Movimento dei Focolari

Quanta vita in Ungheria

Mag 27, 2011

Ricchi di comunione, esperienze, progetti, domande e risposte, gli appuntamenti della presidente dei Focolari con la comunità a Budapest.

È all’insegna della vitalità che si svolge il viaggio in Ungheria di Maria Voce e Giancarlo Faletti. Prima tappa coi sacerdoti in contatto col Movimento dei focolari. Molti di loro qui ne hanno portato e diffuso lo spirito e oggi raccontano il loro impegno nel ricostruire le chiese e la Chiesa, il servizio come parroci, direttori nei seminari, vicari generali, il loro ruolo a livello di docenza o nei diversi uffici diocesani, il rapporto semplice con la gente che suscita la comunità, attira i giovani, accosta chi non ha un riferimento religioso. E, oltre che delle attività, fanno dono ai presenti della loro vita di comunione che sostiene e alimenta tutto. Nel pomeriggio del primo giorno si svolge un incontro con i dirigenti delle diverse diramazioni in cui si articola il Movimento in Ungheria. Le famiglie portano i frutti di un impegno a tutto campo verso le coppie giovani, i fidanzati, i divorziati, altre famiglie di tutte le età; i responsabili del movimento Umanità Nuova, espressione nel sociale dei Focolari, appassionano tutti con le loro iniziative nel mondo della sanità come dell’economia, della politica come nella pedagogia o nello sport; laici e sacerdoti raccontano del rinnovamento in atto in tante parrocchie delle 13 diocesi del Paese. Il dialogo è aperto e tocca tanti aspetti. L’equilibrio fra dimensione locale ed universale: “Se la spinta a realizzare il testamento di Gesù ‘Che tutti siano uno’, è nata in una piccola città a Trento e poi da lì ha assunto le dimensioni del mondo – ricorda Maria Voce -, vuol dire che interessarsi di un particolare è una scuola d’amore che poi permette di allargare lo sguardo oltre. Avere un cuore allargato sulla fraternità universale non significa quindi non occuparsi del particolare”. Viceversa, sottolinea in un  passaggio successivo, “sentiamo in noi la spinta ad uscire dai nostri confini. Non possiamo disinteressarci della grande famiglia del Movimento sparsa nel mondo, cerchiamo di farlo con tutti i mezzi”. La domanda di una gen 2 sui vari input anche di carattere spirituale ai quali dare risposta, dà alla presidente lo spunto per ricordare una delle consegne che Chiara Lubich sentiva fortemente di dover lasciare ai suoi: Lascia a chi ti segue solo il Vangelo, nient’altro che il Vangelo”. Tutto il resto è uno strumento che aiuta a concretizzare il Vangelo, spiega, ma “la cosa più importante è vivere la parola di Dio. Chiedersi sempre come vivrebbe Gesù”. Nell’incontro dei dirigenti, come l’indomani durante quello con i focolarini e le focolarine che vivono in Ungheria, non mancano domande su come migliorare i rapporti interpersonali a più livelli, interrogativi leciti per chi ha deciso di vivere una spiritualità collettiva. Il leit motiv è quello di un amore più grande che esige il massimo da sé stessi, un amore libero da perfezionismi o dal desiderio di raggiungere certi risultati, che sia capace di andare oltre le naturali diversità fra uomo e donna, fra grandi e piccoli, fra chi si occupa di un aspetto e chi di un altro. Un amore che genera, che fa mettere in gioco la propria vita sino a “lasciar vivere Gesù in noi”. “Io sono stata creata in dono per chi mi sta vicino e chi mi sta vicino è stato creato in dono da Dio per me”, ripeteva con convinzione Chiara Lubich. Maria Voce lo sottolinea ai presenti ricordando anche il modello a cui Chiara si ispirava: “La famiglia di Nazareth, o, ancora di più, la vita della Trinità”. Il massimo del rapporto, dell’amore, modelli arditi ma non inimitabili. L’esperienza lo dimostra. Dall’inviata Aurora Nicosia

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