28 Mag 2016 | Parola di Vita
Come cade bene, in mezzo ai conflitti che feriscono l’umanità in tante parti del mondo, l’invito di Gesù alla pace. Tiene viva la speranza, sapendo che è Lui la pace e ha promesso di darci la sua pace. Il Vangelo di Marco riporta questa parola di Gesù al termine di una serie di detti rivolti ai discepoli, riuniti in casa a Cafarnao, nei quali spiega come avrebbe dovuto vivere la sua comunità. La conclusione è chiara: tutto deve condurre alla pace, nella quale è racchiuso ogni bene. Una pace che siamo chiamati a sperimentare nella vita quotidiana: in famiglia, al lavoro, con chi pensa diversamente in politica. Una pace che non ha paura di affrontare le opinioni discordanti, di cui occorre parlare apertamente, se vogliamo un’unità sempre più vera e profonda. Una pace che, nello stesso tempo, domanda di essere attenti a che il rapporto d’amore non venga mai meno, perché l’altro vale più delle diversità che possono esserci tra noi. «Dovunque arriva l’unità e l’amore reciproco – affermava Chiara Lubich –, arriva la pace, anzi, la pace vera. Perché dove c’è l’amore reciproco, c’è una certa presenza di Gesù in mezzo a noi, e lui è proprio la pace, la pace per eccellenza»1. Il suo ideale di unità era nato durante la Seconda Guerra mondiale e subito apparve come l’antidoto a odi e lacerazioni. Da allora, davanti a ogni nuovo conflitto, Chiara ha continuato a proporre con tenacia la logica evangelica dell’amore. Quando, ad esempio, esplose la guerra in Iraq nel 1990, espresse l’amara sorpresa di sentire «parole che pensavamo sepolte, come: “il nemico”, “i nemici”, “cominciano le ostilità”, e poi i bollettini di guerra, i prigionieri, le sconfitte (…). Ci siamo resi conto con sgomento che veniva ferito nel cuore il principio fondamentale del cristianesimo, il “comando” per eccellenza di Gesù, quello “nuovo”. (…) Invece di amarsi a vicenda, invece di essere pronti a morire l’uno per l’altro», ecco l’umanità di nuovo «nel baratro dell’odio»: disprezzo, torture, uccisioni2. Come uscirne? si domandava. «Dobbiamo tessere, dove è possibile, rapporti nuovi, o un approfondimento di quelli già esistenti, fra noi cristiani ed i fedeli delle religioni monoteiste: i Musulmani e gli Ebrei»3, ossia tra quanti allora erano in conflitto. Lo stesso vale davanti a ogni tipo di conflitto: tessere tra persone e popoli rapporti di ascolto, di aiuto reciproco, di amore, direbbe ancora Chiara, fino ad “essere pronti a morire l’uno per l’altro”. Occorre spostare le proprie ragioni per capire quelle dell’altro, pur sapendo che non sempre arriveremo a comprenderlo fino in fondo. Anche l’altro probabilmente fa lo stesso con me e neppure lui, forse, a volte capisce me e le mie ragioni. Vogliamo tuttavia rimanere aperti all’altro, pur nella diversità e nell’incomprensione, salvando prima di tutto la relazione con lui. Il Vangelo lo pone come un imperativo: “Siate in pace”, segno che richiede un impegno serio ed esigente. È una delle più essenziali espressioni dell’amore e della misericordia che siamo chiamati ad avere gli uni verso gli altri. Fabio Ciardi __________________________________
- Alla TV Bavarese, 16 settembre 1988.
- 28 febbraio 1991, cf. Santi insieme, Città Nuova, Roma 1994, 63-64.
- Ibid., 68.
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28 Mag 2016 | Chiara Lubich, Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
È il 29 maggio 1991 quando Chiara Lubich lancia a San Paolo, Brasile, l’Economia di comunione (EdC). Costatando le disuguaglianze sociali del paese, ella fa nascere una realtà che ben presto coinvolge imprenditori e lavoratori, studenti, professori e ricercatori, ricchi e poveri. Per Luigino Bruni, attuale coordinatore del progetto, i poveri rimangono tutt’oggi al centro dell’EdC: «Impossibile dimenticare le tante volte in cui Chiara Lubich, quando lavoravamo insieme, mi ripeteva: “Non dimenticare mai che l’Economia di comunione l’ho fatta nascere per i poveri”. Oggi abbiamo il dovere etico e spirituale di ricollocare la povertà e gli esclusi al centro del sistema economico, politico e sociale». I poveri sono i primi testimoni dell’esperienza nascente dei Focolari a Trento, quando, in piena guerra, Chiara e le sue prime compagne – esse stesse senza risorse – invitavano alla propria tavola i poveri e mettevano in comune quanto ricevevano.
Quella stessa comunione, spirituale e materiale, caratterizza anche oggi gli attori dell’EdC, la sua principale risorsa: una comunità di persone, accomunate da una visione del mondo e dell’economia, che fa sua la lotta per la riduzione delle povertà e delle diseguaglianze. L’intreccio tra comunità e aziende ha nell’imprenditore di comunione la figura di riferimento. I 25 anni dell’EdC trovano espressione in un appuntamento internazionale nelle Filippine, a Tagaytay City (Manila), dal titolo “Economia di comunione, un’economia per tutti”. Dal 25 al 29 maggio, 250 partecipanti fanno il punto sul cammino percorso e dibattono sulle principali linee di azione a livello mondiale per i prossimi anni: Formare una rete internazionale di incubatori di aziende, con spazi e risorse nei Poli imprenditoriali nati dall’EdC, disponibili a sostenere soprattutto progetti di giovani imprenditori. Costituire un Osservatorio sulla Povertà, per assicurare che affrontare la povertà sia sempre centrale e conforme allo spirito dell’EdC, e per contribuire a identificare le sue periferie. Moltiplicare le Lab-Schools, laboratori di formazione in campo tecnico, professionale e imprenditoriale indirizzati in particolare ai giovani. La scelta dell’Asia per questo appuntamento mondiale non è casuale. «Qui vi si trovano tratti dello stesso panorama incontrato da Chiara in Brasile nel 1991. Ma vi sono anche ricchezza, giovani, imprenditorialità. È evidente il legame tra creazione di ricchezza e povertà. L’Economia di comunione vive finché tiene insieme ambedue» osserva Luigino Bruni. «Tra quindici anni la quota del PIL dell’Asia sarà doppia rispetto a quella di Stati Uniti ed Europa Occidentale. Il futuro del mondo quindi dipenderà molto dal tipo di economia che si svilupperà in Asia. Celebrare qui il 25º dell’Economia di comunione significa riconoscere che il futuro di essa nel continente asiatico è una questione cruciale». In contemporanea con il Convegno nelle Filippine, se ne stanno svolgendo altri in varie parti del mondo. Sabato 28 maggio, alle 21:00, ora di Manila, un collegamento internet permetterà di interagire con la Bolivia (Scuola Interamericana di imprenditori), Italia (Polo Lionello Bonfanti, Loppiano), Messico (Convegno di imprenditori a Puebla), Slovacchia (Convegno di imprenditori di Slovacchia e Cechia). Parteciperanno alla diretta, anche gruppi dell’EdC in Brasile, Costa D’Avorio, Guatemala, Madagascar, Panama, Portogallo, Russia, Spagna, Uganda. Una vera festa, nelle parole di Luigino Bruni: «In un mondo in cui manca la capacità di fare festa, l’Economia di comunione sembra il miracolo del pane che si moltiplica per i poveri, ma anche il miracolo del vino nelle nozze che arriva per i poveri e per tutti, il miracolo della festa della fraternità». Comunicato stampa Servizio Informazione Focolari, 27 maggio 2016 – Un’economia per tutti, poveri e ricchi
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27 Mag 2016 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
L’iniziativa di circa 15 giorni che tocca diverse città o paesi dell’Italia, è incentrato sulla conoscenza dei territori con le loro ricchezze e le loro sfide. Una speciale occasione di dialogo con le persone del posto, con i territori!
Vi partecipano docenti e studenti di architettura dellUniversità di ‘La Salle’ di Bogotà (Colombia) e nelle varie tappe si uniscono i nostri dellInondazione e quanti sono interessati.
Il workshop partirà dalla Sicilia e si concluderà nel Trentino facendo tappa in alcune regioni italiane.
Quale lo scopo?
Percorrere lo Stivale tutto dun botto come propone Habitandando dalla Sicilia alle Dolomiti, significa incrociare ad ogni snodo e attraversare i grandi temi del territorio inondato di citta diffuse, dell’uso dei beni e la sfida dell’integrazione e dei flussi; della manutenzione sempre più impellente di vaste regioni. Significa osservare nuove attività e pratiche antiche, vedere l’impatto dei vari turismi sulla conservazione e uso del patrimonio. Significa ancora, entrare nelle relazioni tra pubblico e privato, tra natura e costruzione, tra intervento pubblico e mercato, tra infrastruttura e ambiente, tra interessi conflittuali e ambigui. Soprattutto, avere la possibilità di percepire in forma diretta quello che oggi può rappresentare il paradigma del paesaggio, integrando le forme di territorio con le trasformazioni che la società ha voluto imprimervi, avendo come aula inquadrature che offrono cambiamenti inaspettati, fatti di sfumature antiche nel bel mezzo di violente trasformazioni.
27 Mag 2016 | Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità
Durante la Scuola per l’Inculturazione sono emerse alcune preoccupazioni per quegli aspetti della modernità che possono mettere in ombra i valori fondamentali delle culture africane. Eppure lo sviluppo non si può fermare. Quale, secondo lei, la via per salvare i valori contenuti nelle tradizioni? «Penso, effettivamente, che lo sviluppo non possa essere impedito. Anche la cultura della tradizione nelle culture africane è sempre in evoluzione. La modernità, però, fa penetrare nelle tradizioni africane il materialismo, l’individualismo, il primato del denaro ed il capitalismo. Non dico che i soldi siano un male, ma l’utilizzo sbagliato ci fa dimenticare la nostra umanità, ciò che in Africa chiamiamo “ubuntu”. Ma la modernità contiene anche degli aspetti positivi: come la democrazia, i diritti dell’uomo, il pluralismo che ci fa accogliere l’altro, le differenze. In alcuni paesi africani ci si ammazza perché manca il pluralismo; esiste un “io collettivo” che è molto pericoloso. In questo senso l’individualismo – un valore dell’Occidente – non sembra del tutto negativo, perché se voglio scappare dall’“io collettivo”, ci vuole una buona dose di individualismo. Insomma, penso che ci voglia un equilibrio tra individualismo e pluralismo. È importante prenderne coscienza e rifletterci, anche se non è sufficiente. Penso che dobbiamo illuminare la cultura africana contaminata dai valori negativi della modernità. Credo che a questo punto deve intervenire il cristianesimo, che fa vedere l’altro come la mia strada verso la santificazione. Il Vangelo ci invita a mettere i soldi in secondo piano. Gesù mette al primo posto l’uomo, il prossimo. Per me questo è importante, mi sembra la via per salvare i valori universali contenuti nelle tradizioni». Quale impressione si porta via di questi giorni? Quali sfide da affrontare nella vita quotidiana dei popoli africani? «Attraverso una semplice situazione che mi è capitata, ho sentito che in questi giorni potevo rinascere, come Nicodemo. È stato il mio inizio della Scuola per l’Inculturazione. La seconda impressione forte è stata vedere le persone che sono qui. Scoprire che l’Africa è plurale, che c’è “la pluralità delle Afriche”. Avevo voglia di conoscere ciascuno, di capire come vive; parlare con un camerunese, che è molto diverso da un burundese, un ruandese o un etiope. Qui ho sperimentato la pluralità dell’Africa. Ma, come africani, ci incontriamo in certi valori comuni: la solidarietà, la famiglia e le relazioni familiari, la comunione, la centralità dell’educazione dei nostri figli; questo è importante per noi africani, anche se siamo molto diversi. Per me, la sfida per sconfiggere le guerre interne, passa dall’incarnare nel quotidiano, nella vita socio politica, le parole del Vangelo. È la sfida che parte da questi giorni: tornati a casa, come ci comporteremo verso quelli che sono diversi da noi? Come ci comporteremo verso i nostri nemici? Verso le persone che non sono del mio partito politico, che non mi apprezzano? Sarò capace di amarli? Sarò questa “luce bianca” del Vangelo, nelle realtà sociali, politiche, nelle incomprensioni tra i vari gruppi della stessa nazione? Questo impegno mi porto via: la sfida di questo tempo per sconfiggere i grandi problemi dell’Africa». A cura di Irena Sargankova (altro…)
26 Mag 2016 | Focolari nel Mondo