23 Ago 2021 | Chiara Lubich
Chiara Lubich ci ricorda che siamo tutti chiamati al dialogo. E se viviamo momenti della giornata da soli, possiamo fare ogni cosa in funzione dei fratelli e delle sorelle, come veri “apostoli del dialogo” …ogni qual volta abbiamo da fare con uno o più fratelli o sorelle, direttamente o indirettamente: per telefono o per scritto, o in quanto ad esso e a loro è finalizzato il lavoro che facciamo, le preghiere che eleviamo, ci sentiamo tutti in perpetuo dialogo, chiamati al dialogo. Come? Aprendoci ad esso – al fratello, alla sorella -, ascoltando con l’animo vuoto cosa il fratello vuole, cosa dice, cosa lo preoccupa, cosa desidera. E, quando ciò è avvenuto, subentrare noi col dare quanto è desiderato, e quanto è opportuno. E se ho momenti ed ore dove devo dedicarmi a me stessa (per mangiare, riposare, vestirmi, ecc.), fare ogni cosa in funzione dei fratelli, delle sorelle, tenendo sempre presenti coloro che mi attendono. In tal modo e solo in tal modo, con un continuo vivere la “spiritualità dell’unità” o “di comunione”, posso concorrere efficacemente a fare della mia Chiesa “una casa ed una scuola di comunione”; a far progredire, con i fedeli delle altre Chiese o Comunità ecclesiali, l’unità della Chiesa; col realizzare, con persone d’altre religioni e culture, spazi sempre più vasti di fraternità universale. […] Sentiamoci allora tutti “apostoli del dialogo” e viviamo da tali. Un dialogo a 360 gradi, certamente, ma partendo col piede giusto: amando ogni fratello che incontriamo con la misura del dono della vita
Chiara Lubich
Da “Conversazioni in collegamento telefonico” Citta Nuova ed. pag. 667, – 2004 (altro…)
21 Ago 2021 | Vite vissute
Il ricordo di Anna e Alberto Friso, con i quali Nedo Pozzi, con creatività e grande competenza, per decenni ha condiviso il suo impegno di focolarino sposato a servizio del mondo della famiglia.
“Due idee-motrici hanno condizionato tutta la mia giovinezza: il bisogno di una consacrazione totalitaria a Dio e un amore istintivo e creativo per la bellezza, per l’arte, con la certezza incrollabile che nella mia vita avrei dovuto fare qualcosa di veramente importante”. Un progetto ambizioso questo di Nedo Pozzi, che non ha esitato a confidare anche a noi, che da quasi quarant’anni abbiamo condiviso il privilegio di far parte del Centro Internazionale dei Focolari. Dapprima ingaggiati insieme nell’area “Famiglia”, per le sue spiccate doti di comunicatore e per la sua vasta cultura – zoccolo duro di una rara sensibilità interiore – Nedo è stato poi chiamato a compiti più ardui e complessi: contribuire a far nascere nel 2000 la rete che nel Movimento avrebbe collegato operatori ed esperti della comunicazione (NetOne) e, successivamente, con Vera Araujo, coordinare il dialogo dei Focolari con la cultura contemporanea.
Autore di articoli e pubblicazioni per l’Editrice Città Nuova, di contributi per interventi pubblici della fondatrice Chiara Lubich, relatore in convegni internazionali, nato a Mantova (Italia) (6 luglio 1937) cresciuto sulle sponde del lago Maggiore, Nedo non ha mai perso la sua audacia di sognatore. Appena ventenne incontra Angela: una travolgente storia d’amore che li farà candidamente dichiarare ai tanti corsi per fidanzati che ad inventare l’amore erano stati loro. Si sposano di mattina presto con i soli testimoni. Non importano agi e ricchezze: il loro primo pranzo di sposi sono due toast e una birra alla stazione di Milano (Italia). La loro avventura insieme prende gioiosamente forma sotto quelle arcate che ancora oggi evocano l’immagine di una cattedrale laica. Ben presto però il sogno non combacia con la realtà. Ed ecco i sentori di una crisi che sulle prime appare irrimediabile. E’ a questo punto che da una coppia di sposi Nedo viene a sapere dei Focolari: è la scoperta dell’amore vero, quello con la A maiuscola, fatto di gratuità, di perdono, del vivere per l’altro, un amore alla cui radice c’è Dio. Da allora l’ideale dell’unità diviene l’essenza del loro volersi bene. Scoprono che la donazione a Dio e ai fratelli apre anche agli sposati la possibilità di consacrarsi a Dio, e in tempi diversi Nedo e Angela rispondono alla chiamata a diventare focolarini sposati. E’ l’avverarsi del primo dei due grandi aneliti di Nedo: essere tutto di Dio. Riguardo alla bellezza non vuole darsene pena, anche perché non riesce ad immaginare come poter conciliare quelle due chiamate apparentemente così contrastanti. La sua vita è un crescendo d’amore nel quotidiano spendersi per l’uomo. Ed è in questo sentirsi, sono parole sue, “direttamente e vitalmente coinvolto a pagare di persona in ogni momento”, che Nedo disseta la sua sete di bellezza, scoprendo, nascosta in ogni prossimo famoso o derelitto che sia, la Bellezza con la B maiuscola. Tutti noi che abbiamo avuto il dono di vivergli accanto, di poter penetrare – grazie alle sue intuizioni – il mistero della sua e nostra vita, possiamo testimoniare che in Nedo la conciliazione delle profonde tensioni che hanno dominato la sua adolescenza è davvero avvenuta. Con la sua dipartita (12 Agosto 2021) dopo otto anni di una malattia che ha gradualmente ridotto le sue capacità intellettive e relazionali, abbiamo perso un gigante di sapienza e di carità, un uomo di profonda fede e di appassionate aperture. Ma noi, come ha testimoniato con Angela la figlia Paola a nome dei fratelli Pierpaolo e Daniela, vogliamo ricordarlo anche come sposo e padre tenerissimo, come amico fidato, come intellettuale che ha vissuto e lavorato per aprire – sono ancora parole sue – “uno spiraglio sull’Assoluto”.
Anna e Alberto Friso
già responsabili del Movimento Famiglie Nuove
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20 Ago 2021 | Testimonianze di Vita
Quando si riconosce nel dolore quel volto di Gesù Abbandonato in Croce dal padre suo, e lo si accetta con tutti i propri limiti, allora quel dolore si trasforma in gioia. E la vita prende un altro aspetto, migliora, perché è vissuta con amore. La perdita del padre Ero già adulto quando mio padre è andato via di casa per farsi un’altra famiglia, eppure la perdita del padre ti lascia sempre un vuoto che nulla può colmare. Di lui mi tornano e ritornano in mente ricordi, parole. La cosa più triste è quando non sai con chi condividere una gioia, un successo. Certo, ora sono sposato, un figlio è in arrivo, ma quel senso di orfanezza permane. Mia moglie, invece, prova astio verso il padre che ha lasciato la famiglia quando lei e la sorellina erano piccole. Per questo, parlare fra noi della figura paterna fa venir fuori la grande nostra diversità. Ma proprio perché sappiamo cosa significhi sia l’amore sia la sua mancanza ci siamo impegnati a essere per i nostri futuri figli sorgenti di vero amore. E l’argomento, fra l’altro, che tanto viene sottolineato nella comunità parrocchiale nella quale ci stiamo inserendo: la natura del vero amore, quello che supera l’egocentrismo, ce la spiega Gesù che con la sua vita e la sua morte ce ne ha dato la misura. (P.I. – Svizzera) L’amico umorista L’humour, secondo me, è la visione nuova, da Dio, della vita, messa a confronto con l’aspetto limitato, carente, a volte tragico che l’uomo riscontra nei propri simili, oltre che in sé stesso. Per anni ho collaborato come disegnatore con Nino, un carissimo amico, ad alcune sue divertenti pubblicazioni. Tutti, assolutamente tutti, camminando inciampano. Quanto a Nino, tutte le volte che inciampa, si ferma un attimo a pensarci e ripartendo ci ride su. Poi ce lo racconta e tutti sorridono. E un po’ questo, a farci caso, lo schema del suo umorismo. Un humour divenuto con gli anni sempre più fine, senza la grinta della satira, eppur penetrante; una presa in giro amabile non dell’uomo, ma dell’”uomo vecchio” che è sempre in agguato in ciascuno. Nino stesso ne scriveva alcuni anni fa: “Secondo me, l’umorismo è una dimensione imprevista, che di una persona, oltre alle quattro misure tradizionali – altezza, lunghezza, larghezza e profondità – riesce a scoprire anche le sue quattro antimisure. La cortezza, la bassezza, la strettezza e la superficialità”. (Vittorio – Italia) Irina e l’ecumenismo Sono ortodossa, nata in Russia, e ho sposato un prete anglicano. Fra me e mio marito non ci sono mai state difficoltà teologiche; lui amava molto la Chiesa ortodossa. In seguito abbiamo scoperto quanto avevamo in comune anche con la Chiesa cattolica. A Roma, mio marito diresse un centro ecumenico per il quale profuse tutte le sue energie. Dopo la sua morte, per cinque anni insegnai lingua russa alla Gregoriana. Poi di nuovo in Inghilterra, presidente di un centro ecumenico a Oxford. In un libro intitolato Il cammino dell’unità parlo di mio marito, dei contatti avuti con importanti personalità di diverse Chiese che hanno apprezzato il nostro lavoro ecumenico. Certo, c’è ancora molto da fare perché si realizzi l’unità, ma non mancano spiriti profetici che lavorano in questo senso. Sono una minoranza, è vero, però ci sono; e sono la grande forza della Chiesa. Anche se rattrista vedere che esistono ancora molti pregiudizi da superare, bisogna lavorare e sperare, perché il comandamento di Cristo è “che tutti siano uno”. Per me la Chiesa è già una.
A cura di Lorenzo Russo
(tratto da Il Vangelo del Giorno, Città Nuova, anno VII, n.4, luglio-agosto 2021) (altro…)
16 Ago 2021 | Chiara Lubich
Chiara Lubich ci ricorda che il regno di Dio appartiene a chi assomiglia ad un bambino. Perché il bambino si abbandona fiducioso al padre e alla madre: crede al loro amore. Così il cristiano autentico, come il bambino, crede all’amore di Dio, si getta in braccio al Padre celeste. Gesù sconcerta sempre con il suo modo di fare e di parlare. Si discosta dalla mentalità comune che vedeva i bambini insignificanti dal punto di vista sociale. Gli apostoli non li vogliono attorno a lui, nel mondo degli “adulti”: non farebbero che disturbare. Anche i sommi sacerdoti e gli scribi, “vedendo i fanciulli che acclamavano nel tempio “Osanna al figlio di David”, si sdegnarono” e chiesero a Gesù di riportarli all’ordine. Gesù invece ha tutto un altro atteggiamento davanti ai bambini: li chiama, li stringe a sé, stende le mani su di loro, li benedice, li pone addirittura come modello ai suoi discepoli: “a chi è come loro appartiene il regno di Dio”. In un altro passo del Vangelo Gesù dice che se non ci convertiamo e non diventiamo come i bambini non entreremo nel regno dei cieli. Perché il regno di Dio appartiene a chi assomiglia ad un bambino? Perché il bambino si abbandona fiducioso al padre e alla madre: crede al loro amore. Quando è nelle loro braccia si sente sicuro, non ha paura di niente. Anche quando attorno a sé avverte che c’è un pericolo, gli basta stringersi ancora più forte al papà o alla mamma, e subito si sente protetto. A volte lo stesso papà sembra porlo in posizioni difficili, per rendere più emozionante un salto, ad esempio. Anche allora il bambino si lancia fiducioso. È così che Gesù vuole il discepolo del regno dei cieli. Il cristiano autentico, come il bambino, crede all’amore di Dio, si getta in braccio al Padre celeste, pone in lui una fiducia illimitata; niente gli fa più paura perché non si sente mai solo. Anche nelle prove crede all’amore di Dio, crede che tutto quello che succede è per il suo bene. Ha una preoccupazione? La confida al Padre e con la fiducia del bambino è sicuro che egli risolverà tutto. Come un bambino si abbandona completamente a lui, senza fare calcoli. I bambini dipendono in tutto dai genitori, per il cibo, il vestito, la casa, le cure, l’istruzione” Anche noi, “bambini evangelici”, dipendiamo in tutto dal Padre: ci nutre come nutre gli uccelli del cielo, ci veste come veste i gigli del campo, sa ciò di cui abbiamo bisogno, prima ancora che glielo chiediamo, e ce lo dona. Lo stesso regno di Dio non lo si conquista, lo si accoglie in dono dalle mani del Padre. Ancora, il bambino non fa il male perché non lo conosce. […] Il “bambino evangelico” mette tutto nella misericordia di Dio e, dimentico del passato, inizia ogni giorno una vita nuova, disponibile ai suggerimenti dello Spirito, sempre creativo. Il bambino non sa imparare a parlare da solo, ha bisogno di chi gli insegni. Il discepolo di Gesù non segue i propri ragionamenti, ma impara tutto dalla Parola di Dio fino a parlare e a vivere secondo il Vangelo. Il bambino è portato ad imitare il proprio padre. Se gli si chiede cosa farà da grande spesso dice il mestiere del padre. Così il “bambino evangelico”: imita il Padre celeste, che è l’Amore, ed ama come lui ama: ama tutti perché il Padre “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti”; ama per primo perché lui ci ha amato quando eravamo ancora peccatori; ama gratuitamente, senza interesse perché così fa il Padre celeste… È per questo che Gesù ama circondarsi dei bambini e li addita come modello. […]
Chiara Lubich
Parola di Vita. ottobre 2003 In Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi, Opere di Chiara Lubich, Città Nuova, 2017, pag. 702 (altro…)
13 Ago 2021 | Testimonianze di Vita
Dice S. Agostino: “Una volta per tutte, ti viene data una breve norma: ama e fa’ quel che vuoi. Se tu taci, taci per amore; se correggi, correggi per amore. Sia in te la radice dell’amore e tutto quello che fai non può essere che bene”. Metti amore… Non avrei mai immaginato di aver sposato uno sconosciuto. Mio marito, infatti, aveva rivelato un egocentrismo che lo allontanava dagli altri. In realtà celava un tremendo senso di inferiorità. Me n’ero accorta quando, per non ferirlo, non potevo gioire neanche dei successi dei nostri due figli. E pensare che un tempo mi sentivo sostenuta da lui! Ora questo punto fermo era svanito ed io mi sentivo in crisi. Fu a questo punto che il messaggio di una ex compagna di scuola entrata in convento mi annuncio la sua decisione di lasciare la strada intrapresa. Andai a trovarla e mentre lei mi parlava di solitudine, di idealità crollate, di invidie e gelosie in una comunità, la sua, che aveva alti scopi umanitari, mi sembrava di vedere me stessa riflessa in uno specchio. Ci incontrammo in più occasioni e una frase di Giovanni della Croce, da lei citata, divenne luce per ciò che dovevo fare per tentare di salvare la famiglia: “Dove non c’è amore, metti amore e troverai amore”. Mi impegnai. Non fu facile, ma oggi le cose sono cambiate, sia per me che per lei. (M.d.A. – Albania) Restare in Siria Una decina di anni fa, quando la vita era diventata difficile per noi cristiani, ci eravamo chiesti se fosse il caso di rimanere nella nostra patria. Tanti avevano scelto di partire; sembrava che avessero trovato ambienti sereni, senza rumori di armi e senza paura. Eppure, anche se facciamo poco, avvertiamo che la nostra presenza qui diventa una vera missione. Non si tratta tanto di testimonianza e fedeltà alla terra e alla fede, ma di prossimità, quella di cui parla papa Francesco. Siamo certi che anche per i nostri figli questa situazione, anche se non facile, risulterà una grande maestra di vita. (V.M. – Siria) Impariamo dai piccoli Kanna é nata in una famiglia cristiana e frequenta l’asilo; tanti suoi compagni e la stessa maestra sono di altre religioni. A fine anno, la maestra saluta una ad una tutte le bambine; arrivata a Kanna, le dice: “Ti ringrazio perché ci hai fatto conoscere Gesù. Quando ce ne parlavi, si sentiva che era vicino a te. Ci hai insegnato le preghiere che hai imparato a casa tua: sono belle. Stamattina ti ho vista quando hai regalato a una tua compagna il premio che avevi ricevuto: questo gesto mi ha commossa! Io sto per sposarmi, ma prima voglio ricevere il battesimo e mi sto preparando perché anch’io, come te, voglio credere a Gesù”. (Z.J. – Giappone)
A cura di Lorenzo Russo
(tratto da Il Vangelo del Giorno, Città Nuova, anno VII, n.4, luglio-agosto 2021) (altro…)