Movimento dei Focolari

Un ambasciatore racconta

Giu 26, 2014

Si può vivere da cristiani in un ambito dove il compromesso sembra la regola? Un ambasciatore in un paese asiatico, animato dallo spirito di fraternità, confida la sua esperienza.

«Grazie al mio lavoro di diplomatico, con la mia famiglia abbiamo imparato a riconoscere la ricchezza di un’umanità allargata, ad amare la patria altrui come la nostra, ad amare Dio nell’uomo di nazionalità e cultura diversa dalla nostra. Tanti mi domandano se sia possibile vivere da cristiano in un ambito che ti porta a vivere a contatto con le ricchezze, ma anche con le sofferenze dell’umanità più varia. È la mia sfida quotidiana. Nel mio lavoro cerco di ispirarmi all’ideale della fraternità proposto da Chiara Lubich. C’è un suo scritto sulla diplomazia, che è un po’ la mia guida. Dice tra l’altro: “Farsi uno con il prossimo, in quel completo oblio di sé che possiede – senza avvedersene e senza curarsene – colui che ricorda l’altro, il prossimo. Questa è la diplomazia della carità (…). La diplomazia divina (…) è mossa dal bene dell’altro ed è priva quindi d’ogni ombra di egoismo”. E ancora: “Se ogni diplomatico nelle proprie funzioni sarà spinto nel suo agire dalla carità verso l’altro Stato come verso la propria patria, sarà illuminato a tal punto dall’aiuto di Dio da concorrere ad attuare rapporti tra gli Stati come debbono essere quelli fra gli uomini”. Sento questa affermazione molto vera e concreta e l’ho potuta sperimentare in tante occasioni. Ad esempio, mentre guardavo le cerimonie di apertura e di chiusura dei Giochi Olimpici e Paraolimpici, mi è venuto in mente di inviare al mio collega omologo un messaggio tramite il cellulare: “Il vostro Paese mostra tutta la sua bellezza”, ho scritto. E lui ha subito risposto: “Grazie”. Con quel semplice gesto avevo espresso il mio apprezzamento per la sua patria. Abandierelle volte il lavoro si trasforma in una vera lotta. Ricordo quando al mio Paese è toccata la presidenza di turno dell’Unione Europea, io sono stato incaricato di presiedere un gruppo di lavoro al quale è stata proposta l’adozione di un “Programma Diplomatico Europeo”. Si trattava di un programma di formazione professionale rivolto ai giovani funzionari diplomatici in servizio nelle diplomazie nazionali dei Paesi Membri. Aveva il forte sostegno da parte di alcuni paesi e forti contrasti da altri. Il programma prevedeva l’inclusione di una lingua a scapito di altre lingue nazionali che, a quel punto, avrebbero potuto essere altrettanto prese in considerazione. In quella situazione toccava a me cercare una soluzione. Ho parlato con i rappresentanti di ogni Paese, ascoltando a fondo le ragioni di ciascuno: come presidente, volevo agire al servizio di tutti. Mi andavo, però, convincendo che sarebbe stato più vantaggioso per tutti avere un programma di formazione comune, e che sarebbe stato utile andare avanti con le due lingue ufficiali che non avrebbero creato difficoltà di realizzazione. Ho fatto la mia proposta che è stata approvata da tutti ed il Programma Diplomatico Europeo è oggi una realtà affermata. Svolgo la mia missione in un paese disgregato, diviso, con notevoli problemi da tutti i punti di vista. Lotto, in questi tempi, per amare concretamente le persone, vivere le divisioni, non sfuggirle, amare l’uomo e la donna senza Dio e testimoniarlo là dove Lui non esiste, essere con la mia vita un ponte per unire. Anche se per diventare dei “ponti” non occorre necessariamente essere ambasciatori. Quando amiamo l’altro possiamo fare tutto; Sant’Agostino ce lo ricorda e la testimonianza di Chiara Lubich e di tutti noi che vogliamo vivere il suo stesso ideale dell’unità nel mondo, ne sono la prova più tangibile». Fonte: Umanità Nuova online

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