamento, non solo perché il loro utilizzo appare alla portata di tutti, ma soprattutto perché dimostrano di fare qualcosa che prima era appannaggio degli esseri umani, con capacità quantitativamente superiori. Il fatto di trovarci davanti a sistemi che non sono “intelligenti” nel senso umano del termine e che gestiscono la loro base di conoscenza attraverso calcoli statistici non cambia il risultato finale: la sensazione di non essere più autori di scelte fondamentali, sfidati da macchine che sono un po’ meno “strumenti” e un po’ più “compagni di lavoro”. A questi interrogativi, il seminario Verso un giuramento digitale / Towards a Digital Oath” ha aggiunto un tema centrale: interrogarsi sull’etica delle tecnologie significa interrogarsi sull’umano. È parere di molti, infatti, considerare lo sviluppo tecnologico come l’attività umana che più ci caratterizza. Effettivamente le tecnologie digitali, e in particolare le IA, sono quelle che riflettono più di altre, come in uno specchio, il nostro modo di essere e di intendere l’esistenza. Le crisi dell’ultimo secolo (valoriali, ambientali, sociali e politiche) sono strettamente correlate ad esse e ci dicono che allo sviluppo tecnologico deve essere affiancato un impegno educativo altrettanto determinato, in modo che ogni forma di progresso possa essere guidata da una più profonda coscientizzazione etica. Il senso di un “giuramento” per il mondo digitale va proprio in questa direzione. Il programma del seminario d’inizio giugno ha convocato esperti qualificati (link al programma). Dopo una prima panoramica generale sulle tecnologie digitali di oggi, il dibattito ha esplorato rischi e regolamentazioni legati al loro utilizzo in Italia e nell’UE, negli USA, in Brasile e in Cina, intrecciando soluzioni tecnologiche a questioni politiche, riflessioni filosofiche a fenomeni sociali. «È necessario rendere visibile e sottoscrivibile un impegno concreto e universalmente condiviso – spiega Fadi Chehadé, già CEO di ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) e promotore del “giuramento” per un’etica del mondo digitale, visiting professor all’Istituto Sophia – con cui sviluppatori, tecnici e fruitori delle tecnologie digitali possano ancorare saldamente il loro lavoro su un approccio umano-centrico». Fadi Chehadé ha accompagnato le prime tappe del percorso fin dal novembre 2019, quando un primo gruppo si era ritrovato a Trento (Italia) per dare forma al progetto. In seguito, il gruppo promotore ha coinvolto studiosi in vari Paesi e ha partecipato alla consultazione pubblica promossa dall’ONU per il Global Digital Compact 2024. Oggi lo scopo del Digital Oath è preciso: suggerire linee guida e motivare eticamente gli sviluppatori e gli innovatori del mondo digitale a mettere al centro la dignità e la qualità della vita delle persone e delle comunità, il senso umano dell’esistenza, il rispetto dei diritti fondamentali e dell’ambiente. “La proposta di tradurre, per così dire, il Giuramento di Ippocrate per il mondo digitale – ricordano i promotori del convegno – è già emersa in vari studi internazionali, che sottolineano l’urgenza del tema e la responsabilità di chi crea e gestisce servizi digitali, amministra dati. Il pensiero non va solo alle nuove reti neurali ma anche ai social network, o alle criptovalute… Il nostro lavoro si aggiunge a quello di altre reti: occorre ora unire gli sforzi per una coalizione tra università, settore privato e organizzazioni impegnate nella scrittura di un codice etico, un protocollo di auto-regolamentazione di cui possano beneficiare persone, società e ambiente”. Sul nuovo sito di Digital Oath esiste una prima formulazione del giuramento a disposizione di tutti e le sottoscrizioni stanno arrivando; il testo è aperto a suggerimenti e modifiche con elaborazione progressiva. Il sito riporterà a breve anche le registrazioni e i documenti del Seminario. Anche se la strada è certamente in salita, a camminare siamo in tanti: è un orizzonte che ci riguarda tutti.

Andrea Galluzzi

(altro…)

SPARKS (il podcast): storie di changemakers che camminano tra noi

SPARKS (il podcast): storie di changemakers che camminano tra noi

È stato pubblicato oggi il primo episodio del nuovo podcast prodotto dallo United World Project. Racconta storie di changemakers che hanno deciso di avviare una nuova attività, ispirati da una scintilla che li ha spinti ad agire per migliorare la loro società.

Una scintilla può ispirare il cambiamento

Oggi, 16 giugno 2023, United World Project è felice di presentarvi il suo nuovo podcast in inglese: Sparks (Scintille). In ogni episodio vi racconteremo storie di changemakers provenienti da varie parti del mondo che hanno dato vita a un progetto, un’azienda o un’attività, dopo essere stati ispirati da una “scintilla”: una piccola luce che ha contagiato tante altre persone. Ognuno di loro ci porterà nel suo Paese, per immergerci nella sua cultura e raccontarci come è iniziato il suo progetto. Non bisogna essere Greta Thumberg o Ghandi per poter dare avvio a un cambiamento. Crediamo che ognuno di noi possa fare la differenza. Forse basta solo una scintilla.

Il primo episodio: Giving back to society one jar at a time 

Restituire alla società, un barattolo alla volta. Tutti noi abbiamo grandi sogni. Quello di Mabih era lavorare alle Nazioni Unite e per anni ha fatto di tutto perché questo potesse realizzarsi. Ma non è andata come sperava. Nel 2019 si è resa conto che il sogno che stava inseguendo per poter aiutare gli altri, forse era un suo personale desiderio per potersi affermare in società. E così, lasciando che quel sogno potesse trasformarsi, la sua vita è cambiata in modi che non aveva mai immaginato prima. Oggi Nji Mabih è una piccola imprenditrice, ha 38 anni e vive in Camerun. Per continuare a leggere l’articolo, clicca qui. Per ascoltare subito la puntata su Spotify, clicca qui!  Se invece preferisci ascoltare il podcast su altre piattaforme, trovi “Sparks” anche su Apple Podcast, Google Podcast, Amazon Music e Audible. Buon ascolto!

Laura Salerno

(altro…)

Vangelo Vissuto: “Vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi” (2 Cor 13, 11)

Lasciare che Dio abiti in noi: è questo il punto di partenza per custodire e testimoniare nella gioia il valore inestimabile dell’unità e della pace, nella carità e nella verità; per arricchirsi ed essere semi di bene e di fratellanza per il mondo. Senza misurare l’odio Vivo in una cittadina dell’Ucraina al confine con la Slovacchia. Da noi non arrivano bombe, ma le loro tremende conseguenze: sfollati con i loro bisogni, necessità di torce e candele, medicine, coperte… Un grande buio è calato nella nostra terra. Le notizie di chi tradisce, di chi si arricchisce in queste drammatiche situazioni, di chi sfrutta gli altri, degli sciacalli… sono all’ordine del giorno: il male quando trionfa non ha regole, non ha limiti. Ma nonostante tutto, accade qualcos’altro: la gente di qui si sente partecipe del dolore altrui e cerca soluzioni. Nelle famiglie è tornato il bisogno del calore, della protezione, della solidarietà. Assisto a questo paradosso di una guerra del male e del trionfo del bene. Ci raccontiamo la storia di Chiara Lubich e delle sue prime seguaci: anche loro hanno cominciato durante una guerra e non hanno misurato l’odio, ma acceso il bene, poi dilagato dappertutto. Veramente le forze del male non prevarranno. La nostra gratitudine è una vera preghiera che si alza fino al cielo come un canto di lode al Dio che è Amore. (S.P. – Ucraina) Una catena d’amore Nella sala d’attesa del mio negozio, tra le clienti lo scambio di notizie è consuetudine e poiché da tempo non vedevo un’anziana, la signora Adele, che periodicamente veniva da noi, ho chiesto sue notizie a una di loro. Così sono venuta a sapere che Adele era gravemente malata e, spinta dal desiderio di rivederla un giorno ho deciso di farle visita.  Ho ritrovato la signora Adele, sola e senza parenti, in uno stato di completo abbandono e subito ho messo in circolo una richiesta di aiuto, ricercando qualcuno che potesse farle compagnia subito tre clienti hanno risposto impegnandosi positivamente. È nata una bella gara finché il figlio di una di loro si è dato da fare per farla ricoverare in una casa che assicurava assistenza e cure. Anch’io mi sono offerta per prestare il mio servizio come parrucchiera non solo per Adele ma per tutte coloro che avessero voluto. La storia di Adele mi ha dimostrato che basta cominciare con atti concreti di carità; la catena dell’amore si snoda poi velocemente ed efficacemente. (F.d.R. – Italia) Una scuola di solidarietà Nel deserto, fuori dalla città dell’Egitto nella quale mi trovo, vivono 1000 persone malate di lebbra. Fino a qualche anno fa nessuno sapeva di questa colonia. Siamo andati a verificare la situazione e abbiamo scoperto che mancavano di tutto. Neanche i medici andavano a trovarli. Presi accordi con la Caritas, abbiamo aperto il nostro gruppo ad altri giovani cristiani e musulmani con i quali andiamo lì nei giorni liberi dal lavoro. Due di noi, studenti di medicina, si occupano dell’assistenza medica, per cui si sono aggiornati sui metodi di cura della lebbra. Altri hanno messo a disposizione il loro tempo per dipingere le case e renderle più abitabili. Un giovane giornalista ha pubblicato alcuni articoli su vari giornali e riviste in modo da informare e sensibilizzare al problema quante più persone possibile. Soprattutto ci siamo accorti che i malati di questa colonia hanno bisogno di qualcuno che li ascolti, ciò che per loro è quasi più importante delle medicine. Questa esperienza è diventata per noi una vera scuola: ci fa capire come ciascuno di noi può dare il suo contributo per gli altri. (H.F.S.- Egitto)

A cura di Maria Grazia Berretta

(tratto da Il Vangelo del Giorno, Città Nuova, anno IX – n.1° maggio-giugno 2023) (altro…)