30 Giu 2010 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Sociale
Oggi i giovani sono impegnati in varie sfide: la globalizzazione, la giustizia sociale, l’incontro-scontro tra diverse culture e etnie. Tutto questo spesso si concentra in luoghi quali le città che riescono ad assorbire il 60% della popolazione mondiale. Come fare per trasformarle in “laboratori di convivenza”? Per rispondere a questa esigenza è nato il progetto “Glocalcity – organizzazioni giovanili locali in scambio globale”. Un’iniziativa coordinata dalla Ong New Humanity, germogliata un anno fa durante un seminario internazionale per ragazzi tenutosi a Castelgandolfo, e che coinvolge dieci associazioni localizzate in altrettanti paesi: Germania, Italia, Lituania, Ungheria, Romania, Brasile Argentina, Colombia, Uruguay e Paraguay. Prossima e ultima tappa, il Brasile. Dal 14 luglio al 2 agosto, infatti, una cinquantina di giovani provenienti dai paesi sopraccitati si raduneranno per tre settimane nelle vicinanze di San Paolo e a Recife, dove sorgono – rispettivamente – due cittadelle del Movimento, la Mariapoli Ginetta e la Mariapoli Santa Maria.
Un’occasione per concretizzare iniziative locali di volontariato già solidamente avviate. Un modo per potersi addentrare nella situazione culturale e sociale brasiliana e per far emergere la capacità di dialogo atta a creare la cultura dell’unità. Ecco quanto racconta una giovane italiana che ha vissuto un periodo nella cittadella Santa Maria, nei pressi di Recife, dove da anni si è dato vita all’opera sociale di Santa Terezinha, un tempo nota come “Isola dell’Inferno”: “Dopo una veloce presentazione in uno stentato portoghese, mi accolgono 20 faccini spauriti, 2-3 anni. Sono alta, sconosciuta, grande! Ma inizio a cantare con la giovanissima maestra, ex allieva del centro, e il clima si rilassa. Poi si disegna, si aiuta coi compiti…e chi pensava di essere capace? ma sono in ballo, balliamo! Mi ci butto con l’anima e iniziano i sorrisi. Sorrisi di bambini che si sentono forse amati, accettati, al centro dell’attenzione di qualcun’altro…Bambini che non hanno ancora gli sguardi persi e rasseganti dei grandi, ma sono gli stessi bambini che portano sulla pelle i segni terribili della vita fuori dal Centro…”. E’ proprio lì, a Recife, dove dal venerdì 30 luglio al lunedì 2 agosto, si svolgerà la conclusione del progetto,
con la possibilità per tutti i giovani di immergersi nella cultura brasiliana. A conclusione, un evento finale con lo scopo di sensibilizzare le istituzioni locali e internazionali attraverso le proposte degli stessi giovani, futuri cittadini attivi ma presente concreto della nostra società. Il presente progetto GLOCALCITY è realizzato con il sostegno del programma “Gioventù in azione” della Commissione europea (altro…)
19 Apr 2010 | Chiesa, Cultura, Focolari nel Mondo, Nuove Generazioni, Sociale
Asia. “Siamo andati in un quartiere molto povero”, scrivono da Tagaytay i Giovani per un mondo unito delle Filippine. “E abbiamo camminato per più di un miglio prima di trovare la sorgente d’acqua che fornisce la zona. L’abbiamo pulita, perché era molto sporca e causa di molte malattie. Questo ci ha dato l’occasione di insegnare ai residenti come tenerla pulita e abbiamo stretto amicizia con molti giovani del posto”. A Karachi, in Pakistan, i giovani fanno spesso visita ad un Residence per malati mentali, “molti dei quali – scrivono i giovani pachistani – sono stati abbandonati dalle loro famiglie”. Per alcuni “è stata la prima volta che si trovavano faccia a faccia con questa ‘ferita’ della nostra società. Questo ci ha aperto gli occhi ed i nostri cuori e ci siamo chiesti: “E se ci fossi io qua al posto loro?”. Africa. A Luanda, in Angola, i giovani hanno scelto di “donare un po’ d’amore” ad alcuni bambini che prima vivevano per strada e ora sono stati accolti in un centro. Una realtà che svela presto storie di abusi e vessazioni. “Molti di loro – raccontano i giovani di Luanda – hanno problemi familiari gravi ed alcuni erano addirittura stati accusati di stregoneria e cacciati di casa, altri avevano subito abusi. Abbiamo iniziato immediatamente ad amarli concretamente: pulendo, lavando…. Abbiamo parlato loro della Regola d’Oro e li abbiamo invitati a metterla in pratica insieme a noi”. Sempre in Africa, a Yaoundé (Cameroon) i giovani hanno visitato nel primo giorno della settimana mondo Unito la Sezione Giovanile del Carcere della città, dove si trovano 250 ragazzi tra i 10 ed i 17 anni. Ci siamo presentati e abbiamo raccontato loro in cosa crediamo, poi abbiamo condiviso con loro quanto avevamo portato: patatine, panini, popcorn”. Nord Brasile. Le piogge torrenziali hanno fatto straripare i nostri fiumi, inondando le aree circostanti e causando perdite umane e materiali. I giovani si danno da fare. “In molte città – scrivono dal Brasile – abbiamo organizzato raccolte di cose di prima necessità, vestiti e medicine per portarle a chi era rimasto senza niente. Centinaia di giovani hanno collaborato con grande entusiasmo per mettere su una rete di solidarietà”. A Manaus, regione Amazzonica del Brasile, i giovani hanno organizzato un evento con 700 giovani all’interno della struttura “Fattorie della speranza” (per giovani che stanno lottando contro la tossicodipendenza). “E’ stato un momento molto speciale ed una occasione per mostrare a questi giovani che un mondo migliore esiste e che loro possono esserne parte”. A cura dei Giovani per un Mondo Unito (altro…)
21 Mag 2008 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Il sistema penitenziario brasiliano oggi desta curiosità e insieme suscita tristezza e ribellione. Ho iniziato a lavorare nelle prigioni come agente penitenziario, dopo un concorso pubblico. Nei primi mesi ho visto situazioni scioccanti, come un detenuto accoltellato e agonizzante, cose che ancora oggi succedono nelle prigioni. Dopo un po’ di tempo, sono andato a lavorare nel settore amministrativo. Fra i funzionari la maggioranza si limitava a lamentarsi, solo qualcuno collaborava per un’opera di reintegrazione sociale dentro il carcere. Mi sono rivolto a questi e abbiamo cominciato ad agire insieme. Alcuni dei miglioramenti che introducevo – che non rientravano nella quotidianità del carcere – venivano criticati, varie volte sono stato deriso. Questa è stata la prima barriera che ho superato. D’altro canto, ho sempre avuto la fortuna di trovare persone che credevano nel mio lavoro, e a loro sono molto grato. Anche se ora sono nel campo direttivo, l’esperienza che ho fatto insieme ai funzionari di base rimane molto importante per la mia formazione professionale. Ho ricevuto l’incarico di supervisore tecnico e direttore temporaneo del penitenziario di Sorocaba, vicino a San Paolo (con circa 1.300 detenuti). Lì, la maggior parte dei detenuti da rieducare dimostra interesse ad essere reintegrati e facilita il nostro lavoro rieducativo. Lungo la mia vita, ho raccolto valori importantissimi e mi sono accorto che il bene ci procura una qualità di vita imparagonabile, l’ho praticato, esercitato e vissuto, riconoscendo che tutti gli uomini sono uguali. Non ho una specifica religione, ma tutto quello che ha a che fare con il positivo e il bene, mi ha sempre attratto. Credere nell’essere umano, nella fraternità, mi ha aiutato molto in questo lavoro, come mi hanno aiutato le persone che ho incontrato. Una di esse è Claudiano, responsabile del settore di educazione del penitenziario; è sempre pronto ad aiutare, vuole rinnovare le strutture e riesce a coinvolgere profondamente i carcerati affinché acquistino nuovi valori, come il rispetto per l’altro. E’ stato lui ad organizzare al penitenziario la venuta del “Gen Rosso”, un complesso musicale del Movimento dei focolari che ho così conosciuto, ritrovando ideali comuni. Alcuni flash: ho cominciato a portare il mio skateboard al lavoro in modo che i carcerati potessero usarlo nel cortile, al sole. Un’altra volta mi sono recato per una conferenza in un penitenziario per adolescenti portando con me L., che ha raccontato la sua scelta di lasciare la criminalità e cambiare vita. Io ho raccontato la mia esperienza, di come ho scelto il bene e ho potuto far loro vedere i benefici che questo comporta. In quei ragazzi è nata l’idea che è possibile iniziare una altra vita, liberandosi dal crimine e dal male. Questa conferenza d’ora in poi farà parte di un progetto, in gemellaggio con il Ministero dell’Istruzione, per le scuole pubbliche, con la finalità di far vedere agli adolescenti come è vantaggioso evitare il male che la vita di strada presenta. Di recente abbiamo incominciato un’esperienza sociale che prevede che i carcerati aiutino diversi tipi di emarginati: bambini abbandonati, persone diversamente abili, malati, anziani, ecc… Nel penitenziario di Sorocaba continuiamo a lavorare per questi progetti, e proponiamo una nuova visione del carcere che mira a migliorare l’ambiente ed i rapporti. La mia vita si é trasformata, dal punto di vista umano e sociale.
21 Mag 2008 | Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Sociale
Da 15 anni sono dipendente comunale presso il comune di Vargem Grande Paulista, vicino a S. Paolo. Dal 2002 al 2004 sono stata direttrice tecnica e assessore municipale della Sanità. In quel periodo ho potuto conoscere meglio il Movimento dei Focolari e lavorare insieme in un programma per la salute della famiglia; abbiamo così costruito un centro sanitario in un quartiere chiamato Jardim Margarida, vicino al Centro Mariapoli nella Cittadella del Movimento dei focolari. Abbiamo un obiettivo comune: lavorare per tutta la comunità senza discriminazioni. Considero la salute un diritto di ogni cittadino e un dovere dello Stato, perciò non ho mai voluto uno studio privato. Oggi lavoro come medico di famiglia, seguo 938 famiglie per un totale di 3.502 persone: 2.130 adulti, 1.372 tra bambini e adolescenti. Il nostro lavoro ha come obiettivo quello di promuovere azioni concrete che cambino il tenore di vita molto basso a causa delle differenze sociali, dello scarso livello culturale, del basso potere di acquisto, della violenza domestica, dell’abuso di alcool e droghe come cocaina e crack. Convivo con due realtà distinte nella zona dove lavoro: la classe povera e la classe benestante, però la maggior parte dei miei pazienti sono della prima fascia. In questi due anni di lavoro con la comunità, alcuni indici sono migliorati: è diminuita la mortalità infantile, quella materna, e quella precoce dovuta a ischemia cerebrale. In sala di attesa si siedono insieme il proprietario di una tenuta e il suo custode. Questo atteggiamento diverso secondo me è la via migliore per costruire il dialogo e la pace. Da 25 anni mi adopero in questa professione che ho scelto perché credevo l’unica che mi permette di avvicinarmi a tutti gli esseri umani senza distinzione. A questa mia scelta ha contribuito l’influenza di due medici vissuti in periodi diversi: Albert Schweitzer, alsaziano, teologo protestante, che è diventato medico a 30 anni e nel 1913 è andato in Africa dove ha costruito un ospedale e Ernesto Guevara, il “Che”, argentino, che dopo aver conosciuto la realtà latino-americana, è diventato un rivoluzionario. Erano entrambi idealisti. Praticando la mia professione ho imparato che ogni giorno è una pagina bianca e che dobbiamo essere preparati a viverla con entusiasmo e amore…che abbiamo tutti dei limiti, che non siamo migliori di altri e un giorno moriremo tutti, giovani o vecchi. Ho imparato ad essere premurosa con quelli che vivono accanto a me, ad essere cauta nel criticarli e a vederli inseriti nel loro contesto. Cerco di non rattristarmi quando non vengo capita e di non pretendere da nessuno di essere ricambiata. Ho imparato che è dando che si riceve… Ho ricevuto e ricevo tanta gioia, tante vere soddisfazioni: niente di materiale, ma qualcosa che non ha prezzo e che mi aiuta ad essere una persona felice, allegra, fiduciosa e amante della pace. Sono non credente. (di Maria Virginia Rubin de Celis)
8 Lug 2007 | Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Per me essere libera significa anche avere il coraggio di andare controcorrente. In Brasile lavoravo in una TV locale, come giornalista politica. All’interno di questa TV si cercava di avere una audience alta per poi ottenere sovvenzioni da grandi multinazionali o da persone facoltose. Nel periodo delle elezioni molti dei candidati politici pagavano, perché dessimo notizie favorevoli a loro e al loro partito. Così molte volte succedeva che la nostra équipe di giornalisti aveva già il materiale pronto ma non ci era permesso di mandarlo in onda, perché non era favorevole a questo o quel “politico amico”. Per questo motivo sentivo che era limitata non solo la mia personale libertà, ma anche quella del pubblico, che era costretto a ricevere notizie tendenziose e parziali, anche se magari non proprio false. Quando ho deciso di parlarne con il mio capo lui mi ha derisa, dicendomi che ero un’ingenua. Qualche tempo dopo, il capo ha lasciato quel posto di lavoro per andare in una televisione più seria e importante e proprio perché conosceva i miei principi, mi ha chiesto di andare a lavorare con lui. Lo stipendio sarebbe stato più basso, ma avrei potuto lavorare secondo la mia coscienza, così ho accettato. Alle successive elezioni politiche ho cercato di fare il mio lavoro bene, pensando sempre che potevo in qualche modo aiutare le persone che seguivano le nostre notizie a farsi un’opinione il più possibile veritiera, per poter decidere liberamente a chi dare il proprio voto. (A. B. – Brasile) (altro…)