Movimento dei Focolari

Diario dalla Siria

Gen 25, 2013

Alcuni amici dei Focolari, dopo due mesi di permanenza in Libano, ci scrivono dalla Siria. «La politica internazionale sembra lontana mille miglia dalla sofferenza della gente. I siriani sono stremati».

In dicembre la presidente del Movimento dei Focolari, Maria Voce, ha lanciato una campagna internazionale per fermare il conflitto siriano e chiedere che le trattative di pace riprendano per il bene di milioni di cittadini inermi e indifesi: il Time out. Un minuto di silenzio e di preghiera per la pace, in tutto il mondo alle 12 (ora locale), ora indirizzato in particolare per la pace in Siria. Alcuni amici della comunità dei Focolari in Siria ci scrivono da Damasco e da Aleppo: «Ventidue mesi costellati da dolori indicibili e innumerevoli, che lasciano il segno. Così ritroviamo la nostra Siria e il nostro popolo. Passiamo la frontiera libanese, dopo un viaggio agevole lungo le strade di montagna, da poco praticabili per la neve caduta abbondante nei giorni passati. Si respira nell’aria un senso di profonda inquietudine, nonostante il cielo azzurro rassicurante. I controlli ai posti di blocco sono accurati; ne incontriamo più di uno tra la frontiera e la periferia della capitale prima di arrivare nel quartiere dove abita una famiglia, che ci accoglierà nei prossimi giorni, finché il piccolo alloggio messoci generosamente a disposizione dalla Chiesa locale non sarà pronto. Non siamo ancora arrivati e già i cellulari cominciano a suonare o ricevere sms, sono i nostri amici che da Aleppo, da Hama, da Damasco vogliono darci il “bentornati! ”La gioia è profonda, contenuta, che sa di trepidazione per un futuro incerto. Dalla periferia i rumori dei colpi di mortaio e di cannone sono rari. Le notizie alla tv sono poco incoraggianti, parlando con uno degli amici si capisce meglio l’ampiezza del gioco che si sta vivendo sulla pelle della gente. Un gioco preparato da anni, che intende stravolgere l’assetto del Medioriente e di fronte al quale ci si sente piccoli e impotenti. La politica internazionale e regionale pare lontana mille miglia dalla sofferenza della gente, come se non venisse presa in considerazione. E la gente è stanca. Da Aleppo ci raccontano in poche frasi al telefono (che miracolosamente funziona!), delle continue privazioni, del freddo pungente, dell’acqua e dell’elettricità che mancano, del pane raro o a prezzo esorbitante, dei ricatti e rapimenti a scopo di lucro in una città che era il centro industriale e commerciale del Paese. Parlano della morte sempre alle porte e dell’aiuto provvidente di Dio. Sono stremati». E ancora: «Rientriamo dalla messa ed ecco la notizia terribile della strage all’università di architettura ad Aleppo, a causa di due missili caduti su di essa e nei posti adiacenti, dove si trovano fra il resto tanti rifugiati. Cerchiamo subito di contattare i nostri amici che si trovano lì: un’insegnante e due studenti. Le loro voci sono emozionate. Parlano di scene indicibili. Una di loro si è buttata dietro un’auto, ha visto volare per aria corpi, ha udito le urla delle madri in cerca dei loro figli. L’insegnante ci racconta: «Oggi era il primo giorno di esami, il campanello aveva già suonato e stavamo ritirando i testi. Un allievo ci supplica di dargli ancora qualche minuto, era arrivato in ritardo a causa delle strade interrotte. I colleghi non vogliono, alla fine però riesco a convincerli. Passano almeno cinque minuti, l’allievo consegna il suo esame, scendiamo nel cortile per dirigerci all’uscita. Vedo sulla mia testa passare prima un razzo, poi l’altro! Sarei stata esattamente nel luogo dove sono caduti. Ritrovo l’auto col tetto sfondato, i vetri frantumati. Ma siamo salvi per un atto di amore verso uno studente». Fonte: Città NuovaDiario dalla Siria/1Diario dalla Siria/2Diario dalla Siria/3

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