11 Apr 2011 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
L’emergenza umanitaria generata dal conflitto in Costa d’Avorio, con la presenza di migliaia di profughi e sfollati, vede impegnate nel Paese diverse organizzazioni non governative internazionali che, insieme alla Chiesa locale, si adoperano per offrire, a quanti più possibile, rifugio e assistenza. Nei pressi di Man, a 600 km ad ovest della capitale, sorge una cittadella del Movimento dei Focolari che vuol essere testimonianza stabile di una vita improntata all’amore evangelico e alla fratellanza. In che modo i suoi abitanti sono coinvolti in questo momento nella difficile situazione del Paese? Adriana Masotti lo ha chiesto a Vitoria Franciscati, responsabile della cittadella, da 20 anni in Costa d’Avorio. Siamo coinvolti in modo abbastanza diretto: attualmente Man è diventata una città di accoglienza, perché c’è un fronte ad 80 km da qui, sempre ad Ovest, dove la situazione non è semplice e da dove vengono e son venuti tanti e tanti rifugiati. Vengono, però, anche da giù, dalla capitale: da Abidjan. E noi siamo coinvolti, insieme a tutte le altre forze della diocesi, della città, ad accogliere il più possibile questi rifugiati. Nella Cittadella abbiamo un dispensario, un ambulatorio medico e un centro di lotta alla malnutrizione. E’ aumentato molto il numero degli ammalati e dei bambini lasciati abbandonati molto piccoli, a volte con un nonno o una nonna che non sanno come fare. Quindi, tutto questo lavoro è davvero moltiplicato e va avanti. Siamo anche un punto di riferimento per gli organismi umanitari, che arrivano per lavorare nella regione contro la fame: Medici senza frontiere, Croce Rossa e così via. Nella città manca l’acqua e vengono quindi a prenderla nel nostro pozzo. Spesso manca la corrente e noi abbiamo un generatore che funziona per qualche ora della giornata e che mettiamo a disposizione. C’è, dunque, tanta collaborazione con tutti. Voi siete lontani dalla capitale, ma ci sono alcuni appartenenti alla comunità dei Focolari che vivono proprio ad Abidjan e vicino alla residenza stessa di Gbagbo, che in questo momento, è presa in questi scontri. Qual è la loro esperienza in questi giorni?Laggiù abbiamo dei nostri in tutti i quartieri della città, ma più precisamente nel quartiere accanto alla casa del presidente uscente. Siamo in contatto con loro più volte al giorno e sono decisi e veramente impegnati a vivere e diffondere la vita del Vangelo, ad essere costruttori di pace attraverso la vita dell’amore, perché è l’unica forza capace di disarmare i cuori, che è la cosa più difficile e la cosa più necessaria. Nel Paese si sono formati due blocchi contrapposti, una contrapposizione che c’è anche nelle stesse famiglie. Come vivono questa divisione? Certo, è proprio lì il punto: cominciare da casa, in famiglia. Alcuni ragazzi dicono: “Io non conosco più mio padre, non lo riconosco”, perché la divisione entra, è qualcosa che penetra profondamente. Prima non era così. Gli ivoriani, però, sono anche molto sensibili e sono pronti a cambiare e non sono poi così duri. Quindi, bisogna credere nella loro capacità, essendo un popolo capace di accoglienza, abituato alla convivenza etnica e tra le religioni. Non ci sono mai stati problemi! Allora, qual è il contributo principale che voi sentite di voler dare e vi impegnate a dare alla società ivoriana? Proprio quello della fraternità. La “regola d’oro”: fare agli altri quello che vorreste fosse fatto a voi. È il contributo specifico. Che si concretizza nel quotidiano, cercando ognuno di vivere l’amore verso l’altro, anche se diverso… Sì, proprio così nell’accogliere l’altro che è diverso da me, che pensa diversamente da me. Ed io credo che verranno fuori, dovranno venire fuori, sistemi politici dalle culture, dalle radici culturali africane. E’ però molto importante la preghiera, in questo momento, perché ora i cuori sono diventati duri e allora ci vuole proprio una grazia di Dio. Fonte: Radio Vaticana – Radio Giornale del 10/04/2011 (altro…)
10 Apr 2011 | Centro internazionale, Focolari nel Mondo, Nuove Generazioni
Quando si arriva a Chicago dalla East Coast ci si accorge subito di essere in un altro mondo. La città si stende lungo l’immenso lago Michigan per 50 chilometri, e la panoramica – anche la sera quando atterriamo all’aeroporto Midway nel centro della città – è impressionante con i grattacieli che si stagliano sullo sfondo, moderni ed illuminati. Venti superano i 200 metri d’altezza e 240 arrivano ai 100. Anche qui la popolazione è multietnica, ma diversa da New York e Washington. Colpisce, per esempio, sapere che Chicago, la terza città degli USA con quasi tre milioni di abitanti – arriva a 9 con tutti i sobborghi – è la seconda città polacca del mondo (tanti sono gli emigranti dal Paese europeo) ed ha notevoli gruppi di origine greca e italiana. Le diverse comunità per decenni e, a volte per un secolo, hanno mantenuto identità ben stagliate con quartieri tipici della loro provenienza. Negli ultimi decenni con le nuove generazioni si nota una maggiore integrazione. Alcuni quartieri hanno problemi non indifferenti di ordine pubblico. Spesso si consiglia di non attraversare una certa strada se non si vuole incappare in imprevisti spiacevoli. Ma, qui nell’Illinois e in tutto il Mid-West i valori religiosi e tradizionali sono ancora importanti e le famiglie ci tengono a trasmetterli ai figli. I Focolari sono arrivati a Chicago poco dopo l’apertura negli USA, cinquant’anni fa. Nella zona di Hyde Park fin dal 1966 c’è un Centro Mariapoli alloggiato in una grande mansion – casa in tipico stile americano del XIX secolo – che la diocesi ha messo a disposizione dei Focolari. Accanto, in una casa altrettanto bella, ha sede la comunità femminile. La zona, da due anni, è oggetto di controlli stretti e severi. In fondo alla stessa strada, infatti, abitava Obama, che la prossima settimana, ci dicono, sarà qui. Il focolare maschile a venti minuti di auto – traffico permettendo – si trova in uno dei sobborghi, Berwyn. A poca distanza si trova il River Side North, un’altra cittadina con una sua municipalità ed un suo sindaco. Qui Carol, una volontaria che ha conosciuto il Movimento ancora negli anni ’60, ha dato vita ad un’esperienza coinvolgente. Con un figlio portatore di gravi patologie, Carol, resa particolarmente sensibile alle problematiche legate alla sofferenza, si è guardata attorno ed ha costruito ponti con decine di persone che soffrivano per vari motivi nel suo vicinato. Progressivamente si è creato un vero movimento della cura reciproca, che ha scatenato una rivoluzione sociale, animata da quelli che ormai tutti chiamano l’esercito degli angeli, e sostenuta dall’amministrazione locale. Un vero modello sostenibile di cura reciproca soprattutto nell’ambito di persone vulnerabili sia a livello fisico che morale. Dall’esperienza è nata una vera arte della cura e della premura verso chi soffre. Altre amministrazioni hanno contattato quella di River Side North per una collaborazione alla soluzione di problemi che paiono insormontabili. Anche il Presidente delle Bahamas, venuto a conoscenza dell’esperienza, ha chiesto un contributo per applicare la stessa metodologia all’interno del suo Paese.
Sabato pomeriggio, proprio nella palestra all’interno della sede dell’amministrazione municipale di River Side North, i giovani dei Focolari hanno organizzato un incontro per giovani. Hanno invitato amici e non solo, usando contatti personali, internet e face book. Difficile per tutti loro prevedere quanti sarebbero arrivati. Alla fine il palazzetto era pieno, circa trecento giovani provenienti anche da altri stati vicini. Il programma era coraggioso: una presentazione della vita di Chiara Luce Badano, accompagnata da alcune esperienze dei giovani del Movimento vissute oggi, nei contesti dell’università e del lavoro. Una ragazza, ballerina, è venuta dall’Ohio per l’occasione ed ha offerto un delicatissimo pezzo di danza. Un’altra ha composto una canzone su Chiara Luce e la sua santità.
Proprio da questo ha preso spunto Maria Voce che, salita sul palco per salutare i giovani, ha sottolineato che Dio ancora oggi si rivolge a ciascuno invitando alla santità, e lo fa attraverso persone come Chiara Luce che sottolineano come ci si possa far santi con l’aiuto di altri: la famiglia e gli amici che vivono per gli stessi ideali. La presidente dei Focolari ha concluso con un appello senza mezzi termini: «Vuoi farti santo? Se vuoi perché non lo fai?». La risposta è stata un’ovazione, segno che ha colpito nel segno. Anche oggi c’è voglia di santità nel Mid-West degli USA, come in tutto il mondo.
Roberto Catalano
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8 Apr 2011 | Centro internazionale, Focolari nel Mondo
«Gli Americani vedono davanti a loro sempre una nuova frontiera da superare. Per questo sono arrivati fin sulla Luna. Non volete arrivare all’unità?» Così Maria Voce ha concluso il suo saluto alla comunità dei Focolari di Washinghton, presso la Catholic University of America dove si sono radunati, nella serata del 7 aprile, circa trecento persone per salutare la Presidente dei Focolari, fermatasi nella capitale statunitense per due giorni arricchiti, soprattutto, dall’incontro con la storia del Paese.

©CSC
La serata ha presentato uno spaccato fantasmagorico di razze, culture, gruppi etnici e colori, vera immagine di questa città, capitale degli USA, ma, soprattutto, sede di momenti che hanno fatto la storia dell’America e del mondo. Basta pensare alla Dichiarazione d’Indipendenza, ai discorsi di Abramo Lincoln e a quelli più vicini a noi, che molti ricordano, di Martin Luther King e John F.Kennedy: ‘I have a dream’ e ‘la nuova frontiera’. Maria Voce con Giancarlo Faletti aveva visitato in mattinata i punti storici della capitale, cogliendo i valori che hanno costruito questo popolo fatto di popoli: la semplicità, la concretezza, l’umiltà, la capacità di perdonare, l’apertura alla novità, l’ottimismo, la possibilità di fare sempre qualcosa anche quando le porte si chiudono. «Sono tutti doni straordinari – ha sottolineato Maria Voce – contributi dei molti popoli, venuti in queste terre a cercare un benessere che non avevano nei loro Paesi, magari a cercare l’oro in Colorado, ma soprattutto in cerca della libertà.» E la libertà in America si vive nell’aria che si respira e nel profondo del cuore di ognuno che ha scelto di vivere nel ‘nuovo mondo’. «Avete raggiunto il sogno della libertà. Forse però si può fare qualcosa per l’unità che pure avete raggiunto, in un certo senso, perché siete molti popoli uniti» – ha continuato la presidente del Movimento. Dai contatti avuti in questi giorni, però, confessa di aver percepito il rammarico di tanti per vivere in un ambiente troppo individualista. Maria Voce dice di aver colto nella musica – e la cosa sorprende molti in sala – l’anima americana. Gli spirituals, il jazz, il rock e il rap esprimono, con una sincerità più forte delle parole, l’anelito profondo di unità di questo popolo. «Qui la spiritualità dell’unità può fare qualcosa per realizzare il vostro sogno. […] Dio ha mandato anche qui il carisma dell’unità. E’ un dono che non può lasciarmi indifferente se l’ho ricevuto». 
©CSC
Tutta la serata aveva mostrato come i presenti, nelle loro diversità etniche e religiose, provenissero da tutti gli angoli del mondo: Europa, Asia, Medio Oriente, Africa. Coloratissima la presenza di una trentina di camerunesi Bangwa, con la Mafua Cristina, in questi giorni negli USA. Preziosa quella di un gruppo di musulmani afro-americani, guidati dall’imam Talib Sharif che ricorda come, nel 2000, quando Chiara Lubich lanciò l’operazione Washington fra i Focolari e gli afro-americani di religione musulmana, prestava servizio militare. L’incontro lo coinvolse profondamente al punto che, uscendo per andare alla stazione e tornare in caserma, si trovò a cercare con lo sguardo la gente del Focolare. Non la trovava, ma sapeva di aver costruito qualcosa che sarebbe continuato nel rapporto che Chiara e l’Imam W.D.Mohammed avevano stabilito e coltivato. Stasera ha testimoniato con altri fratelli e sorelle musulmani afro-americani che quel rapporto si è rafforzato ed è cresciuto nel tempo. Uno sguardo alla sala, alla conclusione delle due ore d’incontro, fa capire come qui alla Catholic University of America si sia sperimentato quanto può essere vero il sogno espresso dal sigillo dei documenti del governo degli USA: E pluribus unum, da molti uno. «Non significa essere tutti uguali, ma uniti» ha precisato Maria Voce. Dall’inviato Roberto Catalano
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3 Apr 2011 | Focolari nel Mondo
Alla fine sembrava di essere a Broadway, alla conclusione di un musical. Camice nere per uomini e donne, sciarpette gialle o azzurre per le ragazze, danze e una sequenza di canzoni note che raccontavano gioie e ansie, dolori e sogni del popolo statunitense. Il prolungato applauso esprimeva gioia e riconoscenza per «una giornata indimenticabile per tutto il Nord America», come è stato commentato dai presentatori e che ha richiesto mezzo secolo di preparazione. L’appuntamento, svoltosi a 150 chilometri a nord di New York, ha celebrato infatti i 50 anni dell’arrivo del Movimento dei focolari nel Nord America, dove sono convenute 1.300 persone in rappresentanza delle tante comunità diffuse in Canada, Stati Uniti e Caraibi. A condividere la festa anche ebrei e afroamericani musulmani. «È un Paese adatto alla spiritualità del Movimento – affermò Chiara Lubich , quando nel 1964 arrivò negli Usa –, c’è un vero senso dell’internazionalità». Era la sua prima visita. Ne seguirono altre sei, a sottolineare l’importanza strategica che attribuiva a questa parte del continente. Ogni volta che è venuta la fondatrice ha aperto strade nuove, dal dialogo con gli afroamericani musulmani (prima donna a parlare nella moschea Malcom X) alla collaborazione con attori, registi e sceneggiatori di Hollywood.
E dire che non sembrava pronto il tempo per sbarcare nel Nuovo Mondo. La storia andò così. Julia Conley, di Detroit, tornata negli Stati Uniti dopo la Mariapoli di Friburgo del 1960, scrisse a Chiara Lubich e a don Foresi di mandare qualcuno in Usa, che lei avrebbe ospitato. La lettera non produsse effetti, ma la signora (da autentica statunitense) non si perse d’animo e scrisse di nuovo, inviando questa volta anche il denaro per due biglietti aerei. Chiara allora disse: «Questo è un segno di Dio». E mandò Silvana Veronesi, una delle compagne della prima ora, e Giovanna Vernuccio. Nel 1961, a New York torna Giovanna (Giò), con Serenella Silvi (presente in sala e festeggiata) e Antonio Petrilli, che daranno vita ai due focolari. Giocando con gli app – le applicazioni sui telefonini di recente generazione –, i giovani hanno fatto compiere alla sala il giro del Nord America, presentando con foto e racconti in diretta e in video vita e iniziative nei diversi Stati. Potevano mancare gli effetti speciali? Ed ecco che le comunità della Costa Ovest, quella del Pacifico, dove si trova Hollywood, hanno pensato bene di iniziare affidandosi a una sigla, quella d’apertura dei film della Twenty Century Fox, con i riflettori che scrutano il cielo – ricorderete – e l’inconfondibile musichetta, sostituendo al nome della casa produttrice quello di West Coast Focolare.
Ma il momento culmine doveva ancora venire. Ed ecco salire sul palco Maria Voce e Giancarlo Faletti per un dialogo con i presenti. Settanta minuti di conversazione, rispondendo a undici domande, che hanno toccato temi centrali, dalla paura del dolore e della morte al rapporto tra Vangelo e livelli di benessere, dagli abusi sessuali nella Chiesa Usa al rapporto con i mass media. «Lasciatemi pensare a quelle due ragazze che avevano davanti questa vasta nazione – ha confidato la presidente – e vedere oggi, dopo 50 anni, quanto è cresciuta la famiglia che voi rappresentate». Un attimo di pausa e poi la consegna per ciascuno: «Ecco il mandato di Chiara, quello di essere una Silvana, una Giovanna, che torna nella propria città con la loro stessa ansia di testimoniare il carisma dell’unità». Maria Voce è rimasta colpita dalla semplicità, genuinità e generosità di questo popolo, ma mette adesso in luce l’ottimismo, che in qualsiasi situazione aiuta sempre a trovare un rimedio. E lancia spontaneamente una frase che suona come uno slogan: «Dopo questi 50 anni, c’è ancora qualcosa che si può fare, e noi lo faremo!» Benedetto XVI, nel saluto augurale, aveva sottolineato che «coscienti della marcata dimensione multiculturale del Focolare in Nord America, prega anche perché i legami intessuti con membri delle altre comunità religiose portino frutti abbondanti per il progresso della comprensione reciproca e della solidarietà’ spirituale al servizio dell’intera famiglia umana». Dall’inviato Paolo Lòriga [nggallery id=25]
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2 Apr 2011 | Centro internazionale, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Nuove Generazioni
Da vicino è un’altra faccenda. Infatti, li avevano visti più volte in videoregistrazioni, conoscevano il timbro della loro voce, sapevano della loro semplicità, ma erano pur sempre la presidente e il co-presidente di uno dei movimenti ecclesiali mondiali più numerosi e certamente il più diffuso geograficamente. Dunque era comprensibile – come ha rivelato a metà programma una giovane coordinatrice – che tra i 130 gen statunitensi (i giovani più impegnati della compagine focolarina) l’ansia fosse ai livelli di guardia. Ma poi tutto è scomparso poco dopo l’inizio dell’atteso appuntamento, svoltosi nella cittadella Luminosa (imbiancata da una leggera nevicata), a due ore di auto a nord di New York. «Con la vostra immediatezza ci avete messi a nostro agio e stiamo davvero bene con voi», ha spiegato la ragazza rivolgendosi a Maria Voce e Giancarlo Faletti. Si trattava della prima volta per gli uni e per gli altri e la sintonia è scoccata sin dal primo momento. Tanto che i due ospiti speciali hanno detto all’unisono che immaginavano dal Cielo la fondatrice Chiara Lubich guardare con gioia quei volti giovanili.
Due ore effervescenti, con musica e immagini, confidenze e domande. Due ore lievi ed intense, in cui i giovani hanno messo al corrente della condizione (e dei disagi) della loro età nell’attuale società Usa e delle difficoltà a parlare di Dio e della Chiesa ai coetanei. Particolarmente condizionanti le elevate tasse universitarie (da 10 a 60 mila dollari annui) e la polarizzazione della politica tra democratici e repubblicani. Allo stesso tempo desideravano ricevere pareri e indicazioni, frutto del carisma dell’unità.
«Siete figli di Chiara, ricchi della sua eredità e consapevoli di portarla a tutti: più la si divide, più aumenta. Siete giovani e forti, e la gente, anche se non lo sa, sta aspettando di essere coinvolta nel progetto di unità del mondo», ha detto Maria Voce. «Non perdete il tesoro di Gesù – ha successivamente indicato –. Lui vivo, vero e risorto, vuole essere tra voi e con voi camminare nelle strade della vostre città per annunciare, sanare, consolare». E proprio in questa prospettiva Giancarlo Faletti ha sottolineato il legame vitale con la Parola e l’Eucaristia: «Gesù è di una potenza incredibile ed è vicino alle vostre speranze».
Insomma, il cuore del sogno americano (chiunque ce la può fare) trova una sua alta prospettiva nel mandato spirituale appena ricevuto. Un compito impegnativo, che stimola ed esalta questi giovani dai tratti somatici molto differenziati. Provare a diventare il numero uno è esaltante, ma quante responsabilità vi sono collegate! Cosicché una ragazza di San Antonio dice diretta, rivolgendosi a Maria Voce: «Grazie di aver accettato di essere presidente». Dall’inviato Paolo Lòriga [nggallery id=24]
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