17 Giu 2003 | Focolari nel Mondo
Un giorno viene a trovarmi un amico che mi confida un grosso dolore: i suoi genitori sono sull’orlo del divorzio, in seguito a una sbandata del papà durante un viaggio di lavoro all’estero. Oltre al dolore di vedere venir meno l’amore tra i suoi genitori, gli risulta insopportabile il pensiero che qualcun altro deciderà con quale genitore dovrà andare a vivere, separandosi così dall’unico fratello al quale è oltremodo affezionato.
Sono coinvolto in quella situazione e provo una profonda tristezza che non riesco ad allontanare. Per di più il mio amico non è credente e temo di peggiorare la situazione parlandogli di Dio. Rischierei di non essere capito. Ma come cristiano sento di dover trasmettere a tutti l’amore di Dio, spingendomi oltre ogni confine. Finalmente, con questa luce che rischiara le tenebre, riesco a riconoscere in C. il volto di Gesù crocifisso e abbandonato, e trovo la forza di dirgli: “Io, da cristiano, donerei a Dio il mio dolore; rimetterei il problema nelle sue mani, perché la sua volontà possa compiersi bene, con la fiducia che qualsiasi cosa mi riserverà il futuro, sarà il meglio per me“. La sua risposta è stata: “Io sarò ateo, ma tu devi essere proprio matto! “. Non mi perdo d’animo e insisto: “Coraggio, vale la pena provare; di’ semplicemente a Gesù: ‘Questo dolore lo metto nelle tue mani’; e poi sta sereno in attesa che gli eventi maturino“. Prima di tornare a casa, gli dico che può telefonarmi in ogni momento, se ha bisogno d’aiuto. Quando se ne va, la tempesta del suo cuore non è certamente placata. Il giorno successivo, con mia grande gioia, mi telefona dicendo di essersi trovato, costretto dalla disperazione, a donare a Dio il suo dolore. Lo sento più sollevato. Dopo altri due giorni, ricevo una seconda telefonata nella quale mi dice che non ci sarà né la separazione dal fratello, né il divorzio. La mamma ha trovato al forza di perdonare il papà e si sono riconciliati. S.D. – Italia – da I fioretti di Chiara e dei Focolari Ed. San Paolo (altro…)
31 Mag 2003 | Parola di Vita
Sono le parole che Gesù risorto rivolge agli apostoli prima di salire al Cielo. Aveva compiuto la missione che il Padre gli aveva affidato: era vissuto, morto e risorto per liberare l’umanità dal male, riconciliarla con Dio, unificarla in una sola famiglia. Ora, prima di tornare al Padre, affida ai suoi apostoli il compito di continuare la sua opera e di essergli testimoni nel mondo intero.
Gesù sa bene che l’impresa è infinitamente al di sopra delle loro capacità, per questo promette lo Spirito Santo. Quando lo Spirito scenderà su di loro a Pentecoste trasformerà i semplici e timorosi pescatori di Galilea in coraggiosi annunciatori del Vangelo. Niente potrà più fermarli. A quanti vorranno impedire la loro testimonianza, risponderanno: “Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato”.
Attraverso gli apostoli, Gesù affida il compito della testimonianza alla Chiesa intera. E’ l’esperienza della prima comunità cristiana di Gerusalemme che, vivendo “con letizia e semplicità di cuore”, ogni giorno attirava nuovi membri . E’ l’esperienza dei membri della prima comunità dell’apostolo Giovanni, che annunciavano ciò che avevano udito, ciò che avevano veduto con i loro occhi, ciò che avevano contemplato e ciò che le loro mani avevano toccato, ossia il Verbo della vita…
Con il battesimo e la cresima anche noi abbiamo ricevuto lo Spirito Santo che ci spinge a testimoniare e annunciare il Vangelo. Anche a noi Gesù assicura:
«Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su voi…»
E’ lui il dono del Signore risorto. Abita in noi come nel suo tempio e ci illumina e ci guida. E’ lo Spirito di verità che fa comprendere le parole di Gesù, le rende vive e attuali, innamora della Sapienza, suggerisce le cose che dobbiamo dire e come dobbiamo dirle. E’ lo Spirito d’Amore che infiamma del suo stesso amore, rende capace di amare Dio con tutto il cuore, l’anima, le forze, e di amare quanti incontriamo sul nostro cammino. E’ lo Spirito di fortezza che dà il coraggio e la forza per essere coerenti con il Vangelo e testimoniare sempre la verità. Soltanto con il fuoco dell’amore che egli infonde nei nostri cuori possiamo adempiere la grande missione che Gesù ci affida:
«(…) mi sarete testimoni (…)»
Come testimoniare Gesù? Vivendo la vita nuova che egli ha portato sulla terra, l’amore, e mostrandone i frutti. Debbo seguire lo Spirito Santo che, ogniqualvolta incontro un fratello o una sorella, mi fa pronta a “farmi uno” con lui o con lei, a servirli alla perfezione; che mi dà la forza di amarli se in qualche modo nemici; che mi arricchisce il cuore di misericordia per saper perdonare e poter capire le loro necessità; che mi fa zelante nel comunicare, quando è l’ora, le cose più belle del mio animo…
Attraverso il mio amore è l’amore di Gesù che si rivela e si trasmette. E’ un po’ come una lente che raccoglie i raggi del sole: avvicinando ad essa uno stelo, questo si accende perché, col concentrarsi dei raggi, la temperatura diventa più forte. Se invece si mette direttamente lo stelo di fronte al sole, questo non si accende. Così è a volte per le persone. Di fronte alla religione sembrano rimanere indifferenti, ma a volte – perché così Dio vuole – di fronte ad una persona che partecipa dell’amore di Dio, si accendono, perché essa fa da lente che raccoglie i raggi e accende e illumina.
Con e per quest’amore di Dio in cuore si può arrivare lontano, e partecipare a moltissime altre persone la propria scoperta:
«(…) fino agli estremi confini della terra»
I “confini della terra” non sono soltanto quelli geografici. Essi indicano anche, ad esempio, persone vicine a noi che non hanno avuto ancora la gioia di conoscere veramente il Vangelo. Fin lì deve spingersi la nostra testimonianza.
Vogliamo poi vivere la “regola d’oro”, presente in tutte le religioni: fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi.
Per amore di Gesù ci è domandato di “farci uno” con ognuno, nel completo oblìo di sé, finché l’altro, dolcemente ferito dall’amore di Dio in noi, vorrà “farsi uno” con noi, in un reciproco scambio di aiuti, di ideali, di progetti, di affetti. Solo allora potremo dare la parola, e sarà un dono, nella reciprocità dell’amore.
Che Dio ci faccia suoi testimoni davanti agli uomini affinché in Cielo, Gesù – come ci ha promesso – testimoni di noi davanti al Padre suo.
Chiara Lubich
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30 Mag 2003 | Ecumenismo, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Presso il monumento simbolo di Berlino, la porta di Brandeburgo, si è aperto, giovedì 28 maggio, il primo Kirchentag
ecumenico nazionale, con una liturgia principale presieduta dall’arcivescovo cattolico, cardinale Georg Sterzinsky, e dal vescovo luterano della città e del Land Brandeburgo, Wolfgang Huber. L’evento è storico. Per il luogo, per le dimensioni, per la spinta ecumenica dal basso che i quasi 200mila partecipanti vogliono dare. Presenti le massime autorità: dal presidente federale Johannes Rau al cancelliere Gerhard Schroeder, al sindaco Klaus Wowereit. Molto significativo quel che accade già un’ ora prima della liturgia. Aprendo il programma il presentatore dice: “Finalmente, finalmente, il momento tanto desiderato …”. Non può continuare, perché dalla folla si alza un grido di giubilo quasi una esplosione dei desideri di tutti, delle attese, delle speranze, dei dolori passati … “Il tempo era maturo”, è il pensiero che passa per la mente, vedendo la gente attorno ed ascoltando questo grido di gioia. Quando poi inizia la liturgia si alternano momenti di gioia, di entusiasmo, con un profondissimo raccoglimento. È ben presente la consapevolezza che il centro di tutto è Cristo stesso.
Johannes Rau, Presidente della Germania sottolinea l’importanza di un tale evento nella terra da dove è partita la riforma: “Ciò che accade qui in questi giorni è importante per tutta la società, molto oltre le Chiese cristiane.” Interrotto da tanti applausi il messaggio del Papa, tenuto in un linguaggio proprio “evangelico”: “Il Kirchentag deve diventare un grande segno ecumenico per il fatto che la comunione nella fede è più forte e più importante di quanto ci divide ancora.” Incoraggia poi ad alzare insieme la voce in difesa dei valori della famiglia e della vita. Poi passa alle sofferenze che ci sono ancora per la mancante unità tra i cristiani. “È necessario ripensare alla base della nostra fede. Sono contento che l’ Ökumenischer Kirchentag riprende ‘l’anno della Bibbia’ (iniziativa ecumenica di quest’anno in Germania). Vi incoraggio a pregare con la Bibbia, a leggere e meditare la parola di Dio ed a interpretare la nostra vita dal messaggio che Dio ci ha rivelato ed che è stato tramandato dalla comunità dei fedeli attraverso i secoli.” Sottolinea la necessità di conversione come condizione all’ecumenismo:“Dio vuole che siamo uno, affinché il mondo creda!”, e incoraggia a continuare tutti gli sforzi sul cammino ecumenico “con sensibilità e rispetto, con pazienza e coraggio, rispettando la verità e con autentico amore.” E conclude: “Se vi mettete insieme sotto la benedizione di Dio, allora potrete diventare ancora di più benedizione: gli uni per gli altri e per il mondo, soprattutto dove esso soffre ed è straziato.” Prende poi la parola Gerhard Schröder, cancelliere della Germania: “Nonostante la secolarizzazione, partirà un segnale da Berlino in questi giorni: la Chiesa è viva, è vitale. Ed è attraente soprattutto per giovani.” La folla passa per il Brandenburger Tor. Tanti esprimono la speranza che questo sia un atto simbolico per far crollare anche quel muro invisibile che divide ancora le nostre Chiese. La sera segue una grandissima festa per le strade del centro di Berlino organizzato dalle parrocchie ed altri gruppi, movimenti ed associazioni.. I cristiani sembra prendano possesso di questa città. E si mostrano in una veste moderna, giovanile, attraente, gioiosa, aperta … Proprio un cristianesimo che può ritornare di moda! Il motto e i 4 campi di interesse Il motto scelto per questi giorni, “Siate una benedizione”, viene approfondito anche nei quattro “campi di interesse” della Giornata Ecumenica delle Chiese: 1. Mostrare la fede – vivere in dialogo 2. Cercare l’unità – incontrarsi nella diversità 3. Rispettare la dignità umana – custodire la libertà 4. Vivere nel mondo – agire con responsabilità Ciascuno di questi “campi di interesse” comprende un grande numero di incontri, preghiere, tavole rotonde, conferenze principali e iniziative varie. Un libretto di 720 pagine illustra il vasto programma di quei giorni. (altro…)
30 Mag 2003 | Focolari nel Mondo, Senza categoria
Venerdì 30 (dalle 10.30 alle 12.30, Haus am Köllnischen Park, Sala 1, Am Köllnischen Park 6-7): “Verso una Spiritualità ecumenica” – Esperienze del Centro Ecumenico di Vita di Ottmaring. Oltre ad alcuni abitanti di Ottmaring, partecipano anche: Aldo Giordano, Segretario Generale del Consiglio della Conferenza Episcopale europea; Antje Heider-Rottwilm, Oberkirchenrätin (vescovo della chiesa evangelica), Hannover; Stefan Tobler, teologo riformato Sabato 31 (dalle 9 alle 10 – ICC, sala 1): lettura biblica su Gen. 1,26-2,3 Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari Tavola rotonda, dalle 14,30 alle 17,30, dal titolo: “Ecumenismo mondiale: cosa possiamo imparare dalle esperienze ecumeniche di altri Paesi?” (Fiera, Sala 9, padiglione 22) Tra i progetti presentati: “L’economia di Comunione” Incontro tra movimenti evangelici e cattolici: “La grazia dell’unità e il dono della diversità” organizzato dalla comunità tedesca del Rinnovamento dello Spirito e dal Movimento dei Focolari, dalle 14 alle 17 (Basilica di San Giovanni, Lilienthalstrasse 5, Kreuzberg) Centro di spiritualità Nel Centro di spiritualità, situato nei padiglioni 6 e 7, si può scoprire la diversità delle antiche e nuove spiritualità cristiane. Le nuove comunità ecclesiali si trovano nella sala 6.2b; fra esse: la Comunità dell’Arche di Regensburg, la Comunità Casteller Ring, Christusbruderschaft (Comunità di Cristo, comunità evangelica), il Movimento dei Focolari. Spettacoli Il Gen Rosso, giovedì 29 e venerdì 30, alle ore 21, presenta il Musical “Streetlight” nella sala 9, padiglione 22.
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28 Mag 2003 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
“Ha dato la vita per suo fratello”. Così i giornali intitolavano il tragico episodio della morte di don Nelson. E così è stato. Era parroco, direttore spirituale del seminario e cappellano dell’ospedale di Armenia, in Colombia. Una nipote che lavorava come sua segretaria racconta: “E’ morto vivendo la Parola del Vangelo: dare la vita per i fratelli. Lui sempre ci diceva che dovevamo vivere per gli altri, non per noi stessi”. I ladri, entrati nella canonica, avevano rinchiuso Nelson in un bagno per non essere disturbati. Suo fratello, sposato con figli, abita a meno di 200 metri dalla canonica. Qualcuno lo avvisa che in parrocchia sta succedendo qualcosa di strano, ed entra di nascosto da una porta secondaria: subito si è visto la pistola puntata. Nelson, sentendo suo fratello, approfitta della confusione, forza la porta del bagno e mettendosi in mezzo tra essi e il fratello dice ai ladri: “Non fategli male!”. I ladri sparano e lo prendono in pieno petto. Era il mattino del 22 marzo. Il giorno dopo, malgrado una bufera tropicale violentissima, la cattedrale era strapiena di gente che piangeva Nelson per l’amore da lui ricevuto. Un amore frutto di una maturità profonda e di una volontà costante, provata fin dai primi anni di vita. Ripercorriamo a grandi tratti la sua storia, attraverso gli stessi ricordi di don Nelson, raccolti qualche anno fa da un’intervista di Città Nuova durante un suo soggiorno in Italia per studiare pastorale sanitaria: «In famiglia eravamo in sette e vivevamo del lavoro di papà, un contadino. Eravamo molto poveri, ma ci affidavamo a Dio e quel po’ che avevamo eravamo lieti di condividerlo con chi aveva più bisogno di noi. Ricorderò sempre un certo melo del nostro orto i cui frutti, saporosissimi, ci erano vietati, essendo riservati esclusivamente agli ammalati della parrocchia». Per Nelson la povertà così vissuta, evangelicamente, si è tramutata in una scuola di vera umanità. Più difficile invece il suo rapporto con la malattia, con cui pure ha dovuto precocemente prendere confidenza: «Avevo sei anni quando, a causa di un virus che attacca il sistema nervoso centrale, sono rimasto paralizzato agli arti per diversi mesi. E’ un male sempre in agguato, che costringe a stare sotto cura continua. Con gli anni si sono aggiunte altre malattie e ho avuto ben quattro interventi agli occhi. Ne so qualcosa quindi di medicine, di terapie, di degenze ospedaliere. Ma allora, essendo così giovane, non capivo gran che il senso di questa sofferenza, che mi impediva di vivere come gli altri miei coetanei, e ne ero piuttosto spaventato». Fidanzato e con la prospettiva di formarsi una famiglia, si sente invece chiamato ad una donazione più universale. Capisce che forse la sua strada è un’altra. Così a 21 anni decide di farsi prete. Nei primi anni di seminario, a Manizales, la salute non sembra creargli problemi. Senonché, finiti gli studi di filosofia e all’inizio dell’anno di esperienza pastorale, un nuovo attacco del suo vecchio male lo costringe in ospedale, paralizzato: «Anche se i medici mi assicuravano che mi sarei ripreso e avrei potuto condurre una vita normale, sono piombato nella crisi più nera: vedevo tutto il mio futuro compromesso». Proprio in questo frangente, grazie ad un sacerdote amico che vive la spiritualità dei Focolari, approfondisce un aspetto della passione di Cristo: il suo abbandono in croce. Identificandosi in lui, riconoscendolo in ogni dolore personale ed altrui e accogliendolo, per amore, nella propria vita, sperimenta una vera rinascita interiore: “Ogni sofferenza fisica e morale ha preso senso per me: di qui una forza interiore insolita, un senso di pace e addirittura di gioia. Avevo scoperto il tesoro più prezioso, e anche se non fossi arrivato ad essere prete, non mi sarebbe mancato nulla per realizzarmi come cristiano». Dal 1983 al 1993 si donerà senza risparmio per la diocesi: viceparroco in una grande parrocchia di 10 mila anime, cappellano ospedaliero, formatore nel seminario maggiore di Armenia, alla cui fondazione ha contribuito. Una tappa fondamentale è quando, non senza aver molto esitato, Nelson decide di attuare un vecchio progetto: quello di frequentare presso il Camillianum di Roma un corso di pastorale sanitaria. E’ una scelta ’preparata’ dall’esperienza fatta finora sulla propria pelle, e inoltre va incontro ad una domanda per lui fondamentale: come vivere in modo “sano”, dal punto di vista spirituale, la malattia, e così pure la morte come passaggio da questa vita all’altra? «Da noi non erano molti i sacerdoti preparati in questo campo, e solo il desiderio di poter servire meglio i miei fratelli ammalati mi ha convinto ad affrontare per due anni, nelle mie condizioni, le incognite di una permanenza oltreoceano». Nell’agosto del ’93, ripresosi alquanto, Nelson inizia i suoi studi romani. Ma non è tutto: vivendo assieme ad un prete argentino e ad uno olandese, ha modo di approfondire anche nella pratica quella spiritualità dell’unità che già l’aveva attratto in Colombia. E’ una esperienza che lo affina, abilitandolo ad un apostolato particolare: quello fra gli ammalati di Aids. Non è facile avere a che fare con loro: sono persone di una sensibilità esasperata, che vivono il loro dramma nella piena consapevolezza di cosa le aspetta, e con cui non si può fingere. Ne conoscerà tanti in questo periodo, e con ognuno una parola, un silenzio, la condivisione profonda del dolore, l’aiuto per riconciliarsi con Dio. Tornando in Colombia Nelson, per desiderio del suo Vescovo, si occuperà di pastorale sanitaria a livello diocesano, ma la sua continua donazione non si è fermata lì. Il dare la vita non si improvvisa, e, come in tanti anni di esperienze con persone le più varie, Nelson ci ha salutato con un ultimo eroico atto d’amore.
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25 Mag 2003 | Focolari nel Mondo
Negli ultimi tempi mi sono ammalata, e anche in questo, come in tanti altri momenti della mia vita ho trovato l’amore abbondante e generoso di Dio. Per la chemioterapia mi sono caduti i capelli. E’ vero che Gesù ha detto “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere…”, ma in questi giorni ho sperimentato pure: “Ero senza capelli e mi avete dato i vostri”. Infatti tre giovani hanno tagliato i loro capelli per farmi una parrucca proprio dello stesso colore dei miei.
Alla malattia si aggiunge anche una difficoltà economica, non solo per l’elevato costo delle cure, ma anche perché non posso più svolgere un lavoro che mi era stato offerto, dare alcune lezioni private extra. Il cuore è in preda alla preoccupazione. Cerco di affidare tutto alla Madonna, e dentro Gesù mi chiede di avere fiducia. Sì, la fiducia che anche questa dolorosa prova fisica, i dubbi, le tentazioni, non sono altro che manifestazioni dell’amore di Dio che purifica il mio agire. La risposta è arrivata dopo pochi giorni: il pagamento della licenza di malattia era più alto del mio normale stipendio, e inoltre mi hanno dato una quota in più per quelle lezioni che non ho potuto dare! Era la prova che rimanendo nel suo amore, vivendo le sue parole, potremo chiedere quello che vogliamo e ci sarà dato, era sentirmi un tralcio innestato nella vera vite. Dentro di me un canto si è innalzato a Lui: “E’ impossibile non credere a te, è impossibile non fare di te l’ideale della mia vita”. G. – Brasile da I Fioretti di Chiara e dei Focolari – San Paolo Editrice – p. 27 (altro…)
24 Mag 2003 | Focolari nel Mondo
Nessun burundese dimenticherà mai il 1993. L’assassinio del neo-presidente ha scatenato ancor più l’odio etnico, la rabbia, il desiderio di vendetta, specialmente in noi giovani. E anch’io, come tutti – uomini e donne, bambini e adulti – ho dovuto imparare ad usare il fucile, ma c’era una domanda che mi girava continuamente in testa: come cambiare questa situazione? Un giorno, proprio nel mio villaggio, c’è stato uno scontro fra militari del governo e ribelli: cinquanta i morti. Erano amici, gente che vedevo ogni giorno per strada. Non potevo accettarlo, la vendetta mi pareva l’unica soluzione. Dovevo prendere le armi e combattere per difendere la mia gente. Una domenica, per ripararmi dalla pioggia, mi sono rifugiato in chiesa e mi sono trovato in una sala dove si teneva un incontro sulla Parola di Dio. Invitato da qualcuno a trattenermi, ho iniziato ad osservare le persone: erano diverse dalle altre, raccontavano della loro vita che si intrecciava col Vangelo, parlavano di unità, di fraternità, ma soprattutto la vedevo vissuta tra loro. Ero sconvolto, ma volevo provarci, fare mia la sfida dell’amore. Avevo scelto l’università come banco di prova. In quelle aule, che frequentavo tutti i giorni, le divisioni erano più acute a causa della presenza di giovani di tutte le etnie. Tanti avevano perso i loro parenti in guerra e vivevano di odio e vendetta. Studiare in queste condizioni non era certo facile. Nonostante ciò, ogni mattina entrando a lezione salutavo tutti, anche se qualcuno mi prendeva per matto. Ho subìto accuse, critiche anche dalla mia stessa etnia, ero cosciente di muovermi sulle sabbie mobili, ma non ho cambiato il mio comportamento. Volevo dimostrare che il dialogo è più potente delle armi, che l’amore è la soluzione ai nostri problemi. Anche Gesù aveva passato lo stesso: anch’io come Lui volevo dare la mia vita per un mondo più unito. Fuori dall’università, intanto, con i miei amici non avevamo tempo da perdere: amare significava diffondere una cultura di pace, raccogliere vestiario e cibo per i poveri, organizzare momenti di dialogo, feste, incontri sportivi. Tutto per far vedere che vivere da fratelli è possibile. È stato solo due anni dopo che un mio compagno di facoltà ha trovato il coraggio di confessarmi di aver messo anche il mio nome sulla lista dei nemici da eliminare. È stato il mio comportamento a fargli cambiare idea. Ha buttato via la pistola che portava sempre con sé: aveva deciso di cambiare vita. Jovin, Burundi
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13 Mag 2003 | Cultura
E’ stata Loppiano, la cittadella internazionale dei Focolari, ad ospitare il 17-18 maggio prossimi, il Convegno nazionale di Economia di Comunione (EdC) dal titolo: “Polo Lionello, casa degli imprenditori” che ha visto la partecipazione di circa 400 tra imprenditori, operatori economici, dipendenti, studenti e professionisti provenienti da tutta l’Italia. Promosso dalla società E. di C. spa, società di gestione del Polo imprenditoriale e dall’Associazione Lionello Bonfanti per una Economia di Comunione, la manifestazione è stata inoltre patrocinata dalla Provincia di Firenze e dal Comune di Incisa in Valdarno.
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4 Mag 2003 | Chiesa
E’ una cronaca inedita che rivela la forza di pace di Maria in atto nella storia dei popoli, nei momenti di più grave sofferenza, quella che il prof. Tommaso Sorgi, direttore del Centro Igino Giordani presenta al Congresso Mariano. Evidenzia “l’efficacia anche politica del maneggiare come arma la corona del rosario”. Un solo esempio: parla di quanto accaduto nelle Filippine pochi anni fa. A metà degli anni ’80, i vescovi lanciano una campagna di preghiera per la propria conversione, necessaria per ottenere dal Cielo la liberazione dalla dittatura di Marcos. Vi aderiscono 5 milioni di Filippini. Il mondo assiste ad un capovolgimento: “Il dittatore parte in esilio e la rivoluzione del rosario libera il popolo, senza spargimento di sangue”. E’ il Magnificat in atto: Maria magnifica il Signore che “disperde i superbi e rovescia i potenti dai troni…”. Il Magnificat, dunque, “può essere assunto come modello dell’agire politico”. E’ la prospettiva aperta dal prof. Sorgi, proprio oggi, quando si fa urgente “capovolgere le categorie fondamentali del potere”. Sorgi propone “il Magnificat come ’magna charta’ sociale”. Ma quella di Maria – precisa – è una “regalità d’amore”, una “regalità materna”. La politica potrebbe così assumere “il calore di un servizio d’amore”, “l’anima” di cui ha “estremo bisogno”.
“I grandi paesi civili e democratici scelgono la guerra come metodo di risoluzione dei conflitti”. E’ la denuncia forte del prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, intervenuto nella seconda giornata del Convegno Mariano internazionale. Pone “un interrogativo che inquieta tutti”: “La guerra sarà di nuovo il futuro del mondo?”. Particolare è la sottolineatura che “la guerra è ancora un’attività in larga parte maschile”. Di qui, il prof. Riccardi mette in luce la forza di pace del “femminile”, mostrando in Maria colei che sotto la croce, “vinta” dalla violenza per l’uccisione del figlio, “nasconde tra le sue lacrime una forza di vita e di speranza” e “non si piega alla logica del vinto e del vincitore, dell’amico e del nemico”. “Il mistero della fede che vediamo in Maria – aggiunge – è che il forte può essere nel debole, il piccolo nel grande, la vita nel corpo della morte”. Oggi “Maria rappresenta la forza della pace in mezzo ai conflitti”. La “sollecitudine materna”, che va incontro alle necessità degli uomini “anche se inespresse”, mostrata da Maria alle nozze di Cana, viene sottolineata da Anna Pelli, con la sua riflessione su questo quadro evangelico, uno dei Misteri della luce che il Congresso sta approfondendo. Questa pagina del Vangelo si trova riflessa nell’esperienza raccontata da Carmen e Maricel. Una famiglia travagliata dal dolore: difficoltà economiche, alcol, droga, tensioni e ripercussioni sui figli, otto. In una baracca alla periferia di Manila. Una storia di resurrezione a partire dalla scoperta dell’amore di Dio e di Maria come modello da imitare. Carmen, la mamma, racconta come la sua vita è cambiata da quando è stata assunta al centro sociale di Bukas Palad e di come ha potuto ricominciare ad amare il marito, che da anni beveva e giocava. Maricel, una dei figli, è uscita dal giro della droga in cui si è trovata per sette anni, ha perdonato il papà – che nel frattempo aveva cambiato vita – e lo ha assistito negli ultimi giorni della sua vita. Un miracolo dell’amore, che si apre adesso verso altre famiglie povere del quartiere, alle quali Carmen e Maricel si dedicano lavorando come operatrici sociali a Bukas Palad.
Il linguaggio dell’Arte, che oggi ha raggiunto un momento culminante, ha fatto penetrare ancor più profondamente in questo ‘Mistero della luce’, anzi ha portato nel cuore del Vangelo: il coreografo Stefanescu più che rappresentare la festa delle Nozze, ha preferito cogliere il senso più profondo del miracolo dell’acqua che si cambia in vino, simbolo del sangue stesso che Gesù presto avrebbe versato per compiere il più grande miracolo, la Resurrezione.
Un’altra pagina di questo intenso evento mariano è stata segnata dall’apporto dei nuovi carismi alla comprensione vitale di Maria e del Rosario. Si è aperta con la tavola rotonda dei rappresentanti di vari movimenti e comunità ecclesiali: Rinnovamento Carismatico nternazionale, Comunità di Sant’Egidio, Cursillos, Schoenstatt e Legionari di Cristo. “Godevo per la condivisione della testimonianza di tanti carismi, e mi sembrava di vedere Maria presente e viva in ciascuno e in seno alla Chiesa” ha scritto un ’navigatore’ del Paraguay, che ha seguito il Congresso via Internet. E dall’Argentina: “La carrellata degli esponenti dei diversi Movimenti è stata la testimonianza della varietà dei doni che fa bella la Chiesa”.
Nella mattinata, particolarmente profonda la testimonianza di don Pasquale Foresi, cofondatore dei Focolari e primo focolarino sacerdote. Sono emersi il volto del sacerdozio rinnovato dall’impronta di Maria e la fecondità di una vita spesa nella costruzione della sua Opera. (altro…)
2 Mag 2003 | Chiesa
“Io non sono d’accordo con gli attentati suicidi”. “Ed io non sono d’accordo con i bombardamenti sulle vostre città”. Due battute tra una giovane palestinese e un soldato israeliano ad un posto di blocco nei Territori palestinesi. E’ una cronaca “rovesciata” quella che viene raccontata dal grande palco nella sala del Centro Mariapoli di Castelgandolfo, dove è in corso il Congresso Mariano Internazionale promosso per l’anno del rosario indetto del Papa. Il suo intento era rilanciare questa preghiera mariana da lui definita “un compendio del Vangelo”, e riportare gli uomini di oggi alla ricerca di pace e di una nuova dimensione dello Spirito, e a “contemplare Cristo con gli occhi di Maria” ed essere come lui “costruttori di pace” e di “un mondo più vicino al disegno di Dio”.
E’ una cronaca, quella offerta dalle molte esperienze, che mostra la potenza del Vangelo capace di disinnescare l’odio con l’amore al nemico. E’ una via obbligata “dopo l’11 settembre, che ci ha messi di fronte a un bivio, e tocca a noi imboccare la via giusta”, come ha detto mons. Pietro Coda. E’ quanto ha testimoniato anche Dieudonné del Burundi: 12 i famigliari massacrati barbaramente, ma non per questo cambia il suo stile di vita. Decide di mettere in atto l’arte evangelica dell’amore anche nei confronti dei militari che sono spesso “senza pietà”: può capitare di incontrarli nel momento in cui si trovano nel bisogno, come è successo con un soldato ubriaco, sull’orlo di un ponte, da lui soccorso. Questo uno squarcio delle testimonianze incastonate nel 1^ dei cinque quadri in programma nel Convegno: i 5 misteri della luce che, insieme alle riflessioni teologiche, aiutano a penetrare nelle varie tappe della vita di Gesù e di Maria. Primo quadro, il Battesimo di Gesù: “E’ l’invito a riconoscere Gesù come figlio di Dio – ha commentato P. Fabio Ciardi – così che possa far annegare nelle acque del battesimo il nostro ‘uomo vecchio’ e farci rinascere a vita nuova, per ritrovarci tutti fratelli e sorelle nel cuore dell’unico Padre”. Come ha evidenziato mons. Domenico Sorrentino, prelato del Santuario di Pompei, tracciando la storia del Rosario, Giovanni Paolo II invita ad un passo in avanti rispetto al passato: “Non si limita ad affidare la pace all’intercessione di Maria, ma la presenta come frutto di questa preghiera che ’è preghiera di pace’, perché facendo contemplare Cristo”, “esercita un’azione pacificante”. Ed è un’esperienza di contemplazione quella che stanno vivendo a Castelgandolfo, non solo le oltre 1500 persone di 70 Paesi presenti in sala, ma che raggiunge i più diversi punti del mondo grazie al collegamento con 11 satelliti messi a disposizione con generosità dall’ Esa, Telepace, l’americana EWTN e la CRC del Canada che hanno permesso a molte TV nazionali e locali e tramite internet di trasmettere l’intero Congresso. 7000 i punti collegati con internet in questo primo giorno. 20.000 le persone calcolate. Solo qualche flash dai molti messaggi e-mail giunti da tutto il mondo: “Impressionante – scrivono da Amersfoort in Olanda – come l’alta spiritualità e la concretezza vadano insieme”. Da Edimburgo: “Stiamo vedendo la trasmissione. E’ piena di luce e ci fa sentire parte di essa”.
La profonda dimensione spirituale di questo evento mariano si annunciava sin dalle prime battute: “Ci soffermeremo sul Rosario che è un ripetuto canto di amore a Maria – ha detto il prof. Giuseppe Zanghì, direttore della rivista Nuova Umanità – ed è anche e soprattutto un aprire gli occhi dell’anima sui misteri della vita del Figlio di Maria. E mentre noi apriremo le nostre menti e i nostri cuori a Gesù, sarà Gesù a parlare di Maria ai nostri cuori e alle nostre menti con quel parlare che non termina in povere parole, ma in creature nuove”.
Uno dei molti aspetti di novità di questo evento mariano: l’apporto della dimensione carismatica alla comprensione vitale di Maria e del Rosario, contributo offerto con questo Congresso, in risposta al particolare messaggio consegnato a Chiara dal Papa in piazza S. Pietro lo stesso 16 ottobre 2002, giorno in cui rilanciava la preghiera del Rosario. Momento culmine, l’intervento di Chiara Lubich che ha comunicato i doni di luce delle origini di quell’Opera, il Movimento dei Focolari, che la Chiesa riconoscerà come “Opera di Maria”. Chiara rivive uno dei momenti più drammatici degli inizi: “Sotto un atroce bombardamento, bocconi a terra, coperta di polvere densa come l’aria, alzandomi da terra, quasi miracolata, in mezzo alle urla dei presenti, calma e piena di pace, ho avvertito d’aver provato nell’anima un profondo dolore mentre ero in pericolo di vita: quello di non poter più recitare, qui in terra, l’Ave Maria”. Più tardi comprenderà: “Quest’ Ave Maria” doveva essere fatta di parole vive, di persone che, quasi altre piccole Maria, dessero al mondo l’Amore”. Quell’Amore che è Gesù stesso che “oggi – ha aggiunto – possiamo ’generare’ spiritualmente, come promette il Vangelo: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome (nel mio amore, spiegano i Padri) io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Compito, questo, definito come “primario nella società secolarizzata di oggi” dal cardinale Miloslav Vlk, arcivescovo di Praga, durante l’omelia. La fondatrice dei Focolari ha parlato della scoperta del nuovo volto di Maria, “d’una bellezza incomparabile: “tutta Parola di Dio, tutta rivestita della Parola di Dio”, e della chiamata di ogni cristiano a ripetere, come Maria, Cristo, Verità, Parola, con la personalità che Dio ha dato a ciascuno”. Una visione “ricca di conseguenze, ad esempio, nel campo ecumenico”. Mercoledì ne daranno testimonianza appartenenti alle Chiese luterana, evangelica riformata, rumeno ortodossa e copta ortodossa. Elemento ulteriore di novità che continuerà a percorrere tutto l’evento è il posto privilegiato degli spazi artistici: dai canti, alle musiche, alle danze di varie culture, ai brani letterari – da Dante a Sartre – perché di Maria “non si parla, si canta. L’amore fiorisce in poesia” come canta il Gen Verde, su una meditazione di Chiara. (altro…)
30 Apr 2003 | Parola di Vita
Gesù sta per tornare al Padre. Nella sua morte e nella sua risurrezione, ormai imminenti, si attua la parabola del chicco di grano che, caduto in terra, muore e porta frutto nella spiga. Gesù compie la sua opera: sulla croce si dona comple-tamente (il chicco di grano che muore) e con la risurrezione dà vita ad un’umanità nuova (la spiga fatta di tanti chicchi). Ma Gesù vuole che la sua opera continui nei discepoli: anche loro dovranno amare fino a dare la vita e così generare la comunità. Per questo, parlando con loro nell’ultima Cena, li paragona a tralci di vite chiamati a portare frutto.
Concretamente come essere innestati nella vite? Gesù spiega che rimanere in lui significa rimanere nel suo amore , lasciare che le sue parole vivano in noi , osservare i suoi comandamenti , soprattutto il “suo” comandamento: l’amore reci-proco . In quell’ultima Cena ci ha dato anche il suo corpo e il suo sangue. Lui, in noi e tra noi, continuerà a portare frutto e a compiere la sua opera. Ma se rifiutia-mo questo rapporto d’amore siamo tagliati via:
«Ogni tralcio che in me non porta frutto, [il Padre mio] lo toglie.»
Questa azione drastica del Padre non può non risvegliare il timore di Dio. Non possiamo abusare del suo amore. Proprio perché Dio è Amore, è anche giu-sto. Se taglia è perché costata che il tralcio è già morto, si è condannato da sé stes-so: ha rifiutato la linfa e non porta più frutto. Si può cadere nell’errore di credere che portare frutto significhi attivismo, organizzazione delle opere, efficientismo… e si può dimenticare ciò che veramente vale: essere uniti a Gesù, vivere nella sua grazia, o almeno nella rettitudine della propria coscienza. Allora il Padre taglia via il tralcio perché, al di là delle apparenze, lì non c’è più vita.
Non c’è quindi più alcuna speranza? La vigna del Signore è misteriosa e lui sa anche innestare di nuovo il tralcio tagliato: ci si può sempre convertire, si può sempre ricominciare.
«… e ogni tralcio che porta frutto, [il Padre mio] lo pota perché porti più frutto.»
Da cosa vedrò che porto frutto?
A chiunque agisce bene non possono non arrivare le prove: sono le mani-festazioni dell’amore di Dio che purifica il nostro agire e fa in modo che si arrivi a portare più frutto, esattamente come avviene nella natura con la potatura. Ed ecco i dolori fisici e spirituali, le malattie, tentazioni, dubbi, senso di abbandono da par-te di Dio, situazioni le più diverse che parlano più di morte che di vita. Perché? Forse perché Dio vuole la morte? No, ché anzi, Dio ama la vita, ma una vita così piena, così feconda, che noi – con tutta la nostra tensione al bene, al positivo, alla pace – non potremo mai immaginare. Pota proprio per questo.
«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto»
Questa Parola di vita ci assicura che le prove e le difficoltà non sono mai fine a sé stesse, vengono perché possiamo portare “più frutto”. E il frutto non è soltanto la fecondità apostolica, ossia la capacità di suscitare la fede e di edificare la comunità cristiana. Gesù ci indica anche altri frutti. Ci promette che se rima-niamo nel suo amore e le sue parole rimangono in noi, potremo chiedere quello che vogliamo e ci sarà dato , daremo gloria al Padre , avremo la pienezza della gioia .
Vale la pena affidarsi alle mani esperte del Padre e lasciarsi lavorare da lui.
Chiara Lubich
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23 Apr 2003 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Mi ero trasferita ad Abidijan da alcuni mesi per continuare gli studi, quando è scoppiata la guerra civile nel nostro paese. In poco tempo, tensione e paura hanno preso il sopravvento, insieme a un clima di diffidenza e disperazione generale.
Eravamo tutti chiusi in casa, incollati alla radio che trasmetteva solo bollettini di morte e violenza; si diceva che nei gruppi armati ribelli c’erano anche molti stranieri e questo fatto ha alimentato un odio crescente verso gli immigrati dai paesi vicini. Con gli altri amici con i quali vivo e credo che costruire un mondo unito è possibile abbiamo deciso di non lasciarsi prendere in questa spirale di divisione e odio; Gesù ha detto “Ama il prossimo tuo come te stesso”: era questo il momento di crederci e vivere così per dare il nostro contributo a riportare la pace al nostro popolo. Abbiamo deciso di cominciare dalla zona più povera della città, una bidonville in maggioranza abitata da stranieri – e quindi presi di mira – che vivono quotidianamente in condizioni di emarginazione. Quando siamo arrivati abbiamo trovato cumuli di macerie dappertutto, le case distrutte dall’esercito, la gente terrorizzata, perché sospettata di nascondere armi e ribelli. Cosa potevamo fare per loro? Ancora una volta la risposta l’abbiamo trovata nel Vangelo: “Qualunque cosa avrete fatto a uno di questi piccoli, l’avrete fatta a me”. Abbiamo avvicinato le persone e cercato di capire di cosa avessero bisogno. Quindi abbiamo raccolto vestiario e cibo e l’abbiamo distribuito. Poi abbiamo fatto conoscere anche a loro la nostra azione mondiale per la pace: il Time out, un minuto di preghiera o di silenzio ogni giorno, diffuso ormai tra migliaia di persone in tutto il mondo. Tanti di loro hanno preso parte anche alle nostre iniziative per la pace ed il responsabile civile del quartiere ci ha detto di aver visto la sua gente riprendere speranza. Ora quella era anche la “nostra” gente: sentivamo di essere ormai un’unica famiglia e la loro vita, il loro dolore è il nostro. Nel dicembre scorso la situazione è precipitata: nella capitale gli scontri si sono fatti violentissimi, i ribelli sono entrati anche in casa di alcuni di noi, distruggendo tutto e malmenando le persone. E per le strade decine, centinaia di morti ogni giorno. Tanti hanno iniziato a fuggire da Man: un esodo interminabile di migliaia di uomini, donne e bambini che avevano poco o nulla con se e nessun posto dove andare. Abbiamo così aperto le porte di Victoria, la cittadella del Movimento dei Focolari in Costa d’Avorio, a quasi 1500 persone che vi si sono rifugiate per diverse settimane. Sapevamo di trovarci proprio sulla linea del fronte tra le milizie ribelli e le truppe governative; ce lo ricordavano quei boati che squarciavano la notte: continue sparatorie e bombardamenti a pochi chilometri da noi ed ogni sera non si sapeva se all’indomani si sarebbe stati ancora vivi. L’elettricità era saltata, il pozzo era inservibile, le riserve di cibo scarseggiavano; l’ospedale della città era stato chiuso. Improvvisiamo un’infermeria in casa di alcuni di noi. C’era un solo medico…, molti i feriti, i malati, le donne in attesa di partorire. Eppure, in mezzo a tutto questo è nato un bambino a cui la mamma ha dato il nome di Marius, per ricordare che è nato sotto la protezione di Maria. Ad ogni ora del giorno e della notte continuavano ad arrivare famiglie, anziani o bambini che cercavano di sfuggire alla “strategia di pulizia” organizzata dai ribelli. Abbiamo anche allestito una mensa, condiviso il riso che ci restava; aperto le nostre case, preparato letti, distribuito indumenti. Una mattina, durante la S. Messa, dieci minuti terribili: rumori di mitragliatrici, esplosioni, sparatorie… Ma nessuno gridava o piangeva, c’era in tutti una grande sicurezza mentre recitavamo, una dopo l’altra, l’Ave Maria. Abbiamo continuato a recitare il rosario giorno e notte, sentivamo fortemente che solo Maria poteva ridonarci la pace. “Anche qui, come dappertutto scarseggia il cibo e non c’è nulla – ci dicevano in tanti – ma si respira un’aria diversa, insieme non abbiamo paura”. Ed era vero, la forza era in quel patto che avevamo fatto: che tutto crollasse, ma non l’amore fra di noi, quello era più potente delle bombe. Quell’amore risanava ferite dentro e fuori, portava a sperare, a perdonare, a trattare gli altri come loro venivano trattati. A fine gennaio un gruppo di ribelli è penetrato nella cittadella, sono stati accolti ed abbiamo dato loro del cibo, un luogo dove lavarsi, una stanza per riposare. Sembrava che questi soldati, alcuni di loro giovanissimi, avvertissero il clima di fratellanza che si respirava tra tutti e, come per miracolo, non si è verificato nessun incidente e non solo: ci hanno offerto la loro protezione. (Colombe, Costa d’Avorio) (altro…)
23 Apr 2003 | Non categorizzato
Mi ero trasferita ad Abidijan da alcuni mesi per continuare gli studi, quando è scoppiata la guerra civile nel nostro paese. In poco tempo, tensione e paura hanno preso il sopravvento, insieme a un clima di diffidenza e disperazione generale.
Eravamo tutti chiusi in casa, incollati alla radio che trasmetteva solo bollettini di morte e violenza; si diceva che nei gruppi armati ribelli c’erano anche molti stranieri e questo fatto ha alimentato un odio crescente verso gli immigrati dai paesi vicini.
Con gli altri amici con i quali vivo e credo che costruire un mondo unito è possibile abbiamo deciso di non lasciarsi prendere in questa spirale di divisione e odio; Gesù ha detto “Ama il prossimo tuo come te stesso”: era questo il momento di crederci e vivere così per dare il nostro contributo a riportare la pace al nostro popolo.
Abbiamo deciso di cominciare dalla zona più povera della città, una bidonville in maggioranza abitata da stranieri – e quindi presi di mira – che vivono quotidianamente in condizioni di emarginazione. Quando siamo arrivati abbiamo trovato cumuli di macerie dappertutto, le case distrutte dall’esercito, la gente terrorizzata, perché sospettata di nascondere armi e ribelli.
Cosa potevamo fare per loro? Ancora una volta la risposta l’abbiamo trovata nel Vangelo: “Qualunque cosa avrete fatto a uno di questi piccoli, l’avrete fatta a me”. Abbiamo avvicinato le persone e cercato di capire di cosa avessero bisogno. Quindi abbiamo raccolto vestiario e cibo e l’abbiamo distribuito. Poi abbiamo fatto conoscere anche a loro la nostra azione mondiale per la pace: il Time out, un minuto di preghiera o di silenzio ogni giorno, diffuso ormai tra migliaia di persone in tutto il mondo. Tanti di loro hanno preso parte anche alle nostre iniziative per la pace ed il responsabile civile del quartiere ci ha detto di aver visto la sua gente riprendere speranza. Ora quella era anche la “nostra” gente: sentivamo di essere ormai un’unica famiglia e la loro vita, il loro dolore è il nostro.
Nel dicembre scorso la situazione è precipitata: nella capitale gli scontri si sono fatti violentissimi, i ribelli sono entrati anche in casa di alcuni di noi, distruggendo tutto e malmenando le persone. E per le strade decine, centinaia di morti ogni giorno. Tanti hanno iniziato a fuggire da Man: un esodo interminabile di migliaia di uomini, donne e bambini che avevano poco o nulla con se e nessun posto dove andare.
Abbiamo così aperto le porte di Victoria, la cittadella del Movimento dei Focolari in Costa d’Avorio, a quasi 1500 persone che vi si sono rifugiate per diverse settimane.
Sapevamo di trovarci proprio sulla linea del fronte tra le milizie ribelli e le truppe governative; ce lo ricordavano quei boati che squarciavano la notte: continue sparatorie e bombardamenti a pochi chilometri da noi ed ogni sera non si sapeva se all’indomani si sarebbe stati ancora vivi.
L’elettricità era saltata, il pozzo era inservibile, le riserve di cibo scarseggiavano; l’ospedale della città era stato chiuso. Improvvisiamo un’infermeria in casa di alcuni di noi. C’era un solo medico…, molti i feriti, i malati, le donne in attesa di partorire. Eppure, in mezzo a tutto questo è nato un bambino a cui la mamma ha dato il nome di Marius, per ricordare che è nato sotto la protezione di Maria.
Ad ogni ora del giorno e della notte continuavano ad arrivare famiglie, anziani o bambini che cercavano di sfuggire alla “strategia di pulizia” organizzata dai ribelli.
Abbiamo anche allestito una mensa, condiviso il riso che ci restava; aperto le nostre case, preparato letti, distribuito indumenti.
Una mattina, durante la S. Messa, dieci minuti terribili: rumori di mitragliatrici, esplosioni, sparatorie… Ma nessuno gridava o piangeva, c’era in tutti una grande sicurezza mentre recitavamo, una dopo l’altra, l’Ave Maria. Abbiamo continuato a recitare il rosario giorno e notte, sentivamo fortemente che solo Maria poteva ridonarci la pace.
“Anche qui, come dappertutto scarseggia il cibo e non c’è nulla – ci dicevano in tanti – ma si respira un’aria diversa, insieme non abbiamo paura”. Ed era vero, la forza era in quel patto che avevamo fatto: che tutto crollasse, ma non l’amore fra di noi, quello era più potente delle bombe. Quell’amore risanava ferite dentro e fuori, portava a sperare, a perdonare, a trattare gli altri come loro venivano trattati.
A fine gennaio un gruppo di ribelli è penetrato nella cittadella, sono stati accolti ed abbiamo dato loro del cibo, un luogo dove lavarsi, una stanza per riposare. Sembrava che questi soldati, alcuni di loro giovanissimi, avvertissero il clima di fratellanza che si respirava tra tutti e, come per miracolo, non si è verificato nessun incidente e non solo: ci hanno offerto la loro protezione.
(Colombe, Costa d’Avorio)
22 Apr 2003 | Non categorizzato
Mentre ancora increduli assistevamo, davanti al televisore, al precipitare degli avvenimenti a Baghdad, un fax giunto dalla zona calda confermava i fatti. “Ieri eravamo sbalorditi davanti a quello che stava succedendo! Non sapevamo cosa pensare, cosa dire. Abbiamo aspettato che passasse la notte – si temeva qualche brutta sorpresa –, ma stamattina le notizie sono buone a conferma del fatto accaduto ieri: “La caduta del regime Saddam”. Le reazioni sono contrastanti: gioia, delusione, paure… È certo però che poteva andare molto peggio, con vittime e drammi maggiori. Sono le preghiere del papa e di tanti che con lui hanno pregato, che hanno fatto evitare il peggio, salvare la chiesa, i nostri amici e forse molto di più… Con profonda gratitudine e preghiera intensa rimaniamo in Dio solo, Dio amore, Signore della storia, e continuiamo ad affidare a lui e a Maria la sorte di questo popolo e di tutti i popoli”. Erano i nostri amici di Baghdad che volevano tranquillizzarci dando notizie di sé. Un fax che Chiara Lubich stessa chiedeva di diffondere con un suo breve commento: “Se non si può dire proprio che la guerra è finita, certo che – a quanto sembra – siamo a buon punto. E, come sapete, si fanno strada le più varie spiegazioni di questo fatto. La nostra, certissima, è che qui ha vinto la preghiera del Santo Padre, la nostra elevata da tutto il mondo e quella di quanti compongono il “popolo della pace”. Con la gioia in cuore, chiediamo ancora a Dio che non ci siano strascichi dolorosi”. Crollato il regime, resta ancora da compiere quello che per molti, noi compresi, è il lavoro più difficile. Era prevedibile che una schiacciante superiorità tecnologica e il dominio incontrastato dei cieli portassero ad una rapida conclusione delle battaglie campali. Molto meno facile, come stiamo vedendo, è gestire la fase attuale caratterizzata da attacchi di kamikaze, da faide personali, scontri interetnici, disordini e saccheggi come quelli che subito si sono verificati. Gli strascichi penosi di tutte le guerre, insomma. Si prospetta una difficile pace “da vincere”, la cui fase critica – non c’è da farsi illusioni – durerà assai più della guerra. I grandi dubbi, ma potremmo anche dire le grandi certezze che ci rendevano risoluti oppositori della soluzione di forza adottata, sono ancora intatti davanti a noi: il conflitto non ha fatto che accentuare i problemi sul tappeto, in particolare l’incomprensione tra popoli e culture e il persistere delle ingiustizie economiche planetarie. E siamo più che mai convinti che, se ci sarà il coraggio di riflettere, proprio la coscienza degli errori compiuti sia la miglior ricetta per gestire questa nuova fase. Pesano terribilmente sulla bilancia i morti e i danni che ci sono stati, anche se ora più che recriminare, serve ormai contenere questi danni. Ciò non esime dal giudizio, ma lo accantona per agevolare i soccorsi. Lenire le ferite, quelle dei corpi straziati e quelle degli animi, è il primo imperativo. Certo, è difficile parlare di normalità, anche solo immaginarla, ma si deve lavorare per quella. E la prima condizione è ritrovare la concordia fra chi vuole e può portare aiuto. Per cui è essenziale rientrare quanto prima nell’alveo dell’Onu, avendo deposto ogni pregiudiziale che potrebbe portare impedimento al soccorso. Alle motivazioni che sottolineano la nostra distanza dall’ideologia cui sembra essersi ispirato Bush per giustificare l’intervento armato, dedichiamo un approfondimento nello “speciale” che segue. Come pure all’importanza del dialogo interreligioso, indispensabile per la pacificazione dei cuori. Mentre non cessiamo di testimoniare che la nostra prima certezza, fondamento di questo stesso dialogo, è nell’efficacia della preghiera al Padre comune che, anche sotto le bombe, ha viste affollate per giorni e notti moschee e chiese, senza dimenticare le sinagoghe. Un sentire comune, questo, suffragato da centinaia di lettere con migliaia di firme che continuano ad arrivarci da ogni parte del mondo, a testimoniare una mobilitazione davvero planetaria di intercessione a Dio per la pace. Ad essa ora si aggiunge una preghiera di ringraziamento per la fondata speranza che, cessata la guerra, si possa finalmente avviare la fase della pacificazione e della ricostruzione.
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10 Apr 2003 | Chiesa
D. Potrebbe illustrare il significato del titolo del Congresso: “Contemplare Cristo con gli occhi di Maria”? R. Nessuna creatura ha mai conosciuto e mai conoscerà Gesù come Maria perché immacolata, perché sua Madre, perché Vangelo vissuto e, con ciò, altro Gesù. Per vedere, conoscere e contemplare Lui, attraverso gli occhi di lei, occorrerà cercare – come ci è possibile – di imitarla nel suo continuo “sì” alla volontà di Dio, e con ciò di farla, in certo modo, rivivere in noi. D. Qual è il valore di Maria, del rosario e della preghiera nel mondo di oggi? R. Maria e preghiera hanno oggi un valore enorme. Con l’attuale presenza d’un terrorismo nuovo, più terribile, effetto, come è pensiero di molti, forse d’un Male con la M maiuscola, non bastano mezzi normali per combatterlo, ma occorre ricorrere al Bene con la B maiuscola e cioè a Dio ed a ciò che lo riguarda. Di qui l’importanza della preghiera, come s’è fatto ad Assisi, e quindi anche del rosario. In questo mondo poi diviso fra Paesi ricchi e Paesi poveri, che è la causa più profonda del terrorismo, chiamati come siamo ad impegnarci, come non mai, a suscitare solidarietà, condivisione, fraternità per fare sempre più dell’umanità una famiglia, nessuno come Maria, perché madre universale, può darci una mano. D. Cosa rispondere a chi non crede nella preghiera e proprio nella sua efficacia nei fatti della vita? R. Quando qualcuno non crede nella preghiera, in genere è perché ha poca fede in Dio. Occorre perciò aiutarlo a ravvivarla. E qui ci sono molte possibilità a disposizione. Fra esse efficacissima è la testimonianza che noi cristiani diamo, quando ci amiamo reciprocamente. Infatti, all’unità nell’amore è promessa la conversione del mondo. Dice Gesù: “Che siano uno affinché il mondo creda” (cf Gv 17,21). D. Come conciliare Maria con la vita spirituale ed estetica degli artisti? R. Gli artisti tendono al bello. Anzi, ho costatato come per loro – se credenti – il miglior attributo di Dio è la bellezza. Va bene Dio vero, Dio amore, ma meglio ancora Dio bello. E Maria, la “tutta bella”, è, per così dire, l’incarnazione del bello. Di qui il suo rapporto con gli artisti e degli artisti con Lei. E sono realmente attratti da Lei, se l’hanno dipinta, scolpita, cantata in tutti i tempi e in tutte le maniere. D. Qual è stata la genesi del Congresso mariano? R. Tutto è iniziato il 16 ottobre 2002, alla fine dell’udienza del santo Padre di mercoledì, dopo che egli aveva firmato la sua lettera apostolica: Rosarium Virginis Mariae. Fra le 600 persone circa del nostro Movimento, presenti in Piazza San Pietro, c’ero anch’io. E’ stato in quell’occasione che egli mi ha consegnato un lungo messaggio nel quale, fra il resto, si legge: “In questa ricorrenza, vorrei consegnare idealmente ai focolarini la preghiera del rosario. (…) Sono certo che la vostra devozione alla Vergine Santa vi aiuterà a dare il necessario rilievo all’iniziativa di un anno dedicato al rosario”. Da quel momento, in tutto il mondo, sono fiorite le più varie realizzazioni per riproporre a tanti la recita sentita del rosario. Il Congresso mariano è una di queste. D. Potrebbe dire due parole sul programma e sugli interventi durante i tre giorni del Congresso? R. Vi saranno riflessioni sulla lettera apostolica del santo Padre sul rosario e sui nuovi “misteri di luce” con testimonianze di famiglie, politici, religiosi, sacerdoti e giovani. Si terranno due tavole rotonde: una riservata ai responsabili di diversi Movimenti ecclesiali sull’argomento; l’altra con cristiani di altre Chiese che commentano la lettera del Papa. I discorsi saranno intervallati da spazi artistici, molto scelti, per onorare Maria, la tutta bella. Le liturgie eucaristiche saranno presiedute da cardinali o arcivescovi, tra i quali il card. Angelo Sodano, il card. Miloslav Vlk, arcivescovo di Praga, mons. Rylko, segretario del Pontificio Consiglio per i Laici ed altri.
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10 Apr 2003 | Chiesa
Il Movimento dei Focolari ha promosso, dal 28 al 30 aprile 2003 al Centro Mariapoli di Castelgandolfo (Roma), il Congresso Mariano Internazionale “Contemplare Cristo con gli occhi di Maria”, nell’ Anno del Rosario indetto dal Papa in “quest’anno turbato da non poche preoccupazioni per le sorti dell’umanità” perché, “contemplando Cristo con gli occhi di Maria ”diventiamo “costruttori di pace” di “un mondo più vicino al disegno di Dio”.
DIRETTA TELEVISIVA E VIA INTERNET Programma aggiuntivo: interviste e vari filmati www.focolare.org/live La prospettiva evangelica innovativa della lettera del Papa sul rosario e dei Misteri della luce saranno il filo conduttore che percorrerà l’intero Convegno con brevi riflessioni teologiche e testimonianze. L’intento è infatti svelare le ricchezze e le potenzialità di rinnovamento del Vangelo che il rosario propone. Il vescovo di Pompei, mons. Domenico Sorrentino traccerà la storia del rosario attraverso i secoli. LE NOVITÀ (altro…)
8 Apr 2003 | Focolari nel Mondo
Sono medico ginecologo, mamma di sei figli. L’altra sera, prima di partecipare a una riunione di medici, mentre accompagnavo a casa uno dei più piccoli, il bambino esclama: “Mamma, sento così nostalgia di te! Che cosa sarebbe di noi se tu ci mancassi?”. L’ho subito rassicurato. Più tardi, mentre parcheggiavo la macchina all’entrata del poliambulatorio, tre giovani armati mi hanno intimato di scendere. Lì per lì mi è sembrato uno scherzo. Ma un ragazzo, puntandomi la rivoltella al collo, faceva sul serio: “Se non scende, le faccio scoppiare tutte le vene!”. Sono scesa, e mentre uno prendeva il volante, mi sono resa conto che stavano veramente portandomi via. Le parole di mio figlio mi martellavano in cuore. Mi sono ritrovata in un faccia a faccia con Dio e con uno slancio del cuore gli ho detto: “Che importa nella vita? amarti importa”. E ho deciso di rimettermi alla sua volontà di quel momento, per quanto fosse tragica e assurda. Ho pensato che potevano essere i miei ultimi momenti e dovevo viverli bene, soltanto nell’amore. Mi è scesa una gran pace nell’anima. Mi sono interessata a loro come una madre. Volevano soldi e quando hanno saputo che avevo sei bambini ed ero medico, si sono un po’ zittiti. Poi: “Signora, non si preoccupi, non le succederà niente, ritroverà la macchina presto!”. Ad un certo punto, per una divergenza tra loro, si sono aggrediti, discutendo aspramente e minacciandosi con la pistola. Io sono rimasta a testa bassa, evitando di guardarli, pregando per loro, poco più grandi dei miei figli. Finalmente si sono fermati, per lasciarmi a piedi in mezzo alla campagna. Per venti minuti ho camminato cercando un sentiero che mi portasse alla strada asfaltata e ad un telefono: ho chiamato mio marito perché venisse a prendermi. L’avventura era finita! Il giorno dopo ho riavuto la macchina: dentro c’era la borsa coi documenti, soldi, assegni, magnetofono… e nessun graffio alla carrozzeria! T.N. – Brasile da I Fioretti di Chiara e dei Focolari – San Paolo Editrice
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2 Apr 2003 | Focolari nel Mondo
Vent’anni e la convinzione che vivere la mia vita significasse fare tutto ciò che mi piaceva. Un giro di amicizie oltre il limite della legalità: droga, discoteca, teppismo, scontri con la polizia, sete di denaro e di potere, lotte tra bande rivali. Ero la ragazza del capo, e questo mi poneva in una posizione di privilegio e mi faceva sentire importante, capace di manovrare gli altri per raggiungere i miei scopi. Mio fratello aveva iniziato in quel periodo a frequentare dei nuovi amici che subito mi avevano colpito: avevano tra loro un rapporto molto diverso da quello che avevo io con la mia banda e vivevano prendendo sul serio le parole di Gesù. Dio per me non era nessuno e quei ragazzi mi incuriosivano, ma non riuscivo a capirli: li osservavo per poterli più tardi canzonare con i miei amici. Poi, l’incidente: una macchina mi ha travolta mentre, in motorino, andavo in discoteca. Il dramma di un attimo: se la mia vita era conclusa, cosa mi restava in mano? Mi è apparsa, in un lampo, tutta l’inutilità dei miei anni spesi rincorrendo il nulla, che il nulla mi lasciavano. E un flash improvviso: una gita in montagna di tanti anni prima, una persona che mi proponeva di affidare la mia vita a Dio. Era ormai troppo tardi per farlo, oppure Dio aveva accolto quella preghiera? In ospedale, a trovarmi, non è mai venuto nessuno dei miei amici. Invece, è subito arrivata un’amica di mio fratello e mi è rimasta accanto per tutti i giorni della degenza. Con lei, pian piano, è nato un rapporto di amicizia e di stima profonde e ho scoperto che il suo Dio Amore poteva trasformare e arricchire anche la mia vita. “Ama il tuo prossimo come te stesso” ripeteva anche a me Gesù: era una rivoluzione radicale. Nel mio cuore gli ho detto di sì. Ho deciso drasticamente di uscire dal giro in cui si erano impantanati i miei anni. Non è stato facile: minacce a me e alla mia famiglia, e una volta sono stata picchiata. Ma c’erano i miei nuovi amici a sostenermi e l’amore personale di Dio a darmi forza. Mi sentivo rinata e il vangelo mi indicava passo passo la strada da percorrere. Sono stata assunta in un laboratorio di confezioni: tenendo conto della crisi, era un bel lavoro. Ma ho saputo di una ragazza che aveva più bisogno di me di lavorare. “Ama il tuo prossimo come testesso”. Ho proposto al titolare del negozio di assumere lei al mio posto: con mia grande sorpresa, lui non solo ha accettato, ma ha tenuto anche me. Ho poi trovato un lavoro migliore come impiegata in un’azienda. Un giorno, ho saputo che la direzione stava per licenziare alcuni operai per mancanza di lavoro. Sapevo che il mio posto era sicuro, ma non così per altri. Ho iniziato a cercare nuovi appalti, nuovo lavoro, coinvolgendo nella ricerca anche il principale. Siamo riusciti, così, a garantire il lavoro a tutti gli operai. In tante occasioni ho avuto modo di sperimentare l’amore di Dio e ho compreso come lui abbia trasformato la mia vita, dandole un senso. Ho anche capito che era necessario, per non perdermi di nuovo, mantenere un legame strettissimo con chi viveva già questa esperienza del vangelo: l’unità tra noi era sempre più forte e fonte di luce per tanti. In me, questi momenti hanno ravvivato ancora di più il desiderio di spendere bene, per Dio, l’unica vita che ho. E come ho visto bruciate le vite dei miei amici di prima, finiti in prigione o morti per droga o in conflitti a fuoco, così anch’io sento di voler bruciare la mia vita, ma nell’amore. S. F. (Italia) (altro…)
2 Apr 2003 | Non categorizzato
Particolare importanza ha assunto il momento di riflessione politica, svoltosi a Martigny (CH) sabato 22 marzo, sullo sfondo della guerra in Iraq. Lo ha rilevato il sindaco di Mollens, Stéphane Pont, moderatore del Convegno che aveva per titolo: “La sfida per una politica autentica”. Vivo interesse ha suscitato questa iniziativa, promossa da alcuni sindaci, che ha superato le aspettative: vi hanno partecipato oltre 300 politici da tutti i cantoni, impegnati a livello nazionale, cantonale e comunale, alcuni provenienti anche da Francia e Austria, oltre a una delegazione del Consiglio Ecumenico delle Chiese di Ginevra (CEC). Chiara Lubich, che era stata invitata come oratore principale, nel suo intervento ha proposto di assumere la fraternità come categoria politica, più che mai urgente proprio nell’ attuale drammatico contesto internazionale. “La politica è nella sua essenza amore” – ha detto – e rende necessario sviluppare categorie mentali che tengono conto dell’unità fondamentale tra tutti gli uomini, nel pieno rispetto delle differenze. Ed ha concluso lanciando una sfida alla Svizzera: “essendo un piccolo Paese, può diventare per l’Europa un modello di unità nella diversità delle culture e lingue”. “Oggigiorno la politica è spesso estremamente dura. Oggi ci è stata presentata una visione della politica forse un po’ idealistica – ha commentato alla Kipa Christophe Darbellay, membro della direzione dell’Ufficio federale dell’Agricoltura – ma io credo che sia importante avere anche nella vita politica mete e prospettive ideali. L’impulso migliore per un agire politico è un rapporto solido con gli altri e con Dio. Questo ci è stato mostrato oggi”. Lucia Fronza Crepaz, già deputato italiano, ha presentato gli sviluppi del Movimento politico dell’unità nato nel 1996 con lo scopo di incoraggiare l’impegno politico e il dibattito democratico inteso come servizio verso tutta la società e di valorizzare quegli aspetti che contribuiscono alla realizzazione del bene comune, alla fraternità universale”.
Numerose le testimonianze di politici che hanno mostrato con i fatti questa nuova cultura politica. Particolarmente significativa la relazione di Marco Fatuzzo, già sindaco di Siracusa (Sicilia), per l’opera costruttiva che è riuscito ad attuare in collaborazione con le forze di maggioranza ed opposizione a favore dei cittadini in una situazione difficile, complicata a volte da condizionamenti mafiosi.
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2 Apr 2003 | Non categorizzato
A me è chiesto di descrivere sinteticamente la fisionomia del Movimento politico per l’unità oggi, a sette anni dalla sua costituzione. Gli inizi – La data di nascita è per noi il 2 maggio ’96, allorché un gruppetto di politici, di diversi livelli di responsabilità, di partiti diversi, in occasione di un viaggio a Napoli di Chiara Lubich, le chiese se fosse possibile lavorare insieme per i valori pur militando in partiti diversi; se fosse possibile agire in politica secondo la fraternità. Ero tra quei politici e per questo vorrei iniziare testimoniando prima di tutto quale significato e quale novità sia stato per noi. La proposta fu molto forte: metterci in gioco in prima persona per porre i valori eterni dell’uomo e il bene comune, fine vero della politica, prima del nostro essere politici, per attuare la fraternità prima di tutto l’uno verso l’altro, e, alla luce di questo rapporto, agire in politica. Al termine siglammo, tutti insieme, con le nostre firme quell’evento che avrebbe avuto un seguito davvero inatteso. Già in quel primo incontro venne in luce una particolarità che avrebbe caratterizzato il Movimento politico per l’unità: nella sua sfida sono coinvolti tutti i soggetti della politica. Ci sono:
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31 Mar 2003 | Parola di Vita
Gesù è nell’orto degli ulivi, il podere chiamato Getsemani. L’ora tanto attesa è arrivata. È il momento cruciale di tutta la sua esistenza. Si prostra a terra e supplica Dio, chiamandolo “Padre” con confidente tenerezza, perché gli risparmi di “bere il calice” , un’espressione che si riferisce alla sua passione e morte. Lo prega che quell’ora passi… Ma alla fine Gesù si rimette completamente alla sua volontà:
«Non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu»
Gesù sa che la sua passione non è un evento fortuito, né semplicemente una decisione degli uomini, ma un disegno di Dio. Sarà processato e rifiutato dagli uomini, ma il “calice” viene dalle mani di Dio.
Gesù ci insegna che il Padre ha un suo disegno d’amore su ciascuno di noi, ci ama di amore personale e, se crediamo a questo amore e se corrispondiamo col nostro amore – ecco la condizione -, egli fa finalizzare ogni cosa al bene. Per Gesù nulla è successo a caso, neppure la passione e la morte.
E poi ci fu la Risurrezione, la cui solenne festa celebriamo in questo mese.
L’esempio di Gesù, Risorto, deve essere di luce per la nostra vita. Tutto quanto arriva, quanto succede, quello che ci circonda e anche tutto quanto ci fa soffrire dobbiamo saperlo leggere come volontà di Dio che ci ama o una permissione di lui che ancora ci ama. Allora tutto avrà senso nella vita, tutto sarà estremamente utile, anche quello che sul momento ci pare incomprensibile e assurdo, anche quello che, come per Gesù, può farci piombare in un’angoscia mortale. Basterà che, insieme a lui, sappiamo ripetere, con un atto di totale fiducia nell’amore del Padre:
«Non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu»
La sua volontà è vivere, ringraziarlo con gioia dei doni della vita, ma a volte non è certamente quella che si pensa: un obiettivo di fronte al quale rassegnarsi, specie quando ci si imbatte nel dolore, né un susseguirsi di atti monotoni disseminati nella nostra esistenza.
La volontà di Dio è la sua voce che continuamente ci parla e ci invita, è il modo con cui egli ci esprime il suo amore, per darci la sua pienezza di Vita.
Potremmo rappresentarcela con l’immagine del sole i cui raggi sono come la sua volontà su ciascuno di noi. Ognuno cammina su un raggio, distinto dal raggio di chi ci è accanto, ma pur sempre su un raggio di sole, cioè sulla volontà di Dio. Tutti, dunque, facciamo una sola volontà, quella di Dio, ma per ognuno essa è diversa. I raggi poi, quanto più si avvicinano al sole, tanto più si avvicinano tra di loro. Anche noi, quanto più ci avviciniamo a Dio, con l’adempimento sempre più perfetto della divina volontà, tanto più ci avviciniamo fra noi… finché tutti saremo uno.
Vivendo così, nella nostra vita ogni cosa può cambiare. Anziché andare da chi piace a noi e amare solo quelli, possiamo avvicinare tutti coloro che la volontà di Dio ci mette accanto. Anziché preferire le cose che più ci piacciono, possiamo attendere a quelle che la volontà di Dio ci suggerisce e preferirle. L’essere tutti proiettati nella divina volontà di quell’attimo (“ciò che vuoi tu”) ci porterà di conseguenza al distacco da tutte le cose e dal nostro io (“non ciò che io voglio”), distacco non tanto cercato di proposito, perché si cerca Dio solo, ma trovato di fatto. Allora la gioia sarà piena. Basta inabissarci nel momento che passa ed adempiere in quell’attimo la volontà di Dio, ripetendo:
«Non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu»
Il momento passato non è più; quello futuro non è ancora in nostro possesso. È come un viaggiatore in treno: per arrivare alla mèta non cammina avanti e indietro, ma sta seduto al suo posto. Così dobbiamo star fermi nel presente. Il treno del tempo cammina da sé. Dio lo possiamo amare soltanto nel presente che ci è dato, pronunciando il proprio “sì” fortissimo, totalitario, attivissimo alla sua volontà.
Amiamo dunque quel sorriso da donare, quel lavoro da svolgere, quella macchina da guidare, quel pasto da preparare, quell’attività da organizzare, chi soffre accanto a noi.
Neppure la prova o il dolore deve farci paura se, con Gesù, sapremo riconoscervi la volontà Dio, ossia il suo amore per ognuno di noi. Anzi, potremo pregare così:
“Signore, dammi di non temere nulla, perché tutto ciò che succederà non sarà che la tua volontà! Signore, dammi di non desiderare nulla, perché niente è più desiderabile che la tua sola volontà.
Che importa nella vita? La tua volontà importa.
Dammi di non sgomentarmi di nulla, perché in tutto è la tua volontà. Dammi di non esaltarmi di nulla, perché tutto è tua volontà”.
Chiara Lubich
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27 Mar 2003 | Non categorizzato
Già dall’ottobre scorso, da quando il Papa aveva rilanciato il rosario per la pace e la famiglia, e aveva dato una particolare consegna al Movimento, si era riscoperta e diffusa tra le famiglie, i giovani, i ragazzi la preghiera del rosario. Da quando è scoppiata la guerra, si stanno moltiplicando le iniziative, come raccontano i fax che arrivano da tutto il mondo. Ne riportiamo alcune.
Iniziative ecumeniche e interreligiose NORVEGIA – 23 marzo – Veglia di riflessione sulla pace nella Moschea di Oslo. 600 presenti: adulti e bambini, cattolici, luterani e musulmani. Iniziativa che ha avuto risalto sui media. Vari giornali titolavano: “Nessuna religione sprona all’aggressione. Questa guerra non c’entra con la religione”. Nascerà ora un comitato cristiano-musulmano per dare seguito a questa iniziativa. Diramato via e-mail un messaggio dal titolo “Effetto palla di neve”: “Invece di fare la guerra, vogliamo costruire la pace e la riconciliazione attorno a noi nel quotidiano. Ci impegniamo con atti concreti. Ad esempio: accogliere chi è discriminato; perdonare; non coricarsi prima di essere riconciliati tra marito e moglie; chiedere scusa; evitare di parlare male del prossimo, ma mettere in luce il positivo; collaborare con i colleghi o i capi, invece di mettere i bastoni tra le ruote; sensibilizzare tutti al fatto che l’amore è più potente delle bombe. Ci stai anche tu? ”. FILIPPINE – MANILA, 26 marzo – Serata ecumenica di preghiera con pastori e laici di altre Chiese, in una chiesa metodista. 27 marzo – Serata interreligiosa per la pace con amici di altre religioni: ebrei, musulmani, buddisti. Iniziativa accolta con gratitudine specie dagli amici musulmani. STATI UNITI – CHICAGO – Cena di beneficenza presenti anche amici musulmani, conclusa con un momento di silenzio e con la lettura della preghiera di San Francesco. Scrivono: “Anche se la propaganda televisiva continua ad affermare che tanti sono per la guerra, assicuriamo che tantissimi non condividono queste decisioni politiche e militari e sono innumerevoli le dimostrazioni e le veglie di preghiera per la pace”. TEXAS – Si stanno contattando gli altri Movimenti ecclesiali a Dallas e Austin, membri di altre Chiese cristiane, amici musulmani in varie città: Houston, San Antonio, Dallas, a Denver in Colorado e in Oklahoma, per riflessioni sulla pace. Sono state lanciate catene di recita quotidiana del rosario che copre tutto l’arco della giornata. BELGIO – BRUXELLES – “Battere i tamburi per la pace” – Un’azione promossa dal Movimento da alcuni anni per sensibilizzare i bambini alla non-violenza e alla responsabilità civica, sostenuta dal Ministero dell’educazione e da vari Comuni. Coinvolge ogni anno numerose scuole. Quest’anno, per la drammatica attualità, l’azione ha radunato 60.000 bambini, con echi alla TV locale e su uno dei più importanti quotidiani nazionali. Iniziativa di riflessioni sulla pace davanti alla Basilica del Sacro Cuore, al centro di Bruxelles con rappresentanti di varie Chiese e Religioni. Molti i musulmani. Un momento profondissimo di raccoglimento ripreso da una catena televisiva nazionale. I partecipanti desiderano ripetere questa esperienza allargandola. ALBANIA – LEZHA, 22 marzo – Vari gruppi dalle diverse regioni hanno partecipato ad una marcia per la pace che è partita dalla Chiesa cattolica e si è conclusa alla Moschea. Numerosa la partecipazione di cattolici e musulmani con varie autorità religiose e civili. BULGARIA – SOFIA – In programma, insieme agli amici ortodossi, per sabato 29 marzo, un pellegrinaggio ad un monastero ortodosso dedicato a Maria nelle vicinanze di Sofia. Protagonisti: giovani, ragazzi e bambini Sin dal dicembre 2002, i Giovani per un mondo unito dei Focolari avevano lanciato il “Rosario Planetario”: 10 Ave Maria ogni giorno, o un momento di silenzio per i non credenti, in un orario prestabilito che copre tutto il pianeta con una preghiera continua. In molti Paesi è stato rilanciato il Time-out: ogni giorno 1 minuto di preghiera per la pace alle ore 12. Appuntamento iniziato col 1^ conflitto in Iraq e che coinvolge ogni giorno migliaia di persone nel mondo. AUSTRIA – VIENNA – Da mesi i giovani e i ragazzi del Movimento hanno lanciato l’Operazione “Lifestyle4peace”. Proponendo la “Regola d’oro”: “fa’ agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”, la promuovono come nuovo stile di vita per la pace. Sono stati coinvolti migliaia di giovani in decine di scuole: raccolgono firme per la pace (finora 10.000), partecipano con le loro esperienze a ’lascia la tua impronta’, (24.000 i messaggi nel nostro sito Internet), si impegnano in concorsi artistici. I premiati dei concorsi faranno da spalla al Gen Rosso che nei giorni prossimi porterà il suo spettacolo con un forte messaggio di fraternità. Questa iniziativa sta avendo ripercussione sui mass media. Prima dei concerti i presidenti delle rispettive regioni a Innsbruck, Graz, Linz e Vienna premieranno i partecipanti ai concorsi. Il patronato del progetto abbraccia politici di tutti gli schieramenti, oltre al cardinale Franz König e al presidente della comunità islamica in Austria, Anas Schakfeh. EGITTO – IL CAIRO – Veglia per la pace organizzata dai giovani dell’Azione Cattolica insieme a quelli del Movimento. Vi ha partecipato il vescovo siriano cattolico, sacerdoti, religiosi, giovani, famiglie, ragazzi. Preghiere canti, esperienze e meditazioni e uno stralcio della lettera del Papa sul Rosario e la pace. Scrivono: “Alla luce delle candele, in 150, abbiamo recitato un mistero del rosario e riproposto a tutti il time-out. In un clima di profonda e solenne preghiera, ogni pensiero, preoccupazione, giudizio cadevano ed erano offerta a Dio con una speranza nuova, credendo nella pace e con l’impegno ad essere operatori di pace”. ITALIA – MILANO – Sabato 22 marzo, insieme alla Comunità di Sant’Egidio, è stata indetta una marcia silenziosa per le vie della città, per la pace in Iraq e nei 62 Paesi dove sono in atto conflitti. Attraverso testimonianze, è stata proposta la pace come stile di vita: sono intervenuti un giovane algerino musulmano, una ragazza israeliana, un buddista dello Sri Lanka. In una chiesa del centro, è iniziata una staffetta di preghiera insieme ai giovani di vari movimenti e associazioni della diocesi. ITALIA – PALERMO – Sit-In di preghiera promosso dai ragazzi del Movimento, domenica 24 marzo in una grande piazza di Palermo. L’invito è lasciare l’impronta della mano con la firma per la pace su un grande lenzuolo bianco. Momento centrale: pregare insieme in modo nuovo il Rosario, lanciando ad ogni Ave Maria un palloncino in cielo con la scritta “Pace”. Ogni mistero è stato accompagnato da una testimonianza di Vangelo vissuto. ITALIA – CASTELNUOVO VALSUGANA (TRENTO) – Una ragazzina ha sensibilizzato, classe per classe, tutta la sua scuola, coinvolgendo anche i professori e il vicesindaco per una marcia per la pace. A chi le ha chiesto come è riuscita a fare questo, pur essendo timidissima: “Sentivo dentro che dovevo fare qualcosa”. Ed ha aggiunto: “Da due giorni la mia classe è cambiata radicalmente. Ora fra noi siamo tutti uniti”. REPUBBLICA SLOVACCA – BRATISLAVA – Un gruppo di bambine dai 4 ai 6 anni, dopo aver pregato il rosario per la pace, hanno avuto l’iniziativa di inviare al giornale cattolico nazionale una lettera per tutti i bambini. Da Julia di cinque anni, la prima idea: “Preghiamo che non ci sia più nessuna guerra mondiale”. Uscirà sul prossimo numero di Kalocke Noviny. Ecco il testo: “Carissimi amici, abbiamo saputo che il Santo Padre ha avuto un grande dolore per l’inizio della guerra in Iraq e ha subito pregato. Anche noi abbiamo iniziato a pregare ogni giorno il rosario o almeno una decina, perché non ci sia più nessuna guerra. Che nessuno provochi guerre o conflitti: né nelle scuole, ne a casa o sul campo dei giochi, nei mezzi di trasporto pubblici, sulle strade o nel parlamento, fra i politici. Venite a pregare insieme, più bambini possibili, perché con le preghiere facciamo finire al più presto la guerra. Invitate anche altri bambini e adulti. Ringraziamo! Ciao! ”. Nel cuore delle città BRASILE – , 24 marzo – Giovani e famiglie munite di striscioni al mercato all’aperto: distribuiti 8000 volantini con le parole della canzone del Gen Rosso: Speranze di Pace. Hanno allestito una bancarella per raccogliere gesti d’adesione alla pace. Circa 1000 le firme. SAN PAOLO – Si distribuiscono volantini nel centro della città invitando i passanti a fare delle camminate per le strade, un momento di pellegrinaggio per la pace, recitando qualche preghiera. ITALIA – ROMA – Istallato un “avamposto di preghiera e di testimonianza per la pace” presso la Chiesa dei Bergamaschi, nel cuore di Roma e della vita politico-sociale italiana: ogni giorno momenti di preghiera, dialogo, testimonianza. ARGENTINA – BUENOS AIRES – Iniziativa della Chiesa locale insieme ad alcune comunità evangeliche ed organizzazioni ebree e musulmane: è stata installata una Tenda d’Incontro per la pace nella famosissima Plaza de Mayo. La Tenda resterà aperta 24 ore su 24 e sarà uno spazio di preghiera per la pace. Il Movimento ha assicurato turni per assicurare una presenza costante. FRANCIA – STRASBURGO – “Festival per la Pace e la Fraternità”, dal 29-30 marzo, a Erstein, nei pressi di Strasburgo, in collaborazione con il Rettore e presidente della Moschea di Strasburgo, e col patrocinio del sindaco, di religione ebraica. (altro…)
23 Mar 2003 | Non categorizzato
Mobilitarsi per la pace “Quello che con il Santo Padre avremmo voluto che mai succedesse è avvenuto: la guerra in Iraq”.
Così Chiara Lubich il 20 marzo inizia il suo messaggio al movimento e invita tutti a mobilitarsi per la pace: “Il Santo Padre informato dell’attacco americano all’Iraq dopo aver messo in moto la settimana scorsa, ogni possibile iniziativa per salvare la pace, sgomento, si è ritirato a pregare. La nostra coscienza e il suo esempio ci spingono ora, in tutti i Paesi dove siamo presenti a dar vita a manifestazioni in favore della pace. Chiara invita soprattutto a moltiplicare le iniziative di preghiera, “perché si invoca l’aiuto di Dio verso un fenomeno, la guerra, dove non sembra essere assente il principe del Male: quindi preghiere, pellegrinaggi, sante Messe, recita pubblica del rosario”.
Una appassionata ricerca “a tutti i costi” della fratellanza universale Nel messaggio per una scuola di formazione delle famiglie musulmane del Movimento dei Focolari, iniziata il 26 marzo in Algeria, Chiara scrive: “Stiamo vivendo momenti difficili nei rapporti internazionali, momenti che ci chiedono una misura maggiore di fede nell’amore misericordioso dell’Unico Dio, una appassionata ricerca “a tutti i costi” della fratellanza universale, una più generosa e totalitaria immersione della nostra vita nei valori del nostro Ideale: un Ideale dove l’amore reciproco, l’accoglienza e la solidarietà, preparano l’avvento del mondo unito. Lo so che tante realtà, attorno a noi, ci spingono forse in senso inverso, ma noi sappiamo e crediamo che l’unico ambiente dove può vivere la giustizia è l’amore fraterno, quell’amore che attingiamo da Dio. Vi auguro di vivere insieme una feconda esperienza spirituale, che vi faccia crescere sia nell’amore tra di voi che nella testimonianza di fede da offrire alle vostre comunità. Una famiglia che vive secondo la volontà di Dio è come una lampada che illumina le vie degli uomini e la loro convivenza. Sono insieme a voi con tutto il mio amore”.
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21 Mar 2003 | Non categorizzato
Signore e Signori politici impegnati a livello comunale, cantonale e nazionale, Signore e Signori, Amici,
esprimo anzitutto la gioia nel trovarmi qui con tutti i presenti, dopo aver incontrato e conversato cordialmente, l’estate scorsa, con alcuni di loro partecipanti ad Innsbruck nel novembre 2001, al Congresso “Mille città per l’Europa”. E ringrazio per l’occasione che mi hanno dato di fare un intervento su un argomento che tanto appassiona me e politici in più parti del mondo. Esso recita così: “La sfida di una politica autentica”, intendendo quella arricchita dalla fraternità come nuova categoria politica. Un argomento attraente che immette fiducia e alimenta speranze. Eppure poche volte forse, come nel tempo presente, il nostro pianeta è stato ed è attraversato dalla sfiducia, dal timore, dal terrore persino; mai il nostro mondo, specie quello civile e politico, è stato così profondamente scosso. Basta accennare a due terribili avvenimenti: l’affacciarsi del terrorismo, l’11 settembre 2001 e lo scoppio d’una guerra aborrita dai più: il 20 marzo 2003. Tutto nero, dunque, senza speranza? Può sembrare, ma non è così. Infatti, contemporaneo a questi tristissimi avvenimenti, non si può negare un fatto, anche se oggi è messo senza dubbio in ombra. Un fatto reale: il mondo, il nostro mondo, in questi ultimi decenni, va verso l’unità. “Questa – è stato detto autorevolmente – sembra la prospettiva che emerge dai molteplici segni del nostro tempo: la prospettiva di un mondo unito. E’ la grande attesa degli uomini di oggi (…) e, nello stesso tempo, la grande sfida del futuro”. Molti fattori religiosi, sociali e politici lo stanno a dimostrare. Lo affermano, nel mondo cristiano, le varie Chiese e Comunità ecclesiali, spinte verso la riconciliazione e la piena comunione, dopo secoli di indifferentismo e di lotta. Lo afferma la realtà del Consiglio Ecumenico delle Chiese, che rappresenta più di 300 Chiese, come lo ha sottolineato il Concilio Vaticano II. Lo dice ancora, nel mondo religioso, ad esempio, la Conferenza Mondiale delle Religioni per la Pace, che unisce rappresentanti delle più varie tradizioni religiose in un comune impegno ricco di iniziative, a favore della pace. Nel mondo politico, poi, dicono che il mondo va verso l’unità gli Stati che lavorano, in modi diversi, alla loro unificazione, come quelli dell’Unione Europea. Un caso recente è anche l’Unione Africana che ha visto la luce nel luglio 2002, chiamata a modellarsi intorno al concetto africano di “cooperazione comune solidale”, così da garantire, accanto all’integrazione economica, una coesione sociale ed umana tra le diverse anime di quel continente. Un altro caso sono le Conferenze ibero-americane che periodicamente indicano obiettivi comuni all’azione dei Paesi dell’America Latina, della Spagna e del Portogallo. E ancora le riunioni tra i Paesi che sono parte dell’APEC, il sistema di cooperazione economica tra l’Asia e il Pacifico, che vede unirsi intorno ad obiettivi comuni i Paesi del continente asiatico e di quello americano. Evidenzia ancora la tendenza del nostro mondo all’unità l’affermarsi di numerosi enti e organizzazioni internazionali come l’ONU. E fanno capire questa tendenza situazioni, esigenze, aspetti importanti della realtà contemporanea. I mezzi di comunicazione rendono presenti gli uni agli altri persone e popoli materialmente lontanissimi. La globalizzazione economica e finanziaria ha intrecciato tutti i nostri interessi, per cui ciò che accade in un Paese può avere ripercussioni materiali immediate in molti altri Paesi. Esistono problemi che interessano l’umanità nel suo insieme: basta pensare alla questione ambientale e in particolare l’ecologia umana, lo sviluppo e l’alimentazione, le problematiche riguardanti il patrimonio genetico dei diversi gruppi umani. Viviamo in un mondo che davvero è diventato un villaggio. L’umanità vive oggi come fosse un piccolo gruppo che, se non è riuscito ancora a sviluppare sufficientemente un pensiero capace di rispettare le distinzioni, comprende la sua fondamentale unità. Sì, anche se oggi tutto può dire il contrario, anche se altre nere previsioni lasciano l’uomo moderno col cuore sospeso, il mondo va verso l’unità, anzi, l’unità globale. Ed è in questo quadro che va collocato anche il Movimento che indegnamente rappresento: il Movimento dei Focolari. Occorre vederlo così perché il suo obiettivo è proprio l’unità, è la fratellanza universale. Non solo, occorre vederlo così, e quindi come elemento di speranza nel mondo d’oggi, perché è una delle riprove che Dio, se lo si ama, sa sempre trarre dal male, da qualsiasi male, anche dai terribili mali moderni, un bene. Il Movimento dei Focolari è nato proprio durante una guerra, la seconda guerra mondiale, quando, di fronte ai nostri occhi ed al nostro giovane cuore, pieno di idealità, tutto crollava sotto le bombe e ogni nostro sogno si spegneva sotto le macerie. Ma ecco che la grazia d’un carisma dello Spirito Santo ci fece capire che uno solo era l’Ideale che non passa: Dio e con Lui il suo piano sull’umanità: fare di essa una famiglia, attraverso la fratellanza universale. S’è cominciato con grande slancio. Ora siamo presenti in 182 nazioni e contiamo milioni e milioni di persone, più di quelle dell’intera Confederazione svizzera. Se amiamo Dio, possiamo attenderci, dunque, anche dalle attuali circostanze, un bene. Naturalmente occorre fare la propria parte. Quale? Cooperare al disegno di Dio e cioè alla fraternità universale. E’ la sfida che dobbiamo affrontare. La fratellanza universale, anche prescindendo dal cristianesimo, non è stata assente dalla mente di qualche spirito forte. Diceva il Mahatma Gandhi: “La regola d’oro è di essere amici del mondo e considerare ’una’ tutta la famiglia umana” . Ed è presente tuttora in qualche grande personalità come il Dalai Lama che, a proposito di quanto era successo l’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, scriveva ai suoi: “Per noi le ragioni (degli eventi di questi giorni) sono chiare. (…) Non ci siamo ricordati delle verità umane più basilari. (…) Siamo tutti uno. Questo è un messaggio che la razza umana ha grandemente ignorato. Il dimenticare questa verità è l’unica causa dell’odio e della guerra (…)”. Ma anche altre voci stimolano l’umanità ad amare; così Augusto Comte propone una religione (tutta terrena) che abbia come morale l’altruismo e una regola fondamentale “vivere per l’altro” ; così Feuerbach, uno dei padri dell’ateismo moderno, afferma: “La legge prima e suprema deve essere l’amore dell’uomo per l’uomo” . Ma chi ha portato la fraternità come dono essenziale all’umanità, è stato proprio Gesù, che ha pregato così prima di morire: “Padre…, che tutti siano uno” (cf Gv 17,21). Egli, rivelando che Dio è Padre, e che gli uomini, per questo, sono tutti fratelli, abbatte le mura che separano gli “uguali” dai “diversi”; gli amici dai nemici; che isolano una città dall’altra. E scioglie ciascun uomo dai vincoli che lo imprigionano, dalle mille forme di subordinazione e di schiavitù, da ogni rapporto ingiusto, compiendo in tal modo un’autentica rivoluzione esistenziale, culturale e politica. L’idea della fraternità iniziò così a farsi strada nella storia. E tutti vi sono chiamati: anche coloro che lavorano in politica. Lo ha detto, ad esempio, la Rivoluzione francese che nel suo motto: “Libertà, uguaglianza, fraternità”, ha sintetizzato il grande progetto politico della modernità, anche se questo progetto è stato inteso da essa in modo assai riduttivo. La Rivoluzione francese, nonostante le sue contraddizioni, aveva però intuito quel che le esperienze successive hanno dimostrato: i tre principi stanno o cadono insieme; solo il fratello può riconoscere piena libertà e uguaglianza al fratello. Inoltre, se numerosi Paesi, arrivando a costruire regimi democratici, sono riusciti a dare una certa realizzazione alla libertà e all’uguaglianza, la fraternità è stata più annunciata che vissuta. La fraternità, dunque, come ideale da recuperare, come ideale di oggi. Ma come suscitare fraternità? Per dare al mondo la fraternità che generi un’unità spirituale, garanzia dell’unità politica, economica, sociale, culturale, non mancano gli strumenti. Basta saperli individuare. Uno, la cui efficacia non è ancora del tutto scoperta, è quello dell’apparire nel mondo cristiano, dopo i primi decenni del ’900, di decine e decine di Movimenti, simili al nostro già menzionato, che, come tante reti collegano i popoli, le culture e le diversità: quasi un segno che il mondo potrebbe diventare una casa delle Nazioni perché esso lo è già attraverso queste realtà , pur se ancora a livello di laboratorio. Sono Movimenti meritevoli di grande ed alta stima perché effetto non di progettualità umane, ma anch’essi di carismi dello Spirito di Dio, che conosce meglio di qualsiasi uomo e donna della terra i problemi del nostro pianeta ed è desideroso di concorrere a risolverli. Ora questi Movimenti, poiché fondati o prevalentemente composti da laici, veicolano un sentito e profondo interesse per il vivere umano con ricadute nel campo civile, cui offrono concrete realizzazioni politiche, economiche, e così via. Sono venuti in piena luce appena cinque anni fa, quando la Chiesa cattolica si è riscoperta e ripresentata al mondo costituita, oltre che dall’aspetto istituzionale, anche da quello carismatico, atto a riportare il popolo cristiano, spesso secolarizzato dal contatto col mondo, alla radicalità del Vangelo, sempre capace di dare un volto nuovo anche alla città terrena. Questi Movimenti, seguendo ciascuno il proprio carisma, concretizzano l’amore in tante forme. Qualcuno fra questi, in particolare, manifesta la forza dello Spirito nella capacità che ha d’aprire uomini e donne del nostro pianeta a un dialogo profondo e dare così origine a brani di umanità affratellata. Per quanto riguarda il Movimento dei Focolari, quattro sono i dialoghi che, da quasi mezzo secolo, esso ha messo in atto. Il dialogo all’interno della Chiesa, che l’aiuti ad essere sempre più “comunione”, quella comunione in cui la fraternità e la pace sono assicurate. Il dialogo ecumenico nella sua forma di “dialogo del popolo”, che coinvolge, vivissimo, cristiani di 350 Chiese, trasformati tutti in una sola “famiglia cristiana”, quasi un pezzo d’anima di quell’unica Chiesa di Cristo che verrà. Il dialogo con persone di altre religioni: musulmani, ebrei, buddisti, indù, sikhs, ecc., oggi presenti un po’ dovunque per le ondate migratorie. Dialogo possibile per la cosiddetta “regola d’oro”, comune a tutte le principali religioni della terra. Essa dice: “Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te” (cf Lc 6,31). Regola d’oro che in fondo domanda di amare ogni prossimo, cosicché se noi, perché cristiani, amiamo, ed essi, pure, come indù, musulmani, ebrei, amano, ecco l’amore reciproco, da cui fiorisce la fraternità. Questo dialogo ha già fruttato, per il Movimento dei Focolari, una fraternità piena e sentita con un Movimento buddista moderno di Tokio, la Rissho Kosei-kai, che conta sei milioni di membri. E con un altro Movimento musulmano afroamericano, l’Associazione di musulmani americani, di due milioni di membri, il quale, per lo scambio dei doni che si effettua nel dialogo, ha, ad esempio, aperto a noi 40 moschee negli USA, dove possiamo annunciare le nostre esperienze evangeliche, da loro tanto desiderate, e la nostra finalità: la fraternità universale. Dialogo, infine, con i nostri fratelli che non professano una fede religiosa, ma hanno iscritta pure essi, nel DNA della loro anima, la spinta ad amare. E sono, forse, i più. Ma ecco ciò che più particolarmente interessa qui. Il Movimento dei Focolari, pur essendo primariamente religioso, ha avuto, sin dal 1948, e poi durante gli anni, un’attenzione particolare per il mondo politico, sino a veder nascere dal suo seno, a Napoli nel 1996, il cosiddetto “Movimento politico per l’unità”. Movimento che ora sta diffondendosi e organizzandosi su tutto il pianeta. Vi fanno parte politici, amministratori, funzionari, studiosi e cittadini, appartenenti ai più diversi orientamenti politici. Ne parlerà oggi l’on. Lucia Fronza, deputato al Parlamento italiano per due legislature ed ora presidente del “Movimento politico per l’unità”. Della genesi e sviluppo di detto Movimento ho potuto parlare anch’io più volte come, fra il resto, ai parlamentari italiani, a Strasburgo, al Centro Europeo di Madrid e all’ONU. Non è un nuovo partito, ma il portatore di una cultura e di una prassi politiche nuove. Cambia il metodo della politica. Pur rimanendo fedele alle proprie autentiche idealità, il politico dell’unità ama non solo i politici del suo partito, ma tutti gli altri politici, cercando di vivere in comunione con ognuno. Fa questo nei consigli comunali, nei partiti, nei diversi gruppi di iniziativa civica e politica, nei parlamenti regionali o cantonali, nei parlamenti nazionali. L’unità, così vissuta, è portata come fermento anche tra i partiti stessi, nelle istituzioni, in ogni ambito della vita pubblica, nei rapporti fra gli Stati. Lo scopo specifico del “Movimento politico per l’unità” è dunque: aiutare ed aiutarsi a vivere sempre nella fraternità; con essa alla base, credere nei valori profondi, eterni dell’uomo e solo dopo, muoversi nell’azione politica. Ed ecco alcune idee-forza del “Movimento politico per l’unità”. Anzitutto, per il politico dell’unità, la scelta dell’impegno politico è un atto d’amore, con il quale egli risponde ad un’autentica vocazione, ad una chiamata personale. Egli vuol dare risposta ad un bisogno sociale, ad un problema della sua città, alle sofferenze del suo popolo, alle esigenze del suo tempo. Chi è credente, avverte che è Dio stesso a chiamarlo, attraverso le circostanze; il non credente, risponde ad una domanda umana che trova eco nella sua coscienza: ma è sempre l’amore che entrambi immettono nella loro azione. E gli uni e gli altri, questi politici, hanno la loro casa nel “Movimento politico per l’unità”. In secondo luogo, il politico dell’unità prende coscienza che la politica è, nella sua radice, amore; e ciò porta a comprendere che anche l’altro, colui che a volte è chiamato avversario politico, può avere compiuto la propria scelta per amore. E questo esige che lo si rispetti, anzi il politico dell’unità ha a cuore che anche l’altro realizzi il disegno buono di cui è portatore, che, se risponde ad una chiamata, ad un bisogno vero, è parte integrante di quel bene comune che solo insieme si può costruire. Il politico dell’unità ama, dunque, non solo coloro che gli danno il voto, ma quelli che lo danno ad altri; non solo il proprio partito, ma anche quello altrui. Un altro aspetto della fraternità in politica è la capacità di saper ascoltare tutti, anche i “diversi”. E in tal modo ci si “fa uno” con tutti, ci si apre alla loro realtà. E il farsi uno aiuta a superare i particolarismi, rivela aspetti delle persone, della vita, della realtà, che ampliano anche l’orizzonte politico: il politico che impara a farsi uno con tutti diventa più capace di capire e di proporre. Il farsi uno è il vero realismo politico. Ancora, il politico dell’unità non può rimanere passivo davanti ai conflitti, spesso aspri, che scavano abissi tra i politici e tra i cittadini. Al contrario, egli compie il primo passo per avvicinarsi all’altro e riprende la comunicazione interrotta. Creare la relazione personale dove essa non c’è, o dove ha subito una interruzione, può significare, a volte, riuscire a sbloccare lo stesso processo politico. La fraternità, ancora, trova piena espressione nell’amore reciproco, di cui la democrazia, se rettamente intesa, ha una vera necessità: amore dei politici fra loro, e fra i politici e i cittadini. Il politico dell’unità non si accontenta di amare da solo, ma cerca di portare l’altro, alleato o no, all’amore, perché la politica è relazione, è progetto comune. Un’ultima delle nostre idee-forza è che la patria altrui va amata come la propria; la più alta dignità per l’umanità sarebbe infatti quella di non sentirsi un insieme di popoli spesso in lotta fra loro, ma, per l’amore vicendevole, un solo popolo, arricchito dalla diversità di ognuno e per questo custode nell’unità delle differenti identità. E’ quanto il Movimento ha cercato di vivere in momenti anche drammatici, attraverso gesti di amicizia e di pace attuati tra i nostri dell’una e dell’altra nazione: gesti che avevano un profondo significato politico. Ma tutti questi aspetti dell’amore politico, che realizzano la fraternità, richiedono sacrificio. Quante volte l’attività politica fa conoscere la solitudine, l’incomprensione da parte, anche, dei più vicini! E a quante divisioni, spaccature, ferite della propria gente il politico deve rimediare. E’ questo il prezzo della fraternità che è a lui richiesto: prezzo altissimo, ma altissimo è anche il premio. La fedeltà alla prova farà, infatti, del politico un modello, un punto di riferimento per i suoi concittadini, orgoglio della sua gente. Questi sono i politici che il “Movimento politico per l’unità” desidera, con l’aiuto di Dio, generare, nutrire, sostenere. E non è utopia. Lo dicono alcuni dei nostri che ci hanno preceduti in Cielo: Jozef Lux, già vice-primo ministro della Repubblica Ceca, che seppe conquistare l’ammirazione dei colleghi e degli altri; o Domenico Mangano, che visse la politica nell’amministrazione comunale di Viterbo, in costante servizio ai suoi concittadini; o il deputato nazionale Igino Giordani, modello non solo di virtù religiose, ma anche di virtù civili: segno, questo, che ci si può realizzare come cristiani non “nonostante la politica”, ma “attraverso la politica”. Questi uomini hanno risposto alla loro chiamata. E la risposta alla vocazione politica è anzitutto un atto di fraternità: non si scende in campo, infatti, solo per risolvere un problema, ma si agisce per qualcosa di pubblico, che riguarda gli altri, volendo il loro bene come fosse il proprio. Il vivere così permette ai sindaci, ad esempio, di ascoltare fino in fondo i cittadini, di conoscerne i bisogni e le risorse; li aiuta a comprendere la storia della propria città, a valorizzarne il patrimonio culturale e associativo: in tal modo arrivano a cogliere, un po’ alla volta, la sua vera vocazione ed a guardare ad essa con sicurezza per tracciarne il cammino. Il compito dell’amore politico è quello di creare e custodire le condizioni che permettono a tutti gli altri amori di fiorire: l’amore dei giovani che vogliono sposarsi e hanno bisogno di una casa e di un lavoro, l’amore di chi vuole studiare e ha bisogno di scuole e di libri, l’amore di chi si dedica alla propria azienda e ha bisogno di strade e ferrovie, di regole certe… La politica è perciò l’amore degli amori, che raccoglie nell’unità di un disegno comune la ricchezza delle persone e dei gruppi, consentendo a ciascuno di realizzare liberamente la propria vocazione. Ma fa pure in modo che collaborino tra loro, facendo incontrare i bisogni con le risorse, le domande con le risposte, infondendo in tutti fiducia gli uni negli altri. La politica si può paragonare allo stelo di un fiore, che sostiene e alimenta il rinnovato sbocciare dei petali della comunità. Ma ora, parlando più in particolare ai Signori Sindaci, viene spontaneo chiedersi: che cosa significa e comporta l’ideale della fraternità per la vita della città? Esso non si aggiunge dall’esterno alla riflessione e alla pratica politica, ma si può considerare l’anima con la quale affrontare i problemi di oggi. Noi sappiamo, infatti, che anche oggi ci sono cittadini per i quali la città è come non esistesse, cittadini per i cui problemi le istituzioni cercano con difficoltà le risposte. C’è anche chi si sente escluso dal tessuto sociale e separato dal corpo politico, a causa della mancanza di lavoro, o di casa, o della possibilità di curarsi adeguatamente. Sono questi, e molti altri, i problemi che quotidianamente i cittadini pongono a chi ha il governo della città. E la risposta che ricevono è determinante perché anch’essi si sentano a pieno titolo cittadini e avvertano l’esigenza e abbiano la possibilità di partecipare alla vita sociale e politica. E perciò, da questo punto di vista il Comune è la più importante delle istituzioni, perché più vicina alle persone, di cui incontra direttamente tutti i tipi di bisogni. Ma è pure attraverso il rapporto con il Comune, nelle sue varie articolazioni, che il cittadino sviluppa la gratitudine – o il rancore – verso l’insieme delle istituzioni, anche quelle più lontane, quali lo Stato. Nel “Movimento politico per l’unità” si è sperimentato che il Comune riesce a rispondere bene alle esigenze dei cittadini se colui che governa, o che in qualche modo ha una responsabilità nell’amministrazione della città, ha, alla base del suo impegno politico, l’esigenza di vivere la fratellanza con tutti, e guarda anche al cittadino come ad un fratello. E si sa che per un fratello i problemi si risolvono più facilmente, perché si pensa e si ripensa al suo problema, si bussa a tutte le porte, si cercano tutte le opportunità, si mettono insieme tutte le risorse; e, infine, quando tutte le forze fossero state impiegate, ci si rivolge, se si ha la fede, pure a Dio perché provveda. Il “Movimento politico per l’unità” in generale vede l’umanità come un unico corpo nel quale tutti gli uomini possono essere affratellati. L’umanità è prima di tutto una cosa sola. Un’unità, sempre nella diversità, nella libertà, costruita da persone e da popoli che siano veramente se stessi, portatori di una propria identità e di una propria cultura aperte e dialoganti con le altre. E quando sarà così, si potrà conoscere finalmente la pace. Infatti, a mano a mano che a ciò ci si avvierà, vedremo realizzarsi particolari sogni di grandi della nostra storia. Come quello di Martin Luther King: “Oggi ho (…) sognato che (…) gli uomini muteranno le loro spade in aratri, (…) (e che) la guerra non sarà neppure più oggetto di studio. (…) Con questa fede noi saremo capaci di affrettare il giorno in cui vi sarà pace sulla terra e buona volontà verso tutti gli uomini. Sarà un giorno glorioso, e le stelle canteranno tutte insieme, ed i figli di Dio grideranno di gioia” . Che il Signore ed il nostro agire facciano in modo che quel giorno non sia lontano. Ringrazio tutti dell’ascolto. Chiara Lubich
Martigny, 22 marzo 2003
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11 Mar 2003 | Focolari nel Mondo
Abito a Rio de Janeiro: una città tra le più belle del mondo. Da tempo vivo la Parola di Vita e consegno il foglietto con il commento di Chiara a varie persone. Ero uscita dal lavoro un po’ più tardi quella sera, ma non volevo tornare a casa senza aver consegnato l’ultimo foglietto a una famiglia che ogni mese visitavo. Ho telefonato quindi a mia madre, per dirle il mio programma. Per arrivare prima, ho pensato di prendere un taxi. Nel retrovisore vedo il volto del tassista che mi dice: “Sei entrata nella macchina sbagliata, questo è un taxi rubato, ora verrai con me”. Rabbrividisco: è un rapinatore, dove mi porterà? Il taxi fila fuori della città. Siamo arrivati davanti a un Motel, una casa di prostituzione, e lì mi fa scendere, spingendomi dentro una stanza. Mentre lui resta nella hall, mi siedo su un letto: cosa sarà di me? Poteva essere il mio ultimo momento di vita… Mi sono allora ricordata della Parola di Vita che portavo e ho cominciato a leggerla lentamente. Quella persona entra e chiude la porta, si siede accanto a me mettendomi un braccio sulle spalle. “Cosa stai facendo?” Gli spiego che si trattava di un commento al Vangelo, una frase di Gesù che cercavo di mettere in pratica. “Leggimela a voce alta!”, mi dice con tono aggressivo. Penso di vivere quel momento con solennità, leggendo parola per parola con amore. Non arrivo neanche alla fine della pagina che lui, strappandomi il foglio dalle mani, mi dice: “Vai via, vai pure, sei troppo buona!”. La Parola mi ha salvato. M.A.C. – Rio de Janeiro (Da “I Fioretti di Chiara e dei Focolari” – San Paolo Editrice)
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7 Mar 2003 | Non categorizzato
da Agenzia ASCA_SOCIALE Digiuno: Camera, riflessione interreligiosa sulla pace Una riflessione interreligiosa sulla pace, con la partecipazione del Presidente della Camera Pier Ferdinando Casini e di numerosi politici dei due schieramenti, si è svolta a Montecitorio in occasione della giornata di digiuno indetta da Giovanni Paolo II. L’incontro, durato un’ora, dalle 14,00 alle 15,00, si è tenuto nella Sala della Regina e si è sviluppato sulla lettura di nove brani di altrettanti personaggi che hanno dedicato la loro vita o loro significative opere alla pace. Si è iniziato con Ignazio Silone, poi con Chiara Lubich, per passare a Gabriel Garcia Marquez, Simone Weil, Giovanni XXIII, Vaclav Havel, Gandhi, Teresa di Calcutta e Martin Luther King. Riflessioni e testimonianze sono state offerte dal cattolico mons. Rino Fisichella (cappellano della Camera dei deputati), Alberto Piperno, ebreo, (presidente del Comitato Memoria, Dialogo, Pace), da Ajahn Chandapalo, buddista, del monastero Santacittarama di Rieti, e dalla teologa musulmana iraniana Shahrzad Hushman. Tutti i partecipanti, trecento circa, hanno devoluto l’equivalente di un pranzo alla CRI. All’incontro, promosso da Lucia Fronza Crepaz, del Movimento politico per l’unità (ex parlamentare Ppi), oltre al presidente Casini, hanno preso parte numerosi politici sia di maggioranza sia di opposizione. Tra gli altri, Nicola Mancino, Pierluigi Castagnetti, Willer Bordon, Roberto Pinza, Alberto Monticone, Patrizia Toia (della Margherita), Luciano Violante, Mimmo Lucà e Livia Turco (Ds), Gabriella Pistone (Pdci), Paolo Cento (Verdi), Rocco Buttiglione e Francesco D’Onofrio (Udc), Clemente Mastella (Udeur). Alla riflessione hanno partecipato anche il presidente delle Acli, Luigi Bobba e il missionario padre Alex Zanotelli.
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7 Mar 2003 | Non categorizzato
Diamo inizio a questo momento di riflessione sulla pace. Comincio col ringraziare tutti quanti hanno accettato questo invito e tutti quelli che ci hanno aiutato a realizzarlo: in particolare Mons. Fisichella, appena di ritorno da un lungo e – immagino – faticoso viaggio in India, che ha risposto al nostro appello; l’Ajahn Chandapalo del Monastero buddista di Santacittarama; il dott. Piperno rappresentante della comunità ebraica di Roma, la dott.ssa Shahrzad Hushman, teologa musulmana, e il Presidente della Camera che ci ha aperto con grande disponibilità le strutture di Montecitorio. L’idea di questa iniziativa è frutto di un cammino politico che si sta costruendo da alcuni anni – in più nazioni – tra politici di diversi orientamenti, assieme a cittadini, funzionari, studenti e studiosi di scienza politica, un cammino condotto alla luce del carisma dell’unità di Chiara Lubich. Lo scopo è quello di andare in profondità nel nostro impegno politico, ritrovarne le ragioni e rimettere la politica al suo posto, quello di strumento indispensabile all’unità e alla pace della famiglia umana. Questo approfondimento non ci ha portato fuori della quotidianità politica, ma ci ha richiesto lo sforzo di trovare, nell’approfondire le nostre e nel capire le ragioni dell’altro, quali sono i valori che oggi possono ridare voce e soggettività alla politica. E così, anche in questi giorni così difficili, siamo partiti dalla convinzione che era necessario fare la nostra parte per approfondire la nostra unità intorno alla pace, e trovare un momento alto di sintesi dentro quei valori che sono propri dell’uomo e che sono alla base di ogni scelta politica fatta, o che ci attende. Abbiamo pensato così di costruire, per offrirlo a tutti, un momento di tregua, in cui cercare nel rispetto delle nostre posizioni diverse, le radici profonde di un comune impegno per la pace. La decisione degli 8 parlamentari presenti quel giorno è stata quella di non prendere la parola, di fare un gesto che hanno chiamato di umiltà e di ascolto. E’ nato così questo momento di meditazione in cui abbiamo chiesto ispirazione a grandi testimoni, religiosi e laici, e ai rappresentanti delle grandi religioni di accompagnarci in questa ricerca, religioni che sono presenti nei teatri di guerra o nei punti nei quali la pace è più minacciata e che hanno certamente una parola di dire alle coscienze degli uomini. Del resto, dall’indomani dell’11 settembre, si sono moltiplicati gli incontri tra i responsabili delle religioni consapevoli del contributo che esse possono dare al dialogo tra i popoli e alla costruzione delle condizioni della pace, proseguendo nel dialogo che lo stesso Giovanni Paolo II ha cominciato ad Assisi. Penso di esprimere un sentimento che avvertiamo tutti dicendo che, in questo momento storico, ci stiamo accorgendo che la pace non è conseguenza scontata, come tanti di noi avevano immaginato nell’89, non è un dono gratuito legato alla caduta di un regime, ma può essere solo frutto di fatica, un lungo cammino che ha bisogno del contributo di tutti. Per questo, a nostro parere due premesse sono indispensabili: una negativa ed una positiva. La negativa: abbandonare da una parte e dall’altra eventuali atteggiamenti di chiusura, di giudizio precostituito; quella positiva: fondare il nostro pensare ed il nostro operare politico su categorie nuove e universali che reggano all’impatto della domanda oggi rivolta alla politica. Oggi la capacità di parola della politica rispetto alla pace può essere salvaguardata solo con sforzi creativi proporzionati ai pericoli che la minacciano. Ci vuole il coraggio di uscire dalle strade che fino ad oggi abbiamo percorso, il coraggio di uscire da una politica parziale e dall’orizzonte stretto. Un esempio? Oggi è chiaro che l’indipendenza di un popolo deve sempre più essere coniugata assieme all’interdipendenza, direi di più: all’intercomunione. Già lo diceva la Pacem in terris, 40 anni fa. La fraternità è la categoria che oggi, vicino alla libertà e alla uguaglianza può reggere questo impatto. Non è, forse, proprio la fraternità che può ridare alla libertà la sua vera interpretazione, come espressione completa di ciascuno, e non come spazio senza regole in cui prevale il più forte? Non è, forse, proprio la fraternità che può dare all’uguaglianza il suo vero significato come principio di giustizia sociale, e non come ideologia collettiva e impersonale? Perché la fraternità è il legame universale tra gli uomini. Chi, fra noi, attinge al messaggio di Cristo, la scopre come conseguenza dell’esser figli dell’unico Padre, Dio Amore, e quindi fratelli fra di noi; ma anche chi ha dato altri riferimenti culturali alla propria vita la riscopre, al centro della propria coscienza, come patrimonio di ogni persona e di tutte le persone. Da qui, l’esigenza di approfondire la fraternità e il contributo che essa può dare alla politica e alla costruzione della pace. La scoperta che abbiamo fatto noi, anche alla luce del cammino storico e filosofico che l’umanità ha compiuto finora – basti ricordare la Rivoluzione Francese, crocevia della modernità, con le sue ombre e le sue luci – è che la fraternità è una categoria politica che getta luce su metodo, contenuto e fine della politica. Sceglierla come orizzonte cambia i nostri atti politici, richiedendo concretezza verso l’uomo, chiunque esso sia, e universalità, una qualità così consona alla stato attuale della politica. C’è ancora una caratteristica da sottolineare. La fraternità, proprio perché nasce dal più profondo di ogni uomo e chiama ognuno alla sua personale partecipazione, non frutta una omogeneità di pensiero mortificante; chiede, anzi, la ricerca appassionata del proprio contributo personale e di gruppo, insieme ad una grande capacità di ascolto della posizione dell’altro. Non è forse questa la domanda che ci viene posta con insistenza oggi? Capacità di comprendere a fondo le domande, al tempo stesso globali e locali, e capacità di costruire risposte, al tempo stesso realistiche e aperte al progetto? Se la pace è un lento e faticoso cammino, la fraternità può esserne la radice e il motore. Presentazione del programma A questo punto, qualche parola sul programma di quest’ora. Cominceremo dalla lettura di alcuni pensieri di testimoni che hanno coerentemente speso la vita per la pace. Ci aiuteranno in questo primo momento Saverio D’Ercole e Sabrina Duranti, attori. Si tratta di 9 brevi brani, scelti – tra i mille possibili – con l’unico criterio di portarci alle radici delle ragioni della pace e del nostro impegno personale e collettivo per essa. Subito dopo, diamo spazio alla riflessione che ci viene offerta, in quest’ordine, dagli interventi del dott. Piperno, di Ahajn Chadapalo, della dott.ssa Hushman; chiuderà Mons. Fisichella. Il ricavato di quanto verrà raccolto come corrispettivo del pranzo – come avrete letto nella lettera di invito – sarà devoluto, attraverso il Comitato Internazionale della Croce Rossa/Mezzaluna Rossa, ad un progetto di solidarietà in Iraq.
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7 Mar 2003 | Non categorizzato
Ignazio Silone “L’uomo mutilato della fraternità è un albero senza radici e senza rami, una pianta sterile… “
Chiara Lubich “E’ in gestazione un mondo nuovo. Ma c’è bisogno di un’anima: l’amore”. Gabriel Garcia Marquez “All’oppressione, allo sfruttamento e all’abbandono, noi rispondiamo con la vita”. Simone Weil “E’ eterno solo il dovere verso l’essere umano come tale”. Giovanni XXIII “Un compito immenso: ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà”. Vaclav Havel Esiste qualcosa di più alto valore dello stato. Questo valore è l’umanità. Mohandas Gandhi Attraverso la libertà dell’India spero di attuare e sviluppare la fratellanza degli uomini. Teresa di Calcutta Se fai il bene, ti attribuiranno fini egoistici: non importa, fa’ il bene! Martin Luther King Ho il sogno che la fraternità diventerà l’ordine del giorno di un uomo di affari e la parola d’ordine dell’uomo di governo. (altro…)
7 Mar 2003 | Non categorizzato
“L’uomo mutilato della fraternità è un albero senza radici e senza rami, una pianta sterile…” Ignazio Silone Ed Egli si nascose (1943), Città Nuova Ed., Roma, 2000 Posso dirvi questo: il poco che io so non l’ho imparato all’università, ma in compagnia di uomini come voi. La fraternità è la verità sacra dell’uomo. L’uomo mutilato della sua fraternità è un albero senza radici e senza rami, una pianta sterile… Per non morire bisogna ricominciare col riscoprire la fraternità. Amici, io sono venuto per dirvi questo: è necessario, è urgente stare assieme, metterci insieme, creare in questo paese cellule viventi di uomini interi cioè fraterni, difenderci dal contagio della morte. Vi ripeto che è urgente. Fra pochi giorni, forse anche voi lo sapete, scoppierà la nuova guerra d’Africa, e sarà una guerra fredda, cinica, infame. Il disprezzo dell’uomo vi celebrerà il suo trionfo. La protesta più efficace da parte nostra non sarebbe qualche rumoroso attentato individuale, ma un atto di amicizia e di fraternità. Io sono tornato solo per questo. *** “E’ in gestazione un mondo nuovo. Ma c’è bisogno di un’anima: l’amore” Chiara Lubich “Il pianeta al bivio”, in Città Nuova, 13 luglio 2001, 14/2001, Roma Viviamo in un tempo di “svolta epocale”, di gestazione sofferta di un mondo nuovo. Ma c’è bisogno di un’anima: l’amore. (…) L’amore – lo constato sempre più a contatto di singoli e gruppi di religioni, razze e culture diverse – è iscritto nel DNA di ogni uomo. E’ la forza più potente, feconda e sicura che può legare l’intera umanità. Ma esige un capovolgimento totale di cuori, di mentalità, di scelte. Del resto è ormai parte del sentire comune della vita internazionale la necessità di rileggere il senso della reciprocità, uno dei cardini dei rapporti internazionali. Sono questi i tempi in cui ogni popolo deve oltrepassare il proprio confine e guardare al di là, fino ad amare la patria altrui come la propria. Reciprocità tra i popoli significherà allora superamento di antiche e nuove logiche di schieramento e di profitto, stabilendo invece relazioni con tutti ispirate all’iniziativa senza condizioni e interessi, perché si guarda all’ “altro” come ad un altro se stesso, parte della stessa umanità, e in questa linea si progetta: disarmo, sviluppo, cooperazione. Nascerà una reciprocità in grado di rendere ogni popolo, anche il più povero, protagonista della vita internazionale, nella condivisione di povertà e ricchezze. Non soltanto nelle emergenze, ma nella quotidianità. Identità e potenzialità saranno sviluppate proprio col metterle a disposizione degli altri popoli, nel rispetto e nello scambio reciproco. Allora sì, se singoli e governanti faremo la nostra parte, potremo sognare di comporre un’unica comunità planetaria. Utopia? Il primo a lanciare la globalizzazione è stato Gesù quando ha detto: “Che tutti siano uno”. Non solo: ci ha fatto capaci di quell’amore che ha la forza di ricomporre la famiglia umana nell’unità e nella diversità. Basta poi aprire gli occhi: sono disseminati nel mondo molti “laboratori” di questa “umanità nuova”. Che sia giunta l’ora di proiettarli su scala mondiale? *** “All’oppressione, allo sfruttamento e all’abbandono, noi rispondiamo con la vita” Gabriel Garcia Marquez Nobel Lecture, 8 December, 1982: “The Solitude of Latin America”, in Nobel Lectures in Literature 1981-1990, World Scientific Publishing Co., Singapore, 1994 (nostra traduzione) All’oppressione, allo sfruttamento e all’abbandono, noi rispondiamo con la vita. Né le inondazioni e le epidemie, la fame e le catastrofi, nemmeno le interminabili guerre durate per secoli, hanno potuto sconfiggere la forza incessante della vita sulla morte. E’ un vantaggio che cresce e accelera sempre più: ogni anno, le vite che si accendono superano di settantaquattro milioni quelle che si spengono, un numero di nascite sufficiente a moltiplicare per sette, ogni anno, la popolazione di New York. La maggior parte di esse avviene in America Latina. Allo stesso tempo, i paesi più ricchi continuano ad accumulare armi di distruzione capaci di annichilire, più di cento volte, non solo gli esseri umani che sono esistiti fino ad oggi, ma anche la totalità delle creature che abbiano mai respirato su questo pianeta sventurato. In un giorno come questo, il mio maestro William Faulkner disse: “Mi rifiuto di accettare la fine dell’uomo”. Non sarei degno di stare in questo luogo che è stato suo, se non fossi pienamente consapevole che la colossale tragedia che egli rifiutò di riconoscere trentadue anni fa, è ora, per la prima volta dall’inizio dell’umanità, nient’altro che una semplice eventualità scientifica. Di fronte a questa spaventosa realtà che era sembrata una mera utopia durante tutta la storia dell’umanità, noi, gli inventori delle favole, che presteremmo fede a qualsiasi cosa, abbiamo il diritto di credere che non è troppo tardi per impegnarci a costruire l’utopia opposta. Una nuova e travolgente utopia della vita, dove nessuno potrà decidere per gli altri come dovranno morire. Dove l’amore proverà che la verità e la felicità sono possibili, dove gli uomini condannati a cent’anni di solitudine avranno ancora, finalmente e per sempre, una seconda opportunità sulla terra. *** “E’ eterno solo il dovere verso l’essere umano come tale” Simone Weil Obbedire all’amore nella giustizia, trad.it., P.Elia (a cura di), Gribaudi, Torino, 1975 L’oggetto dell’obbligo, nel campo delle cose umane, è sempre l’essere umano in quanto tale. C’è obbligo verso ogni essere umano, per il solo fatto che è un essere umano, senza che alcun’altra condizione abbia ad intervenire; e persino quando egli stesso non ne riconosce alcuno. Quest’obbligo non si fonda su nessuna situazione di struttura sociale, né sui rapporti di forza, né sull’eredità del passato, né sul supposto orientamento della storia. Perché nessuna situazione di fatto può suscitare un obbligo. Quest’obbligo non si fonda su nessuna convenzione. Perché tutte le convenzioni sono modificabili secondo la volontà dei contraenti, mentre in esso nessun cambiamento nella volontà degli uomini può nulla modificare. Quest’obbligo è eterno. Esso risponde al destino eterno dell’essere umano. Soltanto l’essere umano ha un destino eterno. Le collettività umane non ne hanno. Quindi, rispetto a loro, non esistono obblighi diretti che siano eterni. E’ eterno solo il dovere verso l’essere umano come tale. *** “Un compito immenso: ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà” Giovanni XXIII “Pacem in terris”, in Le encicliche sociali, Ed. Paoline, Milano, 1984 47. Riaffermiamo noi pure quello che costantemente hanno insegnato i nostri predecessori: le comunità politiche, le une rispetto alle altre, sono soggetti di diritti e di doveri; per cui anche i loro rapporti vanno regolati nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante, nella libertà. La stessa legge morale, che regola i rapporti fra i singoli esseri umani, regola pure i rapporti tra le rispettive comunità politiche. Ciò non è difficile a capirsi quando si pensi che le persone che rappresentano le comunità politiche, mentre operano in nome e per l’interesse delle medesime, non possono venire meno alla propria dignità; e quindi non possono violare la legge della propria natura, che è la legge morale. Sarebbe del resto assurdo anche solo il pensare che gli uomini, per il fatto che vengono preposti al governo della cosa pubblica, possano essere costretti a rinunciare alla propria umanità; quando invece sono scelti a quell’alto compito perché considerati membra più ricche di qualità umane e fra le migliori del corpo sociale. Inoltre, l’autorità è un’esigenza dell’ordine morale nella società umana; non può quindi essere usata contro di esso, e se lo fosse, nello stesso istante cesserebbe di essere tale; perciò ammonisce il Signore: “Udite pertanto voi, o re, e ponete mente, imparate voi che giudicate tutta la terra. Porgete le orecchie voi che avete il governo dei popoli, e vi gloriate di aver soggette molte nazioni: la potestà è stata data a voi dal Signore e la dominazione dall’Altissimo, il quale esaminerà le opere vostre, e sarà scrutatore dei pensieri” (Sap 6,2-4). 87. A tutti gli uomini di buona volontà spetta un compito immenso: il compito di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà: i rapporti della convivenza tra i singoli esseri umani; fra i cittadini e le rispettive comunità politiche; fra le stesse comunità politiche; fra individui, famiglie, corpi intermedi e comunità politiche da una parte e dall’altra la comunità mondiale. *** “Esiste qualcosa di più alto valore dello stato. Questo valore è l’umanità” Vaclav Havel “L’idolo infranto dello Stato sovrano”, in La Repubblica/Dossier, 1 giugno 1999, Roma “Tutto sta a indicare che la gloria della nazione-stato, intesa come culmine della storia di ogni comunità nazionale e come suo più alto valore terreno – l’unico, anzi, in nome del quale è consentito uccidere, o per il quale era considerato dulce et decorum sacrificare la vita – ha già superato il suo zenit. Sembrerebbe che gli illuminati sforzi di generazioni di democratici, la terribile esperienza di due guerre mondiali – che tanto hanno contribuito all’ adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani – nonché l’evolversi della civiltà abbiano, finalmente, indotto l’umanità a persuadersi che gli esseri umani sono più importanti dello Stato. (…) Spero sia chiaro che io non sono contro l’istituto dello stato sovrano come tale. Sarebbe oltre tutto assurdo che un capo di stato auspicasse l’abolizione dello stato di fronte agli organi rappresentativi di altri stati. Parlo di qualcosa di ben diverso: dico cioè che esiste, di fatto, qualcosa di più alto valore dello stato. Questo valore è l’umanità. Come sappiamo, lo stato esiste per servire la gente, il popolo, non viceversa. Se un individuo serve il proprio paese, ebbene, si dovrebbe pretendere che questi lo serva solo nella misura necessaria a far sì che lo stato possa servire bene tutti i propri cittadini. I diritti umani sono superiori ai diritti degli stati. Le libertà umane rappresentano un valore più alto della sovranità statale. (…) Mi sono spesso domandato perché mai gli esseri umani abbiano dei diritti. E sono sempre giunto alla conclusione che i diritti umani, le libertà umane e l’ umana dignità hanno le loro radici profonde da qualche parte al di fuori del mondo percettibile. Questi valori sono tanto potenti perché in determinate circostanze, la gente li accetta senza esservi costretta ed è pronta a morire per essi. Questi valori hanno un senso solo nella prospettiva dell’infinito e dell’eterno.” *** “Attraverso la libertà dell’India spero di attuare e sviluppare la fratellanza degli uomini” Mohandas Gandhi Antiche come le montagne, trad.it., S.Radhakrishnan (a cura di), Edizioni di Comunità, Milano, 1963 “Per vedere faccia a faccia l’universale spirito di Verità che tutto pervade, bisogna essere capaci di amare l’essere più modesto della creazione come noi stessi. E colui che aspira a questo, non può permettersi di tenersi lontano da alcun campo della vita. Perciò la mia devozione alla verità mi ha spinto nella politica; e posso dire senza la minima esitazione, e pure in tutta umiltà, che chi dice che la religione non ha nulla a che vedere con la politica, non sa che cosa significhi religione. (p.86) La mia missione non è semplicemente la fratellanza dell’umanità indiana. La mia missione non è semplicemente la libertà dell’India, benché oggi essa assorba, in pratica, tutta la mia vita e tutto il mio tempo. Ma attraverso l’attuazione della libertà dell’India spero di attuare e sviluppare la missione della fratellanza degli uomini. Il mio patriottismo non è esclusivo. Comprende tutto, e io ripudierei quel patriottismo che cercasse di affermarsi sulla miseria e lo sfruttamento di altre nazioni. Il patriottismo che io concepisco non vale nulla, se non si concilia sempre, in ogni caso senza eccezioni, con il maggior bene dell’umanità tutta. (p.162) Vogliamo la libertà del nostro Paese, ma non a costo di sacrificare o sfruttare gli altri, né in modo da degradare altri paesi. Non voglio la libertà dell’India, se essa deve significare l’estinzione dell’Inghilterra o la scomparsa degli inglesi. Voglio la libertà del mio paese affinché altri paesi possano imparare qualcosa dal mio libero paese, affinché le risorse del mio paese possano essere utilizzate a vantaggio dell’umanità.” (p.164) *** “Se fai il bene, ti attribuiranno fini egoistici: non importa, fa’ il bene!” Madre Teresa Da un foglietto sul muro della ’Casa dei bambini’ di Calcutta “L’uomo è irragionevole, illogico, egocentrico: non importa, amalo! Se fai il bene, ti attribuiranno fini egoistici: non importa, fa’ il bene! Se realizzi i tuoi obiettivi, troverai falsi amici e veri nemici: non importa, realizzali! Il bene che fai verrà domani dimenticato: non importa, fa’ il bene! L’onestà e la sincerità ti rendono vulnerabile: non importa, sii franco ed onesto! Dai al mondo il meglio di te e ti prenderanno a calci: non importa, continua! Se aiuti, la gente se ne risentirà: non importa, aiutala! Quello che per anni hai costruito può essere distrutto in un attimo: non importa, costruisci!” *** “Ho il sogno che la fraternità diventerà l’ordine del giorno di un uomo d’affari e la parola d’ordine dell’uomo di governo” Martin Luther King “Discorso della Vigilia di Natale 1967 – Atlanta”, trad.it., in Il fronte della coscienza, SEI, Torino, 1968 “Per prima cosa lasciate che vi suggerisca che se vogliamo avere pace sulla terra, il termine fedeltà per noi deve avere un significato ecumenico, non parrocchiale. La nostra fedeltà deve trascendere la razza, la tribù, la classe sociale, la nostra patria stessa: e questo significa che dobbiamo sviluppare una prospettiva mondiale. Nessun individuo può vivere solo; nessuna nazione può vivere sola; è provato che se qualcuno tenta l’isolamento, questo qualcuno perpetua la guerra. In fin dei conti si tratta di questo: la vita è un insieme di interrelazioni. Siamo legati da una rete di comunità, vestiti dello stesso abito del nostro destino. Tutto ciò che colpisce uno direttamente, colpisce tutti indirettamente. Siamo fatti per vivere insieme: la nostra realtà è intercomunicante. Non vi siete mai fermati a pensare che non potete neppure andare al lavoro al mattino senza dichiarare la vostra dipendenza da tutto il mondo? Dove sta il problema? Tutti parlano della pace come di una meta lontana, come di un fine a cui un giorno o l’altro si arriverà, ma noi sappiamo che si dovrà presto arrivare a considerare la pace non soltanto come una meta, ma anche come il mezzo con cui si può arrivare alla meta stessa. Dobbiamo raggiungere fini pacifici con mezzi pacifici. E questo equivale a dire che il fine e i mezzi devono essere coerenti, perché il fine preesiste nei mezzi, e mezzi distruttivi non potranno mai raggiungere un fine costruttivo. Ecco perché io ho ancora un sogno. Ho il sogno che un giorno gli uomini si rizzeranno in piedi e si renderanno conto che sono stati creati per vivere insieme come fratelli. Oggi ho ancora il sogno (…) che la fraternità diventerà qualcosa di più che le poche parole alla fine di una preghiera, diventerà l’ordine del giorno di un uomo di affari e la parola d’ordine dell’uomo di governo.
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3 Mar 2003 | Centro internazionale
Ristampato, a cinquant’anni dalla prima edizione, il volume “L’inutilità della guerra” di Igino Giordani
GIAMPAOLO MATTEI
Un pugno allo stomaco. Ecco che cosa ti assesta la lettura di un libro il cui titolo – “L’inutilità della guerra” – ha una eloquenza così forte da costringerti con le spalle al muro. A rendere ancora più significativa l’esperienza di avere a che fare con queste pagine è la constatazione che sono state scritte esattamente cinquant’anni fa. Portano la firma di Igino Giordani (1894-1980), uomo politico, giornalista, scrittore, grande protagonista della vita ecclesiale e della vita italiana. L’editrice Città Nuova ha deciso di riproporre il libro di Giordani (Roma 2003, pagine 116 – euro 6,50) in un tempo storico che dimostra di avere più che mai bisogno di parole vere, chiare, essenziali. Ci sono opere – si legge nella prefazione – che hanno il sapore di una perenne attualità. Nascono di sicuro sotto la spinta di problemi contingenti, ma producono un insegnamento che travalica la condizione storica e si mette al servizio di ogni uomo, in ogni epoca, di qualsiasi luogo. È proprio da questa constatazione che è scaturita l’idea di ripubblicare il libro scritto da Igino Giordani nel 1953 quando la “guerra fredda” stava congelando le posizioni geopolitiche e cristallizzando la spartizione delle coscienze.
Oggi il testo non soltanto consente di respirare quel clima con il senno di poi, tenendo tra le mani, si potrebbe dire, i pezzi del Muro di Berlino: è davvero un’esperienza di enorme portata storica e politica. Ma in queste ore così difficili ci pianta nello stomaco un gran bel pugno perché dimostra, dati alla mano, l’inutilità della guerra, la sua intrinseca ed evidente stupidità. E – attenzione – Giordani sa esattamente di che cosa sta parlando perché lui al fronte c’è stato meritando anche, nella catastrofe della Prima Guerra Mondiale, un’alta onorificenza. Non è uno sprovveduto, non parla per “vigliaccheria” secondo la consueta, ridicola, accusa che viene mossa a quanti si schierano dalla parte della pace: oltretutto i veri coraggiosi sono i costruttori di pace e non quanti si riparano dietro missili, cannoni, fucili o quant’altro. Giordani afferma con chiarezza, scandendo i suoi ragionamenti, che la pace è il risultato di un progetto che va realizzato con pazienza e con serietà e non è una parola buona solo per riempirsi la bocca, non è un paravento per celare chissà quali interessi. Leggere le cento pagine del libro è sconvolgente proprio perché sembra scritto stamani e non cinquant’anni fa. Davvero la storia è “maestra di vita” secondo l’antico detto. Peccato che gli uomini siano troppo spesso pessimi scolari. Già la prima frase del libro di Giordani ti inchioda e ti costringe subito a sottolinearla con la matita: “La guerra è un omicidio in grande”. Ed ecco che punta il dito sulla retorica, sulla menzogna, sugli interessi che accompagnano ogni conflitto ovunque si combatta: “Come la peste serve ad appestare, la fame ad affamare, così la guerra serve ad ammazzare”. Punto e basta. Alzi gli occhi e avverti una sensazione di fierezza. Sì, giovane cattolico, ti senti fiero di appartenere ad una cultura che è stata tessuta da persone di questo spessore. Giordani non era un isolato, farneticante e controcorrente. Giordani è uno dei tanti protagonisti del mondo cattolico che hanno contribuito in maniera decisa, e oggi forse dimenticata, allo sviluppo del popolo italiano con progetti di vita e di speranza. È un fatto che entusiasma, prima ancora che un dovere, conoscere i pensieri di questi uomini così vicini a noi e così spiritualmente ricchi da non passare mai di moda. Da ex combattente di trincea dimostra che la guerra è inutile La lettura del libro di Giordani appassiona ed è difficile persino interromperla. Dopo una manciata di pagine devi già rifare la punta alla matita perché l’hai consumata nel far segni quasi ad ogni riga. L’autore è polemico e polemista di razza senza però smettere di essere fratello di ogni persona, anche quella che la pensa in modo diametralmente opposto. Non offende gli uomini, ma da strenuo lottatore, da ex combattente di trincea, si avventa contro la guerra e dimostra, appunto, che è inutile. Non molla la presa. Giordani ha un modo personalissimo di esprimersi, trascinante, appassionato, evidentemente scaturito dalla voglia di comunicare idee. È in stato di missione permanente. È nel cuore della Chiesa. Lui non è uno scrittore puro, è “oltre”, è “di più”. Sa scegliere le parole giuste e, se serve, inventa espressioni affascinanti. Ha il linguaggio tipico dei mistici e si riconoscono nelle sue parole gli echi dei Padri della Chiesa. È un libro di storia, è un libro di vita, è un libro di preghiera. È un libro che si schiera contro la tentazione della rassegnazione davanti alle decisioni dei potenti di turno. Giordani sostiene che ogni persona è protagonista della pace. “Se vuoi la pace, prepara la pace” è il suo grande messaggio che coinvolge tutte le categorie umane. “Solo i matti e gl’incurabili possono desiderar la morte – scrive -. E morte è la guerra. Essa non è voluta dal popolo; è voluta da minoranze alle quali la violenza fisica serve per assicurarsi vantaggi economici o, anche, per soddisfare passioni deteriori. Soprattutto oggi, con il costo, i morti e le rovine, la guerra si manifesta una “inutile strage”. Strage, e per di più inutile”. Queste ultime parole appartengono a Benedetto XV. Giordani respira a pieni polmoni il Magistero dei Papi e nel percorso del libro non perde mai di vista i passi dei Successori di Pietro. La guerra – afferma – è sempre una sconfitta anche per chi vince sul campo. Con i soldi investiti in questa “inutile strage” si potrebbero finalmente affrontare con decisione problemi drammatici come la fame e la povertà, tante malattie potrebbero essere definitivamente debellate. È un fatto di giustizia. Così non valgono a nulla i mille pretesti, sempre gli stessi, adoperati per giustificare la guerra. E non è una buona “scusa” la “rapidità” delle operazioni militari: qui Giordani è sprezzante e ricorda che, nel giudizio di Hitler, la Seconda Guerra Mondiale avrebbe dovuto essere “la guerra lampo” e che, secondo Salandra, la prima doveva essere “la passeggiata”. Aggiunge con impeto: “Non credo che ci sia mai capo di Stato, il quale abbia ammesso di far la guerra a scopo di rapina; ha sempre dichiarato di farla per fini uno più nobile, uno più altruista, più ideale dell’altro. E – puerilità dell’odio – sempre la rapacità è assegnata al nemico e l’idealità all’amico”. Rovesciare una macabra prospettiva della storiografia La logica dice che chi fa la guerra ha torto, non risolve nulla e comunque ci rimette. Il popolo non la vuole. E si commette un grave errore rigirandosi nelle biografie di personaggi che hanno scatenato stragi indicibili – da Hitler a Stalin – ignorando i veri condottieri dell’umanità come, scrive Giordani, ad esempio un Cottolengo o un don Orione. È un fatto culturale riuscire a rovesciare questa macabra prospettiva della storiografia. Giordani indica la strada del dialogo alla ricerca di una soluzione sempre e comunque, senza cedere alla stanchezza. Afferma che miseria e cupidigia sono le prime cause delle guerre la cui radice è la paura. Ma c’è una speranza, un’alternativa: si chiama carità e l’ha incarnata Cristo che ha voluto redimere anche la politica per portarla ad una funzione di pace, di vita. “I nemici si amano: questa è la posizione del cristianesimo – scrive Giordani -. Se si iniziasse una politica della carità, si scoprirebbe che questa coincide con la più illuminata razionalità, e si palesa, anche economicamente e socialmente, un affare”. Definisce un crimine ogni guerra, aggressiva e preventiva che sia. È infatti un’azione contro la giustizia perché la giustizia vera fa scaturire la pace vera. I riferimenti che Giordani dedica a san Francesco e a Dante sono una sollecitazione spirituale elevatissima. Afferma: “Per meritarsi il nome di figli di Dio i cristiani devono lavorare per la pace”. Senza timidezze e con coraggio, vivendo il ministero della riconciliazione, abbattendo ogni muro di separazione, perdonando quanti ci fanno del male, riconducendo ad unità chi è lontano. Cita il tedesco Max Josef Metzger, ucciso dai nazisti nel 1944: “Noi dobbiamo organizzare la pace così come altri hanno organizzato la guerra”. Non è serio, non è credibile parlare di pace e intanto preparare la guerra. “L’opera pacificatrice comincia da me e da te…” conclude Giordani. Per rimuovere la guerra non basta eliminare le armi, ma occorre innanzitutto ricostruire una coscienza, una cultura di pace. È un’opera urgentissima che gli uomini di fede accompagnano con la strategia della preghiera. Ecco la missione dei cristiani oggi nella storia: realizzare il Vangelo della Pace. (altro…)
3 Mar 2003 | Centro internazionale, Cultura, Spiritualità
“La guerra è un omicidio in grande, rivestito di una specie di culto sacro”, p. 9
“Quando l’umanità sarà progredita spiritualmente, la guerra verrà catalogata accanto ai riti cruenti, alle superstizioni della stregoneria e ai fenomeni di barbari”, p. 9 “Solo i matti e gl’incurabili possono desiderar la morte. E morte è la guerra. Essa non è voluta dal popolo; è voluta da minoranze alle quali la violenza fisica serve per assicurarsi vantaggi economici o, anche, per soddisfare passioni deteriori. Soprattutto oggi, con il costo, i morti e le rovine, la guerra si manifesta una ‘inutile strage’. Strage, e per di più inutile” , p. 9 “Come la peste serve ad appestare, la fame ad affamare, così la guerra serve ad ammazzare: per giunta, distrugge i mezzi della vita. E’ una industria funeraria: una fabbrica di rovine”, p.12 “La guerra non serve a niente, all’infuori di distruggere vite e ricchezze”, p.13 “La guerra moderna – inutile, maledetta – non conta più né vittorie né sconfitte. E’ tutta una sconfitta”, p.15 “Con le somme spese si sarebbe potuto provvedere d’un alloggio comodo e mobiliato ciascuna famiglia degli Stati Uniti, del Canada, dell’Australia, Inghilterra, Irlanda, Francia, Germania, Russia e Belgio ecc., e di più costruire chiese, ospedali, scuole, musei, strade, stadi, ecc. Ma s’è preferito quella ricchezza – costata lavoro, ingegno, sacrifici – gittarla in armi, per distruggere abitati e abitanti”, p.17 “Se quanto si spende per le guerre, si spendesse per rimuoverne le cause, si avrebbe un accrescimento immenso di benessere, di pace, di civiltà: un accrescimento di vita. E non è meglio vivere che morire ammazzati?”, p.20 “Ha torto senz’altro chi inizia la guerra. (…) Il torto è di chi, pur avendo ragione, ricorre alle armi. Chi primo spara è il più sicuro criminale”, p.22 “La guerra è guerra, cioè una sciagura senza attenuanti, complicata da imbecillità senza limiti (pretende di conseguire il bene con il male, di curare un malato uccidendolo); ed è tale sia se combattuta dagli amici sia se combattuta dagli avversari. Questo perciò è da stabilire: la guerra è un male: dunque non è lecito muoverla”, p.23 “Chi ama la Patria le assicura la pace, cioè la vita: come chi ama suo figlio, gli assicura la salute. La pace è la salute di un popolo: è l’ossigeno della sua civiltà”, p.24 “…il ‘si vis pacem para pacem’, è di tutti i tempi, anche dei nostri, al lume, se non altro, della semplice ragione”, p.25 “Se la guerra è inutile, non si ha da fare: ecco, la logica. La questione è spirituale: ma allora è questione della carità, e non della tecnica”, p.29 “E dunque discutere, trattare: questa la soluzione, più che il riarmo, il quale – dicono i pensatori d’ogni colore – porta alla guerra”, p.54 “La sostanza della frattura sta altrove che nel capitalismo o nel comunismo. Sta nella miseria. E causa prima della guerra è la miseria. Essa, come porta all’ateismo, porta alla guerra. I Padri della Chiesa sapevano ciò”, p.58 “Se causa prima della guerra è la miseria, causa seconda è la cupidigia”, p.64 “La diplomazia dei due emisferi prosegue il ragionamento dei figli di Caino, col quale e per il quale da millenni gli uomini vivono la loro esistenza come un’occasione per ammazzarsi, facendo della vita una produzione di morte. E’ il trionfo dell’imbecillità: ma non si vede come sottrarvisi”, p.71 “Il principale argomento a sostegno delle spese di guerra è tratto dalla sapienza pagane: – Si vis pacem para bellum (se vuoi la pace, allestisci la guerra) -. Che è come dire: se vuoi la salute, procurati la polmonite; se vuoi arricchire, dilapida il denaro; se vuoi il bene, opera il male…”, p.72 “La pace si ottiene con la pace: e sant’Agostino già dai suoi tempi, nei quali le guerre stavano dissolvendo l’Impero Romano, insegnava ad acquistare vel obtinere pacem pace: a conquistare o a custodire la pace con la pace, non con le armi. Con le armi si ammazza la pace”, p.74 “Solo una suggestione ipnotica può dare a certuni l’illusione che con le armi si difenda la civiltà cristiana: che con l’omicidio si difenda l’amore; che si custodisca il culto di Dio ammazzandoGli i figli”, p.81 “Noi dovremmo resistergli (al Principe della Morte, l’Omicida): muovere guerra alla guerra; rispondere con la carità alla bestialità”, p.82 “Per non aver timore dell’uomo, bisogna amarlo. Amarlo anche se malvagio, anche se pezzente, anche se sporco, vedendo sempre, sotto le sue spoglie e i suoi cenci e la sua grinta il volto di Cristo”, p.84 “Ci vuole coraggio – un coraggio razionale – a sostener la pace contro le orge della propaganda bellica, contro quei fenomeni di ossessione collettiva prodotti dalla retorica”, p.85 “La guerra è l’utopia che rinasce, come idra: la pace è la realtà, che l’intelligenza postula. La guerra è l’utopia che pretende di risolvere problemi, mentre invece essa complica tutti i problemi ed altri crea”, p.87 “C’è un alternativa all’atomica? C’è: e si chiama carità, che è l’amore divino che lega Dio e uomini”, p.88 “La pace comincia in noi… in me e da me, da te, da ciascuno… come la guerra”, p.91 “Se gli altri odiano, non è una ragione perché odiamo anche noi. Si vince il male col bene; la malattia con la salute; si oppone all’ostilità la carità: questo è il comandamento di Dio. Gli altri sono comandamenti di uomini e uomini senza Dio, anche se facciamo salamelecchi al pievano”, p.91 “Il comandamento vale anche in politica. Soprattutto in politica, dove si scatenano le passioni irrazionali, e più arduo diviene il mantenere la serenità – la pace -, mentre diviene quasi eroico il serbare l’amore dentro il vortice delle ambizioni e intrighi e miserie. Ma Cristo ha voluto redimere anche al politica, per portarla a una funzione di pace, di vita”, p.92 “I nemici si amano: questa è la posizione del cristianesimo. Se si iniziasse una politica della carità, si scoprirebbe che questa coincide con la più illuminata razionalità, e si palesa, anche economicamente e socialmente, un affare”, p.93 “E un giorno saremo liberi dalla guerra come dalla peste e dalla fame, e succubi d’oggi, i retori delle virtù militari e dell’onore insanguinato, appariranno figuri sinistri come i monatti e gli untori. Ma tocca al popolo – a questo deposito di carne da macello, per gli uni; a questo corpo sociale di Dio, per noi -, a rovesciare il maleficio, abbattendo la tirannide d’odio, avarizia e ignoranza, da cui è immolato”, p.95 “‘L’invasione liberatrice è un crimine di guerra come la guerra preventiva’. Tranne il caso di evidente aggressione subìta, e cioè tranne il caso di difesa, la guerra è sempre ingiusta. Mentre la stessa guerra giusta è di fatto condotta oggi con tale violenza indiscriminata che colpendo militari e civili, per il danno sproporzionato che reca, diviene essa stessa ingiusta”, p.98 “La religione porta alla pace. Essa è la pace, cercata e attuata, tra Dio e gli uomini, tra materia e Spirito. Il saluto tipico dell’anima religiosa è: Pace”, p.99 “Per meritarsi il nome di figli di Dio, i cristiani devono lavorare per la pace”, p.108 “L’opera pacificatrice comincia da me e da te…”, p.110 “Ecco perché il problema è anzitutto morale. Come sempre, anche oggi il male nasce dal cuore dell’uomo: e là va curato. Non basta il riarmo e neppure il disarmo per rimuovere il pericolo della guerra: occorre rimuovere lo spirito di aggressione e sfruttamento ed egemonia, dal quale la guerra viene: occorre ricostruire una coscienza”, p.111 “Le guerre sono franamenti della costruzione sociale sulla sabbia di nequizie giuridiche, economiche, sociali, politiche: sul terreno, puntellato magari di cannoni e illustrato di lampioni, ma senza uno strato di principi morali”, p.114 “La guerra, mentre impoverisce tutti, non abolisce le più gravi disuguaglianze”, p.116 “Il popolo non vuole inutili stragi. E qui davvero vox populi vox Dei”, p.116
Città Nuova, Roma 2003
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28 Feb 2003 | Parola di Vita
Alle folle che accorrevano, Gesù parlava del Regno di Dio . Lo faceva con parole semplici, con parabole tratte dalla vita di ogni giorno, eppure il suo parlare aveva un fascino tutto particolare. La gente rimaneva colpita dal suo insegnamento perché insegnava loro come uno che ha autorità, non come gli scribi . Anche le guardie andate per arrestarlo, quando i sommi sacerdoti e i farisei le interrogarono perché non avevano eseguito gli ordini, risposero: “Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo”.
Il Vangelo di Giovanni riporta anche colloqui di luce con singoli, come Nicodemo o la samaritana. Gesù va ancora più in profondità con i suoi apostoli: parla apertamente del Padre e delle cose del Cielo, senza più fare uso di similitudini ; ne sono conquistati, e non indietreggiano neppure quando non comprendono appieno le sue parole, oppure quando esse sembrano troppo esigenti.
“Questo linguaggio è duro” , gli dissero alcuni discepoli quando sentirono che avrebbe dato loro da mangiare il suo corpo e da bere il suo sangue.
Gesù, vedendo che i discepoli si tiravano indietro e non andavano più con lui, si rivolse ai 12 Apostoli: “Forse anche voi volete andarvene?”
Pietro, ormai avvinto a lui per sempre, affascinato dalle parole che gli aveva sentito pronunciare dal giorno che lo aveva incontrato, rispose a nome di tutti:
«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna»
Pietro aveva capito che le parole del suo Maestro erano diverse da quelle degli altri maestri. Le parole che vanno dalla terra alla terra, appartengono e hanno il destino della terra. Le parole di Gesù sono spirito e vita perché vengono dal Cielo: una luce che scende dall’Alto ed ha la potenza dell’Alto. Le sue parole possiedono uno spessore ed una profondità che le altre parole non hanno, siano esse di filosofi, di politici, di poeti. Sono “parole di vita eterna” perché contengono, esprimono, comunicano la pienezza di quella vita che non ha fine, perché è la vita stessa di Dio.
Gesù è risorto e vive, e le sue parole, anche se pronunciate nel passato, non sono un semplice ricordo, ma parole che egli rivolge oggi a tutti noi e a ciascuna persona di ogni tempo e di ogni cultura: parole universali, eterne.
Le parole di Gesù! Devono essere state la sua più grande arte, se così si può dire. Il Verbo che parla in parole umane: che contenuto, che intensità, che accento, che voce!
“Un giorno racconta ad esempio Basilio il Grande , quasi svegliandomi da un lungo sonno, guardai la luce meravigliosa della verità del Vangelo e scoprii la vanità della sapienza dei prìncipi di questo mondo.”
Teresa di Lisieux in una lettera del 9 maggio 1897 scrive: “Qualche volta, quando leggo certi trattati spirituali… il mio povero piccolo spirito non tarda a stancarsi. Chiudo il libro dei sapienti che manda in pezzi la mia testa e dissecca il mio cuore, e prendo in mano la Sacra Scrittura. Allora tutto mi diventa luminoso, una sola parola dischiude all’anima mia orizzonti infiniti e la perfezione mi sembra facile”.
Sì, le parole divine saziano lo spirito fatto per l’infinito; illuminano interiormente non solo la mente, ma tutto l’essere, perché sono luce, amore e vita. Danno pace quella che Gesù chiama sua: “la mia pace” anche nei momenti di turbamento e di angoscia. Danno gioia piena pur in mezzo al dolore che a volte attanaglia l’anima. Danno forza soprattutto quando sopraggiungono lo sgomento o lo scoraggiamento. Rendono liberi perché aprono la strada della Verità.
«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna»
La parola di questo mese ci ricorda che l’unico Maestro che vogliamo seguire è Gesù, anche quando le sue parole possono sembrare dure o troppo esigenti: essere onesti nel lavoro, perdonare, mettersi a servizio dell’altro piuttosto che pensare egoisticamente a se stessi, rimanere fedeli nella vita familiare, assistere un ammalato terminale senza cedere all’idea dell’eutanasia…
Ci sono tanti maestri che ci invitano a soluzioni facili, a compromessi. Vogliamo ascoltare l’unico Maestro e seguire lui, che solo dice la verità ed ha “parole di vita eterna”. Così possiamo ripetere anche noi queste parole di Pietro.
In questo periodo di Quaresima in cui ci prepariamo alla grande festa della Resurrezione, dobbiamo veramente metterci alla scuola dell’unico Maestro e farci suoi discepoli. Anche in noi deve nascere un amore appassionato per la parola di Dio: la accogliamo con attenzione quando ci viene proclamata nelle chiese, la leggiamo, la studiamo, la meditiamo…
Ma soprattutto siamo chiamati a viverla, secondo l’insegnamento della stessa Scrittura: “Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi” . Per questo ogni mese ne prendiamo in considerazione una in particolare, lasciando che ci penetri, ci modelli, “ci viva”. Vivendo una parola di Gesù viviamo tutto il Vangelo, perché in ogni sua parola egli si dona tutto, viene lui stesso a vivere in noi. E’ come una goccia di sapienza divina di Lui, il Risorto, che lentamente ci scava dentro e sostituisce il nostro modo di pensare, di volere, di agire in tutte le circostanze della vita.
Chiara Lubich
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26 Feb 2003 | Focolari nel Mondo
Sono studentessa di diritto e allo stesso tempo lavoro in un ministero nel Paraguay. Spesso mi trovo ad andare controcorrente ad una mentalità opposta al progetto di Dio, per difendere i miei principi fino alle ultime conseguenze. Una persona importante nel mio ambiente di lavoro, che godeva di certi privilegi, aveva un comportamento chiaramente disonesto. E per giustificarsi soleva argomentare: “Se hai deciso di essere avvocato e non commettere nessuna illegalità, perdi il tuo tempo e finirai tranquillamente morta di fame”. Io sentivo invece che ciò non era vero. Ne avevo la prova: molte altre persone che conoscevo, vivevano con coerenza. Dovevo dirglielo, certamente con carità, ma dovevo farlo, anche se mi rendevo conto che era rischioso. Ma più forte era “quella” voce interiore, che mi dava la certezza che era ‘amore’ anche dire all’altro ciò che non va bene. Come temevo, per aver manifestato le mie convinzioni, perdo il lavoro. Ho sofferto terribilmente, ma allo stesso tempo ero tranquilla perché sapevo che avevo agito in modo giusto. Più forte in me è la coscienza di avere un Padre a cui tutto è possibile e che mi ama oltre misura. Non era scritto nel Vangelo che il Padre che si prende cura degli uccelli del cielo, tanto più si sarebbe occupato di noi? Certo, sembrava umanamente impossibile nella situazione economica e lavorativa che vive il Paraguay, eppure quella stessa sera mi sono arrivate due proposte di impiego e per il giorno dopo è stato fissato il primo colloquio di lavoro. Per di più il nuovo lavoro è più direttamente collegato con i miei studi e quindi più interessante e formativo. Infinita è in cuore la riconoscenza per il Padre. E’ una nuova sfida che si apre davanti a me e mi offre migliaia di opportunità di amare e servire. P.C. – Paraguay (Da “I Fioretti di Chiara e dei Focolari” – San Paolo Editrice)
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11 Feb 2003 | Non categorizzato
“Le difficoltà che l’orizzonte mondiale presenta ci inducono a pensare che solo un intervento dall’Alto, capace di orientare i cuori di quanti vivono situazioni conflittuali e di quanti reggono le sorti delle Nazioni, può far sperare in un futuro meno oscuro”. Così il Papa all’Angelus del 9 febbraio, riportando una frase della Lettera Apostolica in cui rilancia l’antica preghiera mariana del Rosario.
La risposta dei giovani: il Rosario Planetario per la Pace. L’adesione è entusiasta: in ogni momento delle 24 ore (grazie alla diversità di fuso orario) ci sono giovani che pregano il Rosario con la speciale intenzione della pace, dovunque si minacci o sia in atto un conflitto, come in Terra Santa, in Costa D’Avorio, in Congo … Per chi volesse unirsi a questa iniziativa dei Giovani per un Mondo Unito, ecco le fasce orarie: ore Italia | ore locali | luoghi 1 | 18 | Messico, America Centrale 2 | 20 | Cile, Perù, Colombia 3 | 22 | Argentina, Uruguay, Venezuela 4 | 8 | India 5 | 8 | Pakistan 5 | 10 | Tailandia 6 | 12 | Singapore, Vietnam 7 | 14 | Filippine, Hong Kong, Australia (Perth) 8 | 8 | Germania 8 | 16 | Corea, Giappone 9 | 9 | Belgio, Olanda 9 | 8 | Gran Bretagna, Irlanda, Costa d’Avorio 9 | 18 | Australia 10 | 10 | Italia: Emilia Romagna, Lazio, Sicilia, Toscana 11 | 11 | Italia: Lombardia, Campania, Roma; Medio Oriente 12 | 12 | Austria, Svizzera 12 | 11 | Portogallo 13 | 13 | Francia 14 | 14 | Polonia 14 | 15 | Russia 15 | 15 | Rep. Ceca, Slovacchia 15 | 17 | Kenya 16 | 16 | Croazia 16 | 18 | Madagascar 17 | 17 | Slovenia 18 | 18 | Congo 18 | 14 | Brasile 19 | 19 | Camerun 20 | 20 | Sud Africa; Italia: Abruzzo 21 | 21 | Ungheria; Italia: Sardegna 22 | 22 | Madrid; Barcellona; Italia: Triveneto, Piemonte 23 | 14 | USA: San Antonio, Los Angeles; Canada Ovest 24 | 16 | USA: New York, Chicago; Canada: Toronto (altro…)
11 Feb 2003 | Chiesa
“Le difficoltà che l’orizzonte mondiale presenta ci inducono a pensare che solo un intervento dall’Alto, capace di orientare i cuori di quanti vivono situazioni conflittuali e di quanti reggono le sorti delle Nazioni, può far sperare in un futuro meno oscuro.
Il Rosario è preghiera orientata per sua natura alla pace, per il fatto stesso che consiste nella contemplazione di Cristo, Principe della pace e “ nostra pace ” (Ef 2,14). Chi assimila il mistero di Cristo – e il Rosario proprio a questo mira –, apprende il segreto della pace e ne fa un progetto di vita. Inoltre, in forza del suo carattere meditativo, con il tranquillo succedersi delle Ave Maria, il Rosario esercita sull’orante un’azione pacificante che lo dispone a ricevere e sperimentare nella profondità del suo essere e a diffondere intorno a sé quella pace vera che è dono speciale del Risorto (cfr Gv 14, 27; 20, 21). È poi preghiera di pace anche per i frutti di carità che produce. Se ben recitato come vera preghiera meditativa, il Rosario, favorendo l’incontro con Cristo nei suoi misteri, non può non additare anche il volto di Cristo nei fratelli, specie in quelli più sofferenti. Come si potrebbe fissare, nei misteri gaudiosi, il mistero del Bimbo nato a Betlemme senza provare il desiderio di accogliere, difendere e promuovere la vita, facendosi carico della sofferenza dei bambini in tutte le parti del mondo? Come si potrebbero seguire i passi del Cristo rivelatore, nei misteri della luce, senza proporsi di testimoniare le sue beatitudini nella vita di ogni giorno? E come contemplare il Cristo carico della croce e crocifisso, senza sentire il bisogno di farsi suoi “ cirenei ” in ogni fratello affranto dal dolore o schiacciato dalla disperazione? Come si potrebbe, infine, fissare gli occhi sulla gloria di Cristo risorto e su Maria incoronata Regina, senza provare il desiderio di rendere questo mondo più bello, più giusto, più vicino al disegno di Dio? Insomma, mentre ci fa fissare gli occhi su Cristo, il Rosario ci rende anche costruttori della pace nel mondo. Per la sua caratteristica di petizione insistente e corale, in sintonia con l’invito di Cristo a pregare “ sempre, senza stancarsi ” (Lc 18,1), esso ci consente di sperare che, anche oggi, una ’battaglia’ tanto difficile come quella della pace possa essere vinta. Lungi dall’essere una fuga dai problemi del mondo, il Rosario ci spinge così a guardarli con occhio responsabile e generoso, e ci ottiene la forza di tornare ad essi con la certezza dell’aiuto di Dio e con il proposito fermo di testimoniare in ogni circostanza “ la carità, che è il vincolo di perfezione ” (Col 3, 14)”. (Paragrafo n. 40) (altro…)
7 Feb 2003 | Focolari nel Mondo
Abito a Rio Grande, una città dello Stato del Rio Grande del Sud, e sono sposata da più di 25 anni. Quando sono rimasta incinta della quarta figlia, abitavamo in una piccola casa che non aveva più spazio per un altro lettino. Provavo una grande apprensione e paura per il futuro, anche perché la nostra situazione economica era molto precaria. Ma non potevo non ascoltare “quella voce” che sentivo nell’intimo: mi diceva di non preoccuparmi, ma di gettare ogni sollecitudine nel cuore del Padre, anzi di lasciarmi prendere per mano e guidare da Lui come un bambino che si abbandona nelle sue braccia. Insieme a mio marito, ricordandoci che nel Vangelo Gesù dice che tutto quello che, uniti, chiediamo al Padre nel suo nome egli lo concede, lo abbiamo fatto. Alcuni giorni dopo, una vicina di casa, che aveva saputo della mia gravidanza, è arrivata portandomi il corredo di una sua nipotina e persino la culla e il materasso. Era la risposta. In seguito, rimanendo fedeli alla sua volontà e sapendo soffrire con pazienza la disapprovazione dei nostri familiari e amici per ogni bambino che nasceva, abbiamo sempre sperimentato la paternità di Dio, che in mille modi ha provveduto alle nostre necessità. Così è stato per la nascita degli altri tre figli, come per la ristrutturazione della nostra casa… Oggi i figli più grandi incominciano a lavorare e veramente non ci è mai mancato nulla.
L.F. – Rio Grande (Brasile) (Da “I Fioretti di Chiara e dei Focolari” – San Paolo Editrice) (altro…)
31 Gen 2003 | Parola di Vita
Il salmo, da cui è tratta la Parola di vita, ci ricorda che noi siamo il popolo di Dio e che egli vuol guidarci, come fa un pastore con il suo gregge, per introdurci nella terra promessa. Lui, che da sempre ci ha pensati, sa come dobbiamo camminare per vivere in pienezza, per raggiungere il nostro vero essere. Nel suo amore ci suggerisce cosa dobbiamo fare, cosa non dobbiamo fare e ci indica la via da percorrere.
Dio parla a noi come ad amici perché vuole introdurci nella comunione con sé. Se uno ascolta la sua voce, dice il nostro salmo nella sua conclusione, entrerà nel riposo di Dio, ossia nella terra promessa, nella gioia del Paradiso.
Anche Gesù si paragona ad un pastore che conduce ognuno di noi alla pienezza della vita. Egli parla e i suoi discepoli, che lo conoscono, ascoltano la sua voce e lo seguono. Ad essi promette la vita eterna.
Ad ognuno Dio fa sentire la sua voce. Ce lo ricorda il Concilio Vaticano II: “Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce, che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a sfuggire il male, quando occorre chiaramente dice alle orecchie del cuore: fa’ questo, fuggi quest’altro. L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al suo cuore…”.
Cosa dobbiamo fare quando Dio parla al nostro cuore? Dobbiamo semplicemente porgere ascolto alla sua Parola, ben sapendo che, nel linguaggio biblico, ascoltare significa aderire interamente, obbedire, adeguarsi a quanto ci viene detto. E’ come lasciarsi prendere per mano e farsi guidare da Dio . Possiamo fidarci di lui, come un bambino che si abbandona alle braccia della mamma e si lascia portare da lei. Il cristiano è una persona guidata dello Spirito Santo.
«Ascoltate oggi la sua voce»
Subito dopo queste parole, il salmo continua: “Non indurite il vostro cuore”. Anche Gesù tante volte ha parlato della durezza del cuore. Si può opporre resistenza a Dio, ci si può chiudere a lui e rifiutare di ascoltare la sua voce. Il cuore duro non si lascia plasmare.
A volte non si tratta neppure di cattiva volontà. E’ che “quella voce” la si distingue con difficoltà in mezzo alle tante altre voci che risuonano dentro. Il cuore è spesso inquinato da troppi rumori assordanti: sono le inclinazioni disordinate che conducono al peccato, la mentalità di questo mondo che si oppone al progetto di Dio, le mode, gli slogan pubblicitari… Sappiamo come è facile confondere le proprie opinioni, i propri desideri con la voce dello Spirito in noi, come è facile perciò cadere nell’arbitrio e nel soggettivo.
Non devo mai dimenticare che la Realtà è dentro di me. Devo far tacere tutto in me per scoprirvi la voce di Dio. E bisogna estrarre questa voce come si toglie un diamante dal fango: ripulirla, metterla in mostra e lasciarsi guidare da essa. Allora potrò essere guida anche per altri, perché questa voce sottile di Dio che sprona e illumina, questa linfa che sale dal fondo dell’anima, è sapienza, è amore e l’amore va dato.
«Ascoltate oggi la sua voce»
Come affinare la sensibilità soprannaturale e l’intuizione evangelica per essere capaci di cogliere i suggerimenti di quella voce?
Innanzitutto occorre rievangelizzarci costantemente frequentando la Parola di Dio, leggendo, meditando, vivendo il Vangelo, così da acquistare sempre più una mentalità evangelica. Impareremo a riconoscere la voce di Dio dentro di noi nella misura in cui impareremo a conoscerla sulle labbra di Gesù, Parola di Dio fattasi uomo. E questo lo si può chiedere con la preghiera.
Dovremo poi lasciar vivere il Risorto in noi, rinnegando noi stessi, facendo guerra all’egoismo, all’”uomo vecchio” sempre in agguato. Questo richiede una grande prontezza nel dire di no a tutto ciò che è contro la volontà di Dio e dire sì a tutto il suo volere; no a noi stessi nel momento della tentazione, tagliando corto con le sue suggestioni, e sì ai compiti che Dio ci ha affidato, sì all’amore verso tutti i prossimi, sì alle prove e alle difficoltà che incontriamo.
Infine possiamo cogliere con più facilità la voce di Dio se abbiamo il Risorto in mezzo a noi, cioè se amiamo fino alla reciprocità, creando ovunque oasi di comunione, di fraternità. Gesù in mezzo a noi è come l’altoparlante che amplifica la voce di Dio dentro ciascuno di noi, facendola sentire più chiaramente. Anche l’apostolo Paolo insegna che l’amore cristiano vissuto nella comunità si arricchisce sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento, aiutandoci a distinguere sempre il meglio .
La nostra vita sarà allora come tra due fuochi: Dio in noi e Dio in mezzo a noi. In questa fornace divina, ci formiamo e ci alleniamo ad ascoltare e seguire Gesù.
È bella una vita guidata il più possibile dallo Spirito Santo: ha sapore, ha vigore, ha mordente, è autentica e luminosa.
Chiara Lubich
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23 Gen 2003 | Centro internazionale
Il Convegno scientifico si propone di favorire un approfondimento critico e di tentare di formulare un bilancio della ricerca storica su taluni aspetti, fin qui poco studiati, della figura e dell’opera di Igino Giordani. Novità assoluta è l’analisi della sua produzione letteraria.
Nel programma si prevedono tre sessioni: – “Giordani nella società italiana del ’900” – venerdì 31 maggio, ore 9 – “L’impegno letterario di Giordani” – venerdì 31 gennaio, ore 15 – “Giordani e il rinnovamento cattolico” – sabato 1° febbraio, ore 9 Sede: LUMSA (Libera Università Maria SS. Assunta), Via Pompeo Magno 22 – ROMA La figura di Giordani sarà rievocata anche sabato 25 gennaio, nel corso del Convegno su Papa Paolo VI, a Sant’Ivo alla Sapienza, nella relazione della prof.ssa Francesca Giordano: “Giovanni Battista Montini e Igino Giordani”. (altro…)
23 Gen 2003 | Centro internazionale
I SESSIONE Venerdì 31 gennaio, ore 9,00 “Giordani nella società italiana del ’900”
Presiede e introduce sul tema: “Attualità di Igino Giordani” On. Mario Baccini(Sottosegretario agli Affari Esteri) 1 rapporti di Igino Giordani con l’associazionismo cattolico Francesco Malgeri (Università La Sapienza – Roma) La Cultura cattolica degli Anni Venti: “il Davide” Francesca Giordano (Università La Sapienza – Roma) La politica estera dei popolari nell’analisi di Giordani Matteo Pizzigallo (Università Federico II – Napoli) Giordani negli anni del Fascismo Andrea Ciampani (Lumsa – Roma) II SESSIONE Venerdì 31 gennaio, ore 15,30 “L’impegno letterario di Igino Giordani” Presiede e introduce: Giuseppe Dalla Torre (Rettore magnifico – Lumsa) Giordani e le riviste letterarie: “La Via” Alberto Frattini (Università di Roma – Tor Vergata) La lingua e lo stile di Giordani Gabriella Di Paola (Lumsa – Roma) L’ “America quaternaria” Lia Fava Guzzetta (Lumsa – Roma) Fede e storia ne “La città murata” di Igino Giordani Carla Carotenuto (Università di Macerata) Accenni autobiografici tra dimensione storica e tensione pedagogica nei versi e nella prosa di Igino Giordani Maria Luisi (Lumsa – Roma) III SESSIONE Sabato 1° febbraio, ore 9,00 “Giordani e il rinnovamento cattolico” Introduce e presiede: Paolo Siniscalco (Università La Sapienza – Roma) Giordani studioso di Patristica p. Angelo Di Berardino (Pontificio Istituto Patristico) Giordani confondatore del Movimento dei Focolari Tommaso Sorgi (Centro Igino Giordani – Grottaferrata) Giordani e il Concilio Vaticano II Giuseppe Ignesti (Prorettore della LUMSA – Roma) (altro…)
21 Gen 2003 | Focolari nel Mondo
Non ero in grado di ammettere di essere ammalato di alcolismo. D’altra parte sentivo vergogna di non riuscire a resistere all’alcol, ma respingevo ogni tentativo degli altri ad aiutarmi. In questo disagio crescente ho implorato Dio di concedermi la grazia. Lo toccavo con mano, ero fragile come un vaso d’argilla, ma ero certo che lui mi poteva spalancare una via d’uscita. Dopo una mattinata in un magazzino di mobili, ho iniziato un colloquio personale, aperto, profondo con un amico. Non era una semplice chiacchierata, ma uno scambio essenziale, esigente, con momenti durissimi, ma salutari: l’amico mi ha offerto qualsiasi appoggio, purché io mi decidessi a uscire dalla mia malattia. Questo portare alla luce del sole la mia situazione e l’ammettere da parte mia la debolezza, mi ha come liberato. Mi sentivo sì sprofondare nel nulla, ma allo stesso tempo ero sicuro dell’amore di Dio, a cui m’ero affidato, e dell’amore del mio amico. E ho avvertito la forza di avviarmi a una cura da cavallo sul piano medico, psichico e spirituale: una via esigente e dura. Pian piano è scomparso il mio senso d’isolamento. Ho sperimentato il perdono e ho cominciato a perdonare anch’io. Ho conquistato la sincerità e anche la giusta umiltà, conoscendo i miei pregi e difetti. Ad un certo punto ho lasciato perdere tutte le mie mete ed i miei piani, abbandonandomi ai piani di Dio e scegliendo come mai prima Gesù Crocifisso come mio unico bene. Mi è sembrato il biglietto d’ingresso in una vita nuova. Ora vivo con una gioia tutta speciale, come una persona rinata. Nonostante che al lavoro l’alcol sia sempre a portata di mano, è passato già un anno e mezzo e senza ricadute. I medici si meravigliano e lo considerano un miracolo. Io vi vedo la grazia ricevuta.
X.E. Austria da “I Fioretti di Chiara e dei Focolari” – San Paolo Editrice (altro…)
19 Gen 2003 | Spiritualità
Incontrando a Manresa Ignazio di Loyola, ad Avila Teresa, a Segovia Giovanni della Croce, ho trovato dei “giganti” della santità, che hanno raggiunto gloriosamente la mèta attraverso una via spirituale che conduce il singolo a Dio. Gli episodi straordinari della loro vita, le parole sante da loro dette, quelle divine udite, i vari luoghi che li ricordano e profumano ancora dell’ardentissimo amore per Dio di queste anime elette, hanno avuto su di me un notevole, forte impatto. Vi hanno scavato un insaziabile desiderio: quello di approfondire, di sviluppare al massimo il nostro rapporto personale con Dio. Ho avvertito dentro di me l’urgenza, la necessità e la bellezza di rivedere i momenti sacri che la volontà di Dio su di noi ha riservato a questo scopo, e di adempiere, con moltiplicato impegno, gli appuntamenti di preghiera delle diverse ore della giornata. Sono per noi il “vestito” che indossiamo, premessa per poter poi uscire ad amare i fratelli. Sì: il vestito! Ma di quale vestito si tratta? E’ il vestito d’oro dell’unione con Dio. E’ e deve essere oro, oro, oro. E può diventare miniera d’oro se si accresce amando, per Dio, i fratelli.
Ho cominciato a vivere così, a cercare di perfezionare, quasi cesellare quei momenti. E quale il primo risultato? Forse perché: “A chi ha sarà dato”, la spinta, il giorno dopo, a farlo ancora meglio, sempre meglio, quasi non fosse mai fatto abbastanza bene. Ma l’effetto più forte, straordinario, direi, di tutto questo impegno è stato, paradossalmente, il vedere con maggiore chiarezza e precisione e il sentirmi attratta verso quelle parole della Scrittura, nel Nuovo Testamento, che meglio si addicono non tanto alla dimensione personale, quanto all’aspetto tipico, soprattutto comunitario, della nostra spiritualità e ne permettono l’attuazione. Come il “Che tutti siano una cosa sola” (cf Gv 17,21), e qui occorrono i fratelli; come l’ “Amatevi a vicenda come io vi ho amato” (cf Gv 15,12), e qui occorre il fratello; come “Prima di tutto abbiate tra voi la mutua carità” (cf 1 Pt 4,8). Parole che riguardano, con me, anche i miei fratelli. Parole che, se vanno adempiute dopo aver indossato il “vestito” suddetto, lo devono pure – in certo modo, ma senz’altro – per un intreccio divino, precedere, perché la nostra vita sia pienamente, cristianamente realizzata. Non occorre forse lasciare l’offerta all’altare – una delle nostre pratiche – per riconciliarsi col fratello quando ce ne fosse bisogno? Non solo. Ho avvertito ancora l’attrattiva, l’importanza per noi di altre parole della Scrittura che raggiungono senz’altro il necessario cristiano rinnegamento, l’annientamento di sé, così ammirato, ad esempio, nei santi spagnoli, annientamento però, per noi, non tanto perseguito direttamente, ma attraverso quella che noi chiamiamo, per esempio, “la visibilità” del nostro operare a gloria di Dio. Parole come: “Voi siete la luce del mondo; (…) risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (cf Mt 5,14-16). “Gloria al Padre vostro che è nei cieli” e non a noi; ed ecco ancora il rinnegamento di sé, di noi. Ho sentito l’attrattiva ancora di altre Parole che chiedono di mostrare al mondo, non tanto le rinunce, che il Vangelo chiede a tutti i cristiani, quanto la ricchezza e la bellezza dei doni di Dio che, perché Padre, ci dà. Come la Parola riguardante il “centuplo”, di cui parla il Vangelo, a chi tutto lascia (ecco la povertà a base, ecco il distacco); o quella che dice: “Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai di più per voi?” (Mt 6,28-30). Sempre se abbiamo fede in lui, rinunciando – ecco l’annientamento – a pensarci troppo noi. Sono aspetti questi che sembra possano mostrare un volto nuovo della Chiesa: quello del Risorto. Avremo modo di approfondire in seguito questi aspetti della vita cristiana. Ma occorre una rinascita spirituale che si riassume in un motto: “Oro più oro, uguale miniera d’oro”. Cioè oro nell’approfondire l’unione con Dio, nella preghiera; più oro: nell’ amare, amare gli altri, amare dalla mattina alla sera, amare sempre. Se raccogliamo amore nell’unione con Dio e raccogliamo amore amando i fratelli, il nostro cuore diventa una miniera d’oro, tale da riversare questo oro sul mondo. (altro…)
19 Gen 2003 | Dialogo Interreligioso
A distanza di un anno dalla grande Giornata per la pace di Assisi del 24 gennaio 2002, che ha visto riuniti con il Papa leaders delle più grandi religioni mondiali, sembrano prevalere i rumori di guerra alle voci di pace. Segnali di segno opposto ci vengono proprio dall’India, venuta alla cronaca in quest’ultimo anno in occidente solo per la recrudescenza di violenza proprio tra indù, cristiani e musulmani. I fatti: in occasione del viaggio di Chiara Lubich e dei suoi collaboratori iniziato a Mumbai (Bombay) il 4 gennaio, nel dialogo con istituzioni culturali e sociali indù, sono venute in luce non solo la tensione mistica che pervade la misteriosa cultura indiana, ma anche la fraternità universale iscritta nelle sue radici. 
L’evento che ha destato reciproca sorpresa per i molti elementi in comune è stato l’incontro con la Swadhyaya Family, un vasto movimento indù con oltre 8 milioni di aderenti, fondato da Shri Pandurang Shastri Athavale, conosciuto come Dada-ji (maestro, fratello maggiore). Insegna che Dio risiede in ogni essere umano e che il compimento dell’unità spirituale porterà con sé le soluzioni per i problemi mondiali. Il primo contatto era avvenuto proprio in occasione della Giornata per la pace di Assisi, a cui avevano preso la parola due sole donne: Didi Talwakar, figlia ed erede spirituale del fondatore della Swadhyaya Family e Chiara Lubich. Nel primo incontro, avvenuto a Rocca di Papa, comune la scoperta della straordinaria consonanza tra lo spirito della Swadhyaya Family e quello del Movimento dei Focolari. E ciò aveva fatto sperimentare una immediata e profonda fraternità. A Bombay si erano registrati altri due importanti incontri che hanno segnato un approfondimento del dialogo iniziato due anni fa, quando Chiara Lubich aveva fatto il suo primo viaggio in India: al Somaiya College, istituto a livello universitario con 25.000 studenti e oltre 30 facoltà e dipartimenti, una delle istituzioni indù maggiormente impegnate nel dialogo interreligioso; e, al Bharatiya Vidya Bhavan, centro culturale parauniversitario che conta un centinaio di sedi in India e quindici all’estero, nato per la riscoperta delle radici della cultura indù e per il suo sviluppo. Un organismo di cui fanno parte indù, musulmani, cristiani, zoroastriani e buddisti. Chiara era giunta in India il 4 gennaio. Il primo incontro lo aveva avuto con il cardinale Dias, arcivescovo di Bombay e con il suo predecessore card. Simon Pimenta, per iniziare il suo viaggio in piena comunione con la Chiesa locale. Il cardinal Dias l’aveva invitata anche a portare il suo carisma di unità a clero, seminaristi, religiosi e religiose della diocesi, che Chiara ha incontrato il 9 gennaio, e a intervenire, il 12 gennaio, al 3° Incontro dei movimenti ecclesiali che hanno intrapreso un cammino di comunione: erano in oltre 3500 persone, di 16 movimenti e associazioni. Chiara Lubich è appena rientrata dall’India, mentre i suoi collaboratori sono partiti per Coimbatore, nel Tamil Nadu, e proseguiranno poi per Delhi. Li attende un fitto programma di incontri col mondo indù e con le chiese locali. (altro…)
18 Gen 2003 | Spiritualità
Descrizione dell’ Editrice San Paolo: “Correva l’anno 1943. Eravamo all’inizio del Movimento dei Focolari a Trento ed infuriava la guerra…”. Iniziano così i “fioretti di Chiara”, esperienze vissute da Chiara Lubich, fondatrice dei Focolari, o da altri suoi compagne e compagni, dall’origine del movimento nel 1943 a Trento, fino ad oggi. Si tratta di semplici fatti straordinari che colpiscono per un’evidenza di luce, per un candore quasi d’infanzia che commuove e fa esultare. Da quelle prime avventure sono ormai trascorsi quasi 60 anni e i Focolari oggi, nel mondo, tra aderenti e simpatizzanti, sono quasi 2 milioni e mezzo, presenti in 182 nazioni. Un prodigio evangelico moderno. Doriana Zamboni è una delle prime compagne di Chiara Lubich e oggi fa parte del Consiglio centrale dei Focolari. Edizioni San Paolo – Collana: Letteratura / Narrativa moderna
17 Gen 2003 | Dialogo Interreligioso
Il 18 gennaio, incontro al Centro di cultura indiana Bharatiya Vidya Bhavan. A Chiara era stato chiesto di comunicare la sua specifica vocazione: la scoperta dell’unità e della fraternità universale.
Il suo denso discorso si sofferma su uno degli aspetti dell’arte di amare scoperta nel Vangelo: “farsi uno, farsi l’altro” quale chiave per il dialogo: “Nel momento in cui ci incontriamo con l’altro, ad esempio, occorre porsi sullo stesso piano, come con un proprio partner, chiunque egli sia. E ciò richiede distacco da tutto, anche dalle ricchezze della propria religione. Nello stesso tempo bisogna fare il vuoto dentro di noi, per lasciar il fratello libero di dire il suo pensiero e per poter capirlo. Comportamento, questo, importantissimo e indispensabile, che ha due effetti: aiuta noi ad inculturarci nel mondo del fratello, a conoscerne il linguaggio, la cultura, la fede, ecc., e predispone poi il fratello all’ascolto.
Si passa, quindi, al “rispettoso annuncio” dove – per lealtà davanti a Dio e sincerità davanti al prossimo, sempre rispettando il pensiero dell’altro – diciamo quanto pensiamo e crediamo sull’argomento, senza imporre nulla, senza voler conquistare nessuno alle nostre idee”.
150 i partecipanti. “E’ l’inizio di un percorso che ci porterà lontano” – ha commentato il prof. Dave, presidente onorario dell’istituzione – “In quelle parole c’è qualcosa che ci avvicina alle radici stesse del pensiero, le radici stesse del nostro sanathana dharma, la religione universale”.
15 Gen 2003 | Dialogo Interreligioso
Il primo contatto tra la Swadhyaya Family e il Movimento dei Focolari era avvenuto proprio ad Assisi, alla giornata interreligiosa per la pace del 24 gennaio dello scorso anno.
Ed ora Bombay segna una nuova tappa. Il 16 gennaio, Didi Talvalkar, figlia ed erede spirituale del fondatore, davanti a 50.000 giovani radunati nello stadio di Thane, al nord di Mumbai, per la festa dello sport, ha così presentato la figura di Chiara Lubich: “L’ho incontrata al grande incontro interreligioso per la pace ad Assisi, nel gennaio 2002. Eravamo le uniche donne a parlare nel corso di quell’avvenimento. La considero come una madre e volevo che parlasse a voi tutti. Dobbiamo essere una sola famiglia umana: è questo il loro ideale e anche il nostro”.
Anche nel discorso di Chiara c’era il richiamo ad Assisi e all’attuale urgenza di suscitare ovunque “brani di fraternità”. Ha quindi incoraggiato a diffondere l’amore, quell’amore reciproco che genera la fratellanza, che unico è capace di “muovere anche i beni”, e contribuire a sanare “lo squilibrio tra ricchi e poveri”, “uno dei fattori, forse il più determinante, che genera vendetta, terrorismo”, e a far risplendere “l’arcobaleno della pace”. Questa fratellanza tra indù e cristiani già era una realtà, sperimentata proprio per le molte somiglianze tra i due movimenti.
In un successivo colloquio, Didi Talwakar e Chiara Lubich decidono di approfondire i rapporti tra i due rispettivi movimenti. “Ci sono troppe cose in comune tra di noi – ha detto la signora Didi – perché non ci rendiamo conto che Dio ha un progetto”. E Chiara Lubich, si diceva certa che qui ha agito lo Spirito Santo. Davvero – come scrive il Papa nella Novo Millennio Ineunte “lo Spirito di Dio, ‘che soffia dove vuole’ suscita nell’esperienza umana universale, nonostante le sue molteplici contraddizioni, segni della sua presenza”.
13 Gen 2003 | Dialogo Interreligioso
L’incontro al Somaiya College, il 14 gennaio, ha avviato la collaborazione coi Focolari per l’animazione spirituale dei 25.000 studenti in vista della fraternità universale.
Chiara Lubich aveva narrato la storia della sua avventura cristiana, annunciando la sua riscoperta di Dio Amore, senza nascondere alcunché del suo credo. Non aveva mancato di citare anche vari testi indù, mostrando i punti in comune che possono contribuire al grande disegno della fraternità universale.
Erano presenti 300 esponenti indù, dirigenti delle diverse facoltà. “La Bhagavad Gita – le sacre scritture indiane – dice che lo splendore di mille soli nel cielo è Dio” – ha commentato la prof. Kala Acharya, tra i dirigenti del Somaiya Institute. “Gli spirituali vedono Dio e noi vediamo Dio attraverso di loro”.
Si verifica quell’esperienza di dialogo di cui aveva parlato il Papa proprio in India: “Attraverso il dialogo facciamo in modo che Dio sia presente in mezzo a noi, perché mentre ci apriamo l’un l’altro nel dialogo, ci apriamo anche a Dio. E il frutto è l’unione fra gli uomini e l’unione degli uomini con Dio”.
3 Gen 2003 | Dialogo Interreligioso
Inaspettata, una gioia grande, per la lettura della nuova lettera apostolica del Papa “Novo Millennio Ineunte”, pubblicata proprio i primi giorni di quel mio primo viaggio in India. Quale centralità dell’amore e della spiritualità di comunione! E poi, proprio mentre mi stavo accostando al misterioso mondo dell’induismo, quale consonanza e conferma dalle sue pagine che incoraggiano il dialogo tra le religioni! “Il dialogo deve continuare.” – scrive il Papa – “Nella condizione di più spiccato pluralismo culturale e religioso, quale si va prospettando nella società del nuovo millennio, tale dialogo è importante anche per mettere un sicuro presupposto di pace e allontanare lo spettro funesto delle guerre di religione che hanno rigato di sangue tanti periodi nella storia dell’umanità. Il nome dell’unico Dio deve diventare sempre di più, qual è, un nome di pace e un imperativo di pace”. E’ quanto, con gioia, constato ora, settimana dopo settimana, dai fax che mi giungono dall’India dai responsabili del Movimento che mi tengono continuamente aggiornata sugli sviluppi del dialogo avviato nel gennaio scorso, quando mi ero recata in quella terra così misteriosa e affascinante. E’ un profondo cambiamento di mentalità che comincia a poco a poco a diffondersi. Un mondo chiuso da paure e sospetti, che avevano eretto alte barriere religiose da ambo le parti, si sta aprendo. Come aveva osservato la prof. Kala Acharya, indù, uno dei promotori dell’incontro al campus universitario del Baratiya Sanskriti Peetham di Mumbai (Bombay), a cui ero stata invitata: “Ognuno era cresciuto chiuso fra le proprie mura ad ammirare il proprio giardino, senza sapere che dall’altra parte di queste mura altissime, ci sono bellissimi giardini da contemplare. E’ l’ora di buttar giù queste mura e scoprire il giardino dell’altro”. Una rete di rapporti si sta stringendo fra cristiani e indù, nel segno della fraternità. Fervono iniziative e programmi. “Dobbiamo andare avanti”. E’ l’urgenza avvertita dalla signora Minoti Aram, presidente dello Shanti Ashram, che per prima mi aveva rivolto l’invito per recarmi in India. In marzo convoca nella sua cittadella, insieme alla figlia Vinu, anche l’incaricato dei giovani e il segretario della sua istituzione gandhiana. Nasce la proposta di avviare un dialogo a 4 livelli: a metà giugno con un gruppo di intellettuali; all’inizio di agosto con i giovani, in un grande incontro; in ottobre col gruppo delle donne che lavorano per l’Ashram a favore dei bambini dei villaggi più poveri ed ancora, all’inizio di dicembre, con personalità di varie religioni della città di Coimbatore, capoluogo del Tamil Nadu, nel Sud dell’India. Tema degli incontri: presentare la collaborazione tra i Focolari e lo Shanti Ashram come esempio di dialogo. Un seminario internazionale per il dialogo interreligioso fra Induismo e Cristianesimo al Somaiya College di Mumbai, nel febbraio scorso, è occasione per stabilire nuovi rapporti e rafforzare quelli iniziati con l’incontro di gennaio. In marzo, insieme alla dott. Kala Acharya, altre docenti fanno visita ad un centro dei Focolari di Mumbai. Si evidenzia ancora una volta la loro sensibilità alla vita interiore, e la consonanza con il nostro stile di vita. Si moltiplicano i viaggi dal nord al sud dell’India per incontrare giovani e adulti, famiglie aderenti al Movimento, per formarli al dialogo interreligioso, nello spirito del Concilio Vaticano, con i chiarimenti apportati dalla Dominus Iesus, di fronte alle attuali problematiche, e nella luce del carisma che anima la spiritualità dell’unità. I vescovi chiedono ai membri del nostro Movimento in India collaborazione nelle commissioni per il dialogo interreligioso nelle varie diocesi. Testimonianza e dialogo aperto all’ascolto Il Papa nella sua lettera apostolica invita alla “testimonianza piena della speranza che è in noi” e allo stesso tempo ad “andare al dialogo con le altre religioni ‘intimamente disposti all’ascolto’ ”, proprio perché ci troviamo “di fronte al mistero di grazia infinitamente ricco di dimensioni e di implicazioni per la vita e la storia dell’uomo” (NMI 56). Queste parole del Papa mi hanno sorpresa. Il mio desiderio, appena giunta in India, era infatti prima di tutto conoscere questa cultura millenaria, stando in silenzio, in ascolto, il più possibile. A poco a poco, questo mondo misterioso ci si è rivelato con un suo volto per noi occidentali non facilmente decifrabile, unitario nella sua ricchissima diversità. Si sente davvero che siamo di fronte ad uno scrigno di tesori spirituali, di tensione mistica di tutta la natura umana, tensione alla quale non è certamente estranea l’opera della Grazia. E questo scrigno si apre solo a chi vi si accosta con rispetto pieno d’amore e, soprattutto, con la convinzione che Dio ha tanto da dirci attraverso questa cultura millenaria, che nel difficile e tormentato mondo contemporaneo ha un suo contributo da dare, essenziale e vitale per tutti, una parola che mette in forte evidenza il primato della vita interiore. Mi chiedevo che cosa sarebbe potuto scaturire dall’incontro dell’India con il carisma dell’unità. Sin dai primi giorni intuivo che, portando a piena maturazione i semi del Verbo presenti in essa – lavoro immenso, ciclopico, che richiederà anni ed anni, forse secoli, potrebbe scaturire Gesù dal cuore stesso della realtà indiana. Ma in che modo? Essendo, da parte nostra, quella presenza di Maria, che è l’unica capace di offrire, di donare Gesù nella sua verità più profonda, ma facendolo nascere dal cuore stesso della realtà alla quale lo dona. E mi è risuonato col sapore di una sfida, quanto aveva scritto Igino Giordani nel 1960, al termine di un suo viaggio in India: “(…) se in Asia, e soprattutto in India, le religioni minuto per minuto si sfiorano e si confrontano, emergerà, col tempo, quella che più dà, e cioè, quella che più innalza l’uomo con energie divinizzanti”. Come dare quel tutto che possiamo qui in India? Con l’amore, un amore che va indirizzato alle singole persone, ma anche alla nazione stessa nella sua totalità. Maria portava e porta in cuore per ognuno e per ogni popolo un amore particolare, l’amore che è misericordia, quell’amore che vede nel prossimo nient’altro che le virtù, le buone opere, quell’amore che è “nulla di sé”, che sa aprirsi del tutto all’altro, per “entrare” nell’altro. E abbiamo sperimentato ancora una volta che questo amore suscita la reciprocità. Si colgono così quegli elementi comuni che si possono vivere insieme. Proprio in quei giorni mi aveva colpito la frase di un filosofo non credente che definisce l’amore “la capacità di scoprire somiglianze nel dissimile” (T.W. Adorno). Mi sono chiesta: “Il dialogo allora non è forse una delle più belle espressioni dell’amore?” L’annuncio gioioso della rivelazione di Dio Amore e i semi del Verbo presenti nell’Induismo Misteriosa, certo, questa religione. Ma, al di sopra dei molti dèi, abbiamo scoperto che vi è pure il senso molto forte dell’ “Uno”, dell’Assoluto. E sopra tutte le regole: la tolleranza, l’amore! Abbiamo scoperto una cosa meravigliosa: quanto sono evidenti in questa religione i semi del Verbo di cui parla il Concilio! Abbiamo sperimentato che, se li mettiamo in rilievo, diventano sempre più grandi, più maturi e gli stessi indù se ne “riinnamorano” e mettono in secondo piano altri aspetti della loro religione: si va diritto all’essenza che è l’amore. Parlando a leaders religiosi, a membri indù di istituzioni gandhiane e di enti culturali della nostra grande scoperta di Dio Amore, proprio nel tempo di odio e violenza del secondo conflitto mondiale, è stato spontaneo citare espressioni delle loro scritture e dei loro saggi: “Noi sottolineiamo che Dio è amore – ho detto loro – ma voi non dite forse: ‘Dio è il primo ad amarci, poiché fu Lui a dare a noi l’amore e in noi lo accresce quando lo cerchiamo’? E ancora, non dite voi: ‘Il Signore è per natura amore, Egli risiede nell’amore, la Sua suprema realtà’? Non conoscete anche voi quella frase di Tagore: ‘Da quando mi sono incontrato con il mio Signore, non è mai finito il nostro gioco d’amore’?”. Così quando ho parlato della luce che aveva illuminato le parole del Vangelo e ci aveva mostrato che amare Dio non è questione di sentimenti, ma occorre fare la sua volontà, ho aggiunto: “Non dite forse anche voi: ‘Fare la volontà del Signore è un atto più grande che non cantare le sue lodi’? ”. E quando ho parlato loro della scoperta dell’amore del prossimo, cuore del Vangelo, che ci chiedeva di amare gli altri come sé, ho portato ad esempio un detto di Gandhi: “Io e te siamo una cosa sola. Non posso ferirti senza fare del male a me stesso”. Poi, quando ho citato l’amore al nemico – così genuinamente evangelico – ho riportato quest’altro loro detto: “La scure taglia il legno di sandalo, mentre questo le fa dono della sua virtù, rendendola profumata”. Si vendica, insomma, con l’amore. Tutti questi sono semi del Verbo, qualche cosa di vivo, di vero! Gli indù sono rimasti impressionati da quelle frasi. Davvero – come ha scritto il Papa – questo “annuncio gioioso della rivelazione del Dio Amore è un dono per tutti”(cf NMI 56). Gli stessi indù, sia al termine dell’incontro a Coimbatore, sia dopo l’incontro al Bharatiya Sanskriti Peetham, il centro culturale dell’università di Vidyavihar di Mumbai, esprimevano la comune esigenza dell’amore e dell’unità. “E’ una necessità dell’ora presente. Stiamo passando attraverso una grande crisi nel mondo. Solo la pace e l’amore possono salvarci” diceva un docente universitario. E aggiungeva che avevo “riassunto il pensiero di questo Paese elaborato in tanti secoli”. “Nonostante che nella nostra religione sottolineiamo già questi valori” affermava un letterato di Mumbai, Partap H. Butani, della Bombay Natural History Society “c’è una differenza: non si tratta solo di parole, le dobbiamo vivere”. Ed un poeta, Kalyangi Sarla Curmil (giainista). “Se abbiamo capito qualcosa stasera, è di essere il profumo di questo fiore dell’amore”. Le vie misteriose della grazia salvifica Certo, sono a noi sconosciute le vie attraverso cui la grazia salvifica di Dio arriva ai singoli non cristiani (cf Ad Gentes 7). La teologia – come afferma la Dominus Iesus – sta cercando di approfondire questo argomento, ricerca che è incoraggiata perché “è senza dubbio utile alla crescita della comprensione dei disegni salvifici di Dio e delle vie della loro realizzazione”. Ma anche il “dialogo della vita” può gettare nuova luce e aprire nuovi sentieri nella conoscenza dei piani di Dio. M’è parso di avere la conferma che anche negli indù, se e in quanto amano, agisce lo Spirito santo. Mi ha colpito l’esperienza di una dottoressa indù che da tempo si impegna a vivere la spiritualità dell’unità: “Noi parliamo della reincarnazione; si crede necessaria per purificarci. Ma ho imparato che ogni volta che amo, muoio a me stessa per ‘vivere l’altro’ e amando sperimento la gioia. E’ quindi una continua morte e rinascita”. E’ lo Spirito di Verità che porterà alla pienezza della verità. La nostra esperienza di dialogo evidenzia quanto aveva detto il Papa proprio in India: “Attraverso il dialogo facciamo in modo che Dio sia presente in mezzo a noi, perché mentre ci apriamo l’un l’altro nel dialogo, ci apriamo anche a Dio. E il frutto è l’unione fra gli uomini e l’unione degli uomini con Dio”. Dagli indù la proposta di continuare il dialogo Dai nostri amici indù è nata la proposta di continuare il dialogo: “Dobbiamo continuare ad esplorare i nostri fondamenti spirituali; poi si potranno avviare azioni e progetti comuni”, aveva proposto la dott. Vinu Aram, dirigente dell’istituzione gandhiana Shanti Ashram. Un’ altra personalità indù sottolineava che tra nazioni non solo bisogna collaborare nel campo dello sviluppo industriale o dell’insegnamento, ma “anche nel campo della pace e della spiritualità”. “Hai piantato un seme – diceva – ora dobbiamo innaffiarlo e controllare che cresca”. Ma già alla cerimonia di Coimbatore, in cui avevano voluto assegnarmi il Premio “Difensore della Pace”, veniva da un’altra istituzione gandhiana, il Sarvodaya Movement, la richiesta di iniziare il dialogo con l’induismo così come l’avevo intrapreso da tempo con il buddismo. Non solo. La motivazione del premio riconosceva che i semi di pace e di amore gettati fra i popoli erano frutto degli insegnamenti di Gesù Cristo e mostravano quanto “il messaggio di Gesù Cristo rimane rilevante, fresco e benefico nel risolvere le questioni contemporanee”. Chiedevano il nostro contributo per affermare anche in India i valori spirituali, in un tempo in cui questo Paese deve affrontare “sfide nuove, problemi sociali accompagnati da tensioni e divisioni; deve misurarsi con uno sviluppo economico e tecnologico segnato spesso da una mentalità materialista e priva di valori morali”. Una comprensione nuova del messaggio cristiano Davvero “lo Spirito di Dio, ‘che soffia dove vuole’ suscita nell’esperienza umana universale, nonostante le sue molteplici contraddizioni, segni della sua presenza” (NMI 56). Ed è proprio nell’essere stati testimoni di questa azione misteriosa di Dio, che – come scrive il Papa – si giunge ad una comprensione più profonda del messaggio cristiano (cf NMI 56). Ho avuto una nuova conferma che il dialogo con le altre religioni apre sempre più la Chiesa cattolica a quell’altra se stessa che è fuori di lei! S. Tommaso ha affermato che la Chiesa non va commisurata soltanto sul numero dei cattolici, ma, siccome Gesù Cristo è morto per tutti gli uomini, va commisurata sul numero di tutti quelli per i quali Lui è morto, cioè sull’umanità intera. Quindi in certo modo la Chiesa è anche “fuori di sé”. Col dialogo si apre a quel “se stessa che è fuori di sé”. In India ho capito poi, come in nessun altro luogo, cos’è il Battesimo, la sua necessità per far gustare ai cuori e alle menti la libertà e la gioia che nascono dall’essere innestati in Cristo. Ho riscoperto la Messa, la straordinaria consolantissima possibilità di fare un dono proporzionato alla regale maestà del Padre: il suo Figlio immolato. Una nuova via al dialogo e all’evangelizzazione Mi è rimasta in cuore una immensa gratitudine a Dio. Il card. Tomko, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione, in una lettera indirizzata al Centro per il dialogo interreligioso del Movimento dei Focolari, scrive: “Conoscendo bene la realtà complessa dell’India, specialmente nell’ambito del dialogo interreligioso, ci sentiamo di unirci a Voi nel rendere grazie al Signore per questa via che lo Spirito Santo ha voluto aprire alla Chiesa”. Una via, inedita ma efficace, di evangelizzazione, che evita i compromessi e i sincretismi, come avevano affermato molti vescovi indiani, a cui, a Calcutta, avevo esposto la nostra esperienza di dialogo, durante l’Assemblea della Conferenza episcopale. Maria e il dialogo interreligioso Mi chiedevo come era avvenuto tutto questo. Mi avevano sorpreso le parole della prof.ssa Kala Acharya. Fin dal primo incontro, notava come Dio stava usando per il dialogo di quei giorni tre donne (lei, la signora Minoti Aram, presidente dello Shanti Ashram, ed io), e aggiungeva: “Perché la donna è madre e sa cos’è l’amore, come Maria. Penso che è Lei che sta lavorando, come quando per fare le collane di fiori occorre un filo che li lega tutti. Lei, Maria, sta legando tutti questi fiori”. Appena giunti in India, il 1° gennaio, festa della Madre di Dio, avevo chiesto all’Eterno Padre, durante la Messa, di scolpire in tutti noi, membri di un’Opera che è “di Maria”, la sua immagine. Forse la risposta sta qui: per il carisma che ci è stato dato, dono gratuito dello Spirito per questo nostro tempo, seguendo il cammino della spiritualità di comunione, così evidenziata dal Papa (cf NMI 43), partecipiamo in certo modo alla maternità di Maria, generando spiritualmente Gesù al mondo. Lui si fa presente in mezzo a noi, come ha promesso (Mt 18,20), per l’amore reciproco vissuto sino all’unità. E Lui è luce, gioia, amore! E si può in un certo senso “farlo vedere” (NMI 16). E Gesù è luce per ogni uomo su questa terra, anche per gli indù. Sì, perché Lui è in qualche modo “imparentato” anche con loro, perché ha dato il sangue per tutti gli uomini, che, quando lo “vedono” nei cristiani, pur inconsciamente, si sentono attirati… di qualsiasi religione essi siano. A viaggio concluso, assistendo agli sviluppi che si prospettano, mi si conferma una certezza: in questo tempo lo Spirito soffia forte ispirando nel Santo Padre parole e gesti profetici che spingono la Chiesa al largo, verso nuovi orizzonti e suscita l’irruzione di nuovi carismi per dare attuazione ai disegni di Dio. Si sta forse delineando il nuovo volto della Chiesa del terzo millennio: la Chiesa, comunione tra la dimensione petrina-istituzionale e la dimensione mariana carismatica, così viva nel cuore del Papa?
31 Dic 2002 | Parola di Vita
I cristiani di Corinto mettevano a confronto l’apostolo Paolo con altri predicatori contemporanei che parlavano con maggiore eloquenza ed erudizione. A loro piacevano i bei discorsi, le speculazioni filosofiche, mentre Paolo si presentava con semplicità, senza grandi parole suggerite dalla sapienza umana , debole e provato nel fisico. Eppure a lui Gesù, sulla via di Damasco, si era pienamente rivelato, e da allora Dio aveva continuato a fargli brillare in cuore la luce del Figlio suo e lo aveva inviato a portare a tutti quella luce . Paolo era però il primo a rendersi conto della sproporzione tra la preziosità inestimabile della missione affidatagli e l’inadeguatezza della sua persona: un tesoro in un povero vaso di terracotta.
Quante volte anche noi avvertiamo la nostra povertà, i limiti, l’insufficienza davanti ai compiti che ci sono affidati, l’incapacità di rispondere pienamente alle esigenze della nostra vocazione, l’impotenza di fronte a situazioni che sono più grandi di noi. Percepiamo inoltre inclinazioni e attrattive che ci orientano più facilmente al male che al bene, alle quali facciamo fatica a resistere per la debolezza della nostra volontà. Anche noi come Paolo ci sentiamo vasi di creta.
Ci è facile riscontrare le stesse debolezze e fragilità anche nelle persone che ci stanno accanto, in famiglia, così come nella comunità o nel gruppo di cui facciamo parte.
E come non pensare a queste parole di Paolo in questo mese in cui si celebra la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani? Noi cristiani nei secoli non siamo riusciti, nonostante il tesoro che Dio ci ha dato, a vivere in unità.
«Questo tesoro lo portiamo in vasi d’argilla»
Se guardassimo soltanto al vaso d’argilla che siamo noi, ci sarebbe proprio da scoraggiarsi. Ciò che invece vale, e su cui dobbiamo volgere tutta l’attenzione, è il tesoro che portiamo dentro! Paolo sapeva che il suo vaso d’argilla era inabitato dalla luce di Cristo: era Cristo stesso a vivere in lui e questo gli dava l’audacia di tutto osare per la diffusione del suo Regno.
Anche noi possiamo sperimentare il tesoro infinito che, in quanto cristiani, portiamo dentro di noi: è la Trinità Santissima. Mi guardo dentro e scopro come una voragine d’amore, come un abisso, come l’immenso, come un sole divino dentro di me.
Mi guardo attorno e anche negli altri, al di là del loro vaso di creta, che subito mi appare davanti con evidenza, imparo a scorgere il tesoro che lì inabita. Non mi fermo all’apparenza esteriore. La luce della Trinità che abita in noi, ci ha ricordato Giovanni Paolo Il, “va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto” .
«Questo tesoro lo portiamo in vasi d’argilla»
Come vivere questa Parola di vita?
Essa è rivolta a noi. Un noi che non esclude nessuno. “I cristiani devono far conoscere insieme questo tesoro che risplende glorioso nel volto del Risorto.” Però, per diventare pienamente consapevoli del tesoro che abbiamo, occorrerà entrare in comunione con esso. Sì, possiamo imparare a convivere con la Santissima Trinità, fino a perderci in essa. Possiamo avere un rapporto personale con ognuna delle tre divine Persone, col Padre e col Figlio e con lo Spirito Santo, in modo che sia Dio stesso a vivere e ad agire in noi.
Abbiamo il Padre. Nel nostro vaso di creta è presente un Padre. Possiamo gettare ogni sollecitudine in lui, ogni preoccupazione, come ci suggerisce l’apostolo Pietro . Perché così si fa con un padre: ci si affida a lui, in tutto e per tutto, con piena fiducia. E questo è un padre: il sostegno, la certezza del figlio che, come un bambino, si butta spensierato fra le sue braccia.
C’è anche il Figlio dentro di noi: il Verbo che, incarnato, è Gesù. C’è Gesù dentro di noi. Abbiamo imparato ad amarlo profondamente nelle sue diverse presenze: nell’Eucaristia, nella Parola, quando siamo uniti nel Suo nome, nel povero, nell’autorità che lo rappresenta…, nel profondo del nostro cuore. Possiamo persino imparare ad amarlo nei limiti, nelle debolezze, nei fallimenti, perché Egli ha assunto la nostra debolezza e la nostra fragilità pur non essendo peccatore. Per questo Gesù, Verbo incarnato, avendo condiviso tutto di noi, può sostenerci in ogni prova della vita, suggerendoci come superarla, per ridarci e luce e pace e forza.
E lo Spirito Santo. Quello Spirito in cui, come ad altri noi stessi, ci confidiamo sicuri. Che sempre risponde quando lo invochiamo e ci suggerisce parole di sapienza. Che ci dà conforto, che ci sostiene, e ci ama come vero amico, dandoci la luce.
Che vogliamo di più? Un solo Amore ha preso stanza nel nostro cuore: è il nostro tesoro. Il vaso di argilla, il nostro come quello degli altri, non sarà più un ostacolo, non ci scoraggerà più. Ci ricorderà soltanto che la luce e la vita che Dio vuole sprigionare in noi e attorno a noi non è tanto frutto delle nostre capacità umane, ma effetto della sua presenza operosa in noi, riconosciuta ed amata.
Allora, come Paolo, anche noi potremo tutto osare per il Regno di Dio e con più forza tendere alla mèta della piena e visibile comunione tra i cristiani, perché come lui possiamo ripetere: “Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi” (2 Cor 4,7).
Chiara Lubich
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22 Dic 2002 | Nuove Generazioni
Il futuro del mondo si gioca a dadi ogni mattina. Giocare è semplicissimo: tira il tuo dado prima di iniziare la giornata e scopri quale è il tuo obiettivo. Se lo raggiungi al tramonto, il mondo sarà un pochino migliore di come l’hai trovato. Così l’Editrice San Paolo presenta nelle librerie il “Dado dell’Amore”, accompagnato da un libretto che porta in prima pagina questa introduzione: E’ comparso alcuni anni fa tra i più giovani, ma oggi lo desiderano anche gli adulti. Gira voce che sia noto in più di 180 paesi. Conosce quasi tutte le lingue della terra. Anche nei sogni più arditi, non si sarebbe mai immaginato un tale successo. Si parla di un dado – un dado un po’ speciale! Sui sei lati del dado non si trovano i caratteristici puntini, ma dei ’motti’ che ricordano il messaggio evangelico – per così dire, una sintesi del vangelo: “L’arte di amare”. “Amare Gesù nell’altro” c’è scritto su un lato: a chi legge il vangelo risuona nell’orecchio una frase di Gesù: “Qualunque cosa avrete fatto …”. In modo simile vi succederà con gli altri cinque motti. Tutti invitano all’amore cristiano nelle sue varie espressioni: “Amare tutti”, “Amare per primi”, “Amare il nemico”, “Farsi uno con l’altro”, “Amarsi a vicenda”.
Dice Chiara Lubich ai bambini: “Li avete sul vostro dado, questi ’Punti dell’arte di amare!’. Allora vivete bene quello che c’è scritto sul dado e così imparate ad amare!”. I testi di Chiara Lubich sono su un fondino colorato, le esperienze dei bambini sono contrassegnate con un piccolo dado colorato. Nel libretto seguono i testi di Chiara Lubich, che illustrano uno ad uno i punti dell’arte d’amare, tratti da un dialogo con i più piccoli, e le esperienze dei bambini. Riportiamo qui di seguito il punto “Amare per primi”.
Bisogna amare per primi. Bisogna amare cominciando da noi. Magari andiamo a casa e c’è la sorellina che ha il muso lungo, perché è annoiata, è stanca, non le va niente, non le va di giocare né di studiare … Non aspettate, non aspettate che sia lei ad amarvi; dovete cominciare voi; amate per primi, e dite: “Non ti senti bene? Come va? Forse hai qualche problema? Vuoi dirlo? Vuoi che usciamo? Vuoi che facciamo un gioco?”. Dovete essere i primi ad amare. Esperienza Manu ha una compagna di scuola, la cui famiglia è molto povera. La maestra ha programmato una gita che costa 15 Euro. La bambina con molta vergogna dice in classe che non può partecipare. Tornato a casa, Manu lo racconta ai suoi, poi gli viene un’idea: visto che negli ultimi tempi ha risparmiato dei soldi, propone loro di aiutare l’amica. Prima che i genitori riescano a parlarne con i genitori della bambina, Manu ha già messo da parte i soldi, parlato con la maestra e per ultimo ha convinto la compagna ad accettare l’aiuto. Alcuni giorni dopo, in occasione del compleanno di Manu, l’amichetta avrebbe desiderato fargli un regalo, ma non ha i soldi … “Vuoi farmi un regalo? – le dice Manu – invitami a giocare a casa tua!”. (In vendita nelle librerie)
17 Dic 2002 | Focolari nel Mondo
Ho, insieme con un socio, una piccola ditta d’importazione d’apparecchiature mediche. Sono molto costose e quindi le vendite non sono facili. E’ purtroppo prassi, negli ospedali pubblici, che le persone incaricate degli acquisti chiedano delle tangenti ai fornitori. Il mio socio ed io non siamo mai stati d’accordo con queste procedure e, per questo motivo, abbiamo perso alcune possibilità concrete di vendita. Da tempo infatti abbiamo sentito di essere coerenti col Vangelo che chiede di attuare nel quotidiano la volontà di Dio, di attuare la sua giustizia… In un periodo molto difficile, di poche vendite, un nostro venditore viene nel mio ufficio per dirmi che per realizzare una possibile vendita – quasi pronta – la persona dell’ufficio acquisti chiedeva “una cortesia” da parte nostra. Capivo anche che per il nostro venditore era molto importante che si concretizzasse quell’operazione, poiché il suo stipendio è a percentuale sulle vendite. Sereno, ho parlato chiaramente con lui, dicendo le mie convinzioni: questo era un atto di corruzione che, anche se dava dei guadagni, non era d’accordo con la linea presa dalla nostra ditta. E’ uscito dall’ufficio pensieroso, ma dopo un po’ è tornato deciso: rinunciava alla vendita a quelle condizioni. In quello stesso pomeriggio suona il telefono: era un medico, col quale da tempo si cercava di concludere una grossa vendita, ma che era stata sempre da lui rimandata. All’improvviso mi conferma che è deciso ad acquistare il nostro prodotto: il costo era esattamente dieci volte di più rispetto a quella della mancata vendita. Quando ho messo giù il telefono, sorpreso e felice, ho ricordato, per il fatto avvenuto poche ore prima, le parole di Gesù: “Cercate il regno di Dio e la sua giustizia, il resto vi verrà in sovrappiù”. Ho voluto subito condividere col mio dipendente la gran gioia che provavo, e anche lui ha potuto toccare con mano la provvidenza di Dio. J.B. – Buenos Aires Da “I fioretti di Chiara e dei Focolari” – Ed. San Paolo