20 Apr 2016 | Ecumenismo, Focolari nel Mondo
[:zh]https://vimeo.com/162393280 記者Victoria Gómez (意大利語):俄羅斯東正教宗主教Kirill與教宗方濟各歷史性初次擁抱與見面,灼熱了俄羅斯首都莫斯科東正教信徒的心。散居在一千萬人口中的小團體獲得合一夢想的滋養。 商人Serghej Yartsev:(意大利語) : 最近二十年,人事變遷不少。首先面對每天生活的困難,我們發現天主,認識了天主後,如同我國很多人一樣,為我個人這是一個很深刻的發現。我們團體有幸可以看到天主所施行化工的這些時刻,我們只是默默地跟隨着,盡可能不去糟蹋……希望繼續往前生活。我也希望有迅速的進展…… 記者Galia Abaturova (俄語): 我是記者。一天,他們提議我去訪問一個來到這裡工作的醫生,名叫Monica Mayerhofer。有一次,她對我談及普世博愛運動。我從來沒想過一個快到四十歲的人,可以徹底地改變生活。大概十年前,當我們的女兒在教堂裡結婚的時候,我埋怨丈夫沒有和我舉行婚姻聖事,便一起生活了許多年……於是,八年前,我們在教堂補行婚禮。 我們走向天主邁進了一步,然後繼續我們的道路。 作曲家Oleg Stepurko (俄語): 生活發生不幸時,天主常常給我們安慰。我們的堂區的Alexander Men神父被謀殺後,我們就好像一群迷路的羊,不知去向。上主卻讓我們去認識「運動」。盧嘉勒便成為我們的母親,守護著我們。 我的學生年紀少,要他們明白一份靈修精神是不容易的。我在基督徒家庭長大。 我按「運動」的原則教導他們,但不說教,以身作則,用生活來作證。很多時,我都收到一些鼓舞的資訊:「您是這裡最好的老師……您說的都是美得不可思議的事情。」這時候,我便坦誠打開心靈,開始講述:「我什麼都不是,我是虛空的。我所擁有的都是來自天主。」 音樂家Grisha Shilo (俄語): 我的童年生活相當困難。我沒有爸爸,在機構宿舍裡長大。自小便自我封閉。內向孤獨的我,漸漸一步一步地學會了與人建立友情, 我學了怎樣去為他人付出。我是從事音樂工作。我常常要出差。由於我的職業帶來很多誘惑。有人知道我竟然相信天主,便覺得很詫異。可是我說出我的想法, 因為直到今日,我再不可以否認這事實。然而他們也接納我,並沒有把我開除。 經濟學家Tanja Minakova (俄語): 我17歲那年,透過一位朋友認識了天主。就是這樣新的事物進入了我的生活。有人給我生命意義,帶我向前走,充實自己。我攻讀的專科是經濟學。那時,盧嘉勒正在開始共融經濟新計畫。我明白到這就是我的使命。現在我與一個社會公益機構合作,經營第一個計畫。我希望不但能夠營造更多工作崗位,幫助更多人,也能夠見證天主,讓別人都可以認識天主。 Ieromonaco Giovanni (意大利語): 大部分的普世博愛運動成員都是東正教徒,因為大部分的俄羅斯國民都是東正教徒,但也有天主教徒和基督教徒,或非教徒,或無神論者。我們是個很團結的團體,屬於另一種傳統的,或另一種觀點,很充實豐富,帶點預言性的經驗——成為一個「大公合一」的教會。事實上,天主教會和東正教會的分裂,只是因為過往的歷史、誤會、戰爭和很多負面的事情。那麼,要正面的看歷史,用一個驅使我們更往前的歷史觀來治癒這些創傷。 駐俄羅斯教廷大使Mons. Ivan Jurkovič 蒙席(意大利語): 莫斯科需要合一。我相信莫斯科比世界任何地方都更需要重要。通常人們都是認為莫斯科首都是其地理、 經濟和政治的重要性,其實莫斯科是一個宗教意味的首都。不同教會是按各自的規則而發展,但也都是植根於同一部福音。教會合一運動就是這樣開始,藉著靈修和各種偉大的神恩獲得滋養。合一就是當前最必要的。這個世紀,歐洲刻畫著那麼多的困難,那麼難以理解的事情,教宗方濟各與宗主教Kirill在哈瓦那的會面就是答案了。 Santi Cosma e Damiano堂區 Padre Alexander Borisov神父 (俄語): 關於宗主教Kirill 和教宗方濟各的會面, 我可以說俄羅斯的意見分歧。兩個大教會的領袖終於見面了,這是一份莫大的喜樂。我相信我們的社會裡,各個社會組織向來都互不相顧,甚至附近的民族,如烏克蘭、俄羅斯等都分開派別,各自為政。這次會面將會改變我們民族與民族之間的關係。 服裝設計師Alla Fedotcheva (俄語): 如果所有基督徒之間不能達成合一,沒有任何基督徒可以安心理得地活著。宗主教Kirill 和羅馬教宗方濟各的會面對我們在俄羅斯居民有什麼意義呢?它帶來希望、平安、展望,看到合一世界指日可待。 1997年5月3日,盧嘉勒寫給莫斯科Tatiana Zhukova:「需要時間去栽培,但是這株理想的小樹會長大,成為一株強壯的大樹木。」[:]
16 Apr 2016 | Dialogo Interreligioso, Focolari nel Mondo
«Quando in Siria sono iniziati i conflitti, vedendo che il futuro non prometteva nulla di buono, ho pensato che sarebbe stato prudente lasciare il Paese. A rafforzare la decisione era giunta la possibilità di un lavoro in Libano. Così ho fissato i biglietti per il viaggio e ho cominciato i preparativi per il trasferimento di tutta la famiglia. Dentro di me però affioravano tanti dubbi: era giusto andarsene per assicurare un futuro alla famiglia o non sarebbe stato più opportuno rimanere nel Paese che tanto amavo per aiutare la mia gente? Parlandone con mia moglie capivo che lei sarebbe stata più propensa a rimanere, ma si rimetteva a me: per lei l’importante era che rimanessimo tutti assieme. Mi sentivo molto agitato e confuso. Finché un giorno – ero in chiesa – ho avvertito chiaramente che il nostro posto era qui, ad Aleppo, a condividere le sorti del nostro popolo. Un popolo variegato dalle tante etnie, religioni e confessioni diverse, ma che era stato capace di vivere in armonia. Un popolo così generoso da accogliere negli ultimi decenni, nonostante gli embargo, palestinesi, libanesi, iracheni, dando loro uguali diritti e possibilità di lavoro. Abbiamo deciso di rimanere. Lavoravo in proprio e guadagnavo bene. Ma dopo i sanguinosi eventi che hanno cominciato a devastare il Paese, la mia bottega è stata derubata e poi distrutta. Ciò nonostante, innumerevoli sono state le occasioni per prestare aiuto, in prima persona e anche attraverso il Centro per sordomuti del quale con mia moglie abbiamo iniziato a prenderci cura. In seguito abbiamo anche avviato una sinergia con altre organizzazioni umanitarie per arrivare, con l’aiuto della Provvidenza che prodigiosamente ci ha sempre assistito, a procurare l’indispensabile per oltre 1500 famiglie. In questi cinque anni di guerra, a causa dei bombardamenti lanciati ‘a caso’ nei nostri quartieri, abbiamo visto tante famiglie perdere i propri cari e tante persone rimanere disabili permanentemente. Un giorno l’autista del Centro per i sordomuti dove operiamo, mentre camminava per strada con la famiglia, ha perso la moglie e la figlia, colpite da un mortaio. Anche lui è stato ferito gravemente e portato sotto shock all’ospedale. Ho potuto parlare di questa grave situazione ad un sacerdote e il vescovo, saputa la cosa, si è fatto carico dei funerali della moglie e della figlia. Da parte mia ho cominciato a cercare la somma per l’intervento chirurgico del papà. L’ospedale, vedendo l’interessamento di tanti, ha diminuito i costi e alcuni medici hanno rinunciato al loro compenso. Così non solo siamo riusciti a coprire tutte le spese, ma abbiamo avuto un avanzo per le successive operazioni cui l’autista ha dovuto sottoporsi per proseguire nella cura. Un’altra volta mi ha chiamato un musulmano che lavora nella chiesa che frequentiamo, per chiedermi di aiutarlo a trovare un’altra casa dove abitare. Aveva visto i ribelli armati entrare nel suo quartiere ed era preoccupato per la sicurezza delle tre figlie. Dopo tanti contatti sono finalmente riuscito a trovare un’abitazione per loro. Traslocato nella casa nuova, si è accorto di avere urgente bisogno di una bombola di gas, ma non riusciva a trovarla. Allora ha telefonato a me. “Chiedo questi aiuti a te – ha detto – perché sei mio fratello, vero?”. Ed io gli ho risposto: “Certo, siamo fratelli”. Dopo il recente ‘cessate il fuoco’ stiamo attraversando un periodo di apparente calma, anche se di tanto in tanto si sentono dei rimbombi che ci lasciano inquieti e non ci fanno dormire la notte. Riguardo alla mia attività, fino a che le armi non taceranno del tutto, è impossibile pensare di ricominciarla. A sostenerci in questa situazione precaria e senza futuro è la comunità del Focolare e una fede incondizionata nell’ amore di Dio che non ci abbandona mai. Di fronte ad ogni problema, sentiamo che non siamo soli. Continuiamo a sperimentare che nella donazione agli altri troviamo la pace. Una Pace che rimane sempre una sfida, perché è un dono che va conquistato ogni giorno». (altro…)
13 Apr 2016 | Cultura, Dialogo Interreligioso, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Senza categoria, Sociale
«Gli studiosi calcolano che dal 3000 a.C., circa, siano arrivate nel continente americano delle popolazioni provenienti dal sudest-asiatico. Si tratta del popolo Guaranì (e non solo), composto da tante etnie e che, nei secoli, si è diffuso dai Caraibi fino all’estremo sud del continente», spiega Diana Durán, paraguaiana, sociologa e studiosa dei popoli originari dell’America.
L’incontro con una piccola comunità delle etnie Avà Guaranì e Mbya avviene quando, due anni fa, una grande inondazione del fiume Paraguay costringe il gruppo indigeno composto da 33 famiglie (115 membri) ad abbandonare il precario insediamento in riva al fiume, dove vivevano raccogliendo i rifiuti della vicina discarica.
«All’inizio cercavamo di aiutarli con vestiti, alimenti, medicine, aiuti sanitari, come il ricovero di un diabetico, o l’intervento nei confronti di uno di loro con ferite d’arma da fuoco; oppure affittare delle toilette mobili quando si sono trovati sloggiati in un terreno deserto; o quando, dopo una tempesta, abbiamo trovato delle tende e acqua potabile … eppure vedevamo che questi aiuti non erano ancora sufficienti. Ci voleva un terreno per loro, che desse riparo e sicurezza». Dopo una lunga ricerca si individua un luogo adatto: 5,5 ettari, a 4,5 Km dalla città di Ita, con una scuola e l’ambulatorio sanitario vicini; il tutto immerso nel verde e, soprattutto, con la possibilità per loro di produrre un orto comunitario per l’auto-sostentamento e lo spazio per costruire un locale per corsi di formazione. La sfida ora è trovare i fondi per acquistare il terreno. «Bussiamo a tante porte – racconta Diana –. Una persona esperta ci facilita la strada per ottenere lo status giuridico della Comunità Indigena, in modo da intestare a loro la proprietà. Inoltre, un amico della comunità Mennonita si offre di anticipare il pagamento del terreno, cosa che per noi sarebbe stato proprio impossibile. Ci impegniamo, insieme ai nostri amici Avà, a restituirgli il denaro poco per volta».
«Dio ci ha guardato con un amore speciale», dice Bernardo Benítez, capo della comunità. Un Dio che per loro è il “Padre Primigenio”, il cui mandato principale è l’amore reciproco. È presente negli atti quotidiani e dona la terra, luogo sacro da custodire e dove costruire rapporti fraterni. «Accompagnare la comunità di Yary Mirì non è privo di sofferenza – afferma Diana –, a causa della discriminazione che subiscono per i pregiudizi ancestrali, e anche per la miseria in cui si trovano a vivere. Ma è anche una gioia conoscere e condividere i loro valori comunitari e solidali che hanno conservato nei secoli, oltre che costatare l’amore e la fiducia che cresce tra noi e loro. Oggi non siamo soli: ci aiutano tanti amici, due associazioni legate ai Focolari (Unipar e Yvy Porà che si occuperà di accompagnare lo sviluppo dell’orto comunitario), due vescovi, alcuni funzionari di istituzioni bancarie, 2 cristiani mennoniti e la Pastorale Indigena. Abbiamo ottenuto 4 borse di studio in Scienze dell’Educazione per il loro leader e per 3 giovani. Loro stessi hanno voluto scegliere quella facoltà “perché la nostra gente ha bisogno di istruzione”, dicono». «Adesso sto scrivendo un libro sulla storia della loro comunità – conclude Diana Durán –, non solo come denuncia e per dare voce a chi non ce l’ha, ma come un dovere nei loro confronti per quanto hanno sofferto e per quanto dobbiamo a loro. Lo considero come un passo verso la fraternità universale, l’ideale che ci anima». (altro…)
12 Apr 2016 | Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Nuove Generazioni, Sociale
La fila è lunga, ma affatto noiosa. Persone un po’ di tutte le età, provenienti da vari Paesi del mondo, attendono con pazienza il turno per il pranzo scambiandosi impressioni e pareri su quanto vissuto al mattino. Si è appena conclusa, infatti, la prima sessione di OnCity-reti di luci per abitare il pianeta, un convegno che, dal 1° al 3 aprile, ha fatto davvero vedere le tante luci accese nei luoghi in cui viviamo, le città: «Anziché soffermarci sull’analisi della notte – dice Lucia Fronza Crepaz, una delle moderatrici del convegno – in questi giorni abbiamo scelto di passare dalla parte dell’alba, del sorgere del sole». OnCity è organizzato dal Movimento Umanità Nuova, Giovani per un Mondo Unito e AMU (Azione per un Mondo Unito): tre agenzie impegnate nella costruzione di un mondo unito e più fraterno a livello sociale, tra i giovani e le generazioni, e attraverso azioni di sostegno e cooperazione allo sviluppo. Certamente l’attualità del momento sta interpellando tutti: attentati, terrorismo, nuove emarginazioni e povertà, “guerre a pezzi”: le nostre città stanno vivendo problemi e contraddizioni che sono sotto i nostri occhi, ma non mancano esperienze in positivo ormai consolidate, che confermano la possibilità di lavorare, credere e sperare in città più solidali e fraterne, più vivibili per tutti. Da questa consapevolezza sono partiti gli organizzatori per costruire un racconto di tre giorni, dove i quasi 900 partecipanti, hanno potuto sperimentare insieme un modo nuovo di vivere la città, di vivere i propri spazi quotidiani: un’occasione per approfondire i temi della solidarietà, della fraternità, per leggere i cambiamenti delle metropoli in cui viviamo, per imparare il dialogo come stile di vita, di approccio al mondo e alle cose: in un mondo globale, ma anche così frammentato, questo stile va coltivato e diffuso. OnCity si snoda così tra sessioni plenarie, seminari tematici, e ben 32 gruppi di lavoro, questi ultimi fondamentali per verificare le proprie capacità di essere cittadini attivi, creativi e responsabili. Facendo un rapido calcolo in questi giorni si sono concentrati 46 interventi, con l’obiettivo di valorizzare le reti che già esistono, incoraggiarne la nascita di nuove dove occorre, far nascere ovunque siamo delle “cellule di fraternità”, nodi strategici di un intreccio, anzi dei molti intrecci della vita e della storia. Fonte: Città Nuova online (altro…)