Movimento dei Focolari

Rinascita dopo la crisi degli anni post-conciliari

Padre M., religioso olandese missionario del Verbo Divino, si trasferisce in Brasile in un periodo difficile per la vita religiosa. Proprio in quegli anni entra in contatto con la spiritualità dell’unità. Nella comprensione delle parole di Gesù “Dove due o più sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt. 18,20), trova la chiave per rispondere a quella situazione di crisi: sarà Gesù fra i suoi a risplendere e ad attirare molti. Piano piano il seminario si ravviva. Si moltiplicano le iniziative sociali. Fioriscono le vocazioni. Sono nato in Olanda, ma dal 1958 la mia nuova patria è il Brasile, terra in cui sono giunto come missionario del Verbo Divino, col desiderio profondo di dare la mia vita per questa terra. Negli anni del dopo concilio, nel bel mezzo della grande crisi della vita religiosa, ho avuto l’opportunità di partecipare a un corso internazionale di formazione per religiosi animato dal Movimento dei Focolari. Un punto fondamentale in quel corso fu la comprensione della parola del Vangelo “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Scoprivo così che Gesù presente in mezzo a noi è colui che ha in sé tutti i doni, tutti i carismi, tutti i fondatori delle varie famiglie religiose. Il rientro da quel corso è stato duro: il nostro seminario maggiore di San Paolo era praticamente vuoto e abbandonato in seguito alla crisi vocazionale degli anni ‘70. In quell’ambiente di scoraggiamento e abbandono generale, capisco di dover avere fiducia nell’esperienza fatta: Gesù presente in mezzo a noi era certamente capace di generare vita nuova, in pieno accordo con le esigenze della vita religiosa rinnovata proposta dal Concilio. E avvenne così. Anche un altro mio confratello aveva scoperto questa vita di unità e il padre provinciale lo chiama ad assumere la direzione del seminario vuoto. Eravamo amici già da prima, ma da quel momento cerchiamo insieme di ravvivare l’unità in seminario. Gli altri confratelli del nostro piccolo gruppo cominciano ad avvertire sempre maggior interesse  per questa vita e per la comunità. Anche il seminario, prima criticato aspramente, inizia ad essere visto di buon occhio. Missionari del Verbo Divino La vita di comunione ci porta a riscoprire l’esperienza di Sant’Arnaldo Janssen, fondatore della congregazione dei Missionari del Verbo Divino. I giovani religiosi sentono sempre più vivo il desiderio di rispondere con generosità alla chiamata a lanciarsi nell’avventura missionaria. Questa riscoperta della identità missionaria ci ha portato anche ad un passo abbastanza significativo a livello strutturale nell’evoluzione del noviziato. Abbiamo capito che “formazione” e “missione” sono due realtà inseparabili e che, quindi, sarebbe stato bene spostare il noviziato in un ambiente di “missione”. Abbiamo scelto la diocesi missionaria di Registro, regione del Brasile estremamente povera e disagiata, dove i Verbiti da più di cinquant’anni vivono e lavorano al servizio del popolo e della Chiesa. Amare Gesù nei poveri L’esperienza del noviziato vissuta in un luogo di grande sofferenza, dove la morte sembra avere l’ultima parola, ci fa vivere un aspetto di Gesù che incontriamo spesso nel Vangelo: la compassione, il soffrire con gli altri, il partecipare alla sofferenza dei fratelli, il condividere il dolore di tanta gente ridotta in miseria. Gesù presente tra noi ci insegna a vedere la sua presenza nel povero e nel ricco. Questo ci aiuta ad essere una presenza di quell’amore che genera intorno a sé fraternità, un segno visibile “dei cieli nuovi e della terra nuova”.

dicembre 2002

Queste parole segnano l’inizio della divina avventura di Maria. L’Angelo le ha appena svelato il progetto di Dio su di lei: essere la madre del Messia. Prima di dare il suo assenso Ella ha voluto sincerarsi che quella fosse veramente la volontà di Dio ed una volta compreso che questo era quanto Lui voleva non ha esitato un momento ad aderirvi pienamente. Da allora Maria ha continuato ad abbandonarsi completamente al volere di Dio, anche nei momenti più dolorosi e tragici.

Perché ha compiuto non la sua ma la volontà di Dio, perché si è fidata pienamente di quanto Dio le chiedeva, tutte le generazioni la dicono beata (cf. Lc 1,48) ed Ella si è realizzata pienamente fino a diventare la Donna per eccellenza.
È proprio questo, infatti, il frutto del compiere la volontà di Dio: realizzare la nostra personalità, acquistare la nostra piena libertà, raggiungere il nostro vero essere. Dio, infatti, ci ha pensati da sempre, ci ha amati da tutta l’eternità; da sempre abbiamo un posto nel suo cuore. Anche a noi, come a Maria, Dio vuole svelare quanto ha pensato su ciascuno di noi, vuol farci conoscere la nostra vera identità. “Vuoi che io faccia di te e della tua vita un capolavoro? – sembra dirci – Segui la strada che ti indico e diverrai chi da sempre sei nel mio cuore. Io, infatti, da tutta l’eternità ti ho pensato ed amato, ho pronunciato il tuo nome. Dicendoti la mia volontà rivelo il tuo vero io”.

Ecco allora che la sua volontà non è un’imposizione che ci coarta, ma lo svelamento del suo amore per noi, del suo progetto su di noi; ed è sublime come Dio stesso, affascinante ed estasiante come il suo volto: è Lui stesso che si dona. La volontà di Dio è un filo d’oro, una divina trama che tesse tutta la nostra vita terrena e oltre; va dall’eternità all’eternità: nella mente di Dio dapprima, su questa terra dopo, ed infine in Paradiso.
Ma, perché il disegno di Dio si compia in pienezza Dio chiede il mio, il tuo assenso, come lo ha chiesto a Maria. Solo così si realizza la parola che ha pronunciato su di me, su di te. Allora anche noi, come Maria, siamo chiamati a dire:

«Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto»

Certamente la sua volontà non ci è sempre chiara. Come Maria anche noi dovremo domandare luce per capire quello che Dio vuole. Occorre ascoltare bene la sua voce dentro di noi, in piena sincerità, consigliandoci se occorre con chi può aiutarci. Ma una volta compresa la sua volontà subito vogliamo dirgli di sì. Se, infatti, abbiamo capito che la sua volontà è quanto di più grande e di più bello possa esserci nella nostra vita, non ci rassegneremo a “dover” fare la volontà di Dio, ma saremo contenti di “poter” fare la volontà di Dio, di poter seguire il suo progetto, così che avvenga quello che Lui ha pensato per noi. E’ il meglio che possiamo fare, la cosa più intelligente.
Le parole di Maria – “Eccomi, sono la serva del Signore” – sono dunque la nostra risposta d’amore all’amore di Dio. Esse ci mantengono sempre rivolti a Lui, in ascolto, in obbedienza, con l’unico desiderio di compiere il suo volere per essere come Lui ci vuole.
A volte tuttavia quello che Lui ci chiede può apparirci assurdo. Ci sembrerebbe meglio fare diversamente, vorremmo essere noi a prendere in mano la nostra vita. Ci verrebbe addirittura voglia di consigliare Dio, di dirgli noi come fare e come non fare. Ma se credo che Dio è amore e mi fido di Lui, so che quanto predispone nella mia vita e nella vita di quanti mi sono accanto è per il mio bene, per il loro bene. Allora mi consegno a Lui, mi abbandono con piena fiducia alla sua volontà e la voglio con tutto me stesso, fino ad essere uno con essa, sapendo che accogliere la sua volontà è accogliere Lui, abbracciare Lui, nutrirsi di Lui.
Nulla, lo dobbiamo credere, succede a caso. Nessun avvenimento gioioso, indifferente o doloroso, nessun incontro, nessuna situazione di famiglia, di lavoro, di scuola, nessuna condizione di salute fisica o morale è senza senso. Ma ogni cosa – avvenimenti, situazioni, persone – è portatrice di un messaggio da parte di Dio, ogni cosa contribuisce al compimento del disegno di Dio, che scopriremo a poco a poco, giorno per giorno, facendo come Maria, la volontà di Dio.

«Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto»

Come vivere allora questa Parola? Il nostro sì alla Parola di Dio significa concretamente fare bene, per intero, ogni momento, quell’azione che la volontà di Dio ci chiede. Essere tutti lì in quell’opera, eliminando ogni altra cosa, perdendo pensieri, desideri, ricordi, azioni che riguardano altro.
Di fronte ad ogni volontà di Dio dolorosa, gioiosa, indifferente, possiamo ripetere: “avvenga di me quello che hai detto”, oppure, come ci ha insegnato Gesù nel “Padre nostro”: “sia fatta la tua volontà”. Diciamolo prima di ogni nostra azione: “avvenga”, “sia fatta”. E compiremo attimo dopo attimo, tassello per tassello, il meraviglioso, unico e irrepetibile mosaico della nostra vita che il Signore da sempre ha pensato per ciascuno di noi.

Chiara Lubich

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“Il Risorto”: una conferma della fede

Vorrei comunicare un’idea, un’intuizione, forse una luce che ho ricevuto qualche tempo fa. Si può intitolare: “Conferma della fede.” Una circostanza provvidenziale mi ha portato ad approfondire la realtà di Gesù che, dopo l’abbandono e la morte in croce, è risorto. Non solo: ho avuto l’occasione di meditare intensamente con la mente e con il cuore molti particolari della risurrezione di Gesù e della sua vita dopo la risurrezione. E sono rimasta sbalordita (è la parola esatta) dalla maestosità, dalla grandiosità che da questo avvenimento divino emanava: dall’unicità del Risorto, da questo fatto soprannaturale che, per quanto so, è unico al mondo. Per cui non posso non soffermarmi a metterlo in rilievo. La risurrezione di Gesù è ciò che maggiormente caratterizza il cristianesimo, ciò che distingue il suo Fondatore, Gesù. Il fatto che è risorto. Risorto da morte! Ma non nella maniera di altri risorti, come Lazzaro ad esempio, che poi, a suo tempo, è morto. Gesù è risorto per non morire mai più, per continuare a vivere, anche come uomo, in Paradiso, nel cuore della Trinità. E l’hanno visto in 500 persone! E non era certo un fantasma. Era lui, proprio lui: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato” (Gv 20,27), ha detto a Tommaso. Ed ha mangiato con i suoi ed ha parlato ai suoi ed è rimasto con loro ben 40 giorni… Aveva rinunciato alla sua infinita grandezza per amore nostro e s’era fatto piccolo, come uno di noi, uomo fra gli uomini, così piccoli che da un aereo non ci possono neppure vedere. Ma, poiché è risorto, ha rotto, ha superato ogni legge della natura, del cosmo intero, e s’è mostrato, con questo, più grande di tutto ciò che è, di tutto ciò che ha creato, di tutto ciò che si può pensare. Sicché anche noi, al solo intuire questa verità, non possiamo non vederlo Dio, non possiamo non fare come Tommaso e, inginocchiati di fronte a Lui, adoranti, confessare e dirgli col cuore in mano: “Mio Signore e mio Dio”. Anche se non la saprò mai descrivere bene, è questo l’effetto che ha fatto in me la luce del Risorto. Certamente, lo sapevo; sicuramente lo credevo, e come! Ma qui l’ho come visto. Qui la mia fede è diventata chiarezza, certezza, ragionevole, vorrei dire. E ho visto con altri occhi quello che ha fatto in quei nuovi favolosi giorni terreni. Dopo la discesa dal Cielo di un angelo che ha ribaltato la pietra del suo sepolcro e lo ha annunciato, ecco il Risorto apparire per primo alla Maddalena, già peccatrice, perché egli aveva preso carne per i peccatori. Eccolo sulla via di Emmaus, grande e immenso com’era, farsi il primo esegeta a spiegare ai due discepoli la Scrittura. Eccolo come fondatore della sua Chiesa, alitare sui suoi discepoli, per dar loro lo Spirito Santo; eccolo dire straordinarie parole a Pietro, che ha posto a capo della sua Chiesa. Eccolo mandare i discepoli nel mondo ad annunziare il Vangelo, il nuovo Regno da lui fondato, in nome della Santissima Trinità da cui era disceso quaggiù e che nell’ascensione seguente avrebbe raggiunto in anima e corpo. Tutte cose conosciute da me, ma ora nuove perché vere in assoluto per la fede e per la ragione. E perché Risorto, ecco anche le sue parole detteci in precedenza, prima della sua morte, acquistare una luminosità unica, esprimere verità incontrastabili. E prime fra tutte quelle in cui annuncia anche la nostra risurrezione. Lo sapevo e lo credevo perché sono cristiana. Ma ora sono doppiamente certa: risorgerò, risorgeremo. Potrò dire allora ai miei molti, ai nostri molti amici partiti per l’Aldilà e, forse, pensati da noi inconsciamente perduti, non tanto: addio, ma ARRIVEDERCI, ARRIVEDERCI per non lasciarci mai più. Perché fin qui arriva l’amore di Dio per noi. Non so se ho espresso, almeno un po’, la grazia, la luce che ho ricevuto: una conferma della fede. Che il Signore faccia in modo che l’abbia potuta comunicare.

Economia di comunione: proposta per un nuovo agire economico

Economia di comunione: proposta per un nuovo agire economico

Di fronte al fenomeno della globalizzazione della finanza e dell’economia, che da un lato apre nuove prospettive, ma dall’altro attua un modello di sviluppo che provoca l’ampliamento del divario fra ricchi e poveri, il progetto dell’Economia di Comunione vuole offrire una risposta al dramma della povertà delle popolazioni ancora oggi prive dei più fondamentali diritti umani. I Movimenti Internazionali Umanità Nuova e Giovani per un Mondo Unito di Firenze impegnati nel diffondere valori di pace e di unità tra i popoli, pur non essendo tra gli organizzatori del Social Forum Europeo, considerando però la pluralità delle voci che si esprimono in questo contesto, hanno proposto un seminario autogestito sull’Economia di Comunione (EdC). Il progetto Edc è nato in Brasile da Chiara Lubich nel 1991: oggi è attuato nei cinque continenti da oltre 800 aziende for profit, che hanno modificato lo stile di gestione aziendale e già destinano una parte dei loro utili ai poveri. Questo progetto sta suscitando un grande interesse sul piano teorico: sono circa un centinaio le tesi di laurea discusse in varie università; numerosi sono i congressi promossi da Atenei e organizzazioni nazionali e internazionali in vari Paesi del mondo. Da questi studi sull’Edc si fa strada una nuova teoria economica. Il seminario ha il Patrocinio della Provincia di Firenze, dal momento che il nascente polo imprenditoriale E.di C.spa Lionello, sorgerà nei pressi della cittadella internazionale di Loppiano a Incisa in Valdarno (FI). Il seminario sull’EdC, articolato in due momenti, vuole essere una proposta in prospettiva di una globalizzazione della solidarietà e della fraternità. Nella prima parte attraverso contributi teorici ed esperienze concrete, è stata presentata “l’EdC fra storia e profezia” quale nuovo paradigma antropologico, politico, ed etico. Coordinatore il prof. Luigino Bruni, docente di Storia del pensiero economico all’Università Bocconi di Milano. E’ intervenuto il dr. Alberto Ferrucci, presidente di New Humanity – ONG accreditata all’ONU. Nella seconda parte, l’esperienza e la teorizzazione dell’EdC è stata inquadrata nel contesto dell’attuale scenario mondiale. Alla tavola rotonda “” hanno preso parte: Walter Baier, Presidente del KPÖ – Austria; Lorna Gold, York University- Inghilterra; Eva Gullo, Edc Bologna; Riccardo Moro, Fondazione Giustizia e Solidarietà – Roma; Mario Primicerio, Fondazione La Pira – Firenze; Stefano Zamagni Università di Bologna; Alex Zanotelli, Missionario Comboniano. Coordinatrice la sociologa brasiliana Vera Araujo, che a Porto Alegre ha presentato un workshop di più giorni sull’EdC. E’ stato allestito per tutto il periodo, all’interno della Fortezza da Basso, uno stand che illustra il progetto EdC. Movimenti internazionali Umanità Nuova – Firenze Giovani per Un Mondo Unito – Firenze

Economia di comunione: proposta per un nuovo agire economico

Cristiani e musulmani: fratellanza possibile

“Qui non siamo solo amici, siamo sorelle e fratelli”. E’ voce comune a conclusione di un incontro che ha radunato più di 220 musulmani e circa 100 cristiani, provenienti da 24 nazioni attorno ad un punto sottolineato dalle due religioni: l’amore al prossimo. Profonda, nei musulmani e cristiani presenti, la consapevolezza che è proprio questa fraternità l’antidoto più efficace al terrorismo.

In questo clima gli interventi di rappresentanti delle due religioni, alternati alle testimonianze, hanno favorito un approfondimento della conoscenza reciproca dei vari aspetti dell’amore al prossimo, come approfonditi nella Spiritualità dell’Unità e nella Religione Musulmana.. All’incontro è intervenuto anche l’arcivescovo Michael Fitzgerald, attuale presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, che ha portato la sua esperienza in diversi paesi musulmani. La fraternità sperimentata al Convegno avrà un ulteriore rilancio: Chiara ha proposto di moltiplicare negli USA e ovunque nel mondo gli incontri per la fratellanza universale tra i fratelli delle due religioni. Ha annunciato anche un Simposio cristiano-musulmano.. L’Imam W.D. Mohammed, presidente della American Society of Muslims, ha inviato un messaggio al Convegno in cui tra l’altro scrive: “Il mio cuore si riempie di gioia nel vedere che questo mio desiderio di unità è portato avanti da questa delegazione di circa 80 persone esemplari, uomini e donne. Siamo una famiglia. L’amore del Focolare per l’umanità è radicato in Cristo e sia i cristiani che i musulmani ne traggono beneficio, beneficio che è accolto da molti, oltre che da noi”. Chiara Lubich gli ha risposto: “Ho sperimentato qui una profonda fraternità. E’ qualcosa di straordinariamente bello che non può essere che Opera di Dio. Egli ci ha fatto veramente una sola famiglia per i suoi piani”. La fraternità tra cristiani e musulmani, un’esperienza vitale. Alcune impressioni a caldo: Un professore della Giordania: “Per me c’è stato veramente un forte cambiamento nella natura dei rapporti tra cristiani e musulmani. Se il Concilio Vaticano II aveva riconosciuto negli anni ’60 che l’Islam è una grande religione abramica – e questa è stata una grande trasformazione – penso che oggi si stia facendo un grande passo in avanti, perché ciò che era scritto, sta diventando vita. Un Imam del Nord Africa: “Vedo che il carisma di Chiara rinnova la vita degli uomini di oggi, rinnova lo spirito del Popolo. Porta le persone ad amare veramente Dio e ad amarsi gli uni gli altri”. Erano presenti più di 80 afroamericani della American Society of Muslims dagli Stati Uniti: “Ci sentiamo veramente benedetti per essere parte di questa grande rivitalizzazione dello spirito umano. Dio ha promesso che ci avrebbe guidati fuori dalle tenebre. Chiara, insieme al nostro leader W.D. Mohammed, è fra coloro che portano la torcia nel buio, facendoci camminare nella pienezza della luce dell’amore e della grazia di Dio”.

Fraternità universale: antidoto al terrorismo

“Dopo l’11 settembre 2001, si è aggiunto un nuovo motivo per incontrarci, per amarci, per vivere insieme uniti nell’amore di Dio”, ha detto in apertura Chiara Lubich. “Perché prevalga il Bene – ha aggiunto – occorre uno sforzo comune per creare su tutto il pianeta quella fraternità universale in Dio, alla cui realizzazione l’umanità è chiamata. Fraternità che, sola, può essere l’anima, la molla per quella più giusta condivisione dei beni fra popoli e Stati, la cui mancanza costituisce la causa più profonda del terrorismo”. Chiara ha poi approfondito il tema di apertura del Convegno, “L’amore del prossimo”, nella Spiritualità dell’Unità, sottolineandolo con alcune citazioni del Vangelo, del Corano e degli Hadith. Sull’aspetto ascetico dell’amore al prossimo nell’Islam è intervenuto un Professore della Giordania: “Uno degli aspetti dottrinali più importanti nei quali trova fondamento l’amore al prossimo nell’Islam – dice – è lo stretto legame tra i Nomi di Dio e la vita del credente. La parola “perdono” con i suoi derivati è ripetuta nel Corano 234 volte. E’ la prova più grande di quanto il perdono sia importante nell’Islam. Al Ghafur, al Ghaffar (Colui che perdona molto) è tra “i Nomi più belli di Dio”. Così chi ama il prossimo deve saper perdonare molto. Mir Nawaz Khan Marwat, del Pakistan, vice segretario del Congresso Musulmano Mondiale, uno dei presidenti della Conferenza Mondiale delle Religioni per la Pace (WCRP) ha parlato su “Pace e fraternità”. “Oggi siamo qui riuniti – ha detto – contro tutte le ingiustizie, il terrorismo, la discriminazione e la violenza. Vogliamo predicare la fratellanza umana”. Tutti questi interventi però si basavano su un esperienza pratica, personale e quotidiana dell’amore al prossimo come ricordava una Dottoressa dell’Iran: “La concretezza non è altro che amare il prossimo, quello che ci sta accanto, poterci far nulla fino alla piena unità con chi abbiamo accanto a noi. Questo forse con le parole sembra facile: ma è la cosa più difficile che possiamo pensare. Tutti lo stiamo sperimentando, perché tutti abbiamo per volontà di Dio qualcuno accanto a noi: o nell’ufficio, o nel lavoro, o nella famiglia, o nella patria, qualcuno che ci è antipatico, o che ci fa del male, o che ci crea dolore, o che non è possibile sopportare. Allora proprio lì dobbiamo creare l’unità, perché lì sono i muri dentro di noi ed è lì che dobbiamo fare cadere questi muri per aprirci pienamente all’amore di Dio, a quell‘amore infinito che si presenta all’inizio di ogni sura”. (altro…)

novembre 2002

Gesù è appena uscito dal tempio. I discepoli gli fanno notare con orgoglio l’imponenza e la bellezza dell’edificio. E Gesù: «Vedete tutte queste cose? In verità vi dico, non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata». Poi sale sul monte degli Ulivi, si siede e, guardando Gerusalemme che gli è davanti, inizia a parlare della distruzione della città, e della fine del mondo.
Come avverrà la fine del mondo? – gli domandano i discepoli – e quando arriverà? È una domanda che anche le successive generazioni cristiane si sono poste, una domanda che si pone ogni essere umano. Il futuro è infatti misterioso e spesso fa paura. Anche oggi c’è chi interroga i maghi e indaga l’oroscopo per sapere come sarà il futuro, cosa accadrà…
La risposta di Gesù è limpida: la fine dei tempi coincide con la sua venuta. Lui, Signore della storia, tornerà. È Lui il punto luminoso del nostro futuro.
E quando avverrà questo incontro? Nessuno lo sa, può avvenire in qualsiasi momento. La nostra vita è infatti nelle sue mani. Lui ce l’ha data; Lui può riprenderla anche all’improvviso, senza preavviso. Tuttavia ci avverte: avrete modo d’essere pronti a questo evento se vigilerete.

«Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora»

Con queste parole Gesù ci ricorda innanzitutto che Lui verrà. La nostra vita sulla terra terminerà ed inizierà una vita nuova, che non avrà più fine. Nessuno oggi vuole parlare della morte… A volte si fa di tutto per distrarsi, immergendosi completamente nelle occupazioni quotidiane, fino a dimenticare Colui che ci ha dato la vita e che ce la richiederà per introdurci nella pienezza della vita, nella comunione con il Padre suo, nel Paradiso.
Saremo pronti ad incontrarlo? Avremo la lampada accesa, come le vergini prudenti che attendono lo sposo? Ossia, saremo nell’amore? Oppure la nostra lampada sarà spenta perché, presi dalle tante cose da fare, dalle gioie effimere, dal possesso dei beni materiali, ci siamo dimenticati della sola cosa necessaria: amare?

«Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora»

Ma come vegliare? Innanzitutto, lo sappiamo, veglia bene proprio chi ama. Lo sa la sposa che attende il marito che ha fatto tardi al lavoro o che deve tornare da un viaggio lontano; lo sa la mamma che trepida per il figlio che ancora non rincasa; lo sa l’innamorato che non vede l’ora d’incontrare l’innamorata… Chi ama sa attendere anche quando l’altro tarda.
Si attende Gesù se lo si ama e si desidera ardentemente incontrarlo.
E lo si attende amando concretamente, servendolo ad esempio in chi ci è vicino, o impegnandosi alla edificazione di una società più giusta. È Gesù stesso che ci invita a vivere così raccontando la parabola del servo fedele che, aspettando il ritorno del padrone, si prende cura dei domestici e degli affari della casa; o quella dei servi che, sempre in attesa del ritorno del padrone, si danno da fare per far fruttificare i talenti ricevuti.

«Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora»

Proprio perché non sappiamo né il giorno né l’ora della sua venuta, possiamo concentrarci più facilmente nell’oggi che ci è dato, nell’affanno del giorno, nel presente che la Provvidenza ci offre da vivere.
Tempo fa mi venne spontaneamente di rivolgere a Dio questa preghiera. Vorrei ora ricordarla.

“Gesù,
fammi parlare sempre
come fosse l’ultima
parola che dico.
Fammi agire sempre
come fosse l’ultima
azione che faccio.
Fammi soffrire sempre
come fosse l’ultima
sofferenza che ho da offrirti.
Fammi pregare sempre
come fosse l’ultima
possibilità,
che ho qui in terra,
di colloquiare con Te”.

Chiara Lubich

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Economia di comunione: proposta per un nuovo agire economico

La biografia del Vescovo Klaus Hemmerle, un testimone della Chiesa tedesca del postconcilio

“Hemmerle era una figura rilevante del cattolicesimo tedesco, oltre che un Vescovo estremamente emblematico della Chiesa del postconcilio. Già nei pochi anni dalla morte, si sono svolti su Hemmerle due convegni accademici e sono stati scritti numerosi saggi, articoli, dissertazioni. La sua tomba, nell’antico duomo di Aquisgrana, è oggi meta di venerazione popolare e di pellegrinaggi spirituali”.

“Figlio di artisti, aveva innate inclinazioni per la pittura, la musica, la poesia, la linguistica e il fine umorismo. A ventisette anni, come giovane sacerdote, ricevette il compito di fondare l’Accademia cattolica della sua Diocesi di Friburgo, e di organizzare così ’l’incontro tra la Chiesa e il mondo’ secondo le parole del Vicario generale all’affidamento dell’incarico. Assolse egregiamente questo compito. Da professore universitario, dimostrò acutezza di analisi teologica e filosofica, testimoniata da una vasta produzione scientifica.” “Certo Hemmerle aveva qualità non comuni. E nella sua biografia non mancano le realizzazioni di rilievo. Era un predicatore di rara capacità, con una vivissima forza comunicativa. ’Sapeva parlare di Dio in modo così avvincente …’ – ha osservato il suo successore, il Vescovo Heinrich Mussinghoff”. “Ha avviato il dialogo della Chiesa tedesca con l’ebraismo, compito comprensibilmente difficile”. “Era sempre alla ricerca della pecora perduta, aveva un desiderio profondo di comunicare il Vangelo a tutti senza eccezioni, aveva una spiccata sensibilità ecumenica. Accettava la sfida del dialogo, era sempre per così dire sulla strada, parlava con tutti, perdonava tutti, affidandoli alla misericordia divina, non condannava ma sapeva convincere. Credeva all’amore di Dio per gli uomini e lo manifestava”. “Ma l’autentico spessore di una figura come Hemmerle va cercato nell’umiltà, l’integrità sacerdotale, la disponibilità al dialogo, lo sforzo costante di vedere Cristo negli interlocutori, la benevolenza, la cordialità, il senso dell’amicizia, e altre virtù spirituali che gli venivano dalla costanza nella preghiera e nella pietà.” “Vescovo di Aquisgrana dal 1975 al 1994, anno della sua scomparsa, Klaus Hemmerle è stato per molti aspetti un uomo fuori dell’ordinario. …. Sin dagli inizi del suo mandato episcopale, disse di non avere programmi: ’Il mio programma è solo il Vangelo. Intendo dire il Vangelo che mi viene proposto e interpretato dalla Chiesa …’.” “Sapeva di avere tanti impegni e incombenze, ma risolveva evangelicamente il dilemma del suo tempo – come spiega la seguente citazione, che rende qualcosa della sua anima semplice e profonda: ’Quanto più ho bisogno di tempo per gli impegni urgenti che non posso rimandare, tanto più ho bisogno di tempo per un rapporto immediato con il Signore. Mi troverei letteralmente senza respiro, non riuscirei davvero a venirne fuori se prima non mi fossi svincolato dai miei impegni per dedicarmi al Signore’. ” Dalla recensione di Roberto Morozzo Della Rocca Osservatore Romano del 5/9/2002 sulla biografia di mons. Hemmerle, pubblicata dapprima in Germania ed ora in Italia (Wolfgang Bader – Wilfried Hagemann, Klaus Hemmerle. Un Vescovo secondo il cuore di Dio, Roma, Città Nuova)

Economia di comunione: proposta per un nuovo agire economico

’La spiritualità dell’unità’ al centro della visita di Chiara Lubich a Ginevra

Dal comunicato del Consiglio Mondiale delle Chiese (nostra traduzione) Il tema della “spiritualità dell’unità”, che abbraccia tutti gli ambiti della vita, è centrale nel messaggio di Chiara Lubich ed è di grande interesse per gli organismi che le hanno rivolto l’invito a Ginevra: il Consiglio Mondiale delle Chiese, la Chiesa Protestante di Ginevra e l’Istituto Ecumenico di Bossey. Il rev. Dott. Konrad Raiser, segretario generale del Consiglio Mondiale delle Chiese, rivolgendo l’invito a Chiara Lubich, sottolineava il suo “vitale contributo al movimento ecumenico”. Affermava che “le sue numerose iniziative non solo in campo spirituale e religioso, ma anche nell’ambito politico, economico e sociale, dimostrano la potenzialità della testimonianza comune e la necessità dell’impegno per ricomporre la comunione”. “Tutto ciò – aggiungeva – evidenzia l’importanza della spiritualità nel contesto attuale e il suo contributo estremamente prezioso e decisivo non solo per l’unità delle Chiese, ma dell’intera famiglia umana”. Il programma della visita di Chiara Lubich comprende: un seminario per studenti e corpo insegnante dell’Istituto Ecumenico di Bossey; la celebrazione ecumenica nella Cattedrale riformata di San Pietro. Lunedì 28 ottobre, al Consiglio mondiale delle Chiese, si terrà un incontro pubblico sul tema: “Spiritualità e comunione” e uno scambio di vedute sulla spiritualità e i processi socio-economici e politici. Questa visita coincide con l’annuale incontro ecumenico internazionale dei vescovi amici del Movimento, promosso dal cardinale Miloslav Vlk, arcivescovo di Praga. I vescovi saranno presenti ai vari avvenimenti previsti per la visita di Chiara Lubich a Ginevra. Questa è la terza visita di Chiara Lubich al Consiglio Mondiale delle Chiese. Le visite precedenti ebbero luogo nel 1967 e nel 1982. Per maggiori informazioni o per interviste, rivolgersi all’Ufficio Media del WCC, 0041.22.791.6421 Dal comunicato della Chiesa protestante di Ginevra (nostra traduzione) La Chiesa protestante di Ginevra riceve Chiara Lubich – Sarà ospite della città di Calvino nell’ottobre prossimo. Uno dei momenti forti di questo soggiorno sarà il culto che si svolgerà alla Cattedrale Saint-Pierre di Ginevra, il 27 ottobre alle ore 10, con la partecipazione di rappresentanti di altre comunità cristiane. Dopo il Grossmuenster (Chiesa storica di Zurigo, culla della Chiesa riformata n.d.r.), lo scorso anno, è la cattedrale di Saint-Pierre a Ginevra che accoglierà Chiara Lubich. La fondatrice del Movimento dei Focolari darà la sua testimonianza di unità. Nel novembre 2001 avevano avuto luogo in Svizzera numerosi incontri ecumenici in presenza di Chiara Lubich e di vescovi e responsabili di varie Chiese di tutti i continenti. In seguito a questi avvenimenti, il pastore Konrad Raiser, segretario generale del Consiglio Mondiale delle Chiese, a nome del WCC, il pastore Joel Stroudinski, presidente della Chiesa protestante di Ginevra e il prof. Ioan Sauca, direttore dell’Istituto ecumenico di Bossey, hanno invitato Chiara Lubich a Ginevra per una nuova tappa ecumenica.

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Chiara Lubich a Ginevra

 

Programma

   

Venerdì 25 ottobre: ore 11 – Conferenza stampa all’auditorio Calvino a Ginevra Sabato 26 ottobre: all’Istituto ecumenico di Bossey – Intervento di Chiara Lubich: “Verso una spiritualità dell’unità” Domenica 27 ottobre: ore 10 – Celebrazione ecumenica alla Cattedrale St. Pierre (Chiesa riformata) – Intervento su: “Il rinnovamento che opera il carisma dell’unità nelle Chiese e nella società” Lunedì 28 ottobre: Al Consiglio Mondiale delle Chiese – Interverrà sul tema: “L’unità e Gesù crocefisso e abbandonato fondamenti di una spiritualità di comunione” Pomeriggio, gruppo di lavoro su spiritualità e processi socio-economici e politici”. Chiara farà una: “Introduzione all’influsso della spiritualità nel sociale” Martedì 29 ottobre: Giornata aperta per responsabili di Chiese (a Morges) – Intervento su: “La Parola”.

E’ la nostra vocazione mettere in risalto Maria

Questa mattina in piazza San Pietro era presente un nutrito gruppo di focolarini, di aderenti al Movimento fondato da Chiara Lubich. A loro il Papa ha consegnato una lettera e senza dubbio questo è il Movimento che più di altri…, è fondato sul carisma proprio mariano. Allora abbiamo intervistato Chiara Lubich. Sentiamo che cosa ci ha detto del rosario e della sua esperienza personale di preghiera verso Maria. R. – A me sembra che veramente lo Spirito Santo nel Papa va di pari passo con lo Spirito Santo che opera nel mondo. Adesso è tanto in voga, il profilo mariano della Chiesa, cioè quel profilo di cui ha parlato von Balthasar, che abbraccia anche il profilo petrino e gli altri profili. E il Papa, proprio in consonanza con questo, rilancia questa meravigliosa preghiera che adesso è diventata veramente uno splendore. D. – Il Papa aggiunge al Rosario cinque nuovi misteri, misteri della luce. Che cosa significano? R. – E’ una cosa importantissima secondo me, perché dopo la tradizione che abbiamo avuto di recitare il rosario in quella data maniera, adesso vengono fuori altri cinque misteri. Ma sono talmente necessari! Veramente integrano gli altri misteri. Si arrivava fino al battesimo, ma dal battesimo sino all’inizio della passione non c’è niente nel rosario, mancava la vita pubblica di Gesù, piena di luce, dove lui si manifesta figlio di Dio. Quindi ne sono rimasta molto contenta. Il rosario è veramente un riassunto del Vangelo intero, per cui è veramente – come dice il Papa – una preghiera contemplativa. Recitandolo, e pensando ad ogni mistero, si può rivivere tutta la vita di Gesù, naturalmente accompagnata da Maria. E questo è importante, perché non è una preghiera così, che si recita un’Ave Maria dietro l’altra, è una contemplazione. E’ un riassunto, insomma, di tutta la verità cristiana. E, veramente, dopo quel tragico attentato dell’11 settembre, nel quale il Papa stesso ha detto che si sono viste anche le forze del Male con la M maiuscola, bisognava opporre le forze del Bene col B maiuscolo. Quindi non tanto le guerre, ma piuttosto la preghiera! Noi poi sentiamo tanto l’urgenza della condivisione dei beni nel mondo per poter far tacere il terrorismo. Quindi il rosario – che adesso salta fuori così nuovo – è veramente quello che ci vuole per questo momento. D. – Chiara, oggi il Papa le ha consegnato una lettera in cui affida al Movimento dei Focolari la preghiera del rosario. R. – Il nostro Movimento veramente si chiama “Opera di Maria”, anche se è più conosciuto come Movimento dei Focolari. La nostra norma è questa: cercare di ripetere Maria e di continuarla com’è possibile. Ora, questo avere affidato a noi… è un grande onore intanto, anche un impegno, è una grande gioia, perché – vorrei dire – è della nostra vocazione questo di mettere in risalto Maria. D. – Maria anche come figura che ci aiuta a portare Cristo nella vita, ci aiuta a capire anche Cristo, è un tramite. R. – Assolutamente, assolutamente! Lei è lo sfondo bianco su cui lui brilla Gesù. Io credo che non si può arrivare a Cristo senza Maria, è la strada che lo Spirito Santo, che la Trinità, ha trovato per portare Cristo sulla terra. D. – Chi è per lei Maria? R. – Per me Maria è qualche cosa di grandioso. Lei è il concentrato di tutti i carismi, soprattutto del carisma dei carismi che è l’amore, che è la carità. Per me Maria è la figura del cristiano, in modo particolare della donna. Adesso che si sta cercando, non so, di far emulare la donna, di metterla alla pari dell’uomo, magari cercando i mezzi che noi non possiamo condividere, facendola diventare sacerdote. A me sembra che la vocazione della donna invece è imitare Maria. Lei porta quell’amore che solo resterà nell’altra vita; perché nell’altra vita tante cose che ci sono di qua, per esempio la gerarchia e i sacramenti, non ci saranno, ma solo l’amore resterà. Ora lei è la testimonianza di ciò che rimarrà. D. – Cosa può dire a chi vede il rosario come invece una semplice preghiera ripetitiva, a chi non riesce ad intuirne la grande spiritualità. Com’è possibile incontrare veramente Maria nel rosario? R. – Io ricordo una volta che mi trovavo ad Assisi e accompagnavo un gruppo di evangelici, e lì sul muretto di Assisi abbiamo trovato un rosario. Un pastore ha preso questo rosario in mano e dice: “Ma a che serve? Perché sempre ripetere Ave Maria, Ave Maria…?” Quando – dico io – si ama una persona, le si vuol dire mille volte: io ti amo, io ti amo, io ti amo. Non è una ripetizione, è l’esigenza del cuore. Allora, siccome è nostra madre, è nostro modello, è colei che ci ha dato la cosa più preziosa, che è Gesù, bisogna dirglielo mille volte. E quelle 150 volte che noi ripetiamo Ave Maria ogni giorno, hanno questo significato. (altro…)

Lettera del Papa a Chiara Lubich

Alla Gentile Signorina CHIARA LUBICH Presidente dell’Opera di Maria (Movimento dei Focolari) 1. Con gioia ed affetto rivolgo il mio cordiale saluto a Lei ed ai partecipanti all’Assemblea Generale dell’Opera di Maria, in corso di svolgimento a Castel Gandolfo. Ringrazio per le espressioni di augurio che avete voluto farmi pervenire per l’odierna ricorrenza, che dà inizio al XXV anno del mio ministero nella Sede di Pietro. Ho sempre sentito la spirituale vicinanza degli aderenti al Movimento dei Focolari, e ho ammirato la loro fattiva azione apostolica nella Chiesa e nel mondo. In modo particolare, apprezzo l’Opera di Maria per il valido contributo che offre nel perseguimento stesso del suo fine specifico, cioè la promozione della comunione mediante la ricerca e la pratica del dialogo, sia all’interno della Chiesa cattolica, che con le altre Chiese e comunità ecclesiali, come pure con le diverse religioni e con i non credenti. 2. Mentre in questi giorni state verificando e progettando la vita e l’attività del Movimento, sono lieto di rinnovarvi l’espressione della mia stima e riconoscenza per l’apostolato che svolgete e per le molteplici iniziative che promuovete, affinché la Chiesa diventi sempre più “la casa e la scuola della comunione” (Lett. ap. Novo millennio ineunte, 43). Voi siete ben consapevoli – e il vostro operare ne tiene costantemente conto – di come le azioni concrete debbano essere precedute ed animate da una robusta spiritualità di comunione, quale principio educativo nei luoghi in cui si plasma l’uomo e il cristiano (cfr ibid.). Penso, al riguardo, alle molteplici diramazioni del Movimento dei Focolari: i ragazzi e i giovani, le famiglie, i sacerdoti e i religiosi; penso alla vostra presenza nelle comunità parrocchiali e diocesane, nei vari ambiti della società e della cultura. Vi ringrazio, carissimi, e vi incoraggio a proseguire dappertutto nel testimoniare Dio Amore, Uno e Trino, che risplende in Cristo e nella sua Chiesa. 3. Approfondite poi sempre più il peculiare legame spirituale che vi unisce a Maria Santissima: a Lei, infatti, la vostra Opera è intitolata. Coltivate una fedele devozione verso la Vergine Madre della Chiesa una e santa, la Madre dell’unità nell’amore. In questa singolare ricorrenza, vorrei consegnare idealmente ai Focolarini la preghiera del santo Rosario, che ho voluto riproporre a tutta la Chiesa, quale via privilegiata di contemplazione ed assimilazione del mistero di Cristo. Sono certo che la vostra devozione alla Vergine Santa vi aiuterà a dare il necessario rilievo all’iniziativa di un anno dedicato al Rosario. Offrite il vostro contributo, perché questi mesi diventino per ogni Comunità cristiana occasione di rinnovamento interiore. 4. L’Anno del Rosario sarà anche per voi uno stimolo a intensificare la contemplazione di Cristo con gli occhi di Maria, per conformarvi a Lui e irradiarne la salutare presenza negli ambienti nei quali vivete. In modo speciale so di poter affidare alla vostra preghiera il mistero di Gesù crocifisso e abbandonato quale via per contribuire all’attuazione del suo supremo desiderio di unità tra tutti i suoi discepoli. Certo del costante ricordo che avete per il Successore di Pietro, vi assicuro la mia preghiera e, auspicando ogni successo per la vostra Assemblea, ben volentieri imparto la Benedizione Apostolica a ciascuno di voi ed all’intero Movimento. Dal Vaticano, 16 Ottobre 2002

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Economia di comunione: proposta per un nuovo agire economico

Lettera del Papa consegnata a Chiara Lubich

Così Chiara Lubich annuncia ai membri del movimento nel mondo la consegna del messaggio del Papa in un collegamento telefonico mondiale:

E’ un messaggio assai particolare dove il cuore del Papa si apre a noi, suoi figli, con una fiducia eccezionale, affidandoci ciò che in questi momenti gli sta più a cuore.
Si tratta di quello strumento di preghiera che ha sempre privilegiato perché, come una ’divina fionda’ nelle sue mani, gli ha permesso persino di concorrere a sradicare nella sua vita, durante la sua vita, senza alcuna altra arma umana, giganteschi pericoli della Chiesa e del mondo: il Rosario.

Nel contesto della promulgazione d’una sua nuova Lettera apostolica – di cui, penso, siate tutti al corrente – sulla contemplazione e l’assimilazione del mistero di Gesù attraverso la recita del rosario, da lui completato e splendidamente integrato con "misteri di luce", ci dice testualmente: "In questa singolare ricorrenza, vorrei consegnare idealmente ai Focolarini la preghiera del santo rosario che ho voluto riproporre a tutta la Chiesa. Sono certo che la vostra devozione alla Vergine Santa vi aiuterà a dare il necessario rilievo all’iniziativa di un anno dedicato appunto al rosario", il prossimo. "Offrite il vostro contributo perché questi mesi diventino per ogni comunità cristiana occasione di rinnovamento interiore.”

Sono subito nate in cuor nostro – come potete immaginare – diverse entusiasmanti iniziative per adempiere questa precisa volontà di Dio espressaci dal Papa. Iniziative che stiamo mettendo a punto, aiutati anche dai nostri fratelli delle varie Chiese che, seppure non praticano il rosario, amano però la Madre di Gesù, e sostenuti – perché no! – dall'amore sempre vivo di quegli altri nostri fratelli e sorelle di altre Religioni a cui ci lega la "Regola d'oro".
Che anche tutti noi possiamo ripetere durante il prossimo anno il motto del Santo Padre: Totus tuus, tota tua. Sono tutto tuo, tutta tua, siamo tutti tuoi.

Economia di comunione: proposta per un nuovo agire economico

Il Papa mette nelle mani di Maria la Chiesa e la tanto travagliata umanità

Esattamente 24 anni fa, Giovanni Paolo II veniva eletto successore di Pietro. Il Papa coglie questa occasione per dire: “Affido nuovamente alle mani della Madre di Dio la vita della Chiesa e quella tanto travagliata dell’umanità. A Lei affido anche il mio futuro.” Proclama poi “Anno del Rosario” i mesi dall’ottobre 2002 all’ottobre 2003. E spiega il senso di questo gesto: chiedere a Maria di aiutare il Popolo di Dio a “far fruttificare” le tante grazie ricevute durante il Giubileo del 2000. Accompagnato dalla preghiera dei presenti, firma quindi la Lettera Apostolica “Rosarium Virginis Mariae”, dedicata alla preghiera del rosario. Con essa il Papa invita a riscoprire “la profondità mistica racchiusa nella semplicità di questa preghiera” che, essendo soprattutto meditazione dei misteri della vita e dell’opera di Gesù, porta a “conformare sempre più la propria esistenza a quella di Cristo”, parole sue. Per sottolineare questa finalità del rosario, il Papa ha aggiunto ai misteri tradizionali altri cinque, centrati in momenti-chiave della vita pubblica di Gesù (il battesimo nel Giordano, le nozze di Cana, l’annuncio del Regno di Dio con l’invito alla conversione, la trasfigurazione e l’istituzione dell’Eucaristia), e li ha definiti “misteri della luce”.

Rosarium Virginis Mariae

INTRODUZIONE

1. Il Rosario della Vergine Maria, sviluppatosi gradualmente nel secondo Millennio al soffio dello Spirito di Dio, è preghiera amata da numerosi Santi e incoraggiata dal Magistero. Nella sua semplicità e profondità, rimane, anche in questo terzo Millennio appena iniziato, una preghiera di grande significato, destinata a portare frutti di santità. Essa ben s’inquadra nel cammino spirituale di un cristianesimo che, dopo duemila anni, non ha perso nulla della freschezza delle origini, e si sente spinto dallo Spirito di Dio a “ prendere il largo ” (“ duc in altum! ”) per ridire, anzi ’gridare’ Cristo al mondo come Signore e Salvatore, come “ la via, la verità e la vita ” (Gv 14, 6), come “ traguardo della storia umana, il fulcro nel quale convergono gli ideali della storia e della civiltà ”.1 Il Rosario, infatti, pur caratterizzato dalla sua fisionomia mariana, è preghiera dal cuore cristologico. Nella sobrietà dei suoi elementi, concentra in sé la profondità dell’intero messaggio evangelico, di cui è quasi un compendio.2 In esso riecheggia la preghiera di Maria, il suo perenne Magnificat per l’opera dell’Incarnazione redentrice iniziata nel suo grembo verginale. Con esso il popolo cristiano si mette alla scuola di Maria, per lasciarsi introdurre alla contemplazione della bellezza del volto di Cristo e all’esperienza della profondità del suo amore. Mediante il Rosario il credente attinge abbondanza di grazia, quasi ricevendola dalle mani stesse della Madre del Redentore. I Romani Pontefici e il Rosario 2. A questa preghiera hanno attribuito grande importanza tanti miei Predecessori. Particolari benemerenze ebbe, al riguardo, Leone XIII che il 1 (altro…)

Economia di comunione: proposta per un nuovo agire economico

Da tutto il mondo, i responsabili del Movimento dei Focolari, riuniti a Castelgandolfo

Una prima fase dell’assemblea è stata dedicata ad un approfondimento degli sviluppi del Movimento, diffuso attualmente in 182 nazioni, specie sui fronti della comunione fra nuovi e antichi carismi all’interno della Chiesa cattolica, con cristiani di 350 Chiese e comunità ecclesiali, e dei rapporti di fraternità stabiliti con singoli e Movimenti di altre religioni tra cui ebrei, musulmani, indù e buddisti e con persone di convinzioni non religiose, coinvolti nell’unico obiettivo, proprio del Movimento dei Focolari, di contribuire a ricomporre in unità, nella fraternità, la famiglia umana. La seconda fase dell’assemblea è dedicata ad alcuni giorni di ritiro ed alle votazioni. Momento culminante, l’udienza del Papa che consegnerà a Chiara Lubich un atteso messaggio. Insieme a Chiara Lubich, al baciamano dal Papa vi saranno tre rappresentanti del Consiglio Generale e Leslie Ellison, anglicana, la prima focolarina di altre Chiese, una dei 10 focolarine e focolarini, osservatori, delle Chiese: ortodossa di Romania, di Antiochia, siro-ortodossa, anglicana, evangelico-luterana e riformata dell’Olanda e della Svizzera. Il Movimento dei Focolari, nato il 7 dicembre 1943, sta per entrare nel suo 60

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Il Movimento dei Focolari

Inizio: Trento, 7 dicembre 1943. Spiritualità dell’unità: Anima l’intero movimento. E’ condivisa in vario modo anche da membri, aderenti e simpatizzanti non solo cattolici, ma anche cristiani di varie Chiese e comunità ecclesiali, da fedeli di varie religioni e da persone di convinzioni e orientamenti culturali diversi. E’ l’humus da cui traggono linfa molteplici concretizzazioni. Scopo: Contribuire alla fratellanza universale e comporre in unità nella diversità, la famiglia umana attraverso 4 dialoghi: – all’interno della Chiesa cattolica – tra cristiani di varie Chiese e Comunità ecclesiali – tra fedeli di altre religioni – con persone di buona volontà di convinzioni diverse Diffusione: – attualmente in 182 Paesi. – Inizio: in Europa dal 1952; in America dal 1958; in Africa dal 1965; in Asia dal 1966; in Australia dal 1967. Appartenenza: – membri: n. 141.280 – aderenti e simpatizzanti: n. 2.237.000 di cui: – circa 50.000 di 350 Chiese e comunità ecclesiali. – oltre 30.000 di varie religioni tra cui ebrei, musulmani, buddisti, indù, taoisti. – oltre 100.000 gli “amici di convinzioni diverse”. – irradiazione: vari milioni, difficilmente quantificabile Composizione: Alla guida del Movimento vi è la Presidente, attualmente Chiara Lubich. Per Statuto sarà sempre una donna, coadiuvata da un co-Presidente e da un Consiglio. Il Movimento, pur essendo una realtà unica, per la varietà delle persone che lo compongono (famiglie, giovani, sacerdoti, religiosi e religiose di varie congregazioni, e vescovi), si snoda in 22 diramazioni di cui: – 2 sezioni: i Focolari (maschile e femminile) che sono la “struttura portante” dell’Opera, – 14 branche, – 6 movimenti ad ampio raggio: Famiglie Nuove, Umanità Nuova, Movimento Parrocchiale, Movimento Diocesano, Giovani per un mondo unito, Ragazzi per l’unità. Il Movimento è suddiviso territorialmente in 75 zone. Sviluppi più recenti nei diversi ambiti: Cultura “Scuola Abba” – Nata nel 1990 per approfondire la dimensione dottrinale del carisma dell’unità, è composta da Chiara Lubich e una trentina di esperti di varie discipline. Dal 1998 sono coinvolti in questo studio anche altri trecento docenti ed esperti nei vari ambiti, di diversi Paesi. Economia “Economia di Comunione”, progetto economico nato nel 1991. Ispira la gestione di oltre 760 aziende e attività produttive nei 5 continenti e dà vita anche a 3 poli imprenditoriali nei pressi delle cittadelle di Vargem Grande Paulista (Brasile), di O’Higgins (Argentina) e di Loppiano (Incisa in Val d’Arno – Firenze). Ha riflessi anche nel campo delle scienze economiche: oltre 100 tesi di laurea in diversi Paesi e congressi di studio promossi da Atenei e organismi nazionali e internazionali. Politica – “Movimento politico per l’unità” per una politica di comunione sorto nel 1996, diffuso in vari Paesi d’Europa, specie in Italia, e in America Latina. Attività editoriale: – “Città Nuova”, casa editrice italiana con oltre 85 titoli l’anno. – 25 case editrici in altri Paesi, pubblicano oltre 215 titoli l’anno. – “Città Nuova”, quindicinale di opinione; 34 le edizioni in altrettante nazioni, per 22 lingue. – “Nuova Umanità”, rivista bimestrale di cultura. – “Gen’s” e “Unità e Carismi”: riviste per sacerdoti e religiosi, bimestrali in diverse lingue. – “Economia di Comunione. Una cultura nuova”, periodico quadrimestrale. – “Parola di Vita”, foglio mensile con commento spirituale-teologico di una frase della Scrittura, tradotto in 90 lingue e idiomi, con tiratura di oltre 3.000.000 di copie. – Sito web ufficiale internazionale: www.focolare.org Strutture formative e di irradiazione: – 32 cittadelle di testimonianza (Italia, Svizzera (2), Austria, Germania (2), Belgio, Olanda, Gran Bretagna, Irlanda, Francia, Spagna, Portogallo, Croazia, Polonia, Cechia, Stati Uniti, Messico, Brasile (3), Argentina (2), Cile, Venezuela, Filippine, Camerun, Costa d’Avorio, Kenya, Pakistan, Libano, Australia) e 5 nascenti. La più sviluppata è a carattere internazionale: Loppiano (Incisa in Val d’Arno – FI) con 800 abitanti di 70 nazioni. – 63 sono i “Centri Mariapoli” per la formazione spirituale e sociale dei membri, in 46 nazioni. 9 in Italia, oltre il Centro internazionale che ha sede a Castelgandolfo (Roma). – Convegni annuali di più giorni, detti “Mariapoli”, si svolgono in circa 70 paesi. – Scuole specializzate d’inculturazione, di ecumenismo, di dialogo interreligioso, sociali, si svolgono annualmente in vari Paesi. – Centro S. Chiara per la produzione e diffusione di audiovisivi per favorire la comunione nel Movimento data la sua grande estensione. – Centri d’arte e gruppi artistico-musicali, i più noti: “Centro Ave”, “Gen Verde” e “Gen Rosso”. – “Incontri Romani” : Centro di accoglienza turistica a Roma. Manifestazioni internazionali, a Roma: – “Genfest”, festival dei giovani ogni 5 anni: il 6

Chiara Lubich

Gli inizi Chiara Lubich nasce a Trento (Italia) il 22 gennaio 1920, seconda di quattro figli. La madre è fervente cattolica, il padre socialista. Poco più che ventenne, insegna alle scuole elementari ed inizia gli studi di filosofia all’Università di Venezia, spinta da un’appassionata ricerca della Verità, quando durante la seconda guerra mondiale, sul crollo di ogni cosa, comprende che solo Dio resta. Fa di Dio-Amore (cf 1 Gv 4,8). l’ideale della sua vita, scegliendolo come unico Tutto: il 7 dicembre 1943 è la data che segna convenzionalmente gli inizi del Movimento che nascerà. 13 maggio 1944 – Trento è colpita da uno dei più violenti bombardamenti. Anche casa Lubich è colpita. Mentre i familiari sfollano in montagna, Chiara decide di rimanere a Trento per non abbandonare la nuova vita nascente. Tra le macerie abbraccia una donna impazzita dal dolore che le grida la morte di 4 parenti. Avverte la chiamata ad abbracciare il dolore dell’umanità. Dopo poco troverà un appartamento che condividerà con le sue prime compagne. Nei rifugi antiaerei portano con loro solo il Vangelo. Quelle parole si illuminano di una luce nuova. Avvertono la spinta a tradurle immediatamente in vita. E’ tra i poveri di Trento che inizia quella che Chiara definisce “una divina avventura”. “Qualunque cosa hai fatto al minimo l’hai fatta a me” (Mt 25,40). Condividono con i poveri tutto ciò che hanno. In piena guerra, viveri, vestiario e medicinali arrivano con insolita abbondanza, per le molte necessità. Sperimentano l’attuarsi delle promesse evangeliche: “Date e vi sarà dato” (Lc 6,38), “chiedete e otterrete” (Lc 11,9). Di qui la convinzione che nel Vangelo vissuto è la soluzione di ogni problema individuale e sociale. Nelle parole di Gesù, calate una ad una nel quotidiano e in particolare nel comandamento che Gesù dice “nuovo” e suo, “amatevi l’un l’altro come io ho amato voi” (Gv 15,12) intuiscono esservi la legge perché l’umanità disgregata si ricomponga sul modello della Trinità. Colgono la misura di questo amore nel culmine della sofferenza di Gesù sulla croce che dà la sua vita e giunge a gridare “Dio, mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46). Sperimentano gioia, pace, forza, frutti dello Spirito per la presenza viva del Risorto da lui promessa a “due o tre riuniti nel suo nome” (Mt 18,20), cioè nel suo amore. E nel testamento di Gesù “Che tutti siano uno” (Gv 17,21), trovano il perché della loro vita: “eravamo nate per l’unità, per concorrere a realizzarla nel mondo”. Vari giovani operai e professionisti, attratti dalla radicalità evangelica, si uniscono a quel primo gruppo. Ben presto anche famiglie, persone di ogni categoria ed età, sacerdoti e religiosi. Dopo pochi mesi in 500 sono coinvolti in una comunione spontanea di beni materiali e spirituali, modellata sullo stile della comunità dei primi cristiani dove “erano un cuor solo ed un’anima sola e tutto era tra loro in comune” (At 4,32). Il vescovo di Trento, Carlo De Ferrari afferma: “Qui c’è il dito di Dio” e dà la sua prima approvazione. Diffusione e sviluppi Dal Vangelo vissuto scaturisce una corrente di spiritualità, una spiritualità dell’unità spiccatamente comunitaria, che verrà riconosciuta dalla Chiesa cattolica e dalle altre Chiese come effetto di uno dei carismi che lo Spirito Santo ha suscitato in questo tempo per risvegliare la vita del Vangelo. Da quel piccolo gruppo nasce e si diffonde un movimento di rinnovamento spirituale e sociale chiamato Movimento dei Focolari. Il Movimento, pur essendo una realtà unica, per la varietà delle persone che lo compongono (famiglie, giovani, sacerdoti, religiosi e religiose di vari istituti, e vescovi), si snoda in 22 diramazioni, di cui 6 movimenti ad ampio raggio: Famiglie Nuove, Umanità Nuova, Movimento Parrocchiale, Movimento Diocesano, Giovani per un mondo unito, Ragazzi per l’unità. Con gli anni assume le dimensioni di un piccolo popolo diffuso in tutto il mondo; dagli anni ’90, in oltre 180 Paesi, con più di 2 milioni di aderenti cattolici e 50.000 cristiani di 350 Chiese e Comunità ecclesiali. Via via anche fedeli di varie religioni, persone di convinzioni non religiose, sono coinvolte in un unico progetto: vivere e diffondere la fratellanza universale per contribuire a comporre in unità la famiglia umana, specie dove più dominano conflitti e divisioni. Il Movimento, in continuo sviluppo – come afferma Chiara Lubich stessa – ’non è stato pensato da mente umana, ma viene dall’Alto. Noi cerchiamo di seguire la Sua volontà giorno dopo giorno’. Dall’incontro, nel 1948, con Igino Giordani, deputato, scrittore, ecumenista, padre di 4 figli, il Movimento nascente ha una sua nuova apertura sul sociale, sulla famiglia e poi sul mondo ecumenico, tanto che Giordani viene considerato confondatore. Per l’impatto con la sofferenza della Chiesa dell’oltre cortina, nell’incontro con chi era riuscito a fuggire, la spiritualità dell’unità si diffonderà in tutto l’Est europeo sin dagli anni sessanta. Gli influssi del carisma dell’unità Si creano ovunque “brani di fraternità” innanzitutto attraverso i dialoghi fra persone della stessa Chiesa, tra cristiani di diverse tradizioni, fedeli di varie religioni, persone senza convinzioni religiose e attraverso l’impegno nei diversi ambiti della società. Fraternità possibile perché – come più volte ha affermato Chiara – “noi tutti siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio che è Amore. E l’imperativo di amare è iscritto nel DNA di ogni uomo”. I fratelli cristiani di altre Chiese, avendo in comune con i cattolici il battesimo, la Sacra Scrittura, il Credo, i primi Concili e la spiritualità dell’unità, che fanno propria per quanto possono, formano con i cattolici del Movimento in un dialogo detto “del popolo”, una realtà cristiana così forte da pensarla come una sola anima cristiana che potrà animare l’unica Chiesa, tensione e frutto dell’ecumenismo. Il dialogo interreligioso nasce per l’interesse mostrato da ebrei, musulmani e indù a Londra dove, nel 1977, alla cerimonia del premio Templeton, conferitole per il progresso della religione, Chiara narra la sua esperienza. E’ invitata a portare la sua esperienza spirituale in templi buddisti, come a Tokyo, all’inizio degli anni ’80, e 15 anni dopo in Tailandia; alla fine degli anni ’90 nella Moschea Malcolm X, di Harlem (New York). Si aprono all’interesse per la spiritualità dei Focolari 40 moschee di varie città degli Stati Uniti, centri ebraici. Nasce una fraternità che si mostrerà particolarmente preziosa dopo gli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti. E infine il dialogo con persone d’altre convinzioni per lavorare insieme alla salvaguardia dei valori umani. Nella società – L’esperienza del “date e vi sarà dato” evangelico, vissuta agli inizi, si ripete con gli anni, nelle più diverse situazioni quotidiane per la comunione dei beni che diventa stile di vita nel Movimento. Si sperimenta in modo particolare nelle oltre 1000 opere e attività sociali. Nei Paesi emergenti, gli indigenti stessi trovano una via per riscattarsi da situazioni subumane. E’ per l’impatto con il dramma della miseria alle periferie di una metropoli come São Paulo, che Chiara dà il via, durante un viaggio nel 1991 in Brasile, al progetto dell’Economia di Comunione. Ispira ora la gestione di centinaia di aziende nel mondo e fa intravedere una nuova teoria economica. La crisi politica che percorre l’Italia e molti Paesi, a metà degli anni ’90, suscita la nascita del ’Movimento politico per l’unità’ che assume la fraternità come categoria politica. Il Vangelo penetra, attraverso persone delle più diverse categorie, non solo nei mondi dell’economia, del lavoro e della politica, ma anche nei mondi del diritto, filosofia, pedagogia, arte, comunicazione sociale, scienze, sanità ed ecologia, imprimendo nei vari ambiti la dimensione della comunione, della solidarietà. E’ un contributo a quella globalizzazione della solidarietà e della comunione invocata come antidoto alla globalizzazione che provoca sempre più gravi disuguaglianze sociali e culturali. La Scuola Abbà, guidata da Chiara insieme a vari studiosi, sta elaborando una nuova dottrina che fiorisce dall’humus della spiritualità e getta luce sulle varie discipline. Questo influsso innovativo è riconosciuto da Università di varie parti del mondo che hanno conferito a Chiara numerose lauree honoris causa. “Lo sviluppo del Movimento dei Focolari getta ponti tra le persone, le generazioni, le categorie sociali e i popoli, in un’epoca in cui le differenze etniche e religiose conducono troppo spesso a conflitti violenti”: è la motivazione del Premio Unesco ’96 per l’Educazione alla Pace. Questo contributo è riconosciuto anche da altri premi internazionali, come il Premio Diritti Umani ’98, e da cittadinanze onorarie conferitele da città come Buenos Aires, Roma, Firenze. In questi tempi, in cui la donna chiede di svolgere nella società e nella Chiesa il ruolo che le è proprio, Chiara Lubich, con la sua vita, mostra quale è il suo specifico: il carisma dell’amore che fa unità. Gli Statuti del Movimento dei Focolari, riconosciuti dalla Chiesa cattolica, confermano che una donna laica presieda, anche in futuro, un movimento con le più diverse vocazioni.

ottobre 2002

Il dibattito su quale fosse il primo tra i tanti comandamenti delle Scritture era un tema classico che le scuole rabbiniche si ponevano al tempo di Gesù. Gesù, considerato un maestro, non elude la domanda che gli viene posta in proposito: “Qual è il più grande comandamento della legge?”. Egli risponde in maniera originale, unendo amore di Dio e amore del prossimo. I suoi discepoli non possono mai disgiungere questi due amori, come in un albero non si possono separare le radici dalla chioma: più amano Dio, più intensificano l’amore ai fratelli e alle sorelle; più amano i fratelli e le sorelle, più approfondiscono l’amore per Dio.
Gesù sa, come nessun altro, chi è veramente il Dio che dobbiamo amare e sa come debba essere amato: è il Padre suo e Padre nostro, Dio suo e Dio nostro (cf Gv 20,17). È un Dio che ama ciascuno personalmente; ama me, ama te: è il mio Dio, il tuo Dio (“Amerai il Signore Dio tuo”).

E noi possiamo amarlo perché ci ha amato per primo: l’amore che ci è comandato è, dunque, una risposta all’Amore. Possiamo rivolgerci a Lui con la stessa confidenza e fiducia che aveva Gesù quando lo chiamava Abbà, Padre. Anche noi, come Gesù, possiamo parlare spesso con Lui, esponendogli tutte le nostre necessità, i propositi, i progetti, ridicendogli il nostro amore esclusivo. Anche noi vogliamo attendere con impazienza che arrivi il momento per metterci in contatto profondo con Lui mediante la preghiera, che è dialogo, comunione, intenso rapporto d’amicizia. In quei momenti possiamo dare sfogo al nostro amore: adorarlo al di là del creato, glorificarlo presente ovunque nell’universo intero, lodarlo nel fondo del nostro cuore o vivo nei tabernacoli, pensarlo lì dove siamo, nella stanza, al lavoro, nell’ufficio, mentre ci troviamo con gli altri…

«Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente»

Gesù ci insegna anche un altro modo d’amare il Signore Dio. Per Gesù amare ha significato compiere la volontà del Padre, mettendo a disposizione la mente, il cuore, le energie, la vita stessa: si è dato tutto al progetto che il Padre aveva su di Lui. Il Vangelo ce lo mostra sempre e totalmente rivolto verso il Padre (cf Gv 1,18), sempre nel Padre, sempre intento a dire solo quello che aveva udito dal Padre, a compiere solo quanto il Padre gli aveva detto di fare. Anche a noi chiede lo stesso: amare significa fare la volontà dell’Amato, senza mezze misure, con tutto il nostro essere: “con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Perché l’amore non è un sentimento soltanto. “Perché mi chiamate: Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico?” (Lc 6,46), domanda Gesù a chi ama soltanto a parole.

«Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente»

Come vivere allora questo comando di Gesù? Intrattenendo senz’altro con Dio un rapporto filiale e di amicizia, ma soprattutto facendo quello che Lui vuole. Il nostro atteggiamento verso Dio, come quello di Gesù, sarà essere sempre rivolti verso il Padre, in ascolto di Lui, in obbedienza, per compiere la sua opera, solo quella e non altro.
Ci è chiesta, in questo, la più grande radicalità, perché a Dio non si può dare meno di tutto: tutto il cuore, tutta l’anima, tutta la mente. E ciò significa fare bene, per intero, quell’azione che Lui ci chiede.
Per vivere la sua volontà e uniformarsi ad essa, spesso occorrerà bruciare la nostra, sacrificando tutto ciò che abbiamo in cuore o nella mente, che non riguarda il presente. Può essere un’idea, un sentimento, un pensiero, un desiderio, un ricordo, una cosa, una persona…
E così eccoci tutti lì in quanto ci viene domandato nell’attimo presente. Parlare, telefonare, ascoltare, aiutare, studiare, pregare, mangiare, dormire, vivere la sua volontà senza divagare; fare azioni intere, pulite, perfette, con tutto il cuore, l’anima, la mente; avere come unico movente di ogni nostra azione l’amore, così da poter dire, in ogni momento della giornata: “Sì, mio Dio, in quest’attimo, in quest’azione t’ho amato con tutto il cuore, con tutta me stessa”. Solo così potremo dire che amiamo Dio, che contraccambiamo il suo essere Amore nei nostri confronti.

«Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente»

Per vivere questa Parola di vita sarà utile, di tempo in tempo, analizzare noi stessi per vedere se Dio è veramente al primo posto nella nostra anima.

E allora, per concludere, cosa dobbiamo fare in questo mese? Scegliere nuovamente Dio come unico ideale, come il tutto della nostra vita, rimettendolo al primo posto, vivendo con perfezione la sua volontà nell’attimo presente. Dobbiamo potergli dire con sincerità: “Mio Dio e mio tutto”, “Ti amo”, “Sono tutta tua”, “Sei Dio, sei il mio Dio, il nostro Dio d’amore infinito!”.

Chiara Lubich

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Economia di comunione: proposta per un nuovo agire economico

Rilanciare la fraternità

Su che cosa credi che sia possibile fondare la speranza di poter cambiare un giorno questa realtà?

Anche se è passato un anno ormai, è certamente ancor vivo nei nostri cuori quel tristissimo 11 settembre col crollo delle due Torri Gemelle a New York. Ed è vivo in modo particolare in quest’ultimo periodo, in cui sembrano profilarsi nuove analoghe minacce di terrorismo. Ebbene, di fronte a questa situazione e a tutte le altre forme di violenza, si fa sempre più strada il pensiero di spiriti eletti e illuminati che tutto ciò non sia frutto solamente dell’odio fra singoli o popoli, ma sia anche effetto dell’oscura forza del Male con la M maiuscola, delle Tenebre, come ebbe a dire il papa. La situazione, dunque, è seria. Perché, se le cose sono così, non è sufficiente opporsi a tanto pericolo con sole forze umane. Occorre impegnare le forze del Bene con la B maiuscola. Questo Bene è anzitutto Dio e tutto ciò che ha radice in lui: il mondo dello spirito, dei grandi valori, dell’amore vero, della preghiera. È qui il perché di Assisi: il 24 gennaio scorso, quando Giovanni Paolo II ha invitato per la seconda volta i rappresentanti delle più grandi religioni del mondo nella città di san Francesco per invocare dal cielo la pace. Ma notiamo anche altri mali, come ad esempio i grandi interessi economici e politici che mantengono nell’estrema indigenza e nella sottomissione economica paesi interi.

Chiara, come vedi l’11 settembre ad un anno di distanza?

Le cause del terrorismo sono più d’una: basti pensare allo squilibrio che esiste, nel mondo, fra paesi poveri e paesi ricchi, squilibrio che genera odio e scatena orribili vendette; mentre il piano di Dio sull’umanità sarebbe quello d’essere tutti fratelli, in una sola grande famiglia con un solo Padre. Occorre perciò – i tempi lo reclamano – una più equa distribuzione dei beni. Ma i beni non si muovono da sé se non si muovono i cuori. Di qui l’urgenza che l’ideale della fraternità pianti radici in tutti i popoli ed in modo speciale fra i politici anche di nazioni diverse.

Un sogno?

Per chi crede unicamente nelle proprie forze, sì. Ma, per chi crede in Colui che guida la storia, nessun sogno è impossibile. Ed è ciò che spera il “Movimento dell’unità”, forse piccolo Davide di fronte a Golia. Assieme a quanti altri sono impegnati a fare la propria parte”.

Economia di comunione: proposta per un nuovo agire economico

Risveglio di valori

L’11 settembre è presente nella mente di tutti come fosse successo ieri. Invece è passato un anno e se ci domandiamo che cos’è cambiato in noi ed attorno a noi, oltre agli incubi che spesso vengono ad occupare i sogni di persone che una volta si sentivano sicure nelle loro case e nei loro uffici, si può dire che l’America non è più e non sarà forse mai più la stessa.

Non si parla qui di governanti e di strategie politiche, ma di gente comune, quella che incontri per la strada tutti i giorni. E Bush, che ultimamente ha molto parlato di amore del prossimo e di altruismo, in realtà riflette l’opinione pubblica – ci diceva Harry Barrett, presidente del Medical College di New York -: "I politici sono molto attenti ai sentimenti popolari. Ne è un esempio anche come si siano trovati d’accordo, pur di partiti diversi, durante la controversia sulla costituzionalità o meno di chiamarci ’Una nazione sotto Dio’ nella promessa di fedeltà alla bandiera".
"Siamo tutti più seri – ci ha commentato -. Migliaia di vite che scompaiono in pochi minuti ed improvvisamente, la difficoltà di identificare tante vittime, sono fatti che non possono non far riflettere su ciò che vale. C’è una porta aperta oggi in America per chi vuol portare la realtà dell’unità".
Harry Barrett spera che non si costruisca dove una volta c’erano le torri, anche se ora si parla di grossi progetti edilizi per un risveglio dell’economia nella città di New York.
Speriamo che prevalga il buon senso.
"Altrimenti – dice Barrett – ci vuole un’economia nuova".
Anche i cervelli di Hollywood hanno vissuto momenti difficili. Era tempo di Bambi o di Rambo? Certi film buoni, che una volta avrebbero cestinato, sono stati messi in circolazione subito. E ora? Potrebbe tutto tornare come prima, ma c’è nell’aria una speranza. È il momento in cui si potrebbe dare una svolta ai contenuti delle pellicole. Anche qui ci vuole il coraggio di sognare.
Non c’e periodico che non abbia uno o due articoli sull’11 settembre e questo si va intensificando quanto più ci si avvicina all’anniversario. Difficile anche perché la gente sa che dopo il primo impatto e il senso di solidarietà sentito in tutto il mondo, ora l’America è criticata ed anche a Kabul vi è stata la prima manifestazione antiamericana.

Si è sentito il 4 luglio, festa dell’indipendenza, festa di solito gioiosa con bandiere sì, ma anche con hot dogs ed apple pie. Quest’anno si son preparate le cose forse anche più in grande di prima, ma la tensione, dopo tutti gli avvertimenti di possibili attacchi terroristici, era molto alta. E le solite parole sulla potenza e grandezza del paese avevano qualcosa di forzato, mentre ci si guardava alle spalle per il timore costante di un nemico insidioso che ti può inquinare l’acqua che bevi ed ha reso i viaggi un incubo.

Sulla copertina del Time Magazine del primo luglio, sovrapposte ad una grande croce si leggono le parole: "La Bibbia e l’Apocalisse. Un maggior numero di americani leggono e parlano della fine del mondo". Un articolo poi dello stesso giornale dice come un sondaggio del Time/Cnn indica che un terzo degli americani non solo sono interessati alla fine del mondo, ma parlano della Bibbia e di quanto ha da dire al riguardo. Un segno – si afferma – del momento difficile che il paese sta vivendo.
Dopo quelli sulla fine del mondo vengono i libri sui pompieri. "Firefighters are hot, i pompieri vanno per la maggiore", sottolinea il settimanale Time; ed elenca vari libri su di loro che stanno circolando nelle librerie.
Secondo nella lista dei bestseller indicati dal New York Times è il libro di Dennis Smith, Report from Ground Zero.

Dopo 18 anni di lavoro tra i pompieri, Smith racconta nel suo libro storie di colleghi, porta con sé i lettori a Ground Zero e lì li fa restare per i tre mesi di ricerca dolorosa degli scomparsi. Per Dennis la piaga è sempre aperta, troppi dei suoi amici non sono usciti dalle Torri. È come se fosse successo ieri. Ora teme che il tempo cancelli nel mondo il ricordo di quanto è accaduto.
"Ci ha messo dentro un’energia che ci fa procedere in modo positivo e anche arriverà al resto del mondo".

Perché è successo? Cosa c’è da imparare da tutto questo? Forse un senso della necessità di un’unità planetaria?
Smith pensa di sì. "Gli americani – afferma – devono rendersi conto che c’è tanta fame nel mondo".

Buona volontà?
Ce n’è tanta come popolo, ma non nasconde le difficoltà politiche e ideologiche.
Ricorda i giorni in cui lavorava nel South Bronx, quando, ancora giovane, si era accorto che c’era un nuovo tipo di povertà. Vedeva bambini con biciclette nuovissime in quartieri desolati e aveva capito che "non erano meno poveri perché avevano una bicicletta nuova". Così quando si pensa a paesi poveri, la gente può aver poco ma possiede spesso una televisione.
"Ogni giorno vedono americani ed europei, vedono come vivono e gli eccessi della loro cultura".

I pompieri sempre eroi? "Sì, perché ci vuole coraggio fisico e morale".
Smith è stato uno di loro e questa forza morale gli dà speranza ad un anno dalla tragedia. "Sento la voce dell’amore e dell’amicizia, è la voce di Ground Zero. È la voce della generosità, decisione, forza. È la voce della tragedia, della tristezza, del dolore, dell’ispirazione.
La voce dell’America".

L’America che lui ha in cuore e tanti sperano sia vista così in tutto il mondo.


Serenella Silvi – da Città Nuova

Economia di comunione: proposta per un nuovo agire economico

Quando si è vincenti di fronte ai grandi contrasti

In diretta sul più grande canale televisivo nazionale, un premio “per la determinazione politica mostrata nello speri- mentare nuove iniziative vincenti di fronte ai grandi contrasti, a servizio dei ’più poveri tra i poveri’, attraverso programmi che considerano l’uomo nella sua interezza”. Il premio è stato assegnato dal Consiglio degli Affari Filippini al centro sociale “Bukas Palad” di Manila, nella persona di Irene De Los Angeles, fra i primi membri dei Focolari nelle Filippine, riconosciuta come “eroe del popolo… per il servizio umanitario, per lo sviluppo della comunità, incarnato ed esemplificato nei quasi vent’anni di programmi e attività del suddetto centro”. Il Centro, sorto in uno dei quartieri più miserabili di Manila, ha operato una profonda trasformazione sociale. La motivazione del Premio riconosce le radici di questo impegno nello “spirito ferreo, la fede in Dio e l’amore incondizionato per i fratelli, nelle infinite possibilità di servire i più poveri tra i poveri”.

Durante la premiazione, Irene De Los Angeles ha accettato pubblicamente il riconoscimento a nome del Movimento dei Focolari, e soprattutto delle innumerevoli famiglie di “Bukas Palad”, i veri protagonisti. Nel suo intervento, ha delineato la spiritualità di comunione, quale forza interiore per portare avanti il lavoro affidatole, partendo dalla scoperta di Dio Amore che porta l’unità fra i ricchi e i poveri. Il Consiglio degli Affari Filippini è nato nel 1998, per il desiderio di alcune persone di avere una società dove tutti possano avere accesso ai diritti fondamentali, promuovendo un alto livello di servizio pubblico e di responsabilità morale con competenza professionale e trasparenza nel governo e nella società. Riconosce, quindi, individui e gruppi che promuovono sia partecipazione democratica che eroismo comunitario.   (altro…)

Economia di comunione: proposta per un nuovo agire economico

Per uno sviluppo integrale

Oggi anche a Tagaytay, Cebu e Davao “Bukas Palad” è un centro che sorge in uno dei quartieri più poveri di Manila, per lo sviluppo integrale della persona, della famiglia e della società. Centri simili sono nati a Tagaytay, presso la Cittadella Pace, a Cebu, cuore dell’arcipelago filippino e nell’estremo sud, a Davao, dove è forte la presenza dei musulmani.

23 programmi di assistenza: si sono raggiunte più di 6.000 famiglie; nelle scuole e nel collegio si insegna a oltre 3.200 bambini e ragazzi; sono curate negli ambulatori più di 7.000 persone; sono distribuiti pasti e latte a più di 2000 bambini quotidianamente; ci sono 1.872 adozioni a distanza; il controllo della tbc è esteso continuativamente a molte persone e i governi tedesco e filippino hanno premiato “Bukas Palad” per l’efficacia nel combattere tale malattia; si stanno offrendo prestiti per iniziare piccole attività per circa 1.600 famiglie; riparazione delle case per 259 famiglie e allestimento servizi per 285; inoltre sono numerosi i corsi per la pianificazione delle nascite seguendo i metodi naturali. Produzioni artigianali: una sartoria, una falegnameria, una panetteria, una gelateria, oltre a negozi di generi alimentari a basso costo per più di 4.500 famiglie. Alcune novità: una scuola di computer per giovani; un workshop estivo per giovani e coppie. Sono state costruite 50 case popolari, dove le famiglie dei nostri poveri si autogestiscono. Nei quattro centri in cui è suddivisa “Bukas Palad” lavorano ora 60 persone a tempo pieno e 330 volontari. In questi anni molti di loro hanno voluto aderire alla vita ed allo spirito del Movimento. Luogo di incontro con persone di altre religioni – Sin dalla sua nascita “Bukas Palad” è stato luogo d’incontro in particolare con i buddisti del Giappone, i taoisti di Cebu e i musulmani di Davao. Persone di convinzioni diverse vi hanno prestato servizio, scoprendo la bellezza della comunità cristiana. Incidenza nella coscientizzazione sociale – “Bukas Palad” ha inciso profondamente nel tessuto sociale filippino, operando una coscientizzazione sociale, a volte mancante nel Paese. Ambasciate, banche, scuole, ospedali e diverse Ong hanno deciso di collaborare, coinvolgendo centinaia di persone. Gli inizi – Nel 1983, un gruppetto di giovani aveva iniziato il centro in uno dei quartieri più poveri di Manila, “Bukas Palad” (che significa “a mani aperte”), scegliendo come motto: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8). Gli inizi sono stati più che modesti: una rivendita di vestiti usati fruttò 2.000 pesos (circa 150 dollari); con essi diedero vita ad un piccolo ambulatorio. L’ambiente attorno era miserabile: lungo un canale, una fila di baracche, niente acqua né luce, niente servizi igienici: un immenso immondezzaio. Malattie, disoccupazione, criminalità, disperazione… Appena si sparse la voce dell’esistenza di questo centro, molti iniziarono ad affluire da ogni parte. Quelle ragazze capirono che Dio forse voleva di più da loro: non bastava un medico ogni tanto o la buona volontà di alcune infermiere. Diversi membri del Movimento cominciarono così a prestare i loro servizi.

settembre 2006

Questa Parola di vita è tratta da uno dei libri dell’Antico Testamento, scritto, tra il 180 e il 170 avanti Cristo, da Ben Sira, un saggio, uno scriba, che svolgeva la sua funzione di maestro a Gerusalemme. Egli insegna un tema caro a tutta la tradizione sapienziale biblica: Dio è misericordioso verso i peccatori e il suo modo di agire deve essere da noi imitato. Il Signore perdona tutte le nostre colpe perché “è buono e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore” (Cf Sl 103,3.8). Chiude gli occhi per non vedere più i nostri peccati (Cf Sap 11,23), li dimentica gettandoseli dietro le spalle (Cf Is 38,17). Egli infatti, scrive ancora Ben Sira, conoscendo la nostra piccolezza e miseria, “moltiplica il perdono”. Dio perdona perché, come ogni padre, come ogni madre, vuol bene ai figli suoi e quindi li scusa sempre, copre i loro sbagli, dà loro fiducia e li incoraggia senza stancarsi mai.

Perché padre e madre, a Dio non basta amare e perdonare i suoi figli e le sue figlie. Il suo grande desiderio è che essi si trattino da fratelli e sorelle, vadano d’accordo, si vogliano bene, si amino. La fratellanza universale, ecco il grande progetto di Dio sull’umanità. Una fraternità più forte delle inevitabili divisioni, tensioni, rancori che si insinuano con tanta facilità per incomprensioni e sbagli.
Spesso le famiglie si sfasciano perché non ci si sa perdonare. Odi antichi mantengono la divisione tra parenti, tra gruppi sociali, tra popoli. A volte c’è addirittura chi insegna a non dimenticare i torti subiti, a coltivare sentimenti di vendetta… Ed un rancore sordo avvelena l’anima e corrode il cuore.

Qualcuno pensa che il perdono sia una debolezza, No, è l’espressione di un coraggio estremo, è amore vero, il più autentico perché il più disinteressato. “Se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete?” – dice Gesù – questo lo sanno fare tutti: “Voi amate i vostri nemici.” (Cf Mt 5,42-47)
Anche a noi viene chiesto di avere, imparando da Lui, un amore di padre, un amore di madre, un amore di misericordia nei confronti di quanti incontriamo nella nostra giornata, specialmente di chi sbaglia. A quanti poi sono chiamati a vivere una spiritualità di comunione, ossia la spiritualità cristiana, il Nuovo Testamento chiede ancora di più: “Perdonatevi scambievolmente” (Cf Col 3,13). L’amore reciproco domanda quasi un patto fra noi: essere sempre pronti a perdonarci l’un altro. Solo così potremo contribuire a creare la fraternità universale.

«Perdona l’offesa al tuo prossimo e allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati»

Queste parole non soltanto ci invitano a perdonare, ma ci ricordano che il perdono è la condizione necessaria perché anche noi possiamo essere perdonati. Dio ci ascolta e ci perdona nella misura in cui sappiamo perdonare. Gesù stesso ci ammonisce: “Con la misura con la quale misurate sarete misurati” (Mt 7,2). “Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia” (Mt 5,7). Se infatti il cuore è indurito dall’odio non è neppure capace di riconoscere e di accogliere l’amore misericordioso di Dio.

Come vivere allora questa Parola di vita? Certamente perdonando subito se ci fosse qualcuno con cui non ci siamo ancora riconciliati. Ma questo non basta. Occorrerà frugare negli angolini più riposti del nostro cuore ed eliminare anche la semplice indifferenza, la mancanza di benevolenza, ogni atteggiamento di superiorità, di trascuratezza verso chiunque ci passa accanto.

Più ancora, occorre un’opera di prevenzione. Ed ecco che ogni mattina vedo con sguardo nuovo quanti incontro, in famiglia, a scuola, al lavoro, al negozio, pronto a sorvolare su qualcosa che non va nel loro modo di fare, pronto a non giudicare, a dar loro fiducia, a sperare sempre, a credere sempre. Avvicino ogni persona con questa amnistia completa nel cuore, con questo perdono universale. Non ricordo affatto i suoi difetti, copro tutto con l’amore. E lungo la giornata cerco di riparare uno sgarbo, uno scatto di impazienza, con una domanda di scusa o un gesto di amicizia. Ad un atteggiamento di istintivo rigetto dell’altro faccio subentrare un atteggiamento di accoglienza piena, di misericordia senza limiti, di completo perdono, di condivisione, di attenzione alle sue necessità.
Allora anch’io, quando innalzerò la preghiera al Padre, quando soprattutto gli chiederò perdono per i miei sbagli, vedrò esaudire la mia richiesta: potrò dire con piena fiducia: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Mt 6,12).

Chiara Lubich
 

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“Lo specchio”

“Lo specchio”

Oggi è la festa di santa Chiara d’Assisi 2002 che, nella tradizione del nostro Movimento, si è sempre commemorata, sin dall’inizio, non solo al Centro, ma in tutte le parti del mondo, dov’è diffuso. Anche oggi – come ogni anno – ricordiamo santa Chiara, e confrontiamo qualche particolare del suo cammino verso Dio col nostro.

 

Guardare a Gesù come ad uno specchio per imitarlo

   

Un concetto della santa, non ancora da noi messo in luce, è quello che si può esprimere così: “Lo specchio, gli specchi”. E’ l’immagine dello specchio che richiama esattamente quanto dice Paolo nella sua lettera ai Corinti: “E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2 Cor 3,18). Nelle lettere ad Agnese di Praga, che fanno parte di vari scritti in cui dice la sua esigenza di fedeltà radicale al Vangelo, Chiara invita le sorelle a guardare a Gesù come ad uno specchio: uno specchio, che, nella sua umanità, riflette la divinità. “Colloca i tuoi occhi – scrive – davanti allo specchio dell’eternità, (Gesù) (…); e trasformati interamente (…) nella immagine della divinità di Lui.” (FF 2888) “E poiché questa visione di Lui è (…) specchio senza macchia, ogni giorno porta l’anima tua (…) in questo specchio e scruta in esso continuamente il tuo volto, perché tu possa così adornarti (…) di tutte le virtù, come conviene a te, figlia e sposa carissima del sommo Re.” (FF 2902) Santa Chiara sollecita dunque Agnese a guardare allo Sposo, ma anche ad imitarlo rifacendo le stesse scelte, gli stessi atti, gli stessi gesti. “Se con Lui soffrirai – continua -, con Lui regnerai; se con Lui piangerai, con Lui godrai; se in compagnia di Lui morirai sulla croce della tribolazione, possederai (…) per tutta l’eternità e per tutti i secoli, la gloria del regno celeste (…); parteciperai dei beni eterni, (…) e vivrai per tutti i secoli.” (FF 2880) Agnese, imitandoLo, diventa il Gesù dello specchio. Ma ecco che allora, divenuta tale, può a sua volta essere specchio per le sorelle.

 

Una catena ininterrotta di specchi da Gesù al mondo: il Movimento francescano

   

Si crea così – come dice lei stessa – una catena ininterrotta di specchi da Gesù al mondo. Gesù è lo specchio di Francesco. Gesù e Francesco sono lo specchio in cui Chiara si rispecchia. Gesù, Francesco e Chiara sono lo specchio di Agnese. Gesù, Francesco, Chiara ed Agnese sono lo specchio per le prime sorelle, che a loro volta diventano specchio per quelle future. Le sorelle future, guardando alle prime sorelle, diventano specchio per coloro che vivono nel mondo. Coloro che vivono nel mondo diventano specchio di Gesù per tutti. E così, riflettendo perfettamente Cristo, Francesco e Chiara, i primi frati e le prime sorelle, hanno dato origine al Movimento francescano: una di quelle realtà ecclesiali che, di tempo in tempo, riportano il Vangelo nella sua radicalità nella Chiesa, per farla rinascere, per rinnovarla, per riformarla.

 

Le esigenze del carisma dell’Unità: vivere l’unità per vivere Gesù

   

Anche a noi, pur piccoli ed indegni, è toccato in sorte un compito simile: far nascere, sviluppare, diffondere nel mondo una realtà carismatica, e anche a noi è toccato e tocca l’obbligo di vivere e far vivere integralmente, radicalmente il Vangelo, guardando a Gesù come in uno specchio. I primissimi appunti, che conserviamo, riguardanti il nostro Ideale, al suo primo apparire, riportano questa affermazione: “Noi dobbiamo essere un altro Gesù.” Ci chiedono quindi di rispecchiarci in Lui. Allo scopo, come a san Francesco ed a santa Chiara è stato dato dallo Spirito Santo un carisma, quello della povertà, a noi è stato donato il carisma dell’unità. Ed è proprio attraverso l’unità che noi possiamo essere un altro Gesù, essere Gesù. Ricordate la definizione dell’unità data in una lettera del lontano ’47: “Oh l’unità, l’unità! Che divina bellezza! Non abbiamo parole per dire cosa sia: è Gesù.” Sì, è Gesù. Si cominciava, allora, a capire che, amandoci a vicenda, avremmo realizzato l’unità e Gesù sarebbe stato in mezzo a noi… e in ciascuno di noi. Vivere l’unità, quindi, era ed è sinonimo di vivere Gesù. E in tal modo tutto il Vangelo.

 

L’Unità: anima e mèta del Vangelo

   

Un giorno una piccola, ma significativa luce nel nostro cammino, ci ha chiarito questa novità. Le Parole del Vangelo ci sono apparse come neonate pianticelle, disposte in un vasto terreno, e si è compreso che la radichetta d’ognuna affondava nel Testamento di Gesù, nell’unità, che sottostava a tutto il terreno, ed era vivificata da esso. E’ stata una visione plastica di come vada considerato il Testamento di Gesù e il suo rapporto con le altre Parole del Vangelo; e di come vivere l’una (l’unità) e le altre. Si era capito meglio che l’unità non è una virtù particolare (non si elenca infatti fra le virtù); non è solo la più alta parola di Gesù; non è nemmeno soltanto il tema fondamentale del suo Testamento. L’unità è l’anima di tutto il Vangelo, di tutta la Scrittura. Ed è la mèta a cui tutto il Vangelo tende. E, perché effetto della carità, si poteva anche dire che è il sunto, il concentrato del Vangelo. Si era capito che occorreva vivere le parole in vista dell’unità. Sì, perché non è evangelicamente esatto vivere la povertà per la povertà, ma per la carità che porta all’unità, né l’obbedienza per l’obbedienza, ecc., ma tutto in vista dell’unità. E in modo simile ogni beatitudine, come pure i dieci Comandamenti e quanto chiede il primo Testamento, che Gesù è venuto a completare e non a distruggere. Ed ora si comprende perché lo Spirito ci ha spinto a mettere in pratica, ogni mese, una diversa Parola, sì da poterle, col tempo, vivere tutte. Esse spiegano l’unità come in un ventaglio. E in esse possiamo specchiarci per essere Gesù, un altro Gesù. E diventare così specchio di Lui per altri.

Ma oggi possiamo chiederci: siamo noi, in qualche modo, specchio di Gesù? Lo siamo per gli altri?  

Specchiarci nel Vangelo per diventare specchio di Gesù

   

A questo proposito vorrei ricordare un nostro sogno degli inizi. Dicevamo: “Se per ipotesi assurda tutti i Vangeli della terra venissero distrutti, noi desidereremmo vivere in maniera tale che gli uomini, considerando la nostra condotta, vedendo, in certo modo, in noi Gesù, potessero, riscrivere il Vangelo: ’Ama il prossimo tuo come te stesso’ (Mt 19,19), ’Date e vi sarà dato’ (Lc 6,38), ’Non giudicate…’ (Mt 7,1), ’Amate i vostri nemici…’ (Mt 5,44), ’Amatevi a vicenda’ (cf Gv 15,12), ’Dove due o tre sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt 18,20).” Ebbene, in questi ultimi tempi ci siamo accorti, con riconoscenza a Dio, che, se non siamo arrivati a tale traguardo, vi siamo però incamminati. L’ho potuto costatare, verso la fine di maggio, cooperando alla composizione dei cosiddetti “Fioretti”: libro commissionatoci dall’Editrice San Paolo per presentare fatti e fatterelli evangelici della vita del Movimento. Essi rivelano lo sforzo da noi compiuto per stare in linea – per specchiarci, oggi diremmo – col Vangelo, e svelano pure i relativi interventi del Signore, secondo le sue promesse.

Poiché oggi è festa, leggiamone alcuni inediti per lodare Dio, e ringraziare chi, vivendoli, s’è specchiato nel Vangelo, in Gesù, sicché ora, tramite “i Fioretti”, potrà diventare specchio di Lui per molti. Intanto Gesù faccia di tutti noi specchi suoi e del Vangelo, perché molti possano specchiarvisi. (altro…)

Un borsone appeso alla porta

Siamo ad Innsbruck, in pieno inverno. Sono le ventidue e fuori un freddo gelido. Mi imbacucco nella calda giacca a vento e cerco di raggiungere velocemente casa mia. Un giovane uomo mi sbarra la strada, e mi chiede di comprare la sua stufa per 300 scellini. Mi spiega che, se non paga entro il giorno la quota completa dell’alloggio, la padrona di casa lo manda sulla strada. La mia reazione è: “Purtroppo non posso”. Porto nel mio borsellino esattamente 323 scellini, soldi che devono bastare per coprire le spese della seconda metà di febbraio. Ogni scellino è già contato per acquistare i viveri di prima necessità come pane, burro ecc.. I miei amici sono in ferie invernali e non ho nessuno a cui chiedere un prestito. Mentre mi allontano mi sovviene che io ho almeno una stanza calda, mentre quell’uomo non possiede nulla. Mi ricordo delle parole del Vangelo: “Date e vi sarà dato.” Mi giro e lo chiamo; gli do i 300 scellini; la stufa può tenerla per sé. Mentre vado a casa, sta per assalirmi l’angoscia: non ho proprio idea di come arrivare fino all’ultimo giorno del mese. Ma, appena arrivato, ecco cosa trovo: un grosso borsone appeso alla porta della mia stanza. Sorpresa! Contiene pane, carne affumicata (speck), uova, formaggio, miele, burro: tutte cose che sogna uno studente affamato. Fino ad oggi non ho scoperto ancora chi avesse appeso quel borsone alla porta della mia stanza.

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“… il Padre ha cura di voi”

A Barcellona, nel “Centro Mariapoli Loreto” c’era bisogno di cambiare i copriletto ai 47 letti, ma non avevamo i soldi necessari.

Ricordando le parole della lettera di san Pietro: “Gettate in lui ogni vostra preoccupazione perché egli ha cura di voi” (cf 1 Pt 5,7), abbiamo pensato di chiedere all’Eterno Padre questo dono, affidandoci al Suo amore. Non è stato necessario attendere molto. Pochi giorni dopo un’amica, proprietaria di un hotel, ci ha chiesto se volevamo i loro copriletti, perché, avendo cambiato i letti con altri di diverse misure, a loro non servivano più. Da tempo dicevamo pure che la cucina piccola dello stesso Centro Mariapoli era tanto deteriorata, mentre ci faceva molto comodo non dover utilizzare la cucina industriale per cucinare pasti piccoli. Anche quella volta abbiamo chiesto la cucina all’Eterno Padre. Dopo qualche giorno arriva una telefonata di un’altra amica, la quale, dovendo svuotare un appartamento, voleva offrirci proprio una cucina praticamente nuova.

Per un atto d’amore

Mentre faccio la passeggiata giornaliera, indicata dal medico, cerco di conoscere il quartiere dove risiedo da poco tempo: sono, infatti, il nuovo vescovo del posto. Alcuni giorni dopo, mi trovo a mettere un po’ d’ordine nella casa vescovile, cercando che essa esprima sempre meglio Dio, che è bellezza. Trovo alcuni candelabri di bronzo che non vanno d’accordo col resto. Mi viene in mente un piccolissimo negozio di compravendita, scoperto durante le passeggiate. Penso che, data la difficile situazione economica del Paese, il suo proprietario possa trovarsi in gravi difficoltà. Chiedo alla segretaria di fare un pacco con i candelabri e consegnarli a quel signore con un bigliettino che dice: “Sono un piccolo dono del vescovo. Se riesce a venderli, la prego di dare i soldi ai poveri. Ma, se lei ne avesse bisogno, può tenerseli”. Nel pomeriggio improvvisamente viene al vescovado questo signore. Insiste che vuol vedermi. Quando ci troviamo mi dice: “Oggi volevo suicidarmi. Ma, quando è arrivata la sua segretaria, ho capito che io interessavo ancora a qualcuno, ed ho cambiato idea. Mille grazie!”

“Una misura piena, pigiata, traboccante” (cf Lc 6,38)

Mi costava tantissimo dare l’unica zappa che avevo ad un povero, perché era la sola che possedevo e la sentivo utile e necessaria. Ma mi dicevo: “Se sei chiamato a dare la vita per gli altri, cosa vuoi che sia una zappa!” L’ho data e a Gesù ho detto: “Adesso pensaci tu”.

Via radio sento che c’è in arrivo una partita di zappe. Chiedo ad una ONG se potevo beneficiare e ne ricevo 200! insieme ad accette e sacchi di sementi! Immediatamente distribuisco i sacchi di sementi per i villaggi, e ne ricevo ancora 700! Altra gente del posto, protestante, mi chiede aiuto… Mi trovo così con il pastore a caricare 200 sacchi destinati a loro. Vengono poi a chiedere i membri di una setta di kimbangisti, che non compaiono nemmeno alla Settimana dell’unità dei cristiani per pregare insieme. 400 sacchi di sementi appena giunti sono per loro! Perfino uno stregone, nemico tradizionale dei cristiani, mi invita a casa e, davanti a 5 litri di vino di palma, mi ringrazia per quanto ho fatto per la sua gente. E tutto per un semplice atto d’amore! Quant’è vero che Lui ci ricambia con: “…una buona misura, pigiata, scossa e traboccante…” (Lc 6,38).

Costruttori della nuova civiltà dell’amore

Costruttori della nuova civiltà dell’amore

In un momento in cui l’incontro tra fedi e culture sembra essere l’unico antidoto ai conflitti e alle tensioni che minacciano il mondo, la GMG di Toronto ha aperto ai giovani anche l’orizzonte del dialogo interreligioso.

Per tre giorni la chiesa di St Patrick è diventata teatro di canzoni, danze, sketch, video-clip e un vero fuoco d’artificio di testimonianze di giovani di diverse religioni che condividono lo spirito di unità dei Focolari, a cui la Chiesa canadese aveva affidato questa iniziativa.Ha sorpreso molto i media americani che a Toronto vi fossero anche giovani ebrei, musulmani, indù, buddisti.  

Le testimonianze mostravano con fatti concreti che l’arte di amare radicata nella cosiddetta regola d’oro “Fa agli altri ciò che vorresti fosse fatta a te”, comune a tutte le religioni, cambia decisamente la vita, lenisce piaghe, apre nuovi orizzonti, unisce giovani di culture e religioni diverse rispettando in pieno l’identità di ognuno. Metta, buddista tailandese, accusata di aver subito dai cristiani un lavaggio al cervello, conquista poi tutta la scuola buddista alle sue idee; Avinash, indù, parla dell’incontro con i “Giovani per un mondo unito” di Bombay, e della scoperta di una vita così ricca di valori. Già da bambina, Ikram, studente musulmana del Marocco, aveva imparato dalla sua maestra cristiana l’arte di amare, che oggi, all’università in Belgio, è per lei la chiave per aprire il dialogo con tutti.

 

E ancora prendono la parola una giornalista ebrea, un Imam degli Stati Uniti. Non manca una testimonianza cristiana, come quella di Alicia, del Burundi, che è riuscita a perdonare chi ha ucciso parte della sua famiglia e, insieme a colleghi appartenenti all’altra tribù, è diventata punto di riferimento all’università per giovani delle due etnie combattenti. Con grande gioia poi è stato accolto a St Patrick il Cardinale Francis Arinze, Presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. “Il dialogo – ha affermato – è ormai una componente irreversibile nella Chiesa cattolica.”

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agosto 2002

Il lago di Tiberiade, detto anche “mare di Galilea”, ha queste dimensioni: 21 chilometri di lunghezza e 12 di larghezza. Ma quando il vento scende impetuoso dalla valle della Bekaa fa paura anche ai pescatori, abituati a navigarlo. E quella notte i discepoli di Gesù ebbero veramente paura: onde alte e vento contrario. Riuscivano appena a reggere la barca.
Avvenne allora un evento inaspettato. Gesù, che era rimasto a terra, solo, per pregare, apparve improvvisamente sulle acque. Già agitati per le condizioni del mare, i Dodici cominciarono a gridare, impauriti, credendo di vedere un fantasma. Non poteva essere Gesù quello che vedevano davanti a loro. Soltanto Dio, è scritto nel libro di Giobbe, cammina sulle acque (Cf Gb 9,8). Ed ecco le parole di Gesù: “Coraggio, sono io, non abbiate paura”. Sale sulla barca e il mare si calma. I discepoli non soltanto ritrovano la pace, ma per la prima volta lo riconoscono come “figlio di Dio”: “Tu sei veramente il Figlio di Dio!” (Mt 14,33).

«Coraggio, sono io, non abbiate paura»

Quella barca agitata dal vento e sbattuta dalle onde è diventata il simbolo della Chiesa di tutti i tempi. Per ognuno dei cristiani, che compiono la traversata della vita, prima o poi arriva il momento della paura. Forse anche tu qualche volta ti sarai trovato con il cuore in tempesta; forse ti sei sentito portato, da un vento contrario, nella direzione opposta a quella verso la quale volevi andare; hai avuto timore che la tua vita o quella della tua famiglia facesse naufragio.
Chi non passa attraverso la prova? Essa assume i volti del fallimento, della povertà, della depressione, del dubbio, della tentazione… A volte ciò che ci fa più male è il dolore di chi ci sta accanto: un figlio drogato o incapace di trovare la sua strada, il marito alcolista o senza lavoro, la separazione o il divorzio di persone care, i genitori anziani ed ammalati… Fa paura anche la società materialista e individualista che ci circonda, con le guerre, le violenze, le ingiustizie… Davanti a queste situazioni può insinuarsi anche il dubbio: l’amore di Dio dov’è finito? è stato tutto un’illusione? è un fantasma?
Non c’è niente di più terribile che sentirsi soli nel momento della prova. Quando non c’è nessuno con cui poter condividere il dolore, o che sia capace di aiutarci a risolvere le situazioni difficili, ogni sofferenza ci appare insopportabile. Gesù lo sa, per questo appare sul nostro mare in tempesta, ci viene accanto e ci ripete nuovamente:

«Coraggio, sono io, non abbiate paura»

Sono io, sembra dirci, in quella tua paura: anch’io sulla croce, quando ho gridato il mio abbandono sono stato invaso dalla paura che il Padre mi avesse abbandonato. Sono io in quel tuo scoraggiamento: là sulla croce anch’io ho avuto l’impressione che mi mancasse il conforto del Padre. Sei disorientato? Lo ero anch’io, al punto che ho gridato “perché?” Io, come e più di te, mi sono sentito solo, dubbioso, ferito… Io ho sentito su di me il dolore della cattiveria umana…
Gesù è entrato veramente in ogni dolore, ha preso su di sé ogni nostra prova, si è identificato con ognuno di noi. Egli è sotto tutto ciò che ci fa male, che ci fa paura. Ogni circostanza dolorosa, spaventosa, è un suo volto. Lui è l’Amore ed è dell’amore cacciare ogni timore.
Ogni volta che ci assale una paura, che siamo soffocati da un dolore, possiamo riconoscere la realtà vera che vi è nascosta: è Gesù che si fa presente nella nostra vita, è uno dei tanti volti con cui si manifesta. Chiamiamolo per nome: sei Tu, Gesù abbandonato-dubbio; sei Tu, Gesù abbandonato-tradito; sei Tu, Gesù abbandonato-malato. Facciamolo allora salire sulla nostra “barca”, accogliamolo, lasciamolo entrare nella nostra vita. E poi continuiamo a vivere quanto Dio vuole da noi, buttandoci ad amare il prossimo. Scopriremo che Gesù è sempre Amore. Potremo così dirgli, come i discepoli: “Tu sei veramente il Figlio di Dio!”
Abbracciandolo diverrà la nostra pace, il nostro conforto, il coraggio, l’equilibrio, la salute, la vittoria. Sarà la spiegazione di tutto e la soluzione di tutto.

Chiara Lubich
 

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“La fraternità come categoria politica” rilanciata da Chiara Lubich come assoluta necessità dopo l’11 settembre

“La fraternità come categoria politica è la risposta più innovativa alle tensioni e ai conflitti del mondo, come nei singoli stati e all’interno delle amministrazioni locali”. E’ uno dei passaggi-chiave del messaggio che Chiara Lubich ha lanciato da Rimini dove era stata invitata dal sindaco Alberto Ravaioli. Le Amministrazioni comunale e provinciale hanno voluto che proprio da questa città, Rimini, capitale del turismo e dell’ospitalità, città per tradizione cosmopolita, partisse questo forte messaggio.

Il Palacongressi sabato era gremito da oltre 5000 persone fra cui moltissimi giovani. Presenti anche circa quaranta tra sindaci deputati e senatori, il vescovo della città, mons. Mariano De Nicolò. Chiara Lubich, era stata presentata da Sergio Zavoli come “ricca del suo carisma interiore e al tempo stesso dotata di un sistema di valori calato nella dimensione anche politica della realtà quotidiana”, “testimone e protagonista di una nuova, ragionata speranza”. Speranza ben espressa dal messaggio della fondatrice dei Focolari, incentrato su “Fraternità e pace per l’unità dei popoli”. Tre parole da lei definite “tremendamente attuali, perché dopo il fatidico 11 settembre, la loro assoluta necessità è emersa paradossalmente nella coscienza di molti”. E qui ha richiamato le “tante reti già in atto che collegano i popoli, le culture e le diversità” grazie alle decine e decine di Movimenti e comunità ecclesiali in espansione non solo in Europa, ma ormai in tutto il mondo. Chiara dà un esempio concreto: il “Movimento dell’ unità”, emanazione dei Focolari, sorto nel 1996, formato da politici che assumono la fraternità come categoria politica. “Non un nuovo partito, ma portatore di una cultura e di una prassi politiche nuove”, che rende possibile, ad esempio, il dialogo tra maggioranza e opposizione. “Chi è al governo, riconosce gli apporti positivi dell’opposizione e ne favorisce il ruolo di controllo. L’opposizione è condotta attraverso una critica costruttiva che non tende a intralciare l’operato del governo, ma a correggerlo per migliorarlo. Così si favorisce la ricerca della soluzione migliore per la comunità, la quale viene pienamente garantita solo se governo e opposizione esercitano entrambi al meglio il proprio ruolo”. Ed ha parlato di “risultati politici di rilievo” come “tra le opposte fazioni nell’Irlanda del Nord”. Andando alle radici delle cause del terrorismo, approfondite nei mesi successivi agli attentati in USA, ha citato come “fondamentale” lo squilibrio sul nostro pianeta fra paesi poveri e paesi ricchi, squilibrio che reclama maggior condivisione di beni. Impossibile “finché l’umanità non sarà percorsa da un ardente desiderio e da un forte impegno di fraternità universale”. Il prof. Stefano Zamagni ha poi presentato il progetto dell’Economia di comunione, lanciato da Chiara Lubich più di 10 anni fa, che ispira la gestione di più di 750 aziende nel mondo, da lui definito “un nuovo paradigma economico”. E’ seguita la presentazione del progetto del Polo imprenditoriale, di prossima attuazione nei pressi della cittadella di Loppiano. Jorge Braga De Macedo, Presidente del Centro di Sviluppo Ecosoc (Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo presso l’ONU) ha parlato di una proposta “molto importante per gli economisti che lavorano per lo sviluppo dei paesi più poveri”. Il sindaco di Rimini, Ravaioli, in un’intervista a Città Nuova ha commentato: “Oggi Chiara ci ha mostrato – e Rimini è orgogliosa di avere lanciato questo messaggio – che sono necessari strumenti nuovi. E questo dell’Economia di Comunione, e della fratellanza e unità tra i popoli – è uno strumento nuovo, un passo concreto per realizzare un nuovo cammino verso la pace e l’unità”. (altro…)

Rimini, citta’ aperta alla “pace nella giustizia”

Rimini incontra per la seconda volta Chiara Lubich. La prima fu per l’attribuzione della cittadinanza onoraria, questa è per un riconoscimento che investe non soltanto la sua personalità religiosa, ma anche quella che esprime idee e ideali legati alla testimonianza civile, alle ragioni collettive, ai valori della scelta umanistica negli ambiti concreti del comune patrimonio sociale, sia esso culturale, economico, politico.

Rimini ha fama di città votata, insieme, alle quiete poetiche provinciali e alla più clamorosa delle vacanze, alle convenute e salutari esigenze del tempo prestato al riposo, al ristoro, alle gioie di giornata, così come all’effimero, alla dimenticanza, ai rinvii: ma nel suo patrimonio civile, morale e culturale tende, complessivamente, a fare della propria, grande visibilità mondana uno strumento di attrazione e di sintesi di grandi temi valoriali, a cominciare dalla pace e dalla libertà, dalla giustizia e dalla fratellanza. Non a caso ospita, ogni anno, una manifestazione culturale di respiro internazionale, le giornate del “Pio Manzù”, un grande evento d’ispirazione religiosa, il “Meeting per l’Amicizia fra i popoli”; e, a cura del Comune e della Provincia, iniziative culturali di risonanza più che nazionale. Nel contempo è la fonte di una provocazione solidale, in nome di Giovanni XXIII, che non ha l’uguale nel mondo, e conta un numero di volontari laici che, in proporzione, è il più alto d’Italia; questo – nonostante l’invito sapiente di Federico Fellini a fare “un po’ di silenzio”- nella terra del più chiassoso e corrivo dei simboli: il cosiddetto, abusato e per fortuna ormai frusto divertimentificio! Al Sindaco e al Presidente della Provincia, alle rispettive giurisdizioni, alla cittadinanza, alle rappresentanze della società civile, senza distinzione tra laici e credenti, è parso in modo netto di poter identificare una figura di riferimento alto, reale, non solo edificante e non solo simbolico, nella persona di Chiara Lubich, la donna che, come Martin Luther King e Teresa di Calcutta, ha offerto la sua fede e la sua opera per la costruzione di un mondo in cui la speranza sappia farsi anche progetto, la preghiera anche denuncia, la condivisione anche sacrificio; e dove non si dica solo e sempre redimere, ma anche liberare. Chiara Lubich sa che Rimini è una singolare città di frontiera: vivere sotto gli occhi di mezzo mondo, offrendo lusinghe di ogni genere – non ultima quella, umanissima, di essere un luogo propizio per portarvi anche da molto lontano veri e propri disegni di vita, con trasferimenti d’esistenza non di rado difficili – è altresì il luogo in cui sono possibili, accanto a benemerite redenzioni umane e sociali, anche gravi rischi di degrado morale e d’inquinamento socio-economico. In questa realtà Chiara è più che mai un bene prezioso. Ricca del suo carisma interiore, e al tempo stesso dotata di un sistema di valori calato nella dimensione anche politica della realtà quotidiana, il suo essere per la vita – quindi nella pace, nella libertà e nella giustizia – ne fanno una persona capace di trasmettere, in tempi come questo, un forte segnale di allerta. Nel mondo, infatti, cova una malattia subdola e insidiosa: non è ancora la peste, e non è ancora a bordo, assicurano i nostromi del mondo, ma sulla tolda serpeggia un’inquietudine nuova: l’intolleranza genera inimicizia, e questa istiga la violenza; l’iniquità provoca fame, e questa induce alla disperazione; l’indifferenza è fonte di rivalsa e questa suscita il rancore; l’egoismo si sposa con il pregiudizio, e questo produce separatezza e razzismo. Spendendosi con vigore anche su questi temi, Chiara lascia ogni giorno nel mondo testimonianze memorabili, fatte proprie persino da confessioni diverse, suscitando un’ammirazione che è l’eco stessa dello spirito di Assisi, secondo cui non c’è più un pulpito, un inginocchiatoio o uno stuoino, dal quale una preghiera – se rivolta al Dio dell’ut unum sint – possa salire più in alto di altre. Chiara, nel mondo, non ha mancato di dire a capi religiosi, statisti, leaders politici, intellettuali, che ci salveremo da un futuro per ora incerto, e qua e là denso di pericoli, a patto di razionalizzare, e quindi laicizzare, giudizi, scelte, decisioni. Non è più tempo – tutto, intorno a noi, ci ammonisce – di insistere su pretese d’intoccabilità, da una parte, e d’impunità dall’altra. Occorre semmai conciliare i diritti conferitici dalle aggressioni dei fondamentalismi con i doveri cui tenersi nel momento di porre in atto le risposte: perché se non venissero rispettati i doveri verrebbe meno la stessa legittimità dei diritti; ed eccedere nella rivalsa significherebbe annullare lo stesso concetto di giustizia; una vittima che ne producesse un’altra, infatti, non terrebbe in equilibrio l’equità, ma porrebbe sullo stesso piano due ingiustizie. Lo dico pensando ai ragazzi imbottiti di rancore e di plastico che vanno ad uccidersi e a uccidere dove altri ragazzi, perciò stesso, cresceranno nell’odio e nella rivalsa, lo dico pensando alle “torri gemelle”, alle due lance scagliate, si direbbe, contro il costato di Gesù in croce che tuttavia non possono chiamare in causa civiltà intere, né mettere a repentaglio la pace addirittura nel nome di Dio. Non è più tempo di crociate, è tempo di incontri e aperture, dialoghi e progetti, di cui farsi garanti con l’ottimismo della volontà, cioè credendo in ciò che si può fare e dunque va fatto. Ecco perché Chiara è oggi una presenza insostituibile tra chi opera non solo con la preghiera, ma anche con il richiamo alle responsabilità e ai compiti della politica, agli strumenti dell’economia, ai mezzi della conoscenza per una non più rimandabile rigenerazione del mondo in senso umanistico, vale a dire di un impegno, nelle sue premesse, fondamentalmente etico. Se in questo istante si stanno combattendo sul pianeta 45 tra guerre e guerriglie (per un pozzo d’acqua, per un confine etnico, per avere uno Stato), se tre persone su dieci rischiano di morire di fame, se un miliardo di uomini non conoscono ancora la luce elettrica, se tale scenario, iniquamente distribuito, vede da una parte crescere l’accumulo dell’opulenza e dall’altra l’abisso della povertà, è sembrato cosa buona e giusta dare la parola, con questa solenne adunanza, a una donna non eterea, non edificante, non irenica, non insomma auna “prigioniera della Grazia”, “un’alunna della Perfezione”, a una creatura libera ed esigente, che interpreta la libertà lasciataci dal creatore perché partecipassimo, spendendo ciascuno il proprio talento, alla liberazione di tutti.In un mondo dove non solo le previsioni dei sociologi e degli storici, ma anche e soprattutto le cosiddette “curve econometriche” ci dicono che il nostro futuro sta nel dar vita alla convivenza di una irresistibile realtà multietnica – perché non vi è nulla, ormai, che non riguardi il singolo e allo stesso tempo le comunità – politica significa più di sempre, secondo l’espressione di Don Milani, uscirne insieme; e mentre carità e condivisione sono le braccia che si stringono intorno al bisogno, giustizia è il solo abbraccio che può trarre da quel bisogno. Se non saranno garantiti lavoro, dignità, sicurezza a tre quarti del pianeta, ci si dovrà domandare chi sia venuto meno al proprio compito: se il creatore o le sue creature. Laici e credenti si contendono questa responsabilità, ma non è facile per nessuno accettare l’equazione secondo la quale se l’uomo fallisse il fallimento sarebbe anche di Dio. Chiara ci dice che se Dio e l’uomo non possono mancare l’uno all’altro, pena la loro stessa impotenza, questo non ci esime dal dover fare, sempre e comunque, la nostra parte: non solo ai piedi degli altari, per chi ha fede in Dio, ma anche, per chi crede nella ragione, ai tavoli della politica, della finanza, della scienza, della comunicazione. Non saranno le sedie vuote nel consesso della Fao a rassicurarci sulle responsabilità collettive, né sui progressi della globalizzazione. Un miliardo di uomini appartengono ai Paesi ricchi, 5 miliardi a quelli poveri. Ogni ora muoiono di fame 900 persone , una ogni 4 secondi. Il cibo a disposizione degli italiani potrebbe sfamare 110 milioni di persone; ogni giorno sono disponibili, in Italia, 3.500 calorie pro capite: 2.200 quelle utilizzate, 1.300 quelle perdute, buttate via. I mercati di Roma gettano nelle discariche, in 24 ore, 87 tonnellate di frutta e verdura; 25 tonnellate di carne e pesce: solo questo cibo potrebbe sfamare, quotidianamente un milione di persone. Nel frattempo, sono ancora attive, sul pianeta, 32 milioni di mine antiuomo; e la spesa annuale destinata ancora agli armamenti basterebbe all’approvvigionamento idrico per un terzo del pianeta. Ci spettano, a veder bene, doveri che non tollerano distinzioni né ontologiche né ideologiche; e che non ammettono deleghe, né deroghe. Rimini, un luogo cresciuto con i suoi principi cristiani e, del pari, nel suo laicismo, attraverso questa donna apparentemente fragile, e invece radicata nella sua stessa universale lezione d’umanità, oggi, qui si dichiara “città aperta” a ogni cultura, lingua, colore della “pace nella giustizia”, per usare un’espressione molto significativa di questo Papa coraggioso e leale; pronta a farsi testimone e sostegno di quanto opera in nome di ciò che unisce e contro ogni forza che tenda, sciaguratamente, a dividerci: per un umanesimo riedificato dall’eticità dei nostri sì e dei nostri no, prima e ultima scelta con cui decidere se vogliamo vivere, consapevolmente, all’altezza dell’uomo, cioè nel punto più alto della responsabilità affidataci dalla nostra storia misteriosa e palese, arcana e concreta, fatta di carne e di spirito. Quella che ha indotto alla scelta di Chiara come testimone e protagonista di un grande appello e di una nuova, ragionata speranza. Grazie. (altro…)

Saluto del Sindaco Alberto Ravaioli

"Gentile Chiara, gentili ospiti, autorità,

io credo che in tutti noi vi sia oggi una lucida consapevolezza: questa giornata da trascorrere insieme alla nostra cittadina onoraria Chiara Lubich non è storica solo per Rimini ma per tutti coloro nel mondo i quali ritengono che la pace non sia un concetto astratto e utopico ma un fatto vero, reale, solido riguardante da vicino le nostre quotidiane esistenze.

La pace quale principio ispiratore di ogni nostra azione, la fraternità quale scudo infrangibile posto davanti ai piccoli e ai grandi tentativi di prevaricazione, l’unità come metodo per restare saldi davanti alle tante tragedie di un mondo che non ha ancora imparato le lezioni dolorose trasmesse dalla storia.

Da te, Chiara, quest’oggi in tanti attendono non solo parole di pace e di speranza ma anche l’indicazione di un cammino che non può e deve essere interrotto dalle guerre, e dal sangue inutilmente versato nel nome di una religione o di una ideologia. Io penso che tu, Chiara, quest’oggi ci dirai che quella strada siamo noi- con le nostre opere- a realizzarla ogni giorno.

Non è forse vero che la più dirompente delle rivoluzioni comincia nel cuore dell’uomo e nella risposta individuale?

La responsabilità personale e collettiva ci chiama dagli albori della storia dell’uomo a un impegno a costruire una società migliore; ci chiama dal primo all’ultimo giorno della nostra vita a una crescita personale che condiziona poi le scelte generali. Non possiamo dimenticare questo: è nostro dovere capire e conoscere per crescere insieme. In ogni campo dell’esistenza.

Anche e soprattutto in quella politica che troppe volte ha deviato dal nobile principio originario.

Restituirgli il suo sapore attraverso la riaffermazione di categorie etiche universali- vale a dire, realizzare la libertà, l’uguaglianza, la pace, la fratellanza con programmi concreti- è compito che riguarda uomini pubblici a qualsiasi livello. Anche noi.

Per farlo occorre non limitarsi alla gestione, o cinica o populista o consociativa, del quotidiano; serve dare segni che vadano anche oltre i ruoli se vogliono davvero indicare una via per il futuro.

Oggi, con la tua presenza, Chiara, Rimini vuole offrire al mondo uno di questi segni.

La nostra città è diversa e migliore di quelle rappresentazioni parziali che a volte fuoriescono all’esterno. La nostra città ha costruito l’industria dell’accoglienza su una profonda cultura dell’accoglienza; ha ricoperto e ricopre il ruolo di realtà aperta al dialogo, al confronto tra culture diverse, alla multietnicità, alla tolleranza.

E’ stata ed è capitale della vacanza, dando a questa espressione una valenza straordinaria e positiva: ’inventare’ un sistema unico che permettesse a tutti- senza distinzioni di classi o censo- di ritagliarsi durante l’anno giorni di serenità e svago. Ma proprio perché eccellente, Rimini oggi ha una responsabilità in più rispetto ad altre città: non può accontentarsi. In un momento di profondi cambiamenti sociali, economici, culturali, uno snodo della storia per certi versi epocale, Rimini deve tornare a essere anticipatrice, innovativa e propositiva, dando risposte non banali a problemi tanto urgenti quanto universali.

Questa città deve investire le sue risorse, in primis umane, più qualificanti in uguaglianza, integrazione, accoglienza perché in tanti all’esterno chiedono a questa città di tornare a essere ’laboratorio’ capace di interpretare con fantasia, laboriosità, voglia di intrapresa i messaggi che il mondo pone.

E’ un compito difficile, non lo nego, che necessita di un grado di coesione assoluto tra cittadini, istituzioni pubbliche civili e religiose, categorie private, immigrati sulla base di poche ma chiare certezze: il rispetto da parte di tutti delle regole di convivenza, la condivisione di valori imprescindibili quali l’ascolto delle idee altrui, la consapevolezza che il legittimo benessere economico vada perseguito battendo le strade della legalità, l’impegno a non chiudersi nell’individualismo e nel corporativismo.

Serve un altro scatto in avanti, una nuova prospettiva in cui si miscelino in egual misura orgoglio, umanità, intelligenza e capacità imprenditoriale. Questo, Chiara, è il mio sogno e il mio appello. Non è ambizioso perché sai- e la tua presenza qui ne è la testimonianza palese- quanto Rimini sia già adesso aperta e bella. Questa giornata – i colori, la gioia, l’atmosfera che si respira – mi fanno dire che un pezzetto di questo sogno si stia già avverando."



Il Sindaco di Rimini
Dott. Alberto RAVAIOLI

Telegramma del Presidente della Camera dei Deputati

Ho ricevuto il vostro cortese invito per il convegno su pace, solidarietà e fraternità: una diversa cooperazione per l’unità dei popoli che si terrà il prossimo 22 giugno (2002) a Rimini.. Mi rincresce di non partecipare a questa iniziativa: avrei ascoltato con particolare piacere l’intervento di Chiara Lubich le cui parole sanno sempre aprire i cuori e le menti alle ragioni della pace e della fratellanza. Nell’augurarvi buon lavoro, saluto tutti coloro che saranno presenti e che daranno il loro contributo a questa importante iniziativa.

Pier Ferdinando Casini Presidente della Camera dei Deputati (altro…)

Fraternità e pace per l’unità dei popoli

Signor Sindaco, Autorità civili e religiose, Signore e Signori.

Fraternità, pace e unità, ecco tre parole tremendamente attuali su cui dovrei soffermarmi. Attuali perché, dopo il fatidico 11 settembre dell’altr’anno, la loro assoluta necessità è emersa, paradossalmente, nella coscienza di molti, come tre splendidi fiori sbocciati da una chiazza di sangue, come una speranza impensata da un immenso sconforto. New York trasformata Quel che è successo quel giorno a tutti è noto. Sgomento infinito negli USA e non solo. Ma, ecco, da quel groviglio di dolore, da quella notte piombata in piena luce, apparire un fenomeno inconsueto: una gara di solidarietà mai vista: muri d’indifferenza sciolti in una valanga di aiuti concreti, di conforto, di prontezza a far qualcosa che allevi i dolori degli altri. New York è trasformata. Così gli Stati Uniti, Paese multi-religioso, multi-etnico, multi-culturale, ha presentato al mondo, in una sua città, un modello di solidarietà, di unità. E’ stato come se gli occhi di un popolo si fossero spalancati e avessero visto l’assoluta necessità che si instauri la fraternità e non solo fra gli americani. Quest’esigenza poi è emersa in tutta la sua urgenza nei mesi successivi, quando si sono approfondite le varie possibili cause del terrorismo. Fra queste, fondamentale, quella dello squilibrio, sul nostro pianeta, fra Paesi poveri e Paesi ricchi, squilibrio che ha reclamato maggior condivisione di beni. Cosa che non sarà possibile finché l’umanità non sia percorsa da un ardente desiderio e da un forte impegno di fraternità universale. La fraternità nelle grandi anime La fraternità universale non è un’idea di oggi. Essa è stata presente nelle menti di spiriti forti. “La regola d’oro – diceva il Mahatma Gandhi – è di essere amici del mondo e considerare ’una’ tutta la famiglia umana.” E a proposito di sé affermava: “La mia missione non è semplicemente la fratellanza dell’umanità indiana. (…) Ma, attraverso l’attuazione della libertà dell’India, spero di attuare e sviluppare la missione della fratellanza degli uomini.” E Martin Luther King: “Ho il sogno che un giorno gli uomini (…) si renderanno conto che sono stati creati per vivere insieme come fratelli (…); (e) che la fraternità (…) diventerà l’ordine del giorno di un uomo di affari e la parola d’ordine dell’uomo di governo” . Su questa linea, il Dalai Lama, a proposito di quanto è successo negli Stati Uniti, scriveva ai suoi: “Per noi le ragioni (degli eventi di questi giorni) sono chiare. (…) Non ci siamo ricordati delle verità umane più basilari. (…) Siamo tutti uno. Questo è un messaggio che la razza umana ha grandemente ignorato. Il dimenticare questa verità è l’unica causa dell’odio e della guerra”. Gesù e la fraternità Ma chi ha indicato e portato la fraternità come dono essenziale all’umanità, è stato Gesù, che ha pregato così prima di morire: “Padre, che tutti siano uno” (cf Gv 17,21). Egli, rivelando che Dio è Padre, e che gli uomini, per questo, sono tutti fratelli, introduce l’idea dell’umanità come famiglia, l’idea della “famiglia umana”. E con ciò abbatte le mura che separano gli “uguali” dai “diversi”, gli amici dai nemici. E scioglie ciascun uomo dai vincoli che lo imprigionano, dalle mille forme di subordinazione e di schiavitù, da ogni rapporto ingiusto, compiendo in tal modo un’autentica rivoluzione esistenziale, culturale e politica. I politici e la fraternità L’idea della fraternità iniziò così a farsi strada nella storia. E tutti vi sono chiamati: anche coloro che lavorano in politica. Lo ha detto, ad esempio, la Rivoluzione francese che nel suo motto: “Libertà, uguaglianza, fraternità”, ha sintetizzato il grande progetto politico della modernità, anche se questo progetto è stato inteso da essa in modo assai riduttivo. Inoltre, se numerosi Paesi, arrivando a costruire regimi democratici, sono riusciti a dare una certa realizzazione alla libertà e all’uguaglianza, la fraternità è stata più annunciata che vissuta. Comunque “la lezione del ventesimo secolo – è stato detto – è che il futuro più umano passa attraverso l’accettazione del trinomio biblico (libertà, uguaglianza, fraternità) purificato dalle letture ideologizzate e riportato all’auscultazione dell’uomo (…) che si riscopre co-umanità. (…) L’elemento base del trinomio, sul piano della garanzia vitale, è la fraternità.” Un’unità globale Oggi il mondo tende all’unità. L’unità è un segno dei tempi: molti fattori religiosi, sociali e politici lo stanno a dimostrare. Ma occorre precisare: oggi, il mondo tende ad un’unità universale, ad un’unità globale. Ce lo fanno capire situazioni, esigenze, aspetti importanti della realtà contemporanea. I mezzi di comunicazione rendono presenti gli uni agli altri persone e popoli materialmente lontanissimi; tanto che, per esempio, nelle scelte personali di un giovane occidentale, può avere un peso decisivo ciò che accade in Asia o in Africa. Nessuno ci è più estraneo, perché lo “vediamo”, perché sappiamo di lui. Inoltre, la globalizzazione economica e finanziaria ha intrecciato tutti i nostri interessi, che non sono più separati fra di loro: ciò che accade in un Paese può avere ripercussioni materiali immediate in molti altri Paesi. Ancora: esistono problemi che interessano l’umanità nel suo insieme, che nessun popolo può affrontare separatamente dagli altri. Basti pensare ai grandi temi che coinvolgono la comunità internazionale in questo periodo: la questione ambientale e in particolare l’ecologia umana, lo sviluppo e l’alimentazione, le problematiche riguardanti il patrimonio genetico dei diversi gruppi umani. Oggi non è più l’epoca dei soli diritti individuali, né solo dei diritti sociali di una categoria: la nostra è l’epoca dei diritti e dei doveri dei popoli e dell’umanità. Viviamo dunque in un mondo che davvero è diventato un villaggio: complesso e nuovo, ma un villaggio. L’umanità vive oggi come fosse un piccolo gruppo. Ma, a differenza dei piccoli gruppi di una volta, non è ancora riuscita a sviluppare sufficientemente un pensiero capace di rispettare le distinzioni mentre comprende la fondamentale unità. I concetti tradizionali di razza, religione, cultura, Stato, si infrangono davanti alla complessità della situazione. Ebbene, è proprio la fraternità la categoria di pensiero capace di abbracciare quell’unità e quella distinzione cui anela l’umanità contemporanea. Lo stesso Giovanni Paolo II, parlando al Corpo Diplomatico il 10 gennaio 2000, ha eletto la fraternità a criterio di giudizio del secolo appena trascorso. Dopo avere sottolineato il grande progresso scientifico che ha caratterizzato il Novecento, si è chiesto: “Questo secolo è stato anche quello della fraternità?”. Egli ha sottolineato “l’azione perseverante di diplomatici saggi” nel tentativo di far emergere una vera “comunità di Nazioni”; indice, questo, di “una certa volontà di edificare un mondo fondato sulla fraternità, per stabilire, proteggere ed estendere la pace intorno a noi” . Strumenti d’unità e fraternità La fraternità, dunque, è l’ideale di oggi. Ma come farla fiorire? Come suscitare fraternità? Per dare al mondo la fraternità che generi un’unità spirituale, garanzia dell’unità politica, economica, ecc., non mancano gli strumenti. Basta saperli individuare. Uno, la cui efficacia non è ancora del tutto scoperta, ma che si farà evidente nel prossimo futuro, è quello dell’apparire nel mondo cristiano, dopo i primi decenni del ’900, di decine e decine di Movimenti e Comunità ecclesiali. E questo non solo in Paesi europei, ma ormai in tutto il mondo, come tante reti che collegano i popoli, le culture e le diversità. Quasi un segno che, cominciando dal nostro Continente, il mondo potrebbe diventare una casa delle Nazioni perché esso lo è già attraverso queste realtà , pur se ancora a livello di laboratorio. Sono Movimenti moderni, sorti non solo nella Chiesa cattolica, avvolti in genere ancora nel silenzio, come tutte le cose nascenti vere e importanti, ma che esploderanno presto. Sono realtà meritevoli di grande ed alta stima perché effetto non di programmazioni o progettualità umane, ma di doni, di carismi dello Spirito di Dio, che conosce meglio di qualsiasi uomo e donna della terra i problemi del nostro pianeta ed è desideroso di concorrere a risolverli. Ora questi Movimenti, poiché fondati o prevalentemente composti da laici, veicolano un sentito e profondo interesse per il vivere umano con ricadute nel campo civile, cui offrono concrete realizzazioni politiche, economiche, ecc. Sono venuti in piena luce appena tre anni fa, quando la Chiesa si è riscoperta e ripresentata al mondo costituita, oltre che dall’aspetto istituzionale, anche da quello carismatico, coessenziale al primo. Aspetto che ha arricchito anche i secoli passati di Movimenti spirituali (come, per un solo esempio, quello francescano) e delle più varie correnti di pensiero e di spiritualità, atte a riportare il popolo cristiano, spesso illanguidito e secolarizzato dal contatto col mondo, all’autenticità ed alla radicalità del Vangelo, capace sempre di dare un volto nuovo alla città terrena. Questi Movimenti, seguendo ciascuno il proprio carisma, concretizzano l’amore in tante forme. Parecchi fra questi, in particolare, manifestano la forza dello Spirito nella capacità che hanno d’aprire tutti gli uomini e donne del nostro pianeta a un dialogo profondo. Il Movimento dei Focolari Una di tali realtà è il Movimento dei Focolari che conta milioni di membri presenti in 182 nazioni. Esso – assieme a molte altre valide organizzazioni, iniziative, opere – porta in questa nostra epoca l’unità e la fraternità, dovunque. Dirò qualcosa di questo Movimento, che meglio conosco, ma come esempio fra tanti. I dialoghi Quattro sono i dialoghi che, da quasi mezzo secolo, esso ha messo in atto. Il dialogo all’interno della Chiesa, che l’aiuti ad essere sempre più “comunione”, quella comunione nella quale la fraternità e la pace sono assicurate. Il dialogo ecumenico nella sua forma di “dialogo del popolo”. Questo dialogo coinvolge, vivissimo, cristiani di 350 Chiese, trasformati tutti in una sola “famiglia cristiana”, quasi un pezzo d’anima di quell’unica Chiesa che verrà. Il dialogo con persone di altre religioni: musulmani, ebrei, buddisti, indù, sikhs, ecc., oggi presenti un po’ dovunque per le ondate migratorie. Dialogo possibile, questo, per la cosiddetta “regola d’oro”, comune a tutte le principali religioni della terra. Essa dice: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” (cf Lc 6,31). Regola d’oro che in fondo domanda di amare ogni prossimo, cosicché se noi, perché cristiani, amiamo, ed essi, pure, come indù, musulmani, ebrei, amano, ecco l’amore reciproco, da cui fiorisce la fraternità. Questo dialogo ha già fruttato, per il Movimento dei Focolari, una fraternità piena e sentita con un Movimento buddista moderno di Tokio, che conta sei milioni di membri. E con un altro Movimento musulmano afroamericano di due milioni di membri, il quale, per lo scambio dei doni che si effettua nel dialogo, ha aperto a noi 40 moschee negli USA, dove possiamo annunciare le nostre esperienze di fede, sempre da loro tanto desiderate, mentre noi apriamo alla loro amicizia le nostre Cittadelle. Dialogo, infine, con i nostri fratelli che non professano una fede religiosa, ma hanno iscritta pure essi, nel DNA della loro anima, la spinta ad amare. E sono, forse, i più. La spiritualità dell’unità Ma da dove tale successo, che offre tanta speranza, in un solo nuovo Movimento? Il segreto della sua riuscita sta in una nuova linea di condotta, assunta da milioni di persone che, ispirandosi fondamentalmente a princìpi cristiani – senza trascurare, anzi evidenziando, valori paralleli presenti in altre fedi e culture – cerca di portare in questo mondo fraternità, pace e unità. Si tratta della “spiritualità dell’unità”, personale e comunitaria insieme, attuale e moderna, presentata oggi dal Santo Padre Giovanni Paolo II, sotto il nome di “spiritualità di comunione”, a tutta la Chiesa, perché tutti la vivano. Due sono i cardini principali di questa spiritualità. Il primo è stato donato al primo gruppo di ragazze, quando, in una cantina per ripararsi dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, aprendo il Vangelo a caso, si sono trovate proprio di fronte alla solenne preghiera di Gesù rivolta al Padre prima di morire: “Padre santo (…) che tutti siano una cosa sola” (cf Gv 17,11-21). Preghiera che chiede l’unità dei cristiani con Dio e fra loro, da estendersi poi a tutti e tutte, in una fraternità universale. Il secondo cardine, Gesù crocifisso e abbandonato, è stato chiaro, per quelle ragazze, quando hanno approfondito il grido di Cristo in croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46 e Mc 15,34). Avevano capito infatti che Gesù, il Verbo di Dio fatto uomo, proprio per questo suo essere uomo s’era addossato anche tutte le nostre colpe, le nostre divisioni, le nostre sofferenze; e per questo il Padre aveva permesso che sentisse quel dolorosissimo abbandono. Egli, però, con uno sforzo sovrumano, aveva superato questa tremenda prova e si era riabbandonato al Padre dicendo: “Nelle tue mani… raccomando il mio spirito” (Lc 23,46). Per cui Gesù abbandonato, ma risorto all’Amore, è sempre stato per i membri del Movimento – ed ora non solo per essi – il modello, la chiave per ricomporre ogni genere di disunità, per sanare ogni trauma. Così, amando Lui, si è concorso ad unire singoli e brani di società, in ogni popolo, lavorando con ciò all’unità della famiglia umana. Il “Movimento dell’Unità” Il Movimento dei Focolari, pur essendo primariamente religioso, ha avuto, sin dal 1948, e poi su su durante gli anni, un’attenzione particolare per il mondo politico, sino a veder nascere dal suo seno, a Napoli nel 1996, il cosiddetto “Movimento dell’Unità” al servizio del mondo. E ora sta diffondendosi e organizzandosi su tutto il pianeta. Vi fanno parte politici, amministratori, funzionari, studiosi e cittadini, appartenenti a diversi orientamenti politici. Non è un nuovo partito, ma il portatore di una cultura e di una prassi politiche nuove. Cambia il metodo della politica. Pur rimanendo fedele alle proprie autentiche idealità, il politico dell’unità ama non solo i politici del suo partito, ma tutti gli altri politici, cercando di vivere in comunione con tutti. Fa questo nei consigli comunali, nei partiti, nei diversi gruppi di iniziativa civica e politica, nei parlamenti nazionali e regionali. L’unità, così vissuta, è portata come fermento anche tra i partiti stessi, nelle istituzioni, in ogni ambito della vita pubblica, nei rapporti fra gli Stati. Lo scopo specifico del “Movimento dell’Unità” è dunque: aiutare ed aiutarsi a vivere sempre nella fraternità; per essa credere nei valori profondi, eterni dell’uomo e solo dopo, muoversi nell’azione politica. Aspetti dell’amore fraterno in politica Ora, in quali modi la fraternità aiuta il politico ad assolvere pienamente ai propri compiti? Posso rispondere soffermandomi su alcuni aspetti dell’amore fraterno vissuto in politica. Anzitutto, per il politico dell’unità, la scelta dell’impegno politico è un atto d’amore, con il quale egli risponde ad un’autentica vocazione, ad una chiamata personale. Egli vuol dare risposta ad un bisogno sociale, ad un problema della sua città, alle sofferenze del suo popolo, alle esigenze del suo tempo. Chi è credente, avverte che è Dio stesso a chiamarlo, attraverso le circostanze; il non credente, risponde ad una domanda umana che trova eco nella sua coscienza: ma è sempre l’amore che entrambi immettono nella loro azione. E gli uni e gli altri, questi politici, hanno la loro casa nel Movimento dell’Unità. In secondo luogo, il politico dell’unità prende coscienza che la politica è, nella sua radice, amore; e ciò porta a comprendere che anche l’altro, l’avversario politico, può avere compiuto la propria scelta per amore. E questo esige che lo si rispetti, che si comprenda l’essenza del suo impegno, andando al di là dei modi in cui si esprime. Il politico dell’unità ha a cuore che anche il suo avversario realizzi il disegno buono di cui è portatore. Questo disegno, infatti, se risponde ad una chiamata, ad un bisogno vero, è parte integrante di quel bene comune che solo insieme si può costruire. Il politico dell’unità ama, dunque, non solo coloro che gli danno il voto, ma anche gli avversari; non solo il proprio partito, ma anche quello altrui. Un altro aspetto della fraternità in politica è la capacità di spostare se stessi per fare spazio all’altro, di saper tacere per ascoltare tutti, anche gli avversari. E un “perdere se stessi” che rinnova ogni giorno l’originaria scelta politica, con la quale si decise di occuparsi degli altri. E in tal modo ci si “fa uno” con tutti, ci si apre alla loro realtà. E il farsi uno aiuta a superare i particolarismi, rivela aspetti delle persone, della vita, della realtà, che ampliano anche l’orizzonte politico: il politico che impara a farsi uno con tutti diventa più capace di capire e di proporre. Il farsi uno è il vero realismo politico. Ancora, il politico dell’unità non può rimanere passivo davanti ai conflitti, spesso aspri, che scavano abissi tra i politici e tra i cittadini. Al contrario, egli compie il primo passo per avvicinarsi all’altro, riprendere la comunicazione interrotta; dapprima, anche solo con un piccolo gesto, un saluto, ad esempio. Creare la relazione personale dove essa non c’è, o dove ha subito una interruzione, può significare, a volte, riuscire a sbloccare lo stesso processo politico: amare per primi, per il politico dell’unità, è un atto dovuto alla dignità della persona, ma che si trasforma anche in una vera e propria iniziativa politica, aiutando a superare i pregiudizi e il gioco delle parti, che tanto spesso paralizzano i politici in contrapposizioni inutili. La fraternità, ancora, trova piena espressione nell’amore reciproco, di cui la democrazia, se rettamente intesa, ha una vera necessità: amore dei politici fra loro, e fra i politici e i cittadini. Il politico dell’unità non si accontenta di amare da solo, ma cerca di portare l’altro, alleato o avversario, all’amore, perché la politica è relazione, è progetto comune. Un’ultima delle nostre idee-forza è che la patria altrui va amata come la propria; la più alta dignità per l’umanità sarebbe infatti quella di non sentirsi un insieme di popoli spesso in lotta fra loro, ma, per l’amore vicendevole, un solo popolo, arricchito dalla diversità di ognuno e per questo custode nell’unità delle differenti identità. E’ quanto il Movimento ha cercato di vivere in momenti anche drammatici, per esempio durante la guerra per le isole Falkland-Malvine, attraverso gesti di amicizia e di pace attuati tra i nostri argentini e i nostri inglesi: gesti che avevano un profondo significato politico. Realizzare la fraternità richiede sacrificio Ma tutti questi aspetti dell’amore politico, che realizzano la fraternità, richiedono sacrificio. Quante volte l’attività politica fa conoscere la solitudine, il senso di abbandono, l’incomprensione da parte, anche, dei più vicini! Chi, tra coloro che fanno politica, non si è mai sentito amareggiato o emarginato o tradito, al punto di essere tentato di lasciare? Ebbene, è qui che viene in aiuto anche al politico il Cristo crocifisso che grida: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46) ma che, riabbandonandosi al Padre, come è stato detto, ha superato il baratro e ha ricomposto ogni disunità. Gesù abbandonato-risorto, infatti, se è l’immagine ideale di ogni uomo, lo è particolarmente del politico, proprio perché il politico è colui che abbraccia le divisioni, le spaccature, le ferite della propria gente, per trovare le soluzioni, per ricomporle in unità. E’ questo il prezzo della fraternità che è richiesto al politico: prezzo altissimo, come è alta la vocazione politica. Ma altissimo è anche il premio. La fedeltà alla prova farà, infatti, del politico un modello, un punto di riferimento per i suoi concittadini, orgoglio della sua gente. Questi sono i politici che il Movimento dell’Unità desidera, con l’aiuto di Dio, generare, nutrire, sostenere. E non è utopia. Lo dicono alcuni dei nostri che ci hanno preceduti in Cielo: Jozef Lux, già vice-primo ministro della Repubblica Ceca, che seppe conquistare l’ammirazione di colleghi e avversari; o Domenico Mangano, che visse la politica nell’amministrazione comunale di Viterbo, in costante servizio ai suoi concittadini; o Igino Giordani, il cui processo di canonizzazione recentemente iniziato sta mettendo in luce come egli abbia vissuto non solo le virtù religiose ma anche quelle civili: segno, questo, che ci si può fare santi non “nonostante la politica”, ma “attraverso la politica”. Esempi concreti Il Movimento dell’Unità è impegnato anch’esso sul piano del dialogo. Lo ha attuato, ad esempio, tra le opposte fazioni dei cattolici e dei protestanti nell’Irlanda del Nord, contribuendo a risultati politici di rilievo. Ma dialogo, anche, tra parlamentari di diversi schieramenti, come sempre avviene quando alcuni dei nostri sono eletti in partiti diversi ma compongono, insieme, un’unica “cellula parlamentare”. La “cellula d’ambiente” è una delle nostre tipiche forme organizzative, che si costituisce quando dei membri del Movimento si trovano ad operare nel medesimo luogo. Dialogo, poi, tra governo e opposizione. Di questo abbiamo esperienza soprattutto nelle amministrazioni locali. I nostri che sono al governo riconoscono gli apporti positivi dell’opposizione e ne favoriscono il ruolo di controllo. L’opposizione è condotta allora attraverso una critica costruttiva, che non tende ad intralciare l’operato del governo, ma a correggerlo per migliorarlo. In numerosissimi casi, l’unità tra i nostri presenti da una parte e dall’altra ha favorito la ricerca della soluzione migliore per la comunità, la quale viene pienamente garantita solo se governo e opposizione esercitano entrambi, al meglio, il proprio ruolo. L’umanità come un unico corpo Il Movimento dell’Unità vede l’umanità come un unico corpo nel quale tutti gli uomini sono affratellati. L’umanità è prima di tutto una cosa sola. Giovanni Paolo II, parlando ai nostri giovani, diceva: “(Voi) volete scrutare il cammino che bisogna percorrere per raggiungere un ’mondo unito’, nella consapevolezza che tale ’ideale’ va facendosi ’storia’. “Davvero, questa sembra la prospettiva che emerge dai molteplici segni del nostro tempo: la prospettiva di un mondo unito. E’ la grande attesa degli uomini d’oggi. (…) A tutti è domandato di educare la propria coscienza a sentimenti di rispettosa convivenza, di concordia, di fratellanza, giacché senza questi non è possibile attuare un vero cammino di unità e di pace” . Il Papa ha detto questo prima dell’11 settembre. Ora il suo pensiero è senz’altro rafforzato dal gravissimo pericolo del terrorismo, che esige unità non solo fra gli uomini e le donne del nostro pianeta, ma fra i popoli come tali ed i grandi che li governano. Unità nella diversità Un’unità, sempre nella diversità, nella libertà, costruita da persone e da popoli che siano veramente se stessi, portatori di una propria identità e di una propria cultura aperte e dialoganti con le altre. Sognare la pace E quando sarà così, si potrà conoscere finalmente la pace. Infatti, a mano a mano che a ciò ci si avvierà, vedremo realizzarsi altri particolari sogni di grandi della nostra storia. Come quello, ancora, di Martin Luther King: “Oggi ho (…) sognato che (…) gli uomini muteranno le loro spade in aratri, e che le nazioni non insorgeranno più contro le nazioni, e la guerra non sarà neppure più oggetto di studio. (…) Con questa fede noi saremo capaci di affrettare il giorno in cui vi sarà pace sulla terra e buona volontà verso tutti gli uomini. Sarà un giorno glorioso, e le stelle canteranno tutte insieme, ed i figli di Dio grideranno di gioia” . Che il Signore ed il nostro agire facciano in modo che quel giorno sia vicino. Grazie, Signori tutti, dell’ascolto. Chiara Lubich

Presentazione dell’ Economia di comunione e del Polo Lionello di Loppiano

Il progetto dell’ Economia di Comunione nasce durante un viaggio che Chiara ha fatto nel 1991 in Brasile.

Attraversando la città di San Paolo, avverte la tragicità del problema sociale in quella terra, constata che la stessa comunione dei beni, che sin dall’inizio si attuava nel Movimento, non è più sufficiente ad aiutare i poveri. Propone allora la nascita di aziende, rette da persone che mettano in comune liberamente gli utili aziendali per tre finalità: aiutare quelli che sono nel bisogno, formare alla cultura del “dare” e sostenere l’azienda. Questo progetto assume il nome di “Economia di Comunione”. A riguardo delle aziende diceva: “A differenza dell’economia consumista, basata su una cultura dell’avere, l’Economia di Comunione è l’economia del dare. Ciò può sembrare difficile, arduo, eroico. Ma non lo è perché l’uomo fatto ad immagine di Dio che è Amore, trova la propria realizzazione proprio nell’amare, nel dare. …dare non significa soltanto dare gli utili o dare qualcosa. Non è quello. E’ quel dare che noi abbiamo imparato dal Vangelo che significa amare tutti. Quindi la cultura dell’amare: Amare anche i dipendenti, amare anche i concorrenti, amare anche i clienti, amare anche i fornitori, amare tutti. Lo stile di vita aziendale deve essere tutto cambiato, tutto deve essere evangelico, altrimenti non abbiamo economia di comunione”. Il ‘sogno’ di allora sta diventando realtà: molte aziende sono nate e non solo in Brasile, ma in molti Paesi del mondo, imprese già esistenti hanno fatto proprio il progetto, modificando lo stile di gestione aziendale e la destinazione degli utili. A tutt’oggi sono 761 le aziende che vi aderiscono nel mondo, 250 in Italia. Quando è stato lanciato questo progetto anche noi vi abbiamo aderito subito con radicalità. E’ stato come una vera bomba che ha cambiato la nostra vita, una luce che ha illuminato e dato più senso al nostro lavoro, alla nostra economia. Ci siamo scoperti imprenditori, non per noi ma per un disegno molto più grande e abbiamo capito che potevamo allargare il nostro orizzonte all’umanità intera. Ha assunto un nuovo significato l’assumere in azienda persone in difficoltà, come una famiglia di profughi composta dai genitori e sei bambini. Abbiamo capito il perché della nostra cura nel produrre rispettando la natura e l’ambiente ed anche il nuovo rapporto con i dipendenti interessandoci di più delle loro problematiche e necessità. Un’altra conseguenza della nostra adesione è stato l’esaminarci e confrontarci su come vivere il dare. Il dare non è stato facile. Eravamo soliti pensare di reinvestire quasi tutto l’utile nell’azienda. Ma, pur tenendo conto di questa necessità, abbiamo superato questi pensieri pensando ai tanti poveri che potevamo aiutare . Ed anche quando, per difficoltà subentrate, gli utili non ci sono più stati, il dispiacere di non poterlo più fare è servito per scoprire tutti i valori, anche più profondi del vivere questa economia nuova: i rapporti con le persone, la correttezza professionale e verso le istituzioni, l’armonia nell’azienda. Poli Industriali Nella cittadella del Movimento in Brasile, quest’invito a concretizzare il progetto dell’EDC, è stato accolto subito con slancio e generosità ed è nato a pochi chilometri di distanza dall’abitato, un polo imprenditoriale: il polo Spartaco. Alla società per azioni che si è costituita per amministrarlo aderiscono oggi più di 3600 persone che , con radicalità, hanno messo a disposizione i loro risparmi, spesso di modesta entità, dando vita così ad un azionariato diffuso. Lanciando il Polo Spartaco in Brasile, Chiara Lubich aveva esclamato: “siamo poveri, ma tanti”, suggerendo di ripartire il capitale in azioni dal valore nominale modesto, a cui molti potessero accedere. Il Polo in Brasile oggi è una realtà, con già sei aziende funzionanti, esempio e modello di una nuova economia. Sono nati, in questi ultimi anni, Poli imprenditoriali anche in Argentina e si stanno costituendo negli USA, in Francia ed in Belgio. Nell’aprile 2001 a Castelgandolfo, a dieci anni dal lancio del progetto, si è tenuto un seminario per operatori dell’economia di comunione e Chiara ha lanciato una nuova sfida: far nascere anche in Italia, nei pressi della cittadella di Loppiano un polo industriale, a cui potranno collegarsi le aziende italiane che aderiscono al progetto. La proposta è stata accolta con grandissimo entusiasmo e un piccolo gruppo di esperti ha iniziato subito a studiarne la realizzazione. E’ stata suggerita la costituzione di una società per azioni che miri a coinvolgere quante più persone possibili per realizzare anche qui in Italia un’azionariato diffuso e per questo il valore nominale di ciascuna azione è stato fissato a 50 €. Il complesso nascente è stato chiamato: “Polo Lionello”, per ricordare il focolarino Lionello Bonfanti, uno degli artefici della costruzione della cittadella di Loppiano ed in ottobre si è costituita l’EdiC S.p.A., un nome che sentiamo come una responsabilità perché carico di una grande idealità: rendere visibile l’EdC. Nel suo statuto se ne precisano i fini: l’acquisto, il progetto e la costruzione di immobili, che saranno dati in locazione alle aziende che vorranno insediarsi; lo studio , la realizzazione e l’organizzazione di impianti industriali, commerciali e di servizi e corsi di formazione. L’art. 32 evidenzia la novità del progetto EdC: infatti per essere pienamente coerenti ai principi ispiratori si è voluto stabilire che il 30% degli utili venga destinato ad un fondo per indigenti. Immediati e sorprendenti sono stati gli echi di risposta all’iniziativa: La regione toscana ha approvato una mozione di sostegno al polo imprenditoriale di Loppiano. Nel testo si chiede alla giunta regionale di aderire al progetto perché “laboratorio di una nuova economia” e di inserirlo nei programmi di sviluppo della regione quale modello da proporre per l’attuazione di una nuova politica di cooperazione allo sviluppo. Anche l’amministrazione comunale ha dimostrato grande interesse dando tutto l’appoggio affinché il cuore del progetto abbia sede nel comune di Incisa in Valdarno. La risposta degli imprenditori italiani è stata subito pronta e generosa, mostrando come il Polo sia già, ancora prima di essere realizzato, centro di attrazione e riferimento, un faro di luce, per tutte le aziende di EdC ed anche per il mondo economico. Ad un convegno, tenutosi a Loppiano nel febbraio scorso, hanno partecipato più di 550 fra imprenditori, operatori economici e studenti, una ventina di aziende hanno manifestato il desiderio di potersi insediare nel Polo e più di un centinaio di esperti, professionisti e dirigenti d’azienda hanno offerto la disponibilità a collaborare alla realizzazione di questo progetto. Le aziende individuate e disposte a trasferirsi nel Polo, o ad aprirvi una propria filiale, condividono l’Economia di Comunione; sono imprenditori pieni di ardore e con uno slancio da veri pionieri. Anche tantissime persone che sono venute a conoscenza di questa iniziativa, vi hanno aderito prontamente, dichiarando, che appena sarà possibile iniziare la raccolta, vi contribuiranno per sentirsi pienamente artefici ed attori pur non essendo imprenditori; sono persone di ogni tipo: giovani e ragazzi, lavoratori, pensionati, casalinghe ed anche imprenditori che, pur condividendo il progetto e volendolo sostenere, non possono trasferire la propria attività. Sappiamo che tutto questo è un grande impegno, un grande sforzo ma ci aiuta il pensare che non è tanto un “buon investimento” quello a cui stiamo lavorando, ma è la realizzazione di un’ Opera di Dio. Per sovvenire alle necessità di molti, l’intento è quello di produrre utili, ma vorremmo sottolineare la peculiarità di altri beni che la società intende generare : un complesso di beni meno visibili, difficilmente quantificabili, espressi dalla qualità e stile di vita, dai rapporti di amore all’interno delle aziende, fra le aziende e fuori di esse, beni che presuppongono un grande ideale. Per questo, l’inserimento nella cittadella di Loppiano, è un aiuto , un sostegno, è la fonte che genera quel “supplemento d’anima” necessario. Siamo ancora agli inizi, ma siamo sicuri che questo progetto, per l’adesione di tanti, si realizzerà. (altro…)

Luglio 2002

Queste parole di Gesù sono talmente importanti che il Vangelo di Matteo le riporta due volte (Mt 13,12; 25,29). Esse mostrano chiaramente che l’economia di Dio non è come la nostra. I suoi calcoli sono sempre diversi dai nostri, come quando, ad esempio, dà lo stesso compenso all’operaio dell’ultima ora come a quello della prima (Cf Mt 20, 1-16).
Gesù disse queste parole rispondendo ai discepoli che gli chiedevano perché a loro parlava apertamente mentre invece agli altri si rivolgeva in parabole, in maniera velata. Gesù dava ai suoi discepoli la pienezza della verità, la luce, proprio perché lo seguivano, perché per loro lui era tutto. A loro che gli avevano aperto il cuore, che erano pienamente disposti ad accoglierlo, che già avevano Gesù, a loro Gesù si dà in pienezza.

Per comprendere questo suo modo di agire può essere utile ricordare un’altra Parola simile, che riporta il Vangelo di Luca: “Date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo” (Lc 6,38). Nelle due frasi, secondo la logica di Gesù, avere (a chi ha sarà dato) equivale a dare (a chi dà sarà dato).
Sono sicura che questa verità evangelica l’hai sperimentata anche tu. Quando hai aiutato una persona ammalata, quando hai consolato qualcuno che è triste, quando sei stato vicino a chi si sente solo, non hai provato a volte una gioia ed una pace che non sai da dove vengono? È la logica dell’amore. Quanto più uno si dona tanto più è arricchito.
Potremmo allora leggere così la Parola di questo mese: a chi ha amore, a chi vive nell’amore, Dio dà la capacità di amare ancora di più, dà la pienezza dell’amore fino a farlo diventare come lui che è Amore.

«A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha»

Sì, è l’amore che ci fa essere. Noi esistiamo perché amiamo. Se non amassimo, e tutte quelle volte che non amiamo, non siamo, non esistiamo (“sarà tolto anche quello che ha”).
Allora non ci resta che amare, senza risparmio. Solo così Dio si donerà a noi e con lui verrà la pienezza dei suoi doni.
Diamo concretamente a chi ci sta attorno, sicuri che dando a lui diamo a Dio; diamo sempre; diamo un sorriso, una comprensione, un perdono, un ascolto; diamo la nostra intelligenza, la nostra disponibilità; diamo il nostro tempo, i nostri talenti, le nostre idee, la nostra attività; diamo le esperienze, le capacità, i beni per farne parte ad altri, in modo che nulla si accumuli e tutto circoli. Il nostro dare apre le mani di Dio che, nella sua provvidenza, ci riempie sovrabbondantemente per poter dare ancora, e tanto, e ricevere ancora, e poter così venire incontro alle smisurate necessità di molti.

«A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha»

Il dono più grande che Gesù vuol farci è lui stesso, che vuole essere sempre presente in mezzo a noi: questa è la pienezza di vita, l’abbondanza di cui vuole ricolmarci. Gesù si dà ai suoi discepoli quando lo seguono uniti. Questa Parola di vita ci ricorda, quindi, anche la dimensione comunitaria della nostra spiritualità. Possiamo leggerla così: a quanti hanno l’amore reciproco, a quanti vivono l’unità sarà data la presenza stessa di Gesù in mezzo a loro.
E ci sarà dato ancora di più. A chi ha, a chi ha vissuto nell’amore e così avrà guadagnato il centuplo in questa vita, sarà dato anche, in sovrappiù, il premio: il Paradiso. E sarà nell’abbondanza.
Chi non ha, chi non avrà il centuplo, perché non ha vissuto nell’amore, non godrà in futuro nemmeno del bene e dei beni (parenti, cose) che ha avuto sulla terra, perché in inferno non ci sarà che pena.
Amiamo, dunque. Amiamo tutti. Amiamo fino al punto che anche l’altro ami a sua volta e l’amore sia reciproco: avremo la pienezza della vita.

Chiara Lubich
 

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Economia di comunione: proposta per un nuovo agire economico

"Un’esperienza spirituale, non solo un esercizio accademico"

“Questo incontro è stato un’esperienza spirituale, non solo un esercizio accademico. Abbiamo tutti sperimentato la vicinanza di Dio. Siamo stati introdotti alla tradizione cristiana che un po’ già conoscevamo, ma in modo speciale l’esperienza perso- nale e spirituale di Chiara, la sua esperienza di Dio, ci ha arricchito, perché è molto simile a quello che hanno sperimentato i nostri santi”.

E’ quanto ha dichiarato in un’intervista alla Radio Vaticana, la prof. Kala Acharya, direttrice dell’Istituto di cultura Sanskriti Peetham dell’Università Somaiya di Vidyavihar (Bombay), tra i promotori di questo simposio Indù-cristiano, che in apertura ha visto la presenza del card. Ivan Dias, di Bombay, e di mons. Felix Machado, incaricato dei rapporti con l’Induismo al Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. “I vari studiosi hanno espresso in profondità le loro tradizioni e convinzioni, in un clima di grande apertura e fraternità – ha detto il prof. Giuseppe Zanghì co-responsabile del Centro del Dialogo interreligioso del Movimento dei Focolari, che ha organizzato il simposio insieme alla prof. Kala Acharya. “Tutto si è svolto a livello fortemente accademico, ma penetrato e nutrito da una fortissima spiritualità. E’ stato un vero arricchimento reciproco. Da parte nostra è stato entrare in una cultura millenaria che ha certo delle ricchezze umane, ma anche divine – non ho paura ad affermarlo – che sono notevoli e che dobbiamo far nostre, perché il dialogo sia un dialogo sincero”. Prospettive per il futuro? Il Prof. Shantilal K. Somaiya, Presidente dell’omonina Università, figlio del fondatore dell’Ateneo, risponde: “Chiara verrà in visita in India dall’8 gennaio. Nel rapporto tra noi c’è un progresso continuo, una profonda unità e amore reciproco. Il dialogo è all’ordine del giorno nel terzo millennio. Sono certo che le Religioni impareranno a vivere insieme, a comprendersi e lavorare insieme a beneficio dell’umanità. Questo è lo scopo”. La Prof. Kala Acharya: “Ciò che abbiamo iniziato avrà certo un seguito e sono sicura che fiorirà”. Per il prof. Zanghì si porterà avanti questo incontro: “Si è aperta una finestra, una realtà che avrà degli sviluppi importanti”. Un frutto notevole: era presente, come osservatore, un giapponese del Movimento buddista Rissho Kosei-kai. E insieme si è progettato per il 2003 un incontro analogo con i buddisti. In udienza dal Papa Mercoledì 19, i partecipanti al Simposio erano presenti all’udienza generale nell’Aula Paolo VI, dove il Papa li ha salutati ed si è fermato per una foto ricordo. Chi è il Papa per gli indù? Prof. Somaiya: E’ un grande capo spirituale Prof. Kala Acharya: Per gli indù, i Santi sono Santi, è qualcosa che va al di là della religione. Noi siamo molto aperti … E il Papa è il grande Santo che io rispetto. (da un’intervista della Radio Vaticana) (altro…)

Economia di comunione: proposta per un nuovo agire economico

“La via dell’amore – L’unione con Dio e la fraternità universale nell’induismo e nel cristianesimo”

Chiara Lubich con Kala Acharya e Shantial Somaiya

I partecipanti – La delegazione indiana era costituita oltre che dalla prof.ssa Kala Acharya, dal prof. Somaiya con altri rappresentanti dello suo Istituto, dalla dott.ssa Joshi, direttrice della facoltà di Filosofia dell’università di Bombay, dal prof. Upadhyaya con la sua signora (a rappresentare il Bharatya Vidhya Bhavan, altra prestigiosa istituzione culturale di Bombay, con 200 sedi in India e 6 all’estero). Presenti anche i gandhiani del sud dell’India con la sig.ra Minoti Aram e la figlia Vinu, dello Shanti Ashram, il dott. Markandan e il dott. Raja della Gandhigram University. Prezioso l’apporto anche di diversi membri indiani del Focolare, di varie vocazioni. Come osservatore ha preso parte al convegno il sig. Kazumasa Yoshinaga, dell’Ufficio di Ginevra del Movimento buddista Rissho Kosei-kai. Per il Movimento dei Focolari, oltre a Giuseppe Zanghì e Natalia Dallapiccola e gli altri componenti del Centro del dialogo interreligioso, hanno animato il Simposio i membri della Scuola Abba. Il tema: “La via dell’amore – L’unione con Dio e la fraternità universale nell’induismo e nel cristianesimo”, è stato affrontato con la presentazione di studi ed esperienze a diverso livello, commentate poi in momenti di dialogo. Ben oltre le aspettative – La preparazione era cominciata in India e al Centro del Movimento dei Focolari, con largo anticipo e con grande impegno, tanta era l’attesa. Ma il Simposio è andato ben oltre le aspettative giacché sin dalle prime battute si è compreso qualcosa di nuovo e di grande. Chiara Lubich ha confermato questa impressione che ciascuno aveva in cuore. Nel suo saluto all’inizio dei lavori, ha infatti commentato: “Penso che ci si spalanca davanti un orizzonte che noi non conosciamo.” Il programma – La mattina seguente Chiara stessa ha presentato la sua esperienza di “devozione” a Dio, mettendo in rilievo la novità dell’amore al prossimo, come strada privilegiata per l’unione con Dio. La prof.ssa Kala Acharya ha poi sottolineato punto per punto l’esposizione di Chiara con riferimenti alla tradizione indù, che propone tre strade verso Dio: quella dell’azione, quella della conoscenza e quella della “devozione”. La professoressa ha sottolineato che Chiara con la sua spiritualità apre ora una quarta strada: quella dell’amore al prossimo e dell’amore reciproco. I vari interventi mettevano in rilievo un argomento particolare: la “devozione” nella scrittura indù e in quella cristiana, la devozione in Maria e in alcune sante indù, il dolore come dimensione indispensabile per arrivare ad una vera unione con Dio. Fruttuosi i due momenti di dialogo quotidiano in cui c’era la possibilità di confrontarsi e di sottolineare quanto precedentemente esposto con esperienze di vita. Particolarmente arricchente la domanda con cui il prof. Sureshchandra Upadhyaya ha chiesto di chiarire come Gesù, essendo Dio, possa essersi sentito abbandonato da Lui. All’apparente contraddizione, Chiara ha risposto presentando il mistero dell’incarnazione e la sua personale scoperta di Gesù abbandonato. Nel pomeriggio, si è parlato dell’ incidenza che la spiritualità porta nelle realtà umane. Sono stati presentati l’Economia di Comunione e il Movimento dell’unità in politica, da parte dei Focolari; e, da parte indù, le prospettive economiche e della vita pubblica in Gandhi; e ancora le cittadelle dei Focolari e l’Ashram indiano. Come dicevano indù e cristiani, si è sperimentata la presenza di Dio in questi giorni indimenticabili che, come sottolineava Chiara, sono l’inizio di una strada forse lunga, ma che non si fermerà agli ostacoli se Dio rimarrà con noi. In Vaticano – Il Simposio ha anche conosciuto due momenti di intensa comunione in Vaticano: lunedì 17 i partecipanti hanno trascorso un’ora e mezza con il card. Francis Arinze ed i suoi collaboratori al Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Mercoledì 19, infine, l’udienza nell’Aula Paolo VI, dove Giovanni Paolo II ha salutato i partecipanti al Simposio. Alla fine dell’udienza si è fermato col gruppo indù-cristiano per una foto ricordo. Venerdì 14, l’apertura del Simposio aveva visto la presenza del cardinale di Bombay, Ivan Dias, e di mons. Felix Machado, del pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, intervenuto su: “Il dialogo indù-cristiano”. Ad Assisi e alla cittadella di Loppiano – Una visita ad Assisi ed una giornata alla cittadella di Loppiano hanno coronato un’esperienza indimenticabile. Come diceva uno dei partecipanti prima della partenza: “Non posso promettervi che vi ricorderò perché si ricordano solo le cose e le persone che prima si erano dimenticati… questi giorni e tutti voi non potranno essere dimenticati, sono parte di noi.”

Economia di comunione: proposta per un nuovo agire economico

Torino, capitale della fraternità

Non a caso Chiara Lubich definisce Torino, scrivendo la mattina del 2 giugno nel libro d’oro della città: “la capitale della fraternità”. E’ questa la fisionomia che si delineerà a chiare lettere nel pomeriggio, nella cornice del Teatro Regio, uno dei maggiori teatri lirici d’Europa. Torino, nelle parole del sindaco, trova nuovo coraggio per incarnarla nell’attuale momento di profonda trasformazione. Per il conferimento della cittadinanza onoraria a Chiara Lubich sono convenuti in oltre 1600 persone. Vi è rappresentata tutta la città: il sindaco, il cardinale, industriali, uomini di cultura, cristiani di diverse Chiese, ebrei, musulmani e buddisti, altri movimenti ecclesiali e associazioni come Comunione e Liberazione, Comunità di Sant’ Egidio, Azione Cattolica e Acli. Presente anche Ernesto Olivero, fondatore del Sermig. Il sindaco aveva invitato molti suoi colleghi che rappresentavano 55 comuni della provincia. Quanti non hanno trovato posto all’interno seguono attraverso un maxischermo istallato nella piazzetta adiacente al teatro, mentre un numero difficilmente quantificabile è collegato nel mondo grazie alla diretta televisiva via satellite e via internet. E’ il sindaco Sergio Chiamperino, promotore dell’iniziativa, che apre la cerimonia. “E’ un’emozione – dice – avere l’onore di conferire la cittadinanza a una donna che, con il suo impegno e con la sua forza umana e spirituale, ha saputo dialogare e far dialogare popoli e religioni, dandoci un insegnamento che – oggi più che mai – è il più prezioso per la nostra società. Ed è lui che presenta a Chiara la sua città: “Torino ha visto i grandi santi sociali, dal Cottolengo a Giovanni Bosco a Cafasso, a Murialdo… e ad altri. Ha visto queste personalità saper lanciare insieme un messaggio spirituale e un aiuto materiale alla società che ne aveva bisogno; penso che anche oggi, già adesso, mentre noi parliamo, ci sono tante persone che nell’umiltà dell’anonimato, nelle istituzioni, che nel volontariato lavorano a servizio degli altri. E ci sono anche tante persone che concepiscono il servizio alla città, la responsabilità, che sia in politica, che sia alla guida di grandi imprese, come servizio alle persone. Ecco, tutto ciò mi fa sperare che Torino continui a rinverdire questa sua vocazione alla persona e al senso di comunità. Il sindaco afferma che questo incontro infonde nuovo coraggio per rinverdire e far emergere questa vocazione sociale.

Le testimonianze che seguono, tra cui quelle del card. Poletto, arcivescovo di Torino, del giornalista Sergio Zavoli, del sindaco di Trento Pacher, sono di grande rilievo: pur da angolazioni diverse, sottolineano la novità e l’attualità del carisma dell’unità e la profonda consonanza con la santità e socialità, la vocazione profonda della città. “La testimonianza di Chiara Lubich – aveva poi aggiunto il sindaco nel suo intervento – ha valore in modo particolare per chi è impegnato nella società attraverso la politica”. Ed è su sua richiesta che Chiara Lubich interviene parlando della “fraternità in politica” e dell’esperienza in atto del Movimento dell’unità a cui appartengono politici dei più diversi partiti, animati dalla spiritualità dell’unità. Nelle parole di ringraziamento, in apertura, Chiara aveva espresso il desiderio di ricambiare il dono ricevuto con il dono non suo ma “piovuto dal cielo” per il bene di molti, frutto di un carisma… “Un nuovo stile di vita, una nuova spiritualità dell’unità” che “suscita dovunque brani di fraternità”, dando pieno senso alla nostra vita di uomini che spesso non sanno accontentarsi di mediocrità, ma aspirano al meglio e, sempre, nonostante tutto, sperano in un mondo migliore, più unito”. L’applauso esploso inaspettatamente in sala proprio quando Chiara ha parlato della difficile via di fraternità nel complesso mondo politico come via di santità, testimoniata da vari politici, ha svelato quanto questa aspirazione sia profonda nel cuore di Torino. Le interviste raccolte a fine programma evidenziano il profondo impatto del suo messaggio.

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La politica e l’innocenza

Chiara Lubich ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Torino e di Bra La cittadinanza onoraria è un modo per rendere pubblico, mettere in comune l’universo di valori che una persona ha testimoniato e promosso lungo la propria vita. I Consigli comunali di Torino e di Bra, conferendo la cittadinanza a Chiara Lubich hanno mostrato di voler considerare “valore” le parole e le opere che la fondatrice del Movimento dei Focolari ha seminato, in quasi 60 anni, in tutto il mondo. “Valore” non solo per chi sull’esperienza di Chiara fonda la propria vita o per i soli cattolici; ma valore per la città intera, per quella comunità che comprende tutte le persone di un territorio. La “risposta” di Chiara Lubich alla città, nell’intervento con cui ha concluso al Teatro Regio la cerimonia di conferimento, è una risposta “politica”: illustrando l’esperienza del Movimento per l’Unità, Chiara ha ricordato che la “cittadinanza” si fonda sulla politica; e che il fine stesso della politica è di realizzare condizioni di “cittadinanza” sempre più piene per tutte le persone. Proprio perché la realtà comune che fonda la politica e la cittadinanza è la fraternità, il riconoscere l’eguaglianza di sostanza e di diritti in ogni uomo e donna del pianeta. Non a caso la fondatrice dei Focolari ha ricordato all’inizio della sua “lezione” i principi della Rivoluzione francese, osservando come proprio la fraternità sia forse “quello più misconosciuto e meno applicato. Stupisce che, mentre la libertà e l’uguaglianza hanno conosciuto un notevole sviluppo dottrinale e hanno trovato parziale applicazione nelle Costituzioni e nelle leggi di molti Stati democratici, alla fraternità non sia spesso riconosciuta la dignità che le è propria: quella di categoria politica fondamentale, senza la quale neppure le altre possono trovare espressione”. Da personaggio “non politico” qual è, Chiara Lubich non aveva bisogno di testimoniare il disagio di quei cittadini (tanti) che di fronte alla politica attuale oggi non si riconoscono nello stile di una politica spettacolare, strumentale ad altri interessi ed altre priorità, o nella politica intesa come bruto confronto di forza; o, ancora, negli imbrogli affaristici delle lobbies, che sembrano diventare il referente indispensabile dell’agire politico, di qua e al di là dell’Atlantico. Ma, descrivendo lo stile della “fraternità politica”, Chiara ha indicato in positivo quel che la politica può essere, a cominciare dai principi fondamentali di “stile” (rispetto delle persone e delle opinioni)fino ai contenuti specifici dell’agire politico, secondo il criterio del bene comune. Una lezione che potrebbe apparire ovvia, se proprio quei valori non fossero sistematicamente disattesi, oggi, dagli stessi politici che li predicano. Se proprio oggi non ci venisse presentato il grande “passo indietro” che la politica sta subendo in tutto il mondo, sostituita dalla vigliaccheria del terrorismo o della forza altrettanto vigliacca dello sfruttamento tecnologico ed economico dei ricchi sui poveri. In realtà, senza quei principi semplici (ma che vanno testimoniati con la vita) non c’è politica, come non c’è costruzione della storia. Dall’affarismo e dalle prove di forza non è mai venuto un progetto che durasse più degli interessi che ne erano all’origine; ma non è lungo questa strada che si sono fatti gli Stati e poi si è iniziato a “sognare” l’Europa. Nella “lezione” di Chiara Lubich c’è però anche altro: c’è l’invito, diretto certo non ai soli focolarini, a considerare senza paura né pregiudizio la via della politica come una strada “alta” per vivere la carità. C’è l’invito a uscire, a “farsi vedere”, come più volte Chiara ha ripetuto in queste giornate torinesi, per essere punto di riferimento, segnale di speranza.

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Torino, capitale della fraternità – Rilancio di una vocazione iscritta nella sua storia

L’arcivescovo di Torino, cardinale Severino Poletto: “Questo gesto dell’amministrazione comunale di Torino, di conferire la cittadinanza onoraria a Chiara Lubich manifesta una capacità di collegarsi con la storia religiosa di questa città, una storia di fraternità. I nostri santi sociali, così tanto citati oggi, sono veramente quelli che hanno creato l’innervatura dell’identità stesso della città di Torino. E allora il carisma di Chiara, questo suo annunciare a tutti la spiritualità dell’unità e della comunione è un carisma che va molto incoraggiato e sostenuto, perché corrisponde all’essenza del cristianesimo. Se davvero fossimo capaci di realizzare la fraternità universale, non ci sarebbero più poveri né guerre. Sarebbe un’anticipazione del Paradiso”. Il magistrato Giancarlo Caselli: “M’è parso molto interessante questo invito ai politici a cercare l’unità non nonostante la politica, ma attraverso la politica; una politica quindi che sia davvero servizio senza steccati o egoismi o peggio ancora contrapposizioni e ostilità. E’ quello che tutti vorremmo e che potrebbe sembrare un sogno se Chiara Lubich non avesse dimostrato in questi anni che i sogni, o addirittura le utopie possono trasformarsi in realtà con la forza della volontà, della fede e con l’unità di intenti”. Gianni Zandano, già Presidente del Banco San Paolo: “Siamo sconvolti per la potenza di questa parola, fraternità, di questo enorme carisma di Chiara. Può essere estremamente utile in un momento in cui Torino è attraversata da fremiti di difficoltà, per i molti problemi non ultimo quello della occupazione per la crisi della Fiat Auto, per l’immigrazione, per una serie di problemi che stanno all’orizzonte, prima dei quali la riscoperta di una vocazione per la città”. Mercedes Bresso, Presidente della Provincia: “La fraternità un’utopia? No. Mi sembra importante questo richiamo di Chiara ispirato dalla sua esperienza, un’esperienza mondiale. In fondo lei è il volto umano della globalizzazione che non è solo dell’economia, ma anche della fraternità. Oggi in qualche modo ci ha dato una sorta di lezione magistrale che ripercorre, teorizzandola, organizzandola, la sua esperienza che prima di tutto è una esperienza di vita. Ernesto Olivero, fondatore del Sermig: “Io rileggevo il Vangelo e quando si entra nel Vangelo si dicono in modi diversi le stesse cose. Quindi il mio cuore ha gioito e gioisce”.

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Il Movimento dell’unità e la fraternità politica

«Signor Sindaco, Signor Cardinale, onorevoli senatori e deputati, Autorità civili e religiose giunte da tutto il Piemonte e dalla Valle d’Aosta, Signore e signori, giovani presenti.

È con particolare gioia che accetto l’invito a parlare della fraternità alla luce dell’esperienza e della dottrina del “Movimento dell’unità”. Sì, con gioia e con passione, vorrei dire – e non può che essere così – se penso che la fraternità è addirittura, per chi è credente, come sono io, il piano di Dio sull’intera umanità chiamata ad essere una sola famiglia. Il messaggio evangelico, infatti, sottolinea, in modo del tutto particolare, la fraternità, elevandola nella sfera del divino, per la partecipazione di noi, uomini, alla stessa vita della Santissima Trinità dove Dio Trino, ma Uno, è il modello perfetto e supremo di fraternità. Ma, poiché la pratica dell’amore verso il prossimo è presente nei sacri libri di molte fra le grandi religioni del mondo ed è inscritto anche nel cuore di ogni uomo, pur senza un riferimento religioso, ecco che è possibile a tutti gli uomini – pur nella varietà delle loro culture e fedi – di amare ed essere amati e dar vita così alla fraternità. La fraternità è vocazione di tutti e non può, quindi, non esserlo per i politici. Anch’essi, come tutti, sono chiamati a metterla in pratica, a sentirsi fratelli fra loro. E’ il loro primo dovere prima ancora di dedicarsi con passione al proprio partito, prima delle scelte che distinguono le diverse opzioni. Prima. Ed è un bene ciò perché l’amore, se dona luce sempre, lo fa anche sulle decisioni da prendere sì da rendere più atti a raggiungere il fine della politica stessa: il bene comune. La fraternità! Così importante ma quanto praticata? Dei tre grandi principi che, con la Rivoluzione francese, hanno aperto l’epoca politica contemporanea, quello più misconosciuto e meno applicato è proprio la fraternità. Mentre la libertà e l’uguaglianza hanno conosciuto un notevole sviluppo dottrinale e hanno trovato parziale applicazione nelle Costituzioni e nelle leggi di molti Stati democratici, alla fraternità non è stata spesso riconosciuta la dignità che le è propria: quella di categoria politica fondamentale, senza la quale neppure le altre possono trovare piena espressione. Ripercorrendo l’evoluzione del pensiero delle diverse epoche, si potrebbe rintracciarne, forse, una sua qualche presenza alla base di fondamentali concezioni politiche, presenza a volte palese, altre volte più nascosta. Una fraternità vissuta spesso, ogniqualvolta, ad esempio, un popolo si è unito per conquistare la propria libertà, o quando gruppi sociali hanno lottato per difendere un soggetto debole, o in ogni occasione in cui persone di convinzioni diverse hanno superato ogni diffidenza per affermare un diritto umano. Ma lo si è fatto in maniera limitata a quel popolo, a quel gruppo. Nel “Movimento dell’unità”, invece, la fraternità è alla base della sua dottrina politica. Ed è questo il tema del mio presente intervento. Il “Movimento dell’unità” è nato a Napoli nel 1996, ed ora sta diffondendosi e organizzandosi in tutto il mondo. Vi fanno parte politici, amministratori, funzionari, studiosi e cittadini, appartenenti ai più diversi orientamenti politici. Non è un nuovo partito, ma il portatore di una cultura e di una prassi politiche nuove. Per comprenderlo esattamente, bisogna ritornare al ceppo dal quale è fiorito e di cui è una delle espressioni: il Movimento dei Focolari. Ma cos’è il Movimento dei Focolari? E’ una realtà ecclesiale, a finalità ecumenica, interreligiosa, interculturale, frutto non tanto di forze umane, ma, principalmente, di un carisma e cioè di un dono dello Spirito Santo che segue la storia e le offre, di epoca in epoca, aiuti particolari secondo i bisogni. Carisma che vuol concorrere con la Chiesa alla piena realizzazione, fra tutti i cristiani, del “sogno d’un Dio” come dicono i nostri giovani: l’unità; “Padre, che tutti siano uno” (cf Gv 17,21) ha pregato Gesù. Unità però aperta alla fratellanza universale, poiché proprio Lui, Gesù, è morto per tutti. Il Movimento dei Focolari realizza il suo fine attraverso la pratica dell’amore evangelico e di quello reciproco, cuore e sintesi del Vangelo, definito da Gesù: “nuovo” e “suo”. Amore che ha come misura il dare la vita (Gv 15,12-13). Amore che i primi cristiani vivevano così bene da far dire a chi li osservava: “Guarda come si amano e l’uno per l’altro è pronto a morire” . Non si tratta del semplice affetto umano, limitato spesso ai soli parenti od amici. E’ un amore che chiede d’essere rivolto a tutti senza distinzione, uomo e donna, giovane e anziano, bianco e nero, della tua e dell’altrui patria, amico e nemico, come insegna il Padre del Cielo che manda sole e pioggia sui buoni e sui cattivi. Amore che domanda di essere disposti a compiere il primo passo, cioè di avere noi l’iniziativa senza aspettare d’esser amati dagli altri. Amore che chiede di spostare le proprie preoccupazioni per far posto a quelle degli altri, onde comprenderli fino in fondo ed aiutarli opportunamente e concretamente. Amore sempre finalizzato alla reciprocità, all’amarsi a vicenda. E’ quest’amore con tali qualità, è questa fraternità, generata dall’amore degli uni verso gli altri, che il Movimento dei Focolari vuole vivere e irradiare dovunque. Il Movimento dei Focolari, pur essendo fondamentalmente religioso, ha avuto, sin dal 1948, e poi via via durante gli anni, un’attenzione particolare al mondo politico, da quando l’on. Igino Giordani, personalità di vasta esperienza culturale, sociale e politica, combattente nelle stagioni difficili del primo dopoguerra, ne è divenuto confondatore. Egli ha portato nel nostro cuore l’umanità con i suoi problemi e le sue ansie: la ricostruzione del Paese e dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale, la democrazia rinascente, la divisione Est-Ovest. Ben presto attorno a Giordani si è raccolto un discreto gruppo di deputati, che hanno cercato di portare il nostro spirito – per quanto allora si era precisato ed approfondito – in parlamento; gruppo che dal 1950 ad oggi ha visto cambiare i propri membri i quali, da un certo momento in poi, appartenevano anche a partiti diversi. Altra presenza politica notevole, sempre fra noi, è stata quella di Alcide De Gasperi, nel quale la nostra spiritualità ha rafforzato quella vocazione all’unità che, assieme ad Adenauer e a Schuman, lo ha fatto fondatore dell’Europa Unita. I nostri politici costituirono, nel 1959, il “Centro santa Caterina” che fu, per quasi dieci anni, il punto di convergenza delle loro ansie e preoccupazioni ed il punto di partenza delle loro attività, rinnovate nello spirito dell’unità. Intanto, sviluppandosi il Movimento dei Focolari dapprima in Italia, poi in Europa e, più tardi ancora, in tutto il mondo, si è andato formando un vero e proprio popolo, il popolo dell’unità, che conta oggi più di 7 milioni di persone: gente di ogni cultura, professione, Paese. E, se fin dai primi tempi si è sempre avuta la consapevolezza che il carisma dell’unità è portatore di una cultura propria, è stato il crescere di questo popolo che ha evidenziato la specificità di questa cultura, rendendone necessario l’approfondimento dottrinale: teologico, ma anche filosofico, politico, economico, psicologico, artistico, ecc. Come novità, poi, di questi ultimi tempi, ecco che l’incontro tra il popolo dell’unità e la sua dottrina sempre più esplicitata, ha provocato quelle che noi chiamiamo “inondazioni”, termine suggeritoci da san Giovanni Crisostomo: lo svilupparsi, cioè, di veri e propri nuovi movimenti, che vanno al di là dello stesso Movimento dei Focolari, aperti a tutti coloro che ne condividono gli ideali; essi agiscono, ad esempio, nel campo economico, con il progetto dell’Economia di Comunione, e in quello politico, con il “Movimento dell’unità”. Il “Movimento dell’unità” è portatore, dunque, di una nuova cultura politica. Cambia il metodo della politica. Pur rimanendo fedele alle proprie autentiche idealità, il politico dell’unità ama fraternamente non solo i propri, ma anche gli altri politici, vive in comunione con tutti. Fa questo nei parlamenti nazionali, nei consigli regionali e comunali, nei partiti, nei diversi gruppi di iniziativa civica e politica. E l’unità, così vissuta, è portata come fermento anche tra i partiti stessi, nelle istituzioni, in ogni ambito della vita pubblica, nei rapporti tra gli Stati. Lo scopo specifico, quindi, del “Movimento dell’Unità” è: aiutare ed aiutarsi a vivere sempre nella fraternità; in quella, credere nei valori profondi, eterni dell’uomo e, solo dopo, muoversi nell’azione politica. L’ideale della fraternità non si aggiunge dall’esterno alla riflessione e alla pratica politica, ma si può considerare come il frutto maturo del percorso plurimillenario della politica, l’anima con la quale affrontare i problemi di oggi. Ma come vivere la fraternità? E in quali modi essa aiuta la politica ad assolvere pienamente ai propri compiti? Per spiegarlo devo soffermarmi su alcuni aspetti dell’amore fraterno, appena accennato, e vedere come è vissuto in politica. Anzitutto, per il politico dell’unità, la scelta dell’impegno politico è un atto d’amore, con il quale egli risponde ad una autentica vocazione, cioè ad una chiamata personale. Egli risponde ad un bisogno sociale, ad un problema della sua città, o alle sofferenze del suo popolo, alle esigenze del suo tempo. Chi è credente avverte che è Dio a chiamarlo, attraverso le circostanze; il non credente risponde ad una domanda umana che trova eco nella sua coscienza: ma entrambi mettono nella loro azione l’amore, ed entrambi hanno la loro casa nel “Movimento dell’unità”. In secondo luogo, il politico dell’unità prende coscienza che, se la politica è, fin nella sua radice, amore, anche l’altro, l’avversario politico, può avere compiuto la propria scelta per amore: e questo esige di rispettarlo, di comprendere l’essenza del suo impegno, andando al di là dei modi, non sempre privi di animosità, con i quali lo vive, e che si possono correggere. Il politico dell’unità ha a cuore che anche il suo avversario realizzi il disegno buono di cui è portatore, perché, se risponde ad una chiamata, ad un bisogno vero, esso è parte integrante di quel bene comune che solo insieme si può costruire. Il politico dell’unità ama, dunque, non solo coloro che gli danno il voto, ma anche gli avversari; non solo il proprio partito, ma anche quello altrui; non solo la propria Patria, ma l’umanità intera. E amare tutti fa comprendere e vivere la dimensione universale della politica. Ancora, il politico dell’unità non può rimanere passivo davanti ai conflitti, spesso aspri, che scavano abissi tra i politici e tra i cittadini. Al contrario, deve essere lui a compiere il primo passo, anche solo con il saluto, per avvicinarsi all’altro, riprendere la comunicazione interrotta. Creare la relazione personale dove essa non c’è, o dove ha subito una interruzione, può significare, a volte, riuscire a sbloccare lo stesso processo politico. Amare per primo, per il politico dell’unità, è un atto dovuto alla dignità della persona, ma si trasforma anche in una vera e propria iniziativa politica; aiuta a superare i pregiudizi e il gioco delle parti, che tanto spesso paralizzano i politici in contrapposizioni inutili. Un altro aspetto della fraternità in politica è la capacità di spostare se stessi per fare spazio all’altro, di tacere per ascoltare anche gli avversari. E’ un “perdere se stessi” che rinnova ogni giorno l’originaria scelta politica, con la quale si decise di occuparsi non di sé, ma degli altri. E in tal modo ci si “fa uno” con loro, ci si apre alla loro realtà. Farsi uno aiuta a superare i particolarismi, fa conoscere aspetti delle persone, della vita, della realtà, che ampliano anche l’orizzonte politico: il politico che impara a farsi uno con tutti diventa più capace di capire e di proporre. Il “farsi uno” è il vero realismo politico. Infine, la fraternità trova piena espressione nell’amore reciproco, di cui la democrazia, se rettamente intesa, ha una vera necessità: amore dei politici fra loro, e fra politici e cittadini. Il politico dell’unità non si accontenta di amare da solo, ma cerca di portare l’altro, alleato o avversario, all’amore, perché la politica è relazione, è progetto comune, non solo decisione individuale. Un amore reciproco che la politica richiede non solo nei rapporti personali, ma come esigenza istituzionale. Nel loro significato più profondo, le distinzioni dei compiti, che la democrazia assegna, hanno lo scopo di permettere l’amore reciproco: se l’azione d’amore del governo si esprime nella proposta e nella decisione, la risposta d’amore dell’opposizione si attua attraverso la controproposta e il controllo. Ma tutti questi aspetti dell’amore politico, che realizzano la fraternità, richiedono sacrificio. Quante volte l’attività politica fa conoscere la solitudine, il senso di abbandono, l’incomprensione da parte, anche, dei più vicini! Chi, tra coloro che fanno politica, non si è mai sentito amareggiato, o emarginato, o tradito, al punto di essere tentato di lasciare? Ebbene, tutto ciò è stato vissuto anche da Gesù che, arrivato al culmine della sua passione, ha gridato l’abissale lontananza che provava da Colui che, per tutta la sua vita, gli era stato il più vicino: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46). Con questo grido Gesù si è abbassato fino al fondo della condizione umana, ha raggiunto noi uomini fin nella nostra condizione di fallimento e di distacco da Dio. Noi tutti eravamo staccati dal Padre e divisi fra noi: era necessario che il Figlio si facesse come noi, per raccoglierci e per riportarci al Padre, per trasformarci in fratelli. Era necessario che non si sentisse più Figlio perché noi lo diventassimo. Ma, rivolgendosi ancora a Dio: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46), Gesù ha superato il baratro, e ricomposto l’unità con Dio e fra noi. Gesù abbandonato-risorto è il modello di ogni uomo. E lo è particolarmente del politico, proprio perché il politico è colui che abbraccia le divisioni, le spaccature, le ferite della propria gente, per trovare le soluzioni, per ricomporle in unità. E’ questo il prezzo della fraternità che è richiesto al politico: prezzo altissimo, come è altissima la sua vocazione. Ma altissimo è anche il premio. Gesù infatti è l’uomo, l’uomo completo e perfetto; e tale può diventare il politico che vive fino in fondo l’ideale della fraternità. La sua fedeltà alla prova farà allora di lui un modello, punto di riferimento per i suoi concittadini, orgoglio della sua gente. Questi sono i politici che il “Movimento dell’unità” vuole generare, nutrire, sostenere. Non è utopia. Ce lo dicono alcuni che ci hanno preceduti in cielo: come Joseph Lux, già vice-primo ministro della Repubblica Ceca, che seppe conquistare l’ammirazione di colleghi e avversari; o Domenico Mangano, che visse la politica nell’amministrazione comunale di Viterbo, in costante servizio ai suoi concittadini; o Igino Giordani, il cui processo di canonizzazione, recentemente iniziato, sta mettendo in luce come egli abbia vissuto non solo le virtù religiose, ma anche quelle civili: segno, questo, che ci si può fare santi non “nonostante la politica”, ma “attraverso la politica”. Oggi poi nel nostro pianeta la fraternità è più che necessaria. Dopo l’11 settembre scorso, il terrorismo si è manifestato in tutta la sua virulenza. Ma sappiamo come più d’una ne siano le cause: basti pensare allo squilibrio che esiste, nel mondo, fra Paesi poveri e Paesi ricchi, squilibrio che genera odio e scatena orribili vendette. Occorre perciò – i tempi lo reclamano – una più equa distribuzione dei beni. Ma i beni non si muovono da sé se non si muovono i cuori. Di qui l’urgenza che l’ideale della fraternità pianti radici in tutti i popoli ed in modo speciale fra i politici anche di nazioni diverse. Un sogno? Per chi crede unicamente nelle proprie forze, sì. Ma, per chi crede in Colui che guida la storia, nessun sogno è impossibile. Ed è ciò che spera il “Movimento dell’unità”, forse piccolo Davide di fronte a Golia, assieme a quanti altri sono impegnati a fare la propria parte. Grazie, Signori, del loro ascolto». (altro…)