Movimento dei Focolari

Il prossimo dietro lo schermo

Giu 16, 2026

Il ritrovo con i compagni di liceo. Un gruppo whatsApp e l’iniziativa di andare al di là dello schermo del telefonino.

Qualche tempo fa, grazie alla tecnologia, abbiamo potuto ritrovare i miei ex compagni di liceo dopo tantissimi anni che non ci vedevamo: abbiamo creato un gruppo su WhatsApp. Tra aneddoti e vecchie foto, siamo riusciti a identificare un compagno di cui nessuno aveva più notizie e lo abbiamo aggiunto al gruppo.

Ci ha raccontato che viveva per strada. Una serie di problemi di salute, la lotta con un tumore, la perdita del lavoro e una separazione familiare lo avevano lasciato senza nulla. All’inizio, alcuni compagni hanno contribuito con del denaro, ma di fronte a una seconda richiesta di aiuto, la risposta è stata il silenzio o il rifiuto.

Anche se a scuola non eravamo amici intimi, sentivo che non potevo restare un semplice spettatore. Mi sono detto che, se lui fosse stato riapparso nella mia vita attraverso quel gruppo, avrei dovuto fare qualcosa. Non potevo semplicemente ignorarlo.

Decisi di incontrarlo. Volevo vedere con i miei occhi come stava e ascoltarlo. Aveva trascorso alcuni giorni in una pensione, ma presto era tornato in strada. Non avevo la possibilità di risolvere il suo problema abitativo né di offrirgli una casa, ma sentii il bisogno di chiedere a Dio cosa volesse da me in quella situazione.

Ci siamo incontrati e abbiamo parlato a lungo. Mi ha commosso vedere il suo deterioramento fisico, così gli ho offerto di aiutarlo con una medicina naturale che potevo procurargli affinché, almeno, recuperasse un po’ di tranquillità e benessere. Ma al di là dell’aspetto fisico, mi sono ricordato che un tempo aveva provato una forte vocazione religiosa, e che era persino stato sul punto di entrare in seminario. Gli ho chiesto della sua fede.

Mi ha confessato di essersi allontanato da tutto; erano anni che non metteva piede in chiesa né si avvicinava ai sacramenti. Con totale sincerità, gli ho consigliato che, dato che la sua malattia stava progredendo e si sentiva in pericolo, cercasse rifugio in Dio.

Gli ho suggerito di andare a messa, di parlare con un sacerdote e, se si la sentiva, di confessarsi. Il giorno dopo mi ha chiamato emozionato. Era andato in chiesa, si era confessato e aveva ricevuto la comunione. Mi ha ringraziato profondamente perché si era reso conto che, avendo perso tutto il materiale, il suo rapporto con Dio era l’unica cosa che gli era rimasta davvero.

Oggi siamo ancora in contatto. È riuscito a ottenere una pensione e sta un po’ meglio. Continuo ad aiutarlo con questa medicina naturale complementare alla sua terapia e, ogni tanto, ci vediamo per un caffè o gli porto qualcosa di cui ha bisogno, come un paio di scarpe da ginnastica. Ma col tempo ho capito che la cosa più importante non era né la medicina né le scarpe: era il fatto che qualcuno si fermasse a parlargli.

A volte, il “prossimo” appare in un gruppo di WhatsApp e corriamo il rischio di lasciarlo intrappolato nella virtualità, dove nessuno si assume alcuna responsabilità. Il mio amico mi ha insegnato che essere attenti ai bisogni dell’altro, anche se non abbiamo la soluzione definitiva nelle nostre mani, è già molto. Se tutti potessimo fare anche solo un piccolo gesto, come cambierebbe la situazione delle persone? Non lasciamo che l’altro sia solo un messaggio su uno schermo; rendiamo il nostro aiuto concreto, umano e, soprattutto, presente.

Pablo Furlán (Argentina)
Foto illustrativa: © Pexels-tkirkgoz

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