30 Dic 2014 | Dialogo Interreligioso, Spiritualità
«Non è stato un convegno, ma un’esperienza e, a voler essere più preciso e ben inserito nel contesto dell’evento, lo definirei un’esperienza di tikkun, la riparazione, come spiega la tradizione ebraica», scrive Roberto Catalano, del Centro per il dialogo interreligioso dei Focolari al rientro da Salerno. Le tre giornate di “studio, ascolto, preghiera” (24-26 novembre), hanno toccato vari temi, dall’antigiudaismo lungo i secoli, al Riconoscimento di Israele, la Shoah, la svolta nei rapporti ebraico-cristiani a partire dal Concilio Vaticano II, e il Cammino verso il Tikkun Olam. Tutte le relazioni erano a due voci: cristiana ed ebraica. Giornate, prime di questo genere in Europa, che hanno segnato un passo di «riparazione di rapporti fra la tradizione ebraica e quella cristiana che in questi duemila anni hanno conosciuto momenti tragici», scrive ancora Catalano. «I rapporti fra ebrei e cristiani hanno per secoli risentito di questi trascorsi che hanno guidato la storia verso tragedie dell’umanità culminate nella Shoah.
Recentemente, come sappiamo, la dichiarazione conciliare Nostra Aetate e, poi, persone come Giovanni Paolo II ed il card. Martini, più volte citato da ebrei, soprattutto, e cristiani hanno ripreso le fila di un rapporto e hanno contribuito da parte cristiana ad un deciso riavvicinamento». Pensato inizialmente per vescovi e delegati diocesani per l’ecumenismo e dialogo interreligioso, è stato poi aperto a tutti i coordinatori di dialogo, e non solo, ebrei e cristiani, laici e religiosi. I presenti, più di 400, di cui 50 sacerdoti: i cristiani provenienti soprattutto dall’Italia; gli ebrei da Italia, Israele, e Usa. «Il convegno di Salerno è stato un passo evidente di questo cammino. Si è parlato con estrema chiarezza da una parte e dall’altra senza fare sconti alla storia e con realismo ottimista. Impressionava vedere sacerdoti cattolici, vescovi e cardinali seduti accanto a rabbini. Le kippah ebraiche si mischiavano con le berrette rosse dei vescovi. La fraternità è stata la regina di questi giorni: l’impressione era quella di aver cominciato un progetto comune. Parlando con Joseph Levi, rabbino capo di Firenze, commentavamo che anche solo dieci anni fa sarebbe stato impensabile un momento del genere.
La storia va avanti e, contrariamente a quanto i media ci propinano o a quello che pur tragicamente accade in diverse parti del mondo in questi tempi, la tikkun del mondo è cominciata o, forse va avanti perché si è arricchita di una dimensione nuova, il contributo comune di cristiani ed ebrei. È necessario il desiderio di lavorare insieme alla fraternità: ricomporre quella famiglia a cui tutti apparteniamo. Lo ha affermato così efficacemente Nostra Aetate: “I vari popoli costituiscono una sola comunità. Essi hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra hanno anche un solo fine ultimo, Dio” (NA 1)». (altro…)
29 Dic 2014 | Chiesa, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Che significato ha la consacrazione di un laico, per te che vieni dall’America latina, ricca di Paesi con grande diversità culturale, sociale e religiosa? «Il laico consacrato mette l’accento sulla quotidianità della vita, che parte da ciò che è proprio a tutti gli esseri umani: il desiderio di raggiungere una realizzazione integrale. Allora la consacrazione a Dio ha senso se ci rende più umani, capaci di vivere una vita in pienezza. La fonte della consacrazione sta nel giorno in cui Dio ci ha conquistati: sta lì la nostra “Galilea” – come direbbe Papa Francesco -, quel momento dove vogliamo tornare per incontrare il Signore. Perciò mi sembra che la consacrazione non consista tanto nell’aderire ad un ideale, ma piuttosto ad essere fedeli a quel rapporto vitale. Una pienezza di vita che, ovviamente, non è monopolio dei “consacrati”. È piuttosto il contrario: ogni vita di consacrazione è autentica donazione a Dio nella misura in cui è dono totale della propria vita. Perciò, per me, la consacrazione è tale solo se aiuta ad umanizzare me stesso, gli altri e il corpo sociale. Altrimenti è un’altra cosa: evasione dalla cruda realtà, ripiegamento narcisista, rifugio comodo e tranquillo. La consacrazione ha poco a che fare con la funzione che uno svolge; ha poco a che vedere con uno stato di vita o il vincolo con un’istituzione, che vengono dopo. Essa riguarda la voglia matta di donarsi a Dio e agli altri: corpo, mente e spirito, per trovarsi in quella Presenza d’amore che è la fonte di ogni vita degna». Come focolarino, cosa metteresti in evidenza riguardo la scelta della consacrazione? «La ricerca del Mistero. Quando avevo 17 anni Dio mi si è manifestato come Amore. Sono un assetato della sua Presenza. È dal quel tempo che Lo cerco e ricerco, rimanendo Dio sempre un Mistero. Una Presenza molto vicina eppure, come sabbia tra le mani, scivola dalle nostre comprensioni. La ricerca s’alimenta dell’anelito per quella Luce che sembra sparire quando la trovi. Che va e ritorna mostrandosi e nascondendosi anche attraverso dei volti, circostanze e anche delle trasformazioni sociali. Come dice il poeta León Felipe: “Nessuno andò ieri/né va oggi/né andrà domani/verso Dio/per questa strada per la quale vado io. Per ciascun uomo conserva/un raggio nuovo di luce il Sole…/e una strada vergine /Dio”. A quanta responsabilità, libertà e creatività sono invitato da Dio! Ogni giorno sono chiamato a intuire, scoprire e percorrere, nelle mille circostanze della vita, quel “raggio nuovo di luce”, quella strada vergine che “Quel Mistero” amoroso conserva per me. Perciò ogni giorno è consacrazione».
Come definisci la tua consacrazione, in rapporto al mondo di oggi in continuo cambiamento? «Una volta Chiara Lubich parlò di “focolari ambulanti per il mondo”. Mi piace utilizzare l’immagine del nomade per raccontare la mia vita di consacrazione. Un nomade che, nella sua ricerca del Mistero, cerca di consacrare la vita. Uno che si mette in moto ogni volta alla ricerca di terre fertili che scopre, però, come temporanee. La terra fertile dell’Assoluto, è invece sempre inesauribile. In mezzo alle minacce sconosciute, il nomade si sposta e l’ignoto diventa fonte di nuovi rapporti di vita: con gli altri, la natura, Dio. La terra fertile è uno spazio che sorge dai rapporti. Il sacro non sono le cose, ma le relazioni. Il nomade alle volte cammina nella solitudine ma, in genere, lo fa in gruppo. La mia ricerca del Mistero s’intreccia con rapporti di comunione. C’è una priorità delle relazioni interpersonali, intrisi d’amore che si fa accoglienza e dono reciproco, spogliazione dell’io. La definirei come “personalmente comunitaria”, dove si generano delle terre fertili, con gli altri e per gli altri. Dinamica dell’unità sempre nuova, fragile e in trasformazione, per creare e ricreare spazi vitali della Sua Presenza. E, come accade per il nomade, è in quegli spazi vitali che sorge la sapienza della vita, quella che serve a promuovere più vita. Come i nomadi che incrociano e condividono il cammino con altri gruppi, la mia donazione a Dio si nutre e si arricchisce dallo scambio vitale di esperienze in diversi ambienti culturali, religiosi, sociali ed esistenziali. La vita dei nomadi è carica di un bagaglio leggero, dove la sobrietà è un principio per sopravvivere. La mia consacrazione ha da crescere per essere radicata nell’essenziale, spoglia e libera di tanto peso materiale, intellettuale, culturale, sentimentale e religioso; facendo della sobrietà una chiave di discernimento di essa».
27 Dic 2014 | Spiritualità
I commenti alla Parola di Vita del 2015 saranno affidati a Fabio Ciardi, oblato di Maria Immacolata. Come mai? Lo leggiamo su Città Nuova del 25 novembre, dove è lui stesso a rispondere: «Forse perché ho vissuto accanto a Chiara Lubich per tanti anni, lavorando con lei soprattutto nel campo della teologia spirituale. Già negli ultimi tempi, quando era ammalata, ho potuto aiutarla nella preparazione dei commenti alla Parola di Vita. Spero che la mia prolungata presenza nella Scuola Abba – l’équipe che studia i “testi fondatori” del carisma dell’unità – mi abbia consentito di assimilare un po’ della sua sapienza e esprimerla anche in questi nuovi commenti». Generazioni di cristiani hanno vissuto la Parola di Dio. Quale la novità introdotta da Chiara Lubich? Si domanda nell’intervista. «Abitualmente ci si ferma a meditare o pregare la Parola. Qui si chiede di metterla in pratica, di trasformarla in vita, come ammonisce san Giacomo: “Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori” (Gc 1,22). L’ascolto autentico, quello del cuore e non solo dell’udito, equivale all’assimilazione e interiorizzazione della Parola, in modo da informare di essa tutta l’esistenza cristiana. Chiara ha inoltre portato l’attenzione sulla dimensione sociale della Parola di Dio: deve poter generare una comunità cristiana. A questo aiuta la “comunione sulla Parola di Vita”, ossia la comunicazione, tra quanti la vivono, degli effetti che essa produce, in modo da aiutarsi a scoprirne tutte le potenzialità». «Prima di essere noi a vivere la Parola, a ben guardare, è la Parola che fa vivere noi», continua. «Il destino della Parola, ha scritto Chiara, è quello di “esser ‘mangiata’ per dare vita a Cristo in noi e a Cristo fra noi”. Raccontando l’esperienza vissuta agli inizi del Movimento, affermava: “Ci si nutriva di essa tutti gli istanti della nostra vita. Ecco: come il corpo respira per vivere, così l’anima per vivere viveva la Parola”». Nell’intervista a Città Nuova, padre Ciardi ribadisce: «Nel solco della tradizione aperta da Chiara, siamo chiamati a continuare, proprio come lei faceva, ad interpellare la Scrittura perché essa ha sempre nuove risposte a situazioni sempre diverse». E ancora: «I suoi commenti rimangono un tesoro prezioso a cui continueremo ad attingere, saranno sempre oggetto di meditazione e fonte di ispirazione». E conclude: «Sono consapevole che la mia è soltanto una piccola introduzione alla lettura della Parola di Vita. È poi questa che rimane nel lettore, non il commento, e questa porta frutto». Fonte: Città Nuova, 25 novembre 2014 (altro…)
23 Dic 2014 | Spiritualità
«Il mio augurio di un Natale ricco di doni e di gioia, soprattutto di doni dal Cielo. Con la gratitudine nell’anima per l’anno che si conclude, vorrei che il 2015 sia “l’anno del Sì!”. Che significa: di fronte ad ogni situazione dire un sì gioioso, pieno. Un sì ripetuto infinite volte: sì a Dio che ci chiede qualche cosa di non previsto, sì a quel prossimo che ha bisogno del nostro amore concreto, sì ad un dolore inatteso, sì a Gesù che ci aspetta nell’umanità per essere accolto, trasformando il dolore in gioia, in vita e risurrezione. Sì sempre. Che questo anno si alzi da tutti noi un “coro di sì” per fare sorridere il mondo con quella gioia che Gesù ci dona. Tanti auguri a tutti!». Maria Voce (Emmaus)
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