Jantar de Reis Solidário
No Porto dia 6 de janeiro ás 20h no centro de cultura e espiritualidade cristã para universitários. Em Cascais, para ajudar as comunidades da Síria, dia 7 de janeiro. Missa ás 18h seguida do jantar ás 19h30.
No Porto dia 6 de janeiro ás 20h no centro de cultura e espiritualidade cristã para universitários. Em Cascais, para ajudar as comunidades da Síria, dia 7 de janeiro. Missa ás 18h seguida do jantar ás 19h30.
«Così è la brama così è l’ira, esse nascono dal rajas, dalla passione dei sensi che tutto divora…» (Bhagavad Gita 3,37). È una delle citazioni fatte da Paramahamsa Svami Yogananda Ghiri, presidente onorario dell’Unione Induista italiana (UII), nel suo discorso di saluto alla 1° Conferenza cristiano-induista, che il 6 dicembre ha gremito l’aula magna dell’Università Gregoriana (Roma). Ad aprire i lavori il card. Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, promotore dell’evento, in collaborazione con l’UII, la Conferenza episcopale italiana, Religions for Peace e il Movimento dei Focolari. Il prelato, nell’esprimere la sua gioia per questo momento di dialogo, auspica fiducioso: «Con la nostra luce interiore che arde e illumina, saremo capaci di orientare ogni nostro passo sulla via della Pace». Cristianesimo ed induismo, religioni rappresentate in egual misura da 300 persone animate da un profondo desiderio di conoscenza e di comunione reciproche. Due emblemi campeggiano nell’aula: la Lampada e il Crocefisso, ambedue simboli di luce. “Luce di Pace” è, infatti, il titolo della giornata trascorsa nel dialogo e nella ricerca di costruire insieme la Pace. Significative le parole del vescovo Paul Gallagher, segretario per i rapporti del Vaticano con gli Stati che, dopo aver ricordato i molti conflitti presenti nel pianeta, si appella alla comunità internazionale per un «superamento della logica dell’individualismo, della competitività, del voler essere i primi» e chiede che al più presto si promuova “un’etica della solidarietà”.
Di grande interesse anche l’analisi del prof. Naso dell’Università La Sapienza (Roma). Egli, dopo aver riportato i tristi dati della conflittualità generata da motivi religiosi, ricorda i molti casi in cui sono proprio le comunità di fede a diventare mediatori di processi di pace (es. Irlanda del Nord, Sudafrica, Mozambico). Ciò fa sperare che «le religioni possano davvero giocare un ruolo costruttivo nelle situazioni di conflitto». Vivace e supportata da esperienze personali, la relazione della psicologa induista Sangita Dubey, sulle differenze culturali e sui costi psichici della migrazione dovuti alla diversa alimentazione, lingua, mentalità… Afferma, perciò, che occorre moltiplicare gli eventi interreligiosi, così da penetrare nelle tradizioni dell’altro, accogliendo le rispettive diversità. “La sconfitta del dialogo”, sottolinea Svamini Hamsananda Ghiri (UII) nel suo discorso sulla prospettiva induista, «è la paura, l’indifferenza, il fondamentalismo, il sospetto dell’altro»; per perseguire il bene comune occorre «vedere l’altro come fratello, perché generato da un Dio Padre». Paolo Trianni, dell’Ateneo di S. Anselmo, a cui è chiesto di esprimere la prospettiva cristiana, conclude: «Quando s’incontrano due civiltà millenarie, due spiritualità così profonde, non possono che discenderne grandi ricchezze». Due esperienze di dialogo hanno dato concretezza alle prospettive tracciate: fr. Cesare Bovinelli monaco di Camaldoli (Italia), ha ricordato la grande sintonia sui temi dell’ambiente negli incontri di Assisi; una giovane dei Focolari, Aileen Carneiro, dell’India, ha descritto le molteplici attività svolte nel suo Paese con giovani indù e cristiani. In particolare, la sinergia con il gruppo gandhiano Shanti Ashram di Coimbatore, da cui ha preso vita un progetto tendente a risolvere la povertà seguendo l’Economia di Comunione. Aileen ha spiegato che va privilegiato il dialogo della vita, mettendo in pratica la cosiddetta Regola d’Oro: «Fai agli altri tutto ciò che vorresti fosse fatto a te». La Conferenza si è conclusa con uno spazio culturale di poesie, canti e danze sacre indù, in cui l’arte è diventata ulteriore motivo di comunione, degna cornice alla lettura del Comunicato congiunto Anna Friso (altro…)
La Repubblica Democratica del Congo (RDC) attraversa una fase politica molto delicata, da quando, il 14 novembre scorso, si è dimesso il premier Augustin Matata Ponyo in seguito all’accordo siglato nell’ottobre scorso, che prolunga il mandato del presidente Joseph Kabila. Kabila avrebbe dovuto terminare il suo incarico il prossimo 19 dicembre, ma la sua coalizione e parte dell’opposizione hanno deciso che andrà avanti fino alle prossime elezioni, previste per l’aprile del 2018. In questo contesto incandescente, lo scorso 29 ottobre si è costituito il Movimento politico per l’Unità (MPPU) congolese, che s’ispira ai valori della spiritualità di Chiara Lubich. «In questo periodo la Chiesa, attraverso la Conferenza Episcopale, sta lavorando per evitare il caos nel Paese – raccontano Damien Kasereka e Aga Ghislaine Kahambu, responsabili locali del Movimento dei Focolari – . Il lancio del MPPU in questo momento è proprio una risposta ad un bisogno. Siamo felici di vedere che i membri del Movimento più impegnati in politica, soprattutto i giovani, sono convinti che le cose possono cambiare. Nonostante tutto non si perde la speranza». Lo scorso 3 dicembre, il MPPU si è presentato ufficialmente nella sala polivalente del centro medico Moyi Mwa Ntongo, a Kinshasa. Il giornale Le potentiel ha dedicato un lungo articolo all’evento, intitolato “Amore e fratellanza nella società: lancio di un movimento di coscientizzazione di massa”. «Lungi dall’essere un partito politico, il MPPU è piuttosto una rete di riflessione e di azione per promuovere la fratellanza nella vita politica congolese. I suoi iniziatori sono convinti che la fraternità universale sia il fondamento ed il motore essenziale per un cambiamento in positivo della società, soprattutto congolese, i cui anti-valori sono duri a morire», scrive il quotidiano. Tra i presenti, c’erano professori universitari e ricercatori, parlamentari nazionali e attori politici, giornalisti, avvocati, religiosi, medici, dottorandi, attivisti sociali ed esponenti di altre categorie socio-professionali. Durante l’incontro si è sottolineata l’opportunità e l’importanza del MPPU nella RDC, in quanto aiuta a “fare politica per l’unità”, di cui c’è tanto bisogno in questo momento difficile.
Il deputato nazionale Dieudonné Upira, uno degli iniziatori del MPPU nella RDC, ha affermato: «Vorremmo preparare una gioventù che non abbia paura come noi. Certamente, non abbiamo fatto molto per questo Paese. Forse non siamo stati formati: è questa la ragione della nostra paura. Per questo vogliamo formare dei giovani interessati a fare il bene, in grado di denunciare, annunciare e rinunciare. Dei giovani che, di fronte alla bipolarizzazione dello spazio politico congolese, possano dire: “Dobbiamo lavorare per la nostra Nazione”. Una gioventù formata può influenzare la società con il suo modo di comportarsi». E Georgine Madiko, ex deputato, anche lei tra gli iniziatori: «Comincieremo dei corsi universitari periodici, che ci permetteranno di formare i giovani attraverso dei moduli. Procederemo a tela di ragno per coprire, man mano, l’intero Paese e tutti i campi. Questa ragnatela ci servirà come sostegno, se non per sradicare, almeno per attenuare il male nella nostra società e promuovere il bene». Si comincerà con un primo gruppo di 50-60 persone. A conclusione, Aga Ghislaine Kahambu, ha ringraziato tutti: «La vostra presenza dimostra che desiderate che il nostro Paese cambi. Non occorre una folla per cambiare la società. Ogni individuo compie molti atti positivi. Ora, vogliamo che questi atti non rimangono più isolati». Gustavo Clariá (altro…)
https://vimeo.com/192246319 (altro…)
Per la prima volta ho assistito ad un concerto di musica classica in mezzo ad una battaglia. Ad Aleppo succede che in mezzo alla morte una voce di pace si alza in mezzo a tutte le altre che annunciano la guerra, per sollevare gli animi e dimenticare per qualche istante la morte e il freddo. È come un capitolo di una tragedia moderna che ricorda la mitologia greca. Con pochi mezzi, Padre Elias Janji con il coro Naregatsi e la pianista, hanno presentato brani di Verdi, Mozart, Vivaldi e Karl Orf, in una chiesa gremita, nonostante il freddo polare che invade Aleppo in questi giorni, elevando i nostri spiriti in un altro cielo. E pensare che non tanto distante da qui la tragedia continua con missili lanciati da Aleppo Est sulla parte Ovest, uccidendo bambini nelle scuole e persone innocenti, mentre nella parte Est della città continua l’attacco dell’esercito siriano. Migliaia di persone (si parla di 60.000 fino ad oggi) sono riuscite a scappare da Aleppo Est e a rifugiarsi nella zona Ovest. Raccontano di come molti sono stati presi in ostaggio e che ad altri, mentre scappavano, hanno sparato alle spalle uccidendone alcuni; altri ancora correvano in mezzo alle sparatorie portando la nonna o altri parenti anziani sulle spalle. La gente è contenta perché finalmente alcuni sono potuti tornare nelle loro case liberate in questi giorni mentre l’esercito ha preso possesso della stazione di pompaggio dell’acqua di tutta la città, anche se minata. Si prevede che in un mese, dopo che i tecnici avranno finito il loro lavoro, l’acqua tornerà in tutta la città. Così finirà un capitolo della tragedia ma sicuramente, penso, ce ne saranno altri.
Il 4 dicembre si ricorda Santa Barbara, la giovane ragazza martire dei primi secoli del cristianesimo trafitta con la spada dal padre perché, credendo in Gesù, non aveva accettato di adorare un altro Dio. Una grande festa per i cristiani d’Oriente per cui, nonostante la guerra, adulti e bambini si sono radunati per festeggiarla, mascherati e cantando la sua storia, una storia che – nonostante i secoli – è cambiata poco. Viene da domandarsi cos’è rimasto dell’uomo e della sua dignità? Cosa succederà adesso? Finirà la guerra ad Aleppo ridando tranquillità alla gente che ha tanto sofferto, anche se si ritroverà con una gran parte della città distrutta? La popolazione è stanca e vuole che il conflitto finisca, ma i gruppi armati non si danno per vinti e vogliono combattere fino in fondo. Nonostante l’appello dell’inviato speciale dell’ONU, Staffan De Mistura, a tutti i gruppi a lasciare la città e a risparmiare la vita della gente che, altrimenti, pagherà con un numero di vittime molto alto, secondo la logica della guerra! Ma come dimenticare che alla fine è l’Uomo che muore, poiché ciascuno, buono o cattivo è ad immagine di Dio, anche se questa è sepolta sotto mille vizi e cattiverie. Con il Natale che bussa alle porte, chiediamo allora che non sia solo ricordare un fatto passato con i soliti festeggiamenti, ma che l’arrivo del “Principe della Pace” cambi qualcosa nei cuori e nei gesti di noi tutti, e che diventino delle piccole pietre nella costruzione di un mondo migliore che tutti sogniamo. Da Aleppo, Pascal Bedros (altro…)