Movimento dei Focolari

«Gettare semi di fraternità e di pace per una più profonda comprensione delle ricchezze degli altri»

Ago 4, 2005

Intervista a Chiara Lubich, tratta da “Islam - Storie italiane di buona convivenza”

Chiara Lubich alle prese con l’Islam

Presidente, seimila musulmani partecipano alle attività, anzi fanno parte – se ho capito bene – dei Focolari: non teme che il suo Movimento possa subirne un’ influenza non controllabile? «Non penso. La partecipazione alle attività del Movimento, soprattutto il farne parte in vari modi, non sono un’improvvisazione. Essi chiedono un serio tirocinio di vita, una forte condivisione di obiettivi attenta e partecipata. Ciò viene a creare tra i membri del Movimento, al di là delle differenze, una profonda unità spirituale, radicata su grandi e reali valori sinceramente condivisi. Unità che non cancella le differenze ma ne fa, al contrario, elementi di arricchimento reciproco e – non sembri un paradosso – un’apertura a una più profonda comprensione delle ricchezze degli altri ed anche delle proprie». A giudicare dal numero di musulmani coinvolti nelle vostre iniziative, si direbbe che l’Islam costituisca oggi – per voi – un interlocutore privilegiato, rispetto ad ogni altra religione … «Non direi. Numerosi sono anche gli ebrei con i quali intratteniamo rapporti vivissimi e cordiali. Abbiamo, poi, molti interlocutori nel mondo indù e nel mondo Buddista soprattutto nella Thailandia e in Giappone – si pensi, per quest’ultimo, alla grande amicizia spirituale con il vastissimo movimento della Rissho Kosei-kai. E non voglio dimenticare i numerosissimi partecipanti allo spirito e alle attività del movimento in Africa, nelle religioni tradizionali: sono coinvolti interi gruppi tribali, come nel Camerun. I contatti con queste realtà spirituali e culturali avvengono a vari livelli: penso alla condivisione della vita quotidiana nei suoi aspetti concreti, dolori e gioie, mettendo in comune i beni spirituali e spartendo i beni materiali; penso agli incontri di esperti intorno alle verità di cui ciascuno è portatore, per meglio conoscersi e conoscere le ricchezze che Dio semina nelle culture dell’uomo. A questo proposito, nel mese di Aprile avremo, presso il Nostro Centro internazionale di Castelgandolfo (RM), due simposi rispettivamente con intellettuali indù (con questi è già il secondo che realizziamo) e Buddisti. Successivamente lo avremo con un gruppo di ebrei». Forse lo spirito dei Focolari è il più mite tra gli spiriti che soffiano nella grande famiglia cattolica: come mai i più miti sono andati a scegliersi l’interlocutore più aggressivo? «Quanto alla mitezza del Movimento, mi sembra giusto precisare che essa non è facile arrendevolezza o irenismo, ma obbedienza ad una delle beatitudini evangeliche: questa mitezza, perché carità e non sentimento, è anche forza. Non siamo stati noi, del resto, a sceglierci gli interlocutori. Noi diciamo: è stato Dio a porli davanti al nostro cammino. Rispetto poi all’aggressività in generale, mi sembra che non si debba dimenticare la violenza di cui noi cristiani siamo stati portatori, e della quale Giovanni Paolo II continua a chiedere perdono. Quanto poi all’aggressività dell’Islam, penso che non si debba in alcun modo generalizzare. Conosciamo musulmani fortemente amanti della pace, persone di squisita e autentica vita spirituale, capacissimi di dialogo. E proprio essi ci fanno cogliere l’Islam in una luce diversa da quella nella quale, troppo spesso e superficialmente, esso è percepito. C’è poi un altro punto da tenere presente: la mitezza in uno dei due interlocutori, prima o poi apre alla mitezza l’altro». In una lettera del 1980 ai Focolarini, lei dava questa consegna: «Se nelle vostre città v’è una moschea o una sinagoga o qualche altro luogo di culto non cristiano, sappiate che lì è il vostro posto». Ripeterebbe quella indicazione, dopo aver udito le parole violente che vengono dalle moschee? «La sento più che mai attuale. Essa è, nella sostanza, una risposta all’invito di Gesù di farsi tutto a tutti. D’altra parte, non penso che si possa dire che da tutte le moschee risuonano parole di violenza. Inoltre, è nostra esperienza che se queste parole sono accolte da spiriti amanti della pace, spesso possono essere dimensionate, e ritornare a chi le pronuncia liberate proprio dalla violenza, sino a far cambiar d’animo chi le ha dette». In Pakistan avete edificato addirittura una cittadella islamico-cristiana, a Dalwal, fra Lahore e Islamabad: sopravvivrà alla fiammata anti-cristiana che oggi furoreggia in quel Paese? «Lo spero. Il futuro, comunque, è nelle mani di Dio. A noi interessa, vivendo il momento presente, gettare semi di fraternità e di pace. E se qualche volta questi semi devono morire, questo è insegnamento evangelico e, secondo le parole di Gesù, proprio per questo potranno dare frutti di vita che non passa». Avete avuto critiche esterne o dissensi interni – dopo l’11 settembre – per la lettera mensile in lingua araba, redatta da una teologa iraniana, che accosta brani del Corano e del Vangelo? «Nessun dissenso o critica, che io sappia. Anzi notiamo un aumento di richieste, ed un’offerta di partecipazione a questo tipo di lavoro da parte di altri esperti musulmani». Luigi Accattoli Intervista pubblicata sul Corriere della Sera, 13.02.2004

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