12 Mar 2014 | Cultura, Focolari nel Mondo, Nuove Generazioni
«La nostra terra devastata da 20 anni di guerre civili, bambini soldato, violenza, sfruttamento delle risorse naturali; nessuna politica ‘proattiva’… e noi? Giovani che non abbiamo mai conosciuto la pace, possiamo rispondere a questa sfida? E i nostri amici, genitori, autorità regionali… saranno disposti a seguirci in questa folle avventura?». Da questa domanda nasce l’idea di un gruppo di giovani congolesi di realizzare un festival, per portare – attraverso il linguaggio dell’arte – un messaggio che giungesse anche ai vertici internazionali. Una petizione è stata inviata anche al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. «La nostra terra è fertile , l’acqua è abbondante, il nostro sottosuolo è un dono di Dio: il Nord del Kivu dovrebbe essere un paradiso. Noi, i giovani, vogliamo partecipare a costruirlo». Dichiarata la mission, e con due anni di preparazione, si è svolto così a Goma (Repubblica Democratica del Congo) dal 14 al 16 febbraio il Festival “Amani” che in swahili significa pace. Davanti ai politici, ai rappresentanti internazionali, ai caschi blu dell’ONU e alle 25mila persone passate da lì, i protagonisti hanno lanciato il loro messaggio, cantando la loro sofferenza e la loro speranza. I giovani del Movimento dei Focolari sono stati tra i promotori e animatori di questo evento. Belamy Paluku, della band “GenFuoco” di Goma, incaricato della gestione dei contributi artistici, racconta: «Il festival è stato la realizzazione di un grande sogno: riunire tante persone e annunciare insieme un messaggio di unità, essendo portavoce delle persone meno considerate nella nostra società. Inoltre gli artisti non solo hanno offerto il loro punto di vista, ma provenendo da Paesi in conflitto tra loro, dallo stesso palco hanno dato una forte testimonianza. Spero che sia l’inizio di una nuova tappa». La preparazione del Festival è stata molto partecipata, davanti e dietro le quinte: c’era chi sfornava “gallette e gouffres”, chi serviva da mangiare, chi distribuiva le bibite, «e tutto questo senza misurare le forze, dando a tutti un sorriso di amicizia» racconta Jean Claude Wenga, responsabile della comunicazione del Festival. «Volevo capire come va avanti la cultura all’estero e come si possono sviluppare i rapporti in questo scambio tra culture – spiega Aurelie, una giovane dei Focolari – per questo ho voluto partecipare». Anche gli adulti non sono rimasti indifferenti: André Katoto, un padre di famiglia della regione del Kivu, afferma: «Amani vuol dire pace. Con questa festa abbiamo voluto celebrarla nella nostra regione». (altro…)
11 Gen 2014 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Nuove Generazioni
«Non è facile raccontarvi quello che stiamo vivendo nella mia regione, in Congo, dove un conflitto permanente sconvolge il Paese. Ho conosciuto l’Ideale dell’unità quando ero ancora una gen3 ed ero felice di far parte di una comunità che viveva il Vangelo. Poi, crescendo, quando sono entrata all’università ho incontrato un altro mondo. Ho visto persone arrivare ad ammazzarsi a causa delle differenze tribali ed etniche. Corruzione, frodi, menzogna e tanti altri mali sono il tessuto della vita quotidiana. Quando ho preso il diploma, ho trovato lavoro in un’ organizzazione non governativa che opera per i diritti delle donne congolesi e, in particolare, per quante hanno subito abusi sessuali. Per questo ho girato in tante regioni. Mi sono trovata davanti alla miseria di tanta gente, anche se il Congo è un Paese bellissimo e ricco di importanti risorse naturali. Vedevo crescere un clima generale di rassegnazione. Si sentiva dire: «Questo Paese è già morto, non vale la pena occuparsene…». Verso l’inizio del 2012, qualcosa di nuovo si è acceso dentro di me. Ho letto un testo di Chiara Lubich in cui ci invitava a non accontentarci delle piccole gioie, e a puntare in alto. Ho capito che, per me, voleva dire lavorare per il cambiamento del mio Paese. Così abbiamo fatto nascere un movimento di mobilitazione giovanile in città e abbiamo iniziato a diffondere informazione, le nostre analisi e riflesioni sulla situazione, progetti per reagire insieme. Abbiamo denunciato la mancanza di lavoro per tanti giovani, con una disoccupazione giovanile altissima. Poi, mentre si avvicinava l’anniversario dell’indipendenza del Congo (1960), abbiamo stampato dei volantini denunciando i problemi del presente: la crisi della giustizia, la gravissima disoccupazione e il paradosso tra le grandi risorse del Paese e la povertà della maggioranza. La sera della vigilia, mentre stavamo ancora distribuendo i volantini, sono stata arrestata per una settimana. Per non lasciarmi da sola, si sono fatti arrestare con me altri due giovani e, dopo qualche giorno, altri due. Ho subito decine di interrogatori. Sentivo che la minaccia di morte o di condanna si avvicinava ogni giorno di più. Ciò che mi ha sostenuto anche in quei momenti terribili, è stata l’unità che mi legava alle gen della mia città e ai giovani che mi sostenevano con la loro solidarietà. Una gen si avvicinava ogni giorno al luogo dove mi trovavo e mi gridava il sostegno di tutti. E poi, pensando che Gesù, anche sulla croce, non aveva smesso di essere Amore, ho continuato ad amare concretamente, preparando il cibo per gli altri detenuti e anche per le guardie. Con tanti giovani impegnati in questo movimento condivido la Parola di vita. La cosa più importante che ho capito è che per realizzare un vero cambiamento, la forza viene dall’amore. Agire con amore, senza violenza, significa agire a fianco di Dio. Cosa vogliamo? Il nostro scopo non è opporci ad un gruppo politico, ma lottare per costruire il Congo dei cittadini, consci dei loro diritti e dei propri doveri per sostenere nuovi leader che agiscano per la giustizia. E quali sono i risultati? Oggi il movimento esiste, è conosciuto nella nostra regione e in altri punti del Paese; abbiamo condotto più di 50 azioni e ottenuto alcune risposte concrete. E siamo ancora vivi, nonostante le minacce e tentativi di strumentalizzazione. Nella nostra città siamo il primo gruppo di giovani che, rispettando le leggi del Paese, osano denunciare, sostenere, prendere posizione su tanti problemi, anche gravi, come quello delle sanzioni contro militari implicati in crimini ed estorsioni. Sono convinta che sta crescendo una generazione sempre più numerosa di congolesi che riprende fiducia e si impegna per il Paese». (M.M. – Congo) (altro…)
18 Dic 2013 | Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Nuove Generazioni, Spiritualità

Clip integrale della canzone – http://www.youtube.com/watch?v=ymXHLfOal4U
Belamy Paluku è originario di Goma, ma si trova in Belgio per tre mesi. Nel suo Paese, il Congo, fa parte del gruppo Gen Fuoco, una band il cui messaggio si ispira alla spiritualità dell’unità, ed è responsabile del “Foyer culturel”, un centro culturale della sua città. Grazie alle sue doti musicali, il Centro Wallonie-Bruxelles gli ha offerto una borsa di studio per approfondire il canto a Verviers, in Belgio. Belamy è autore di canzoni, in cui mette in luce la ricerca della pace, del dialogo, il valore della sofferenza. La canzone più conosciuta si chiama “Nos couleurs et nos saveurs”, ed è un invito a apprezzare i colori diversi e i gusti diversi dei diversi popoli, perché “un mondo con un solo colore e con un unico cibo sarebbe molto povero”. Nel video che proponiamo, un’intervista al giovane musicista congolese e ad una giovane belga. Belamy, tu vieni da Goma, in Congo. In questo momento ti trovi in Belgio, nell’ambito di uno scambio interculturale, per specializzarti come musicista. Come ti senti in un mondo così diverso? «Scopro tante persone di origini diverse e mi accorgo che ognuno ha sempre qualcosa da dare e da ricevere dagli altri. La diversità della cultura e della lingua non possono impedirci di vivere insieme e comunicare». E per te Elisabeth, che sei nata in Belgio, cosa rappresenta per te questa accoglienza di persone venute da tutto il mondo? 
Intervista a Belamy Paluku
«È vero che in Europa, e in particolare qui a Bruxelles, c’è una ricchezza immensa di nazionalità e culture diverse. Personalmente ho conosciuto ragazzi del Movimento dei Focolari della Siria, della Slovacchia, dell’Italia, ecc. E quello che mi ha sempre aiutato è stata anche l’arte di amare che concretamente ti fa fare il passo verso l’altro. Però penso che vivere gli uni accanto agli altri non basta, che possiamo fare un passo in più. La sfida per noi europei, che forse siamo piuttosto riservati, è proprio andare incontro all’altro e costruire dei ponti finché saremo tutti una famiglia sola, finché ci riconosceremo veramente tutti fratelli». Belamy, è a partire da questo scambio di ricchezze che hai scritto una canzone? «Vengo da una regione dove c’è sempre il pericolo che la guerra tra le etnie si scateni. Questo scambio di ricchezze umane e culturali mi sembra una strada da seguire verso la realizzazione di un mondo di condivisione e tolleranza. Sono partito dalle nostre differenze per gridare al mondo che rimanendo insieme, uniti, potremo svelare il “puzzle” dell’umanità». Belamy Paluku è su facebook come Belamusik (il centro culturale di Goma) (altro…)
2 Nov 2013 | Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Nuove Generazioni, Senza categoria
Cantare la speranza ed il desiderio vivo nelle nuove generazioni di rimboccarsi le maniche per costruire il futuro, senza scendere a compromessi con i propri ideali di vita: è il pentagramma di MariTè, giovane cantante soul e afro-pop, chitarrista autodidatta italiana di genitori congolesi, vincitrice per la sezione musicale dell’edizione 2013 del premio La Bella e La Voce, assegnato a Saint Vincent. In un’intervista per Africa News risponde ad alcune domande: MariTè, puoi dirci qualcosa della tua musica? Il trio di cui faccio parte predilige un misto tra soul e musiche africane, direi Afro-Soul. Ora mi sto avvicinando al Gospel, infatti dirigo un coro di 30 elementi vocali, ed ho ripreso una mia vecchia passione il Rhythm and blues, ma sempre con influenze africane. C’è qualcosa che ispira particolarmente la tua arte? Traggo ispirazioni da tutto ciò che mi circonda. Sono una cantautrice e i miei testi esprimono, infatti, cose che vivo. Ma traggo ispirazione anche dalla vita quotidiana: un fatto di cronaca che magari mi ha colpito in modo particolare, l’incontro con una persona, ecc. Quali sono gli ostacoli che incontri più spesso nella tua carriera da musicista? Essendo donna non è sempre facile. Si può avere la possibilità di poter fare lavori importanti, di grande visibilità, ma in cambio di qualcosa. Rifiutare per seguire quelli che sono i miei valori è una grande sfida. A volte fa male, ma credo che possa essere anche un punto di forza: dimostrare che è possibile cantare, suonare e ballare, senza scendere a compromomessi.
Qual è il tuo messaggio ai giovani della seconda generazione, cioè nati in Italia da genitori immigrati? Credo profondamente che le seconde generazioni siano dei ponti tra il loro paese d’origine e quello di nascita. È importante formarsi, studiare, per poter diventare un valido contributo ai nostri paesi d’origine e, allo stesso tempo, aiutare il paese di nascita ad aprirsi sempre di più alle seconde generazioni, che sono parte integrante, viva e pulsante del paese. Quando penso a me ed al fatto che faccio parte anch’io delle seconde generazioni, sono molto fiera. Amo i miei due paesi, e sono felice ed onorata di poter essere porta bandiera delle due culture. E ne aggiungiamo un’altra: Vivere la spiritualità dell’unità influisce sul tuo modo di concepire l’arte e di esprimerla? Conosco Chiara Lubich e il Movimento dei Focolari da quando ero bambina. Quando avevo 20 anni ho partecipato ad un congresso per gli artisti a Castel Gandolfo che per me è stato illuminante. Ho scritto a Chiara per ringraziarla, perché sentivo di aver capito la mia “missione”. La musica, la mia voce, sono un dono che Dio mi ha dato e che voglio mettere a disposizione per portare messaggi di unità. Io canto forte alla speranza che sembra, oggi, nascosta dalla superficialità. I giovani non dobbiamo e non possiamo abbatterci; siamo noi che creiamo il nostro futuro. E per farlo migliore dobbiamo rimboccarci le maniche. Guarda il video http://www.youtube.com/watch?v=ooCiwDvV2ss (altro…)
12 Giu 2013 | Cultura, Focolari nel Mondo, Spiritualità
«Sono medico, specialista in malattie infettive, e sono in contatto con i pazienti sieropositivi e malati di AIDS da circa 30 anni. Sono il referente per questa patologia nell’ospedale dove lavoro a Kinshasa (Congo). Cerco di partecipare alla trasformazione della società nella quale vivo. Creare una società nella quale l’uomo sia al centro dei membri della comunità è stato così uno degli obiettivi della mia vita. Ho deciso di fare il medico per mettermi al servizio dei miei fratelli. Mi sono trovato, così, ad affrontare una grande sfida: condizioni di lavoro sempre più degradanti e stipendi insignificanti, che non aiutavano i medici ad acquisire una coscienza professionale e all’onestà. Per sopravvivere, bisognava lavorare in organismi internazionali o in cliniche private. Molti miei colleghi sono emigrati in Europa e negli Stati Uniti. Anch’io sono stato tentato ad emigrare ma, dopo aver riflettuto con mia moglie, abbiamo deciso di restare nel Paese accettando la situazione: malati poveri, condizioni difficili di lavoro, mancanza di materiale e a volte tentativi di corruzione. All’inizio temevamo di essere contagiati dal virus per le scarse condizioni igieniche; e le strutture sanitarie carenti non ci davano alcuna garanzia. In quel periodo il nostro Paese era in piena crisi socio-economica e politica. Non ricevevamo più aiuti dalla cooperazione internazionale. Poi è scoppiata la guerra con il carico di drammi che ogni conflitto porta con sé. Avevamo grandi difficoltà a curare i malati di AIDS, ma abbiamo continuato ed è stata davvero l’occasione di vivere concretamente l’amore. La nostra azione si è focalizzata su alcune attività dirette alla cura dell’AIDS e alla prevenzione. Per la cura dei malati, con l’aiuto dell’ associazione Azione per un Mondo Unito (AMU) è stato possibile costruire una struttura sanitaria completa di laboratorio di analisi. Inoltre, è stato avviato un programma di cura a base di farmaci specifici, finalmente disponibili anche in Africa e garantiti a tutti, anche ai più poveri. Tutto ciò è stato il frutto di recenti scelte da parte dell’ONU nelle strategie di lotta contro l’AIDS. Per la prevenzione, è stata avviata in maniera sistematica la formazione di educatori con il compito di intervenire sul piano psicologico, sociologico e morale presso i giovani e le famiglie, al fine di operare nella popolazione un cambiamento di comportamenti. Incentivando, anche, lo sviluppo di attività produttive per migliorare l’alimentazione di base. Il contenuto principale dei corsi consiste nel dare informazioni complete e corrette sulla trasmissione e prevenzione della malattia. Per questo si cerca di approfondire l’origine e gli effetti del virus sul sistema immunitario e i mezzi di prevenzione. Ciò che mi dà coraggio è lavorare insieme a medici del Movimento dei Focolari e ad altri che, come me, sentiamo di mettere il malato al primo posto». (M.M. Congo) (altro…)